Jamila Hassoune, fondatrice del Club du Livre et de Lecture, e, con Fatema Mernissi, della Carovana Civica, ha condotto varie ricerche sui giovani e internet, e sui relativi cambiamenti del costume. Vive a Marrakech dove fa la libraia.

La mia famiglia è originaria di un paesino del Sud del Marocco, vicino al confine con l’Algeria. I miei genitori sono arrivati a Marrakech giusto due mesi prima che io nascessi. Arrivati qui non se ne sono più voluti andare. Marrakech, per quanto anche negli ultimi rapporti continui a risultare la città più povera, è un bel posto dove vivere.
A volte penso che questo mio desiderio di riscatto, per me e per la gente nata con meno possibilità, venga da lì. Nel paesino dei miei genitori i libri erano “rari come la pioggia”. La mia poi è una famiglia conservatrice. Infatti da adolescente non uscivo, non andavo nei locali. Però nella casa della mia infanzia c’era qualcosa di buono: la biblioteca. Avevamo molti libri. E io passavo tutto il mio tempo a leggere. Così, pur non potendo muovermi, ho presto maturato uno spirito libero. Anche se non sono andata all’università ho acquisito un bagaglio culturale di tutto rispetto, i libri sono stati la mia scuola, infatti anche da ragazzina ero sempre “più avanti” rispetto ai miei compagni, alle mie compagne e alla mia famiglia, perché già a 12, a 14 anni leggevo molte cose, anche libri importanti, ho letto Simone de Beauvoir che ero poco più di una bambina. Insomma non uscivo, non avevo grandi opportunità di distrazione; e però avevo tanti libri a casa.
Nel 1975, mio padre, che faceva l’insegnante, è diventato libraio. Così quando sono diventata grande, data anche la disoccupazione, la difficoltà di trovare un lavoro, si è pensato che io avrei potuto dirigere un’altra libreria.

Nel 1994 ho cominciato con un mio negozio di libri nella zona dell’Università di Marrakech. Il primo anno è stato molto difficile vendere libri così ho cominciato a chiedermi perché gli studenti non venissero in libreria. E’ stato parlando con alcuni giovani arrivati dalla campagna o dal deserto -la maggior parte degli studenti che vanno all’Università a Marrakesh vengono da lì- che ho capito che oltre al problema economico (non hanno soldi, ma davvero) scontano anche un gap culturale, nel senso che anche se hanno un diploma, non hanno una grande cultura. Del resto nei loro piccoli paesi non ci sono librerie e il sistema dell’istruzione è molto carente.
Di qui l’idea: come far arrivare i libri in queste campagne? Come aiutare questi giovani, come dare loro le stesse opportunità dei giovani di città?
I libri sono facili da portare in giro, basto io con la mia macchina. Così ho iniziato a organizzarmi e nel 1996 ho fatto tre viaggi in un mese. Ho iniziato con le scuole, superiori ed elementari. Ho fatto delle esposizioni e con l’occasione ho discusso con i giovani. Nel 1999 ho condotto un’inchiesta su 1000 giovani: che genere di libri vogliono leggere. Io penso che offrire l’opportunità di informarsi, di pensare, di discutere, confrontarsi abbia a che fare con la cittadinanza. Considero il lavoro che ho svolto durante questi anni un tentativo di democratizzare la conoscenza.

Due anni fa ho iniziato a interessarmi di internet. Ovviamente gli studenti, i giovani non hanno soldi per comprarsi il computer, ma ci sono i cyber-café, che si stanno rivelando un fenomeno straordinario. Ci sono cyber-café vicino alla libreria, vicino all’università e tutti questi giovani, ragazzi e ragazze, stanno in questi posti anche fino alle undici di sera, che è molto tardi, soprattutto per le ragazze. Le famiglie che non lasciano le figlie andare in un locale la sera, permettono però loro di fermarsi fino a tardi in un internet cafè. Ho così scoperto che questi luoghi sono anche un piccolo laboratorio di relazioni nuove e diverse, soprattutto tra ragazzi e ragazze. Se fuori prevalgono ancora varie forme di discriminazione, dovute alla sanzione sociale, ma soprattutto all’educazione che i maschi ricevono dalle loro madri, negli internet café ragazzi e ragazze si trattano alla pari, davanti a quello schermo sono uguali, si aiutano. Del resto è andata così anche nella mia famiglia: io so lavare, so cucinare, so fare un po’ tutto, mi piace anche. Mio fratello invece non fa niente, nessuno gliel’ha mai chiesto. Quando un uomo e una donna si sposano, l’uomo si aspetta ancora di aver trovato una donna che si occupi della casa. Quindi che si sia creata una ...[continua]

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