Cari Michael e Judy*, cara Barbara,
ho cominciato a scrivere questa lettera domenica sera, a cento giorni dal 7 ottobre. Solo oggi sono riuscito a completare il mio scritto.
Le notizie e il ciclo dei commenti continui su questa guerra sono così tumultuosi che è una sfida comunicarvi quello che vedo, sento e penso in questi giorni. Chiamerò questo scritto la mia “Guida sionista di sinistra per i perplessi (scritta anche per gli odierni critici new age di Israele nei campus)”.
Come nominare quello che sta succedendo? Il governo dapprima ha dato a questa operazione il nome “Spada di ferro”, ma persino Netanyahu si è reso conto che non aveva senso. Successivamente ha proposto un riferimento biblico, la “Guerra della Genesi”, oppure “Guerra della Simhat Torah”. Potrei optare per quest'ultima, anche se è un obbrobrio dare a una guerra il nome della celebrazione del ciclo annuale di letture della Torah. In Israele, in tanti usano “7/10”, un riferimento allo statunitense “9/11”. I veterani ricordano lo Yom Kippur 1973, e ora, cinquant’anni dopo si aggiunge lo Simhat Torah 2023. Comunque sia, non c’è ancora un nome ufficiale per questa catastrofe umana.
“Uno straniero non può capire” in ebraico “zar lo yavin”. Si comincia con i dieci mesi di proteste per difendere la democrazia israeliana dagli atti devastanti del governo di Netanyahu; proteste che includevano la minaccia, da parte dei riservisti militari (inclusi i piloti delle forze aeree) di non obbedire; l’8 ottobre, si è tuttavia registrato un aumento del 130% dei volontari riservisti. I riservisti “Brothers in arms”, tra i leader delle proteste democratiche, hanno fatto ricorso al loro network nazionale costruito nei dieci mesi precedenti per raccogliere provviste per i soldati, per aiutare le famiglie a trasferirsi dalle loro abitazioni distrutte al Sud, e per portare i volontari necessari a completare le operazioni di raccolta nei campi dove ormai non c’erano più lavoratori stranieri né palestinesi. Se guardate chi c’è dietro il “Forum per gli ostaggi e le famiglie disperse” #PortateliACasaOra, scoprirete che ci sono molte persone, aziende hi-tech e agenzie di pubbliche relazioni precedentemente impegnate nelle proteste. Tutto questo sbattuto in faccia all’inefficiente governo di Netanyahu.
“Autorizzata la divulgazione”, il visto di censura noto in ebraico come “Hutar l’peersum”, è una delle formule più temute nei notiziari delle sei del mattino. Questo perché, dopo quelle parole, vengono annunciati i nomi dei soldati che sono stati uccisi la sera o la notte precedente, o che sono morti a causa delle ferite riportate in battaglie precedenti.
In Israele, dove si può dire che ci si conosce tutti, la prima reazione, quando si sente questa dichiarazione, è di controllare se ci sono nomi conosciuti. La piattaforma digitale del nostro Kibbutz è costantemente aperta per verificare se qualcuno della nostra comunità è stato coinvolto (finora è successo in due casi). Personalmente, dal 7 ottobre sono stato a sei funerali, e al momento ho alcuni vecchi amici ancora in ostaggio a Gaza. Potrei proseguire, ma ve lo risparmio; vorrei solo condividere quest’altra nota:
La Corte Suprema israeliana (nel bel mezzo della guerra) ha respinto un emendamento alla “clausola di ragionevolezza”, la pietra angolare del piano di questa amministrazione di estrema destra per revisionare il sistema giudiziario e minare alle basi i pesi e contrappesi del sistema di governo israeliano. Non solo la Corte Suprema ha respinto questa legge anti-democratica approvata dall’attuale governo estremista, ma ha anche riaffermato il potere della Corte di esercitare un controllo giudiziario sulle “Leggi fondamentali” in quanto “quasi costituzionali”. I sostenitori del “Bibismo” hanno immediatamente reagito, ma sanno di aver perso questa battaglia, se non addirittura la guerra. Tutto ciò non ha impedito a Netanyahu di nominare l’ex Presidente della Corte Suprema Aharon Barak come giudice rappresentante di Israele presso la Corte dell’Aia.
Quale ironia(!) -all’uomo più vilipeso dai seguaci di Netanyahu, all’età di 87 anni, è stato chiesto di aiutare a salvare Israele.
Quali sono le mie conclusioni, dopo 102 giorni di tragedia umana (non mi piace parlare di Olocausto)? Davvero, nulla di profondo, né di originale. Decenni di politiche sbagliate hanno creato le condizioni per questa calamità. Yahya Sinwar e Benjamin Netanyah sono gemelli siamesi. Nessuno dei due riconosce l’altro, entrambi sono corrotti. Condividono l’interesse a preservare il rispettivo dominio e pertanto non hanno alcun interesse a porre fine a questa calamità, costi quel che costi. I kibbutzin e le vittime del Nova Festival, molto probabilmente, non erano sostenitori di Bibi, e allo stesso tempo  Sinwar ha dimostrato scarso interesse per il benessere dei cittadini di Gaza.
A mio parere, israeliani e palestinesi hanno entrambi perduto questa guerra, per via del prezzo orrendo che abbiamo dovuto pagare, e per il terrore inflitto sui gazani, dal momento che nessuna delle parti in lotta sta offrendo alcuna speranza per una soluzione politica, né per liberare gli ostaggi, né per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Avete mai sentito parlare di una guerra che non ha alcun esito politico dichiarato, nessuna fine prevista?
Il veterano dei giornalisti israeliani, Nahum Barnea, ha recentemente citato il parlamentare britannico Denis Haley: “Quando ti ritrovi in una buca, smetti di scavare”. È questo l’unico messaggio razionale che si può rivolgere ai gazani e agli israeliani, ad Hamas, all’Autorità palestinese, all’Idf e alle Nukhba (le forze d’elite di Hamas), al nostro parlamentare Benny Gantz e a coloro che vorrebbero rimpiazzare Netanyahu, ma anche agli studenti nei campus che non hanno dimostrato una particolare saggezza nell’interpretare questo conflitto. Smettetela di scavare e unite le vostre mani per uscire da quella buca.
Le nostre speranze e aspettative sono che Biden e i suoi omologhi europei, insieme ai sauditi, agli emiratini, agli egiziani, ci costringano a prenderci per mano legandocele l’uno con l’altro. Quando è troppo è troppo: con la vostra follia, state mettendo a repentaglio l’intero pianeta. Tutto questo va fatto in fretta, anche per impedire a Trump di essere rieletto il prossimo novembre.
Per citare Nahum Barnea:
“La condizione per il rilascio degli ostaggi è non soltanto una completa cessazione delle ostilità e il rilascio di migliaia di terroristi dalle prigioni, ma anche la continuazione del governo di Sinwar sulla Striscia di Gaza. Per quanto riguarda Israele, questa rappresenterebbe una sconfitta indescrivibile, una sconfitta totale. Perché i fallimenti comportano un prezzo da pagare; perché la morte degli ostaggi nelle mani di Hamas sarà una macchia indelebile sulla coscienza della società israeliana, sulla sua capacità di coesione. Perché attualmente non siamo preparati ad aprire un fronte nel Nord. Perché dipendiamo dall’America…”.
Cerco di mantenere in vita la speranza. Vorrei credere che possiamo ancora trasformare le nostre spade in vomeri. Ma gli israeliani e i gazani da soli non possono farcela.
I miei migliori auguri,
Gary

(*La lettera è indirizzata anche all’amico Michael Walzer e alla moglie Judy, Ndr)