una città - n. 295 - settembre 2023

una città 15 collaborare nella persecuzione degli ebrei. Su questo triste episodio non c’è stata per ora alcuna autocritica, anzi!... Insomma, quando parliamo di antisemitismo oggi non dobbiamo credere che si tratti solo dei naziskin che abbiamo visto nella trasmissione di Giuliano Ferrara. Oggi l’antisemitismo è fortemente presente in larghe fasce giovanili, ma non solo giovanili, della Germania orientale; è presente in buona parte dei paesi dell’Europa orientale, benché i milioni di ebrei che vi abitavano prima della Shoah siano ridotti a poche decine di migliaia; è presente in alcune tendenze, diciamo così per intenderci, di destra, nazionaliste e panrusse, della Chiesa ortodossa russa, come Pamjat. Più vicino a noi, in Francia e in Svizzera, si violano turpemente tombe di ebrei. Esiste anche un antisemitismo di altro tipo, di difficile assimilazione a quello europeo, nel mondo arabo e musulmano (ma per il momento lo metterei da parte). Quindi quello dell’antisemitismo oggi è un grosso fenomeno. Dicevo prima che la storia non risolve quasi mai un problema una volta per tutte: lo vediamo oggi con la rinascita dei nazionalismi, delle guerre di religione, ecc. Persino rispetto all’antisemitismo, neppure un evento spaventoso e indicibile come lo sterminio è stato un vaccino sufficiente. Per lo meno non per sempre. Vorrei insistere dicendo che la storia non risolve i problemi una volta per tutte, non peno a piccoli residui più o meno innocui e facili da controllare. La ripresa odierna dell’antisemitismo è un fenomeno grosso, che non va sottovalutato. Non si può abbassare la guardia. Noi in Italia abbiamo avuto degli episodi, anche molto brutti. Ci sono elementi, non tanto di antisemitismo (come in alcuni movimenti francesi), quanto di razzismo più generale, nelle leghe. Soprattutto, abbiamo una fetta di mondo giovanile che si agita riesumando vecchi slogan e facendo propria una cultura quanto meno ambigua e inconsistente, una pseudo-cultura. Ora, come comportarsi rispetto a queste cose? Questo è un problema politico, ma anche culturale, molto importante. Io credo che una prima cosa da dire sia questa: che bisogna sempre guardarsi dall’assimilare il presente al passato. O meglio, è vero che esiste una continuità nella storia del razzismo su base “scientifica” (parlo di questo, perché altrimenti, se per razzismo intendiamo ogni forma di etnocentrismo, allora non finiamo più, cioè si parte dalla preistoria, dalle società primitive, ecc.). Quindi c’è una continuità che va tenuta presente: per esempio, non è un caso che i naziskin possano avere tra le mani una copia del Mein Kampf. E però sarebbe sbagliato da parte nostra privilegiare l’elemento della continuità anziché sforzarci, con tutte le nostre forze, di vedere lo specifico che di volta in volta si presenta nel fenomeno. E allora -ma qui non è certo il momento né il luogo per farlo, e io non ne sarei in grado, perché ci vorrebbe il contributo di analisti del mondo giovanile, di sociologi, di psicologi, di pedagogisti e studiosi della politica, la mia sensazione è che, molto spesso, anche l’uso di tesi alla Faurisson sulla non-esistenza dei campi di sterminio, l’uso di vecchi testi, di vecchie simbologie, ecc., si colleghino in un amalgama assai confuso, che non è immediatamente (e semplicemente) riconducibile al nazismo. Però, detto questo, uno sarebbe tentato di concludere: “Ma allora dobbiamo lasciarli fare?”. È un problema molto inquietante. Rispetto al lasciarli fare, se è vero che la storia qualche cosa insegna (non che sia magistra vitae, per carità!, non ci crede più nessuno), allora, nei primi anni Venti, Hitler era uno dei tanti, che andavano in giro dicendo che prima o poi gli ebrei andavano sterminati. Se qualcuno li avesse fermati, se qualcuno li avesse mandati da un buon psichiatra (e ce n’erano, soprattutto in Germania, di eccellenti) forse le cose avrebbero preso un’altra piega. Per carità, la storia non è mai, lo sappiamo, solo opera di singoli individui. La storia esige che si muovano forze profonde, strutture, eccetera. Però, se intanto si fermassero in qualche modo i singoli individui sarebbe un buon risultato: non sufficiente da solo, certo, ma comunque... Voglio dire che a volte, nella storiografia, bisognerebbe recuperare il naso di Cleopatra. Voi sapete che Croce aveva -e giustamente- attaccato questa forma di storiografia che lui accusava di essere quella del “naso di Cleopatra” appunto: una storiografia secondo cui i rapporti tra romani, egizi e in genere le cose che accaddero allora nel Mediterraneo avrebbero preso una certa piega perché Cleopatra aveva un nasino all’insù particolarmente affascinante, in grado di conquistare alcuni importanti leader politici romani. Croce, naturalmente, ironizzava su questo e diceva: no, le strutture profonde, lo Spirito della Storia, l’Idea, ecc. (altri avrebbero detto i rapporti di produzione) fanno la storia. In realtà, a volte, la storia è fatta davvero anche di coincidenze, di circostanze banali, e credo che noi lo stiamo proprio riscoprendo in questo periodo: altrimenti nessuno capirebbe, per esempio, gran parte della politica italiana dell’ultimo anno, nella quale è difficile vedere strutture profonde, mentre c’è un gran fiorire di nasi di Cleopatra... Naturalmente, si potrebbe discutere se questo sia Storia, ma tant’è... Vengo all’ultimo punto, che vuole essere anche da parte mia un saluto e un ringraziamento a voi tutti. Io non so se gli organizzatori... Massimo Tesei, per esempio, avrebbe voluto magari dei risultati maggiori. Devo dire che personalmente ho trovato molto interessante questa serata, ho trovato interessante l’iniziativa in sé (mi sono anche fatto raccontare come sono andate le cose, le puntate precedenti, di stamattina e del pomeriggio). Non credo che in una situazione del genere potessero emergere né una serie di importanti rivelazioni storiche improvvisamente fermentate all’interno di una sala del Comune di Forlì, né una soluzione di problemi quali quello del nostro rapporto col razzismo, per dirne uno. Tuttavia, di problemi ne abbiamo messi a fuoco tanti, che chiaramente non si potrebbero mai risolvere in una serata, in un gruppo volenteroso di persone, quando sono problemi che invece impegnano al loro massimo la nostra cultura e altre culture da alcuni decenni. Trovo che invece sia stato molto positivo da tutti e due i punti di vista sia di aver presentato in maniera non accademica quello che avrebbe potuto essere un tipico prodotto accademico, e cioè i risultati di una ricerca. Risultati non freddi (come spesso è nelle ricerche accademiche), ma, come ho cercato di dire prima nella mia breve introduzione, palpitanti di vita e per questo commoventi, coinvolgenti, anche per persone, come molti di noi qui dentro, che non sono studiosi ma che amano e vogliono ricordare. Quindi credo che questo sia stato importante, ed è un primo punto. Mentre il secondo punto importante credo sia stato semplicemente questo: che un numero elevato di persone, considerando le tre volte in cui ci si è radunati a discorrere, stamattina, questo pomeriggio e stasera, sia stato invitato a ripensare a dei problemi che forse molti di noi ritenevano, a torto, già chiari e definiti. Io sono, ovviamente, d’accordo con la signora che prima diceva: “Noi sappiamo che i campi di concentramento, i campi di sterminio ci sono stati”. Non c’è bisogno di discutere di questo. Però ci sono ancora tante cose che dobbiamo capire, e che riguardano anche noi, o per lo meno i nostri figli, se noi stessi non ci sentiamo più in grado di fare progetti per il nostro futuro. Ecco, da questo punto di vista, non so voi di Forlì, che forse puntate molto in alto..., noi che abitiamo in città lievemente più grandi siamo diventati forse più stanchi e scettici, e ci contentiamo più facilmente. Io, di questa serata, sarei molto contento. il convegno del ‘92

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==