Enrico Colajanni è presidente dell’associazione antiracket "Libera Futuro”.

Com’è avvenuto il tuo incontro con Addiopizzo?
Io non ho partecipato alla fondazione dell’associazione, sono di un’altra generazione. Dopo un lungo periodo fuori Palermo, 10 anni in Toscana, al mio ritorno ho iniziato a occuparmi di questioni ambientali, sono un ciclista, uno dei pochi a Palermo. Ho creato un’associazione di ciclisti urbani, abbiamo protestato per le piste ciclabili, per la qualità dell’aria. Sono stati quattro anni di lotte e di sconfitte cocenti, però nell’ambito di questa esperienza sono entrato in contatto con i giovani di Addiopizzo.
L’ho trovata subito una realtà interessantissima e imprevista. Forse un analista attento avrebbe potuto immaginare che stava avvenendo qualcosa a livello generazionale. Certo nessuno si aspettava che Palermo sarebbe passata da ultima a prima nella lotta alla mafia.
I ragazzi di Addiopizzo all’epoca avevano tutti sui 25-30 anni, stavano completando gli studi e iniziavano le prime attività lavorative. Durante il periodo di Libero Grassi e delle stragi, erano degli adolescenti. Purtroppo allora non ci fu una reazione della società palermitana, abbiamo dovuto aspettare appunto una nuova generazione. Libero Grassi era un intellettuale, un imprenditore ed era isolatissimo.
Ora, questo gruppo di ragazzi uscì con un’idea interessante e semplicissima, originale, che ha dato vita a un’esperienza che dura nel tempo -che è un altro elemento, secondo me, straordinario, perché qua le lotte, storicamente, durano un attimo. Quella di Addiopizzo sembra quasi una lotta nordeuropea, perché si fonda sul consumo critico che, se vuoi, è una cosa un po’ da svizzeri: il consumatore critico è uno che quotidianamente è attento a dove fa i suoi acquisti… Insomma una cosa anche faticosa e che rende poco dal punto di vista mediatico.
Questo movimento mi ha subito affascinato, interessato, mi è sembrato concreto. Ovviamente all’inizio non è stato facile, perché era un movimento naif, iperdemocratico, con un regime assembleare defatigante, riunioni infinite, per scrivere un documento ci volevano settimane… Però anche sull’onda, evidentemente, di una forza, di una spinta che c’era nella società, siamo andati avanti, lentamente e però inesorabili.
Tu oggi ti occupi specificamente di Libero Futuro, l’associazione antiracket nata collateralmente a Addiopizzo. Puoi raccontare?
Uno degli obiettivi primari di Addiopizzo era convincere gli imprenditori a cominciare a denunciare, facendo nascere un’associazione antiracket. All’inizio, gli imprenditori erano, si può dire, un miraggio. C’erano questi sette ragazzi, laureati e laureandi, che parlavano delle imprese, ma in realtà sapendone poco. Quando gli imprenditori arrivarono, infatti, noi non sapevamo cosa fare. Addiopizzo non aveva il know how e poi non pensavamo di dover intervenire noi stessi, pensavamo che altri avrebbero fatto questo lavoro. Allora chiamavamo Tano Grasso, che veniva da Napoli, e li curava lui, perché c’è una tecnica, bisogna sapere come ottenere la fiducia della vittima, come risolvere alcuni problemi con le forze dell’ordine, insomma è un lavoro specifico. Dopo un po’ di tempo però io dissi a Tano: "Qua associazioni antiracket non ne nascono, chi lo deve fare ’sto lavoro?” e lui rispose, molto francamente: "O lo fate voi, o non lo fa nessuno”. "Voi” in qualche modo ero io, perché ero quello che si era occupato di più degli imprenditori, nella lista del consumo critico, forse per ragioni anagrafiche, non lo so.
Così mi spiegò come dovevo fare e mi chiese un impegno preventivo per la presidenza dell’associazione antiracket, nel caso non si fosse prestato nessun altro. Non si poteva infatti rischiare il fallimento. Io accettai e cominciai ad organizzare queste riunioni in cui si parlava di tutto, incontri intensi, perché c’era anche l’esigenza di creare un gruppo coeso, di persone che si fidano, che si conoscono bene, eccetera eccetera.
A quel punto abbiamo cominciato a stabilire rapporti con le forze dell’ordine, sono venuti magistrati, poliziotti, carabinieri, Guardia di Finanza, Prefettura, e con ognuno di loro c’è stato uno scambio, la conoscenza reciproca, un lavoro lunghissimo. Dopo il caso di Guajana e dell’arresto di Lo Piccolo, abbiamo un po’ accelerato rispetto ai tempi che aveva dato Tano, e a novembre 2007 abbiamo presentato al pubblico l’associazione. Tano voleva fare la presentazione in prefettura, in una sala di soli 100 posti. Noi invece abbiamo avuto l’idea di farla al teatro Biondo, dove tre anni prima c’era stato un convegno disastroso. La vicenda era passata su tutti i telegiornali: c’erano stati più relatori che pubblico! Si erano alternati tutto il giorno relatori su relatori, fior di magistrati, ma pubblico zero. Insomma una figuraccia.
La scelta di quella sede era dunque motivata dal desiderio di un riscatto e in effetti questa volta la sala era piena ed è successo di tutto, anche colpi di scena. Compresa la ragazza che lasciò tra i banchi una lettera anonima in cui diceva: "Mio padre paga… è una persona onesta, però bisogna aiutarlo”. Si trattava di un imprenditore del settore dell’edilizia, una storia tormentata. Lui ancora oggi -l’abbiamo conosciuto- sospetta che sia stata la figlia, ma non ne è sicuro, lei non gliel’ha mai confessato, né noi gliel’abbiamo mai detto, per cui una storia così romanzata...
Come inizio fu veramente fortissimo!
Tu sostieni che in qualche modo il successo di Addiopizzo e di Libero Futuro è legato al fatto che i tempi erano maturi…
Io credo che la straordinaria forza politica, mediatica, che ha avuto Addiopizzo, in verità corrispondesse a un sentimento diffuso nella società. Questo percorso, per quanto faticoso e lento, si è sviluppato ed è stato accompagnato da un clamore mediatico enorme, persino sproporzionato. Magari, assistendo a una riunione di Addiopizzo avresti pensato: "Vabbé, sono quattro ragazzini”, però l’immagine all’esterno era stupefacente.
Prima era tutta un’altra musica. Adesso c’è Addiopizzo, tu prendi le intercettazioni di mafiosi che si lamentano: "E basta con ‘sto pizzo, non se ne può più! E’ diventato un problema, la gente non vuole pagare…”. O il boss che dice all’altro mafioso, sempre in un’intercettazione: "Glielo leggi negli occhi dei cristiani, che vogliono fare gli sbirri”, cioè che non vogliono pagare e vogliono denunciare.
Questo gruppo di ragazzi abbastanza geniali in qualche modo ha espresso un’energia che era nella società.
Quando uscì lo slogan "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, eravamo davvero tutti convinti che Palermo fosse una città inerte, smidollata. A distanza di quattro anni l’atmosfera è proprio cambiata. Lo vediamo non solo nell’atteggiamento degli imprenditori, ma anche dalla considerazione che abbiamo presso gli uomini dello Stato. Anche loro effettivamente si sentivano soli, isolati, rispetto alla società. Il fatto di trovare un movimento di giovani, e numerosi imprenditori che oggi si affidano, si mettono nelle mani dei poliziotti, dei magistrati, che vanno nelle aule dei tribunali, che collaborano… Beh, neanche loro se l’aspettavano, non speravano tanto.
La presa di posizione di Confindustria è stata molto importante.
E’ stato l’evento più inatteso. Per me è una cosa di un’importanza clamorosa. Noi oggi siamo a fianco di un centinaio di imprenditori che più o meno rischiano, ne abbiamo una decina sotto scorta, ce ne sono altri che ogni settimana vanno in tribunale. Io sento una grande responsabilità per la sicurezza di queste persone. Perciò quando vedo uno come Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, che prende una posizione così forte contro il pizzo, sostenuto da Confindustria nazionale, in qualche modo mi rincuoro, e mi sento anche alleggerito.
Recentemente c’è stata anche un’importante dichiarazione del presidente dell’Ordine degli ingegneri nazionale.
Noi in questi ultimi anni abbiamo aperto una polemica con gli ordini professionali. Faccio una premessa: i professionisti sono la nostra classe dirigente, quasi più dei politici, perché hanno le mani in pasta ovunque: nulla si muove senza gli avvocati, i commercialisti, gli ingegneri… Allora, fatte le debite distinzioni, è chiaro che il gotha di queste categorie professionali non può chiamarsi fuori mentre qui a Palermo si conduce una lotta di questo tipo. Io dico: le imprese si stanno affrancando, e voi che fate? Abbiamo ancora avvocati che non solo non aiutano, ma addirittura consigliano male gli assistiti, dicono loro di non andare a denunciare. Spesso solo per una questione di interesse, perché un imprenditore che denuncia diventa una vittima, però è perso come cliente. L’imprenditore che invece resiste, nega, e magari si fa imputare per favoreggiamento, diventa un cliente. Ora, anche a questo livello qualcosa si sta muovendo, ma molto lentamente perciò non bisogna farsi troppe illusioni.
Ancora oggi la politica, le associazioni di categoria (a parte Confindustria) gli enti, le Usl e in generale la Sanità, il mondo della scuola, i centri di spesa, latitano… Però il percorso è cominciato e la direzione è quella giusta.
Come pesa la mafia sull’economia locale?
Le storie sono tante. Ci sono imprenditori che vogliono smettere l’attività perché non ne possono più, altri che non sono cresciuti perché avevano paura di diventare troppo visibili, troppo appetibili... sono dei classici.
La presenza mafiosa è un grande depressore nell’economia. Soprattutto nelle aree in cui è diventata pervasiva, perché ha un obiettivo preciso: piegare le regole del mercato alla sua volontà, e imporre le proprie imprese. In breve, vuole diventare padrona del mercato.
Una zona classica, che anche grazie a Lo Bello e a noi si sta liberando è, per esempio, l’area industriale di Carini, dove i Pipitone hanno un patrimonio immobiliare spaventoso, ormai sono tutti in galera, molti beni sono stati confiscati, eccetera. Lì c’era qualcuno che il pizzo manco lo pagava più, perché pagava tutto il resto: se dovevi chiamare un elettricista o assumere una persona, dovevi rivolgerti a loro, se dovevi fare un trasporto, se dovevi fare degli scavi c’erano le loro imprese, se dovevi costruire, se dovevi fare la compravendita di un terreno, loro erano i mediatori. Facevano pure la fattura, il famoso "pizzo con la fattura”! Perché possedendo tutte le imprese non avevi neanche il fastidio di fare del nero. Ripeto, la loro aspirazione è dominare il mercato.
In certe zone di campagna è pure peggio perché possono controllare anche la fase della commercializzazione. Magari nella zona di Carini resta difficile che la mafia si intrometta negli affari che vengono fatti con le Ferrovie dello Stato, con l’Ansaldo, non può imporre gli ingegneri, allora lì te la cavi magari col pizzo. Ma con un’impresa dell’agroalimentare, può infiltrarsi anche nella commercializzazione. Come noto, ha investito moltissimo nella rete della distribuzione commerciale, nei grandi supermercati, perciò in alcune situazioni possono controllare tutta la filiera, così l’imprenditore è nelle loro mani: gli dicono cosa comprare, a chi vendere, chi assumere, non è più padrone della sua azienda.
Comunque oggi se vai a Carini, gli imprenditori che sono lì da 40 anni ti raccontano che non si vedono più in giro. Prima li trovavi nei bar, per strada, negli angoli, nei crocicchi, entravano e uscivano dalle aziende, loro e i loro amici. Ora un po’ li hanno sbattuti in galera, gli altri se ne stanno ben nascosti.
I pesi della bilancia si stanno spostando, la gente comincia a percepire che la mafia non è onnipotente, che lo Stato esiste, che chi ha denunciato magari è finito sotto scorta, però vive e lavora tranquillamente e ha mandato in galera sei persone. (E’ una storia vera, uno dei nostri migliori collaboratori ha mandato in galera sei persone. E’ rinato, risparmia ventimila euro, ma soprattutto è ritornato proprietario della sua azienda).
Il vero miracolo compiuto da Addiopizzo forse è il fatto di essere riuscito a innescare un meccanismo di fiducia. Anni fa casomai arrestavano Riina con altri trenta, quaranta, ma non succedeva quello che succede adesso. Oggi la gente comincia a percepire che si può uscire da questo gorgo, forse questa prassi è diventata insopportabile, magari è anche un fatto generazionale, chissà.
Certo la percezione è cambiata, c’è la paura del pubblico ludibrio, della vergogna, alcuni temono eventuali problemi con i clienti. Quello che dicono i mafiosi intercettati è verissimo: glielo leggi negli occhi agli imprenditori che non ne possono più, e che perciò sono diventati pericolosi. E più della paura c’è la rabbia.
Voi assistete oramai più di 100 imprenditori. Come avviene l’aggancio? In che situazione si trovano quando arrivano da voi?
Un imprenditore che denuncia si presenta con un carico di problemi enorme, a cominciare dalle banche, e tu devi intervenire subito. Per noi è strategico che l’imprenditore non debba fallire, altrimenti la percezione che se ne ricava è quella della sconfitta. E questo avrebbe un effetto disastroso. Per questo chi viene danneggiato dalla mafia va rimesso in piedi immediatamente.
Il caso di Guajana è stato un miracolo a Palermo: distrutto a fine luglio, a dicembre era già tornato a lavorare. Ma è stata dura: abbiamo dovuto trovare un nuovo sito, tra l’altro dismesso da vent’anni, lui poi ha fatto quattro passaggi di proprietà… Lì era stato Lo Piccolo che poco prima che l’arrestassero aveva pensato di fare un atto terroristico vecchia maniera, molto eclatante. Quando sono usciti i pizzini si è capito: avevano scelto uno degli imprenditori più fastidiosi, uno che proprio non pagava, e a loro avviso anche arrogante, che li mandava più o meno direttamente a quel paese, aveva messo dei filtri, dei vetri, buttava fuori tutti, non trattava con nessuno, aveva denunciato subito l’attak, la classica azione terroristica, così mentre la città si stava svuotando hanno deciso di fare questo grande incendio, che invece è stata la loro rovina.
Ci ha aiutato persino Cuffaro, perché, al di là delle buone intenzioni, era in attesa di una sentenza, per cui ha fatto di tutto, questo posso dirlo, perché questo problema si risolvesse.
Lì, come dicevo, bisognava trovare un nuovo sito, perché per ristrutturare quello in cui lavorava (che era già bruciato due volte) ci sarebbero voluti mesi e mesi. Guajana non poteva sospendere, perché fa il grossista, sarebbe stato immediatamente rimpiazzato da altri. Insomma ha stretto i denti, ha continuato a fare un po’ di attività nel mezzo capannone non bruciato, magari in perdita, giusto per mantenere un minimo di rapporto con i clienti, ma alla fine, per assurdo, si è trovato con un capannone tre volte più grande -prima non aveva neanche spazio per l’auto, adesso ha un ettaro di terreno intorno- quasi un colpo di fortuna, da un certo punto di vista. Un risultato importantissimo per la città. E un avvertimento per i mafiosi: devono sapere che se distruggono un’impresa, la si ricostruisce subito. Molti commercianti l’hanno subito percepito: "Che mi possono fare? Al massimo bruciano, e va beh, pazienza...”.
Ma il ricatto di colpire i familiari?
E’ la paura di tutti, in realtà non è proprio nelle cose. Pensa che le persone più scortate al mondo hanno i figli che vanno a scuola con le loro gambe. La mafia non lo farebbe mai, non colpirebbe mai un familiare inerme, sarebbe impopolarissimo, ingestibile, insostenibile...
Ovviamente i mafiosi fanno la minaccia, ma non darebbero mai seguito. Ecco, una volta che entriamo in rapporto con un imprenditore, noi dobbiamo piano piano smontare anche queste paure.
Poi ci sono delle dinamiche classiche. Un po’ come l’usurato, al quale tu consigli di denunciare: "Aspetta, oggi voglio parlargli l’ultima volta, gli voglio dire: o la piantiamo qua, o io faccio una fesseria”, quasi l’ultimo avvertimento. Tu ribatti: "Ma perché hai questo scrupolo, ma ti rendi conto di qual è la sua mentalità?”. Anche di fronte all’idea di apporre l’adesivo di Addiopizzo sulle vetrine, la gente ci rispondeva: "Ma perché devo svegliare il can che dorme? A me non l’hanno mai chiesto”, Allora tu gli spieghi che così in realtà fai una cortesia al mafioso. Perché se gli dici preventivamente di non venire, non è che si offende, capisce che lì c’è un potenziale sbirro, gli semplifichi il lavoro, gli diminuisci i rischi. Loro vogliono i soldi, non ne fanno una questione di principio.
Ci sono molti commercianti palermitani, con una sorta di mentalità paramafiosa, oso dire, che dicono: "Io non denuncio, io non voglio avere a che fare con Addiopizzo, perché Addiopizzo vuol dire visibilità. Se viene, ci parlo io col mafioso” e al mafioso dicono: "Io non ti denuncio, però non ti pago”.
Al che noi ribattiamo: "Tu sei uno scemo, perché tu fai un discorso d’onore al mafioso, al quale non gliene frega niente del tuo onore. Lui capisce solo che non lo denunci, ma non per una questione di onore, bensì perché hai paura delle conseguenze”.
Infatti il consiglio che noi diamo agli imprenditori, che per esempio ricevono l’attak, è di chiamare subito la polizia, perché se il mafioso si accorge che fai finta di nulla, ritorna e ti dice: "Forse non hai capito, devi cercare gli amici, devi cercare di metterti a posto”.
Cos’è l’attak?
L’attak è la colla nella serratura. Una delle massime intimidazioni che fa la mafia a Palermo. Questo per dire che sono anche geniali. Arrivano la notte, e ti mettono un po’ di colla nella serratura, tu vai per aprire la mattina e capisci. A quel punto devi metterti in moto fino a che non trovi quello che ti si propone come intermediario (per poi scoprire che è proprio lui l’estorsore). Questi ti dirà continuamente: "Ora vedo cosa posso fare”, poi: "Ora ci vogliono diecimila euro, lei poi però non avrà più problemi”, "Ma io diecimila... al massimo cinquemila...” "Ora ci parlo…” poi torna: "No, non c’è niente da fare, glieli devi dare...”, e l’estorsore è lui!
Comunque anche tra i mafiosi vigono modalità e temperamenti diversi. Uno dei mafiosi che ha fatto più danno a Lo Piccolo è un certo Ciaramitaro, che faceva azioni eclatanti, dava botte a tutti, svuotava i cantieri, diceva: "Adesso tutti a casa, oggi non lavora nessuno”. A quanto pare, è stato seguendo lui, che aveva fatto tanto rumore in giro, che sono arrivati a Franzese, e poi a Lo Piccolo, eccetera eccetera... Uno sbruffone di troppo può fare anche molto danno.
In tutto questo tu denunci una grave assenza della politica.
La politica è messa malissimo. Non parliamo di Cuffaro, non parliamo di certi nostri senatori, Cintola, Vizzini, che quando si vedono persi è la volta che tentano di accreditarsi come antimafiosi. Cose che scoraggiano moltissimo. L’incapacità di incidere a questo livello è davvero frustrante. Anche per questo l’iniziativa di Confindustria ci dà un’enorme consolazione, perché quello comunque è un nucleo di imprenditori importanti, che hanno potere.
Forse questa classe imprenditoriale, questo gruppo di imprenditori illuminati si sono infine resi conto che qui è un disastro. La Sicilia è seriamente nei guai: tra un po’ ci troveremo a contendere i finanziamenti europei alla Bulgaria e alla Romania.
E pensare che siamo al centro del Mediterraneo, con enormi potenzialità, in un luogo amatissimo nel mondo, siamo strategici per tanti versi, e siamo a zero dal punto di vista delle infrastrutture, ci facciamo pigliare per il culo con il ponte, quando ci mancano i tubi dell’acqua...
Ed è un divario che cresce a livello esponenziale. L’Italia non lo può reggere, non c’è un paese che lo possa reggere. Io dico che per certi versi Bossi ha anche ragione, cioè tu non puoi reggere un paese dove il reddito pro capite al Nord è tra i più alti d’Europa e il Sud è una delle zone più povere, e siamo sulla stessa barca.
Le distanze aumentano e noi ormai siamo cronici, non abbiamo gli anticorpi. Purtroppo sconforta anche scoprire che la "fame” qui è tanta: per cento euro le famiglie sono disposte a tutto; per questo la compravendita dei voti continua a dilagare; la mafia compra voti a 30 euro. Il dato allarmante in realtà è la "domanda”, quasi più dell’offerta. Per questo sosteniamo che il cambiamento deve passare anche da lì, non si può favoleggiare un cambiamento delle istituzioni: questa classe politica è anche un po’ lo specchio nostro.
Ecco, nel suo piccolo, Addiopizzo sta cercando di introdurre una rivoluzione culturale.
Il punto è quanto profondo e vasto dovrà essere questo cambiamento e che tempi ci vogliono, perché io, dal punto di vista economico, la situazione la vedo drammatica. Le condizioni delle città sono spaventose, gli enti sono tutti in crisi, non c’è un euro dall’estero che venga investito qui.
Una delle mie aspirazioni più grandi è che le imprese diventino protagoniste del nostro movimento. Fino ad oggi gli imprenditori sono rimasti un po’ chiusi nel ruolo di assistiti; in generale prevale un atteggiamento passivo, per cui mettono la vetrofania e la cosa muore lì. Ma le imprese potrebbero assumere un ruolo importantissimo, cruciale. Un imprenditore che deve denunciare il pizzo, che ha un problema con l’estorsore, parla molto più volentieri con un collega. Gli imprenditori che collaborano sono diventati dei terminali fondamentali, una risorsa strategica.
Ma allora perché non puntare più in alto? Tra i nostri associati ci sono produttori agroalimentari, di formaggi, di vino, di generi biologici, che hanno prodotti buonissimi. Se si mettessero insieme e facessero un paniere di prodotti tipici ottimi, magari biologici, e pure "etici”, nel senso di Pizzo free, non potrebbe essere un prodotto vincente, anche dal punto di vista commerciale?
Un altro tentativo che stiamo facendo è quello di creare una rete nel settore turistico, in modo da organizzare dei pacchetti, dei percorsi turistici, una sorta di Addiopizzo Travel. Potrebbe essere un’operazione di marketing fortissima. Dobbiamo riconquistare alla legalità pezzi di economia. Per il momento siamo ancora al livello simbolico, perché 400 imprese non sono poche ma non sono neanche tante.
Addiopizzo ha introdotto un salto rispetto alle associazioni antiracket. Puoi spiegare?
Noi ci siamo occupati di pizzo perché era l’unico modo per parlare ai consumatori e alla gente. Se chiedi a un consumatore: "Anche tu paghi il pizzo?”, ti risponderà: "No, io non lo pago”, "Invece, tu lo paghi, perché compri da quel commerciante, pur sapendo che è uno che paga, che casomai è stato condannato per favoreggiamento, invece di andare dall’altro, che è un poveraccio, che ha denunciato e magari rischia di chiudere”. Quello slogan -"un intero popolo che paga il pizzo...”- anche se non si era capito subito, era rivolto a tutti, anche ai consumatori.
Addiopizzo ha insomma introdotto una differenziazione tra chi paga e chi non paga, non tanto per boicottare gli uni (boicottare è complicato, non sono tutti uguali, ci sono alcune vere vittime), ma sicuramente per solidarizzare con quelli che si sono in qualche modo distinti. Io credo che questo sia lecito: è un mio diritto andare da uno che non mi fa pagare il pizzo, e anche un mio dovere solidarizzare con lui.
Questa è una distinzione che le associazioni antiracket non avevano mai promosso. Fino ad allora avevano sempre fatto un’azione di difesa dell’imprenditore che denunciava, ma senza spingersi oltre. Succede ancora che le associazioni di categoria ti trovino l’avvocato, magari ti aiutino, intervengano con le banche in tuo soccorso, con la postilla: "Però non mi chiedere di fare, all’interno dell’associazione, una differenza tra te e gli altri”.
Ecco, Addiopizzo, distinguendo tra chi paga e chi non paga, ha introdotto un elemento ulteriore, che può diventare dirompente, perché se riusciamo a farlo passare in tutte le associazioni antiracket italiane, allora la faccenda del consumo critico diventa interessante. Tano Grasso a Napoli l’ha fatto, lì c’è un’altra lista dove ci sono attualmente 200 imprese. Ma non basta: devono nascerne a Lamezia, a Catania, a Gela… Se cominci a fare una rete di mille, duemila imprese del Sud, diventa una bella massa critica. Fare rete è decisivo. In fondo è anche ciò che fanno i mafiosi: per proteggersi ti costringono ad andare da quello, ad assumere quell’altro, a comprare da quell’altro ancora…
Addiopizzo ha lavorato molto anche nelle scuole, con effetti sorprendenti…
Ci sono degli imprenditori che sono venuti dicendo che non potevano reggere la pressione dei figli. Molti genitori funzionano a compartimenti stagni, per cui, a prescindere da come si comportano, educano i figli in un certo modo: bisogna essere bravi, bisogna rispettare la legge, la legalità… Poi un giorno il ragazzino torna a casa: "Ah, sai, babbo, sono venuti a scuola quelli di Addiopizzo, bellissima cosa, ma tu non è che per caso... a te te l’hanno mai chiesto? Hai mai pagato il pizzo?” e il genitore comincia a sudare freddo.
Alcuni sono venuti proprio pensando ai figli. Non a caso per molti la cosa più difficile è quella di dover raccontare tutto ai familiari. Noi li rincuoriamo: "Guarda, non ti preoccupare, anche il figlio più severo ti dirà: bravo babbo, perché capisce che hai avuto una debolezza, che è umana, che è comprensibile”. Ma alcuni hanno davvero paura della reazione dei figli perché hanno mentito spudoratamente fino al giorno prima. Noi li rassicuriamo: "Spiega alla famiglia che tu l’hai fatto anche per la loro sicurezza”, che poi è vero.
Questo aspetto psicologico è molto interessante. Il lavoro, enorme, svolto nelle scuole, è stato dirompente. Puoi immaginare: alcuni ragazzini per esempio hanno sottoposto i commercianti a un questionario, per cui entravano nei negozi e davanti ai clienti: "Senta, stiamo facendo un’indagine, abbiamo un questionario: lei ha mai pagato il pizzo? Le è stato mai chiesto?”. La gente era presa dal panico!