La musica brasiliana, per quel che ne so, è assai divisiva. Come il metal ed il country rivela un folto pubblico refrattario che la identifica con la noia, la ripetitività, il formalismo. Certo il grande successo mondiale che, a partire dagli anni Cinquanta fino a tutti i Settanta, il samba, la bossa e in generale il contesto carioca, hanno ottenuto, ha determinato la formazione di un clichè piuttosto ingeneroso, ma certamente diffuso, tanto da creare anche la nascita delle figure parodistiche del triste bossanovista o dell’iperattivo sambeiro. In realtà il mondo delle note brasiliano, che tra l’altro rappresenta, dopo quello anglo-americano, il secondo bacino musicale occidentale, è una polifonia di stili, una ricchezza incredibile di interpreti e musicisti e una grande varietà di scuole regionali, che si è sviluppata in più di un secolo tenendo buona la data di “Pelo Telefone” di Donga del 1916, considerato il primo brano “samba” registrato. 
Il samba è ovviamente la chiave di volta della musica brasiliana ed è come tanti altri mondi artistici americani, quali il tango, il blues, i ritmi caraibici, il risultato di un processo assai lungo, una storia che inizia nei primi dell’ottocento e che segna un incontro fondamentale della musica del Novecento, quello tra la tradizione africana e le sfaccettate culture del nuovo mondo. Inizialmente danza dei neri della zona del Reconcavo Bahiano, nello stato di Bahia, nella sua versione carioca si mescola con il “maxixe”, una sorta di polka contaminata, e pian piano viene distinguendosi in vari filoni, la roda de samba, la samba de escuela, il samba cancao, il samba de coco, la batucada. Il samba non è solo musica, tocca diversi aspetti del mondo artistico, è infatti danza, spettacolo, festa di quartiere, canzone sentimentale, e può passare dagli accenti più eleganti e melodici del samba cancao agli estremi ritmici della batucada fatta solo da fischietti, tamburi e grida di incitamento. I centri dove la tradizione del samba si è sviluppata sono principalmente tre, Rio de Janeiro, San Paolo e Salvador de Bahia, ed è a quest’ultima città che dedichiamo la nostra attenzione.
Perché è lì che nel 1958 il ventisettenne Joao Gilberto, nato a Jazuerio, entroterra di Salvador de Bahia, pubblica il suo primo album che contiene “Chega de Saudade” scritta da Antonio Carlos Jobin ed è considerata la prima canzone della “Bossa Nova”. È una canzone anche dal testo particolare che ricalca in parte il Carme quinto di Catullo e che già nel suo titolo -letteralmente “Basta nostalgia”- rivela una forte frattura col passato. Ma è musicalmente, che il nuovo stile apre una breccia sul modernismo e allo stesso tempo si ricongiunge con la tradizione. Nel corso del tempo il samba cancao aveva ammorbidito il suo potenziale ritmico esaltando le qualità vocali melodiche degli interpreti. La tecnica di Joao Gilberto, apparentemente soffusa, jazz oriented, lascia trasparire un andamento guidato dalle corde basse della chitarra che ridà qualità ritmica al cantato. La bossa -letteralmente bozzo, bernoccolo- si distingue anche per un certo intellettualismo, testi raffinati a cui concorrono anche poeti, che la portano a essere apprezzata soprattutto dalla borghesia, anche se poi con il grande successo e le contaminazioni, verrà il consenso popolare prima destinato solo al samba. La nuova onda ha un incredibile successo, i suoi interpreti duettano con star del calibro di Frank Sinatra e Stan Getz, diventano essi stessi star e come inevitabile lentamente l’aura di novità viene a scemare. Inoltre stanno cambiando i tempi, stanno abbruttendosi, incupendosi.
Il colpo di stato del 1964 e quello del 1968 portano il Brasile alla dittatura e parallelamente a un radicalizzarsi del mondo giovanile ispirato dai contemporanei movimenti giovanili mondiali. Anche la musica si inserisce in questo flusso e il risultato è un nuovo impatto sonoro di cui Caetano Veloso è uno degli alfieri. Si tratta del Tropicalismo che vede attorno a Veloso, il più introverso del gruppo, Gal Costa, Tom Ze, Gilberto Gil, Joerge Ben, gli Os Mutantes e tanti altri. Samba e bossa nova  entrarono nel frullatore rielaborati, rivisti in una specie di cannibalismo culturale che si rifà al “Manifesto Antropófago” creato dal poeta Oswald de Andrade nel 1928.
Il primo evidente discrimine è il ruolo dato all’elettrificazione degli strumenti; la bossa era assolutamente acustica, ma, anche se in modo obliquo, una riaffermazione delle rad ...[continua]

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