La copertina è dedicata alle iraniane e agli iraniani che, scendendo in piazza contro l’orrendo regime, hanno perso la vita e a chi, ora in carcere, rischia ogni tipo di tortura e l’impiccagione. Qui a fianco Faezeh Afshan, una giovane esule, che subì il primo arresto all’età di dieci anni perché giocava con ragazzini maschi, lancia un atto d’accusa verso chi fa affari con un regime sanguinario e si chiede fino a quando volteremo gli occhi da un’altra parte.
Già, ma voltiamo gli occhi dall’altra parte anche con le ucraine e gli ucraini, la cui resistenza a un inverno da passare spesso senza riscaldamento a venti gradi sotto zero, o al fronte a tener testa a un invasore tanto potente quanto ignobile, è entrata già nella storia, ma non nei nostri cuori. E voltiamo gli occhi da un’altra parte di fronte alle condizioni ancora disumane in cui sono costretti a vivere fra macerie e al freddo i palestinesi di Gaza e alle angherie quotidiane che subiscono quelli della Cisgiordania, ai quali si cerca di rendere la vita, lì, a casa loro, sempre più difficile.
Rimmon Lavi ci racconta dell’aiuto che gruppi di israeliani portano ai palestinesi per la raccolta delle olive. Onore a loro. Ma c’è anche chi viene via e purtroppo, ci vien da dire col massimo rispetto. Galila Spharim ci racconta della sua decisione di “lasciare”, perché non può più vivere in un paese in cui perdurano persecuzioni simili a quelle che spinsero il nonno a emigrare lì dall’Europa e a essere un protagonista della costruzione lì, di un posto finalmente loro. C’è speranza? Vedremo. In America le proteste contro un presidente che possiamo ben dire di animo fascista, stanno salendo. Le elezioni del midterm saranno le elezioni più importanti per il mondo, più importanti anche di quelle nazionali.
Ma perché tanta indifferenza da noi? Siamo stati in piazza con le associazioni iraniane ed eravamo pochissimi. E sappiamo quanta indifferenza, se non astio, a volte, abbia suscitato in tanta sinistra, la resistenza ucraina. E d’altra parte vediamo come tante persone, per bene e democratiche, non riescano a provare alcun sentimento di compassione e di comprensione per le sofferenze dei palestinesi. Ma perché?
Forse non riusciamo più a essere antifascisti. Non sappiamo riconoscere il fascismo che ci circonda, non lo odiamo più. Forse abbagliati dalla geopolitica parliamo di zone di influenza, di multilateralismo, di dazi e commerci, senza vedere che metà del mondo è sotto il fascismo e che questo, in qualsiasi modo travestito, sta penetrando anche nel nostro mondo; e parliamo degli Stati Uniti, di Israele, non di qualche nostalgico italiano, più o meno ex!
Conosciamo ex-compagni di un tempo andato, bravissime persone, che se dovessimo definirli coi colori della politica, oggi dovremmo catalogarli come “rossobruni”. C’è una tradizione antidemocratica che si tramanda dagli anni Settanta? Allora, per la sinistra estrema, la parola “democrazia” indicava qualcosa di ignobile, un puro paravento delle peggiori ingiustizie. E l’idea era che, per arrivare alla rivoluzione, andasse innanzitutto strappato quel paravento. Storicamente il riformismo e la socialdemocrazia venivano chiamati dai comunisti “socialfascismo”. Una tale aberrazione, i nostri giuslavoristi, fra i migliori compagni di strada dei lavoratori, la pagarono con la vita.
Avremmo dovuto leggere Salvemini che, sotto il fascismo, si rammaricò di aver parlato male della democrazia, per quanto corrotta. Ma allora erano altre le letture.
Quindi sì, può darsi che sussista a sinistra una tradizione antidemocratica. Ma poi, forse, più banalmente, ci siamo imborghesiti: fare sacrifici per gli ucraini? No, non usa più partire per la Spagna né dedicare tempo e soldi per una qualche causa. Ma forse non esistono più cause e questa è una mancanza grave per le nostre esistenze, perché ci inaridisce e produce risentimento.
Noi crediamo in un internazionalismo democratico e speriamo che le nazioni democratiche, ad alto standard di rispetto dei diritti umani, si associno e, insieme, si rafforzino sia economicamente che militarmente, in modo da essere in grado di favorire chi vuol entrare, e di chiudere, se necessario, i rapporti anche economici con gli stati fascisti. Un’associazione, cioè, capace di “guerra fredda” e anche di intervento, nei casi di gravissimi crimini contro l’umanità.
Chiariamoci: non è che l’interventismo sia sempre solo autoritario, prepotente, mosso da interessi economici ed egemonici, cui si deve rispondere invocando il rispetto della sovranità. La morale esiste e così l’interventismo umanitario. Non è che a casa propria si può metter su un campo di sterminio.
Per quel che riguarda noi cittadini, poi, l’internazionalismo vuol dire un impegno a tessere reti “confederali”, a promuovere iniziative di controinformazione e di solidarietà e, soprattutto a stringere amicizie transnazionali, fra associazioni, gruppi, e anche fra singoli.
In ultima pubblichiamo la lettera che Nicola Chiaromonte scrisse da New York all’amico Andrea Caffi per raccontargli dell’incontro con Albert Camus che l’aveva entusiasmato (di Camus ci parla in questo numero Alfonso Berardinelli): “Si è parlato di ‘che fare’...”.
Discutiamone, ci può essere utile ancora oggi.
Infine Matteo Lo Presti ci parla di un libro appena uscito che parla di Camillo Berneri, l’anarchico e di Carlo Rosselli, il socialista liberale, e dell’amicizia e della “causa” che li unì: la Spagna. Sempre Salvemini, durante una commemorazione, dirà di aver avuto due allievi eccezionali, uno ucciso dai fascisti, l’altro dagli stalinisti. Erano due grandi italiani. Se fossero vissuti, chissà se l’Italia oggi sarebbe migliore.
Editoriale del n. 315, dicembre 2025 - gennaio 2026
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