Giovanni Damiani, biologo esperto in ecologia ambientale, già direttore dell’Anpa, Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, attualmente lavora all’Arta-Abruzzo.

Pur avendo fatto campagna per il sì, tu avanzi delle riserve sul contenuto dei quesiti relativi all’acqua.
Intanto sgombriamo il campo da un equivoco: l’acqua in Italia è ed è sempre stata pubblica. In questo paese non esiste acqua privata. Tutte le leggi, dal regio decreto del ‘27 a oggi, sanciscono che l’acqua è pubblica. Le infrastrutture che riguardano la captazione, l’adduzione, la rete di distribuzione, la fognatura di raccolta delle acque usate e la depurazione, e che costituiscono il cosiddetto ciclo idrico integrato, sono anch’esse pubbliche. Ai recenti referendum noi quindi siamo andati a votare non per l’acqua pubblica, ma per la "gestione” del servizio idrico integrato, che il referendum, con la vittoria del sì, ha ricondotto completamente al pubblico. Inoltre siamo stati chiamati a esprimerci sulla tariffa. Nello specifico, con il referendum si è abrogata quella parte della legge che prevedeva che l’investitore privato dovesse guadagnarci, trarci profitto. Per quanto mi riguarda, io non solo ho votato sì, mi sono anche mobilitato, rendendomi però subito conto che i quesiti referendari affrontavano il tema dell’acqua in maniera limitata e parziale e soprattutto in termini che non considerano in alcun modo né l’ecologia né i punti che riguardano la crisi dell’acqua nella nostra epoca e che vanno affrontati urgentemente. Io personalmente sono per una gestione pubblica, ma -preciso subito- non di questo pubblico. Bisogna infatti subito chiarire che oggi in Italia "gestione pubblica” è sinonimo di gestione in mano ai partiti. È scandaloso il livello di aggressione e pervasività dei partiti all’interno di organismi come gli Enti acquedottistici (ma anche quelli che si occupano del ciclo dei rifiuti, o dell’amministrazione di Parchi) che, anziché essere gestiti da persone competenti, ingegneri che hanno studiato, che conoscono l’argomento, esperti appassionati e cultori della materia, sono in mano a funzionari di partito da ricollocare o da "pensionati” della politica, del sindacato, della Lega delle cooperative, per quanto riguarda la sinistra, e pensionati o incompetenti di altro tipo per la destra. Va pertanto detto in maniera molto chiara che noi registriamo episodi di pessima -o addirittura tragica- gestione sia nel pubblico che nel privato. Per esempio, qui in Abruzzo, dove la gestione è in mano ai partiti in maniera molto salda, almeno 300.000 persone nell’area metropolitana Chieti-Pescara hanno bevuto per oltre dieci anni acqua con contaminanti chimici. Contaminanti che vengono da discariche abusive, scoperte nel 2007 nell’area di Bussi sul Tirino, dove c’è un polo chimico da oltre un secolo. Il "pubblico” che gestisce l’acqua se n’era accorto, ma dato che attraverso le diluizioni rientravano nei limiti fissati dalla legge, hanno continuato a propinarci quell’acqua. Ora, è vero che i valori erano entro la soglia della potabilità, però potevano darci acque pure, invece hanno preferito darci acque contaminate. Senza dirci niente per dodici anni. Probabilmente un privato sarebbe stato cacciato a pedate. Invece nel pubblico sono tutti inamovibili. Per questo dico che sono per la gestione pubblica dell’acqua ma non per questo pubblico qui. Tra l’altro, mi stupisce che non si parli abbastanza dell’unica vera privatizzazione che io conosca, che è il business delle acque minerali. Pagano cifre irrisorie di concessione, prendono le sorgenti più pregiate e, senza criterio, si mettono a vendere acque del Sud al Nord, acque delle Alpi in Sicilia... Senza logica e con sperpero di energia e produzione di rifiuti inammissibile. Ma il referendum di questo non parla...
Tu dici che bisognerebbe parlare più propriamente di "governo” e non di mera "gestione”...
Io credo ci sia un equivoco terminologico. Quello che occorre, secondo me, è il "governo pubblico” dell’acqua, che è una cosa estremamente diversa dalla gestione.
Laddove ci fosse un governo pubblico molto forte e autorevole, con capacità di fissazione di obiettivi nella gestione e di verifica, alla fine a me non disturberebbe che la gestione fosse in mano anche al privato.
Anche perché se va male, lo cambi. Prova a cambiare il pubblico!
Il governo significa che -a prescindere da chi gestisca- io mi do obiettivi, ad esempio, di lotta alle perdite, di risparmio idrico, di installazione di condutture sicure dal punto di vista igienico-sanitario, per esempio fatte con tubi di acciaio inox...
È stupefacente che noi oggi ci preoccupiamo di acquistare auto con carrozzeria di acciaio perché durano di più e non ci interessiamo che i tubi dell’acqua che ci devono dare da bere per tutta la vita siano di acciaio inox, quindi non attaccabili, e di ottima qualità sanitaria.
Ecco, questi sono problemi che riguardano il governo, che, ripeto, per me deve essere pubblico. Parlare invece della gestione è abbastanza fuorviante: che m’importa chi mette i bulloni alle flange, chi fa le saldature, chi scende i tubi? M’importa che ci siano dei requisiti ecologici e sanitari, sociali e di economicità.
L’enfasi sull’acqua "bene comune” ha messo in ombra problemi cruciali, non ultimo quello della rinnovabilità della risorsa.
Purtroppo c’è molta ideologia dietro queste espressioni: "bene comune”, "comunità” sono tutte parole affascinanti, nobili... basta nominare il "bene comune”: scherzi? chi è che non vuole il bene comune!?
Ora, cosa sono i beni comuni? Sono i beni indispensabili, essenziali, l’aria, l’acqua... infatti si dice che non devono avere padrone. Va benissimo, ma questa è una visione limitata e parziale. Si parla di bene comune "socialmente condiviso”. Bene, io sono convinto che noi possiamo avere un uso delle risorse da beni comuni socialmente condivisi, anzi una gestione "socialista” di questi beni, e perderli ugualmente ammazzando il pianeta. Perché quella di bene comune è una visione antropocentrica che non vede l’intero ciclo.
Io mi occupo di acqua da più di trent’anni e ho capito alcune cose fondamentali. La prima è  che non puoi comprendere, gestire o amministrare l’acqua a pezzetti, a segmenti, devi vedere sempre l’intero ciclo, all’interno del bacino idrografico.
Ecco, questo referendum si è limitato a vedere l’acqua da bere, l’acqua dei rubinetti e chi comanda in quest’ambito. Ma così è rimasto fuori il mondo! Non mi riferisco solo all’uso agricolo, industriale e idro-elettrico dell’acqua, ma anche alla rinnovabilità della risorsa.
La seconda cosa che ho capito è che l’acqua, a differenza delle altre risorse, che sono catalogabili come rinnovabili o esauribili, è al contempo sia rinnovabile che esauribile e, anzi, ha due forme di rinnovabilità e due forme di esaurimento.
C’è infatti una rinnovabilità fisica, per cui quando piove arriva nuova acqua, ma c’è anche una rinnovabilità qualitativa. La rinnovabilità qualitativa riguarda la stessa medesima acqua. Se io avessi la possibilità di seguire un "pacchetto” di acqua inquinata da sostanze biodegradabili, che scorre lungo un fiume, un torrente o un ruscello, la vedrei progressivamente ripulirsi e ritornare addirittura potabile. Chi opera questo miracolo è l’ambiente acquatico, e soprattutto gli organismi che vivono dentro l’acqua.
Il fondo di un fiume, di un torrente, di un ruscello non ha un solo micron quadrato libero dalla colonizzazione della vita: ospita molteplici forme di viventi, da quelli microscopici, batteri, microfunghi, ecc., alle alghe, agli animali visibili a occhio nudo, come gli invertebrati. La gente pensa che nell’acqua ci siano solo i pesci invece c’è una folla incredibile di viventi: ci sono larve di effimere, plecotteri, libellule, tricotteri, organismi che vivono i nove decimi della loro vita in acqua e che hanno come mestiere quello di mangiare e crescere. Poi ci sono un’infinità di organismi a vita acquatica obbligata: vermi, planarie, crostacei di vario tipo ecc.
Tutta questa vita acquatica fa da supporto alla vita acquatica più nota. Parlo dei pesci, degli uccelli, degli anfibi, dei rettili e dei mammiferi. Sostanzialmente il fiume è uno spazio ricco di vita e questa vita "mangia” ciò che porta la corrente ripulendo l’acqua che circola. Ogni corso d’acqua ha un potere autodepurativo sconvolgente, molto più potente dei nostri depuratori tecnologici.
Allora, per preservare il ciclo dell’acqua, bisogna innanzitutto conservare o ripristinare l’integrità dei fiumi e salvaguardare la vita acquatica, da cui dipende la rinnovabilità di questa risorsa. Perché l’acqua non è solo "socialmente condivisa” tra noi umani, ma è ecologicamente condivisa con tutto il tessuto vivente.
Questo è decisivo. Allora, nel momento in cui scateno un discorso sull’acqua e taccio tutto questo, riporto il dibattito a quello di trent’anni fa: socialismo o capitalismo. Un dibattito arretrato di trent’anni, che non tiene neppure in considerazione la grandissima innovazione che ha portato l’Unione europea con la direttiva quadro sulle acque, la 60/2000/CE.
La legge quadro europea sull’acqua è quindi rivoluzionaria, in qualche modo. Che cosa stabilisce?
Per la prima volta l’Unione europea, e la legge italiana di recepimento, ci dice che la qualità dell’acqua (oltre che con le solite analisi chimico-fisiche) va determinata studiando l’abbondanza e lo stato di salute delle popolazioni che vivono nell’acqua. Tu devi quindi verificare lo stato dei popolamenti degli invertebrati acquatici, delle alghe, soprattutto quelle microscopiche come le diatomee, della vegetazione più appariscente, le macrofite, del popolamento ittico e infine lo stato del fiume in termini di morfologia dell’alveo e delle sponde.
 Allora, se io rilevo una popolazione acquatica "giusta”, abbondante, in salute, equilibrata, vuol dire che l’acqua è buona "anche” per gli umani, perché la risorsa rinnova la sua qualità e quindi ho raggiunto uno stato che possiamo definire sostenibile.
Questa concezione confligge completamente con quella precedente. Fino a qualche anno fa nella normativa e nella pianificazione non esisteva "l’acqua”, ma esisteva "l’acqua per”: allora l’acqua per bere deve avere determinati requisiti, l’acqua per le industrie altri, l’acqua per i molluschi altri ancora, e così l’acqua per la balneazione, eccetera. Una visione miope, perché, di nuovo, se non vedi il ciclo nella sua complessità, l’obiettivo di garantire solo un uso ti distrugge la risorsa.
Faccio un esempio concretissimo e paradossale. La legge sulla balneazione vede l’acqua come piscina, quindi tutela il cittadino che va a bagnarsi; questa normativa ci dice che non ci devono essere batteri coliformi, come l’Escherichia Coli, perché così siamo sicuri che non ci siano neanche i patogeni. Alla luce di questa legge, molti comuni avevano preso a buttare ingenti quantità di veleni nell’acqua per ammazzare ogni forma di vita. Irrorando il litorale  con  ipoclorito di sodio, cioè varechina, che è un disinfettante potentissimo, ottengo coliformi zero, trasparenza assoluta (perché uccido persino le micro-alghe in sospensione), quindi il massimo della desiderabilità per la balneazione. Dopodiché vengono gli amici di Legambiente e mi danno pure la bandiera blu. Così però ho assassinato l’intero ecosistema!
In questo caso è evidente come l’obiettivo d’uso confligge totalmente con l’ecologia, con la rinnovabilità della risorsa e anche col buon senso.
L’innovazione che si cerca di far passare con quella direttiva europea -peraltro anticipata e stimolata dalla legge italiana che nel 1999 varò Edo Ronchi- è l’obiettivo della qualità ecologica complessiva, perché solo quella può garantire che l’acqua sia buona per noi, per una molteplicità di usi, e per le generazioni future oltre che per la vita acquatica che ci fa il favore di ripulire le acque da inquinanti.
Io trovo stupefacente che un referendum promosso da sinistra abbia assunto delle posizioni più arretrate di quanto sentenzia l’Unione europea, che non è un campione di ecologismo!
Il guaio è che noi, non solo non stiamo procedendo verso il risanamento, ma stiamo finanziando opere che ci allontano dalle direttive europee. Il mercato della CO2 e dei "certificati verdi” sta portando una collezione di porcherie: impianti di biomassa assolutamente improbabili, centraline idroelettriche in fiumi dove non c’è il salto... Arrivano a fare delle cose sconvolgenti, come sopraelevare i fiumi in pianura, renderli pensili, per ottenere cinque metri di salto per produrre 1,2 megawatt, il nulla. E tutto pagato dal pubblico!
Insomma, è facile prevedere che al 31 dicembre 2015, data entro la quale dovranno essere raggiunti gli obiettivi di "buono stato di qualità” delle acque, come stabiliti dalla direttiva 60/2000/CE, difficilmente scamperemo alle sanzioni dell’Europa.
Tu sei contrario anche alla gratuità dell’acqua, perché?
Perché deve essere gratis? Se posso essere franco, io trovo che sia un’idiozia. Tant’è che molti dicono che il nostro consumo forsennato sia dovuto anche al fatto che non costa niente. In Italia quando una cosa costa poco o niente, diventa res nullius, altro che bene comune!
Faccio un esempio. In Danimarca si registra un consumo di 130 litri d’acqua per abitante al giorno e il loro stile di vita è identico al nostro. Noi però consumiamo 250 litri a testa al giorno.
Allora un sistema tariffario dovrebbe essere di questo tipo: visto che si può vivere benissimo con 130 litri per abitante, io faccio pagare una cifra simbolica a chi consuma 130 litri, tasso con equità i consumi attorno ai 150-160 litri, tasso molto da 160 a 200 litri, e ti rovino se superi i 200 litri. È così che si responsabilizzano i cittadini. Non si può continuare a  trattare l’acqua come se fosse una mamma che tutto dà senza niente chiedere.
E' arrivato il momento di occuparsi della rinnovabilità, dell’uso appropriato, del risparmio, del riciclo, del recupero. Perché in questo paese non si recupera l’acqua piovana? È assurdo.
L’acqua piovana è la più straordinaria e desiderabile per irrigare. La gente è convinta che siccome non ha sali non sia buona, ma le piante non hanno bisogno di sali (se non di pochi nutrienti), si sono evolute sotto l’acqua piovana…  Anzi l’eccesso di sale salinizza i suoli, fa perdere la fertilità.
I nostri vecchi raccoglievano l’acqua piovana e avevano degli orti straordinari.
Dicevi che anche l’esauribilità dell’acqua è duplice: fisica e qualitativa. Puoi spiegare?
L’esauribilità fisica è dovuta, su scala globale, all’avanzare della desertificazione e, da noi, all’eccesso di captazione che sta distruggendo interi ecosistemi. Le più straordinarie sorgenti sono state ormai intubate. è il trionfo della "tubocrazia” (intesa anche come democrazia del tubo). I fiumi di oggi non hanno nulla a che vedere con quelli che si potevano vedere solo trent’anni fa: molto più copiosi, più pieni di vita. D’altra parte, tu capisci che quando il fiume è un depuratore e gli togli l’acqua e l’alveo, e lo riduci a un rigagnolo...
Per spiegare la rinnovabilità qualitativa io uso sempre una metafora. Il reticolo di fiumi e affluenti svolge per il territorio lo stesso ruolo che assolvono i reni per il nostro corpo. I nostri reni ci ripuliscono i fluidi circolanti dalle scorie. Il fiume fa questo: rinnova l’acqua, la ripulisce, rendendola di nuovo buona.
Da qui una prima considerazione sui depuratori. Se i fiumi sono i reni del territorio, i depuratori sono la dialisi. Ora, io non ho mai visto le persone manifestare per andare in dialisi, invece sento sempre: "Vogliamo i depuratori!”. La filosofia andrebbe invece ribaltata: prima garantire che funzionino i reni, quindi rimettere a posto i fiumi e, solo ove occorra, portare il depuratore.
Tra l’altro, i depuratori non vanno sopravvalutati: sono macchine che possono dare una ripulita. Anche qui il termine può ingannare perché depuratore evoca purezza; in realtà  fanno una remediation, una rimediata (gli anglosassoni adottano un linguaggio più preciso), ci mettono una toppa, insomma. La differenza tra un’acqua pura e un’acqua depurata è abissale, incommensurabile.
Dopodiché anche i depuratori -laddove servono- dovrebbero essere studiati, tarati. A questo punto si pone il problema di quale sia la tecnologia migliore, la più sostenibile. Oggi purtroppo si usano solo le più costose -nel pubblico e nel privato- con l’aggravante che spesso non si trovano poi i soldi per manutenerle adeguatamente.
 Invece esistono delle tecniche più soft, o naturali, a bassissimo costo e a impatto ambientale  ridotto, che però vengono osteggiate. Parlo dei percolatori, dalla fitodepurazione, tutte tecnologie ormai acquisite, che vanno benissimo e che però hanno il difetto di costare poco, soprattutto nella gestione, e quindi il mondo dell’industria non le propone e i sindaci nemmeno, un po’ per ignoranza un po’ perché pensano che se spendono molto sono grandi sindaci sennò sono dei poveretti.
 Allora, per concludere, io credo che il referendum sull’acqua in realtà cominci oggi, perché bisogna rimettere mano a tutto. Così non si può andare avanti. E la prima cosa, torno a ripeterlo, è impedire che i partiti occupino questi posti, che vanno destinati a persone che ci capiscono. Al vertice delle agenzie dell’ambiente non si può continuare a mettere dei politici trombati.
Io penso che sia questa l’origine del degrado dell’Italia e del debito. Dire che il debito deriva dagli stipendi alti dei parlamentari è pura demagogia. È la democrazia che non funziona che costa di più!
È stato fatto notare che per rimettere mano ai servizi idrici servono molti soldi. Le stime parlano di qualche decina di miliardi. La dimensione è insomma industriale. Come può un piccolo comune trovare risorse di questa entità?
È un’obiezione che può essere fondata. Gli undici acquedotti oramai leggendari dell’antica Roma sono stati fatti con investimenti anche privati. Nell’antica Roma non c’era l’acqua in casa, ma c’era una costellazione di fontane pubbliche e l’acqua era gratuita per tutti. E poi c’erano i balnea, 1300 luoghi dove il popolo poteva lavarsi. Per i più ricchi c’erano invece le terme. Le terme di Caracalla avevano 7500 frequentazioni al giorno.
Bene, la stragrande maggioranza di tutto questo è stato realizzato con il contributo dei privati, i quali, dopo aver investito, avevano il vantaggio di beneficiare di una piccola penna d’acqua in casa, con cui potevano alimentare il bagno personale, lavare i panni, eccetera. Quindi l’intervento dei privati in investimenti pubblici sull’acqua c’è sempre stato.
È chiaro che nessun privato investirà se non ha un suo ritorno. A questo punto il pubblico dovrà mettere in conto un aumento delle tariffe.
 Io resto convinto che se a Pescara, dove vivo, dicessimo: "Cittadini, la situazione della rete è questa, abbiamo buchi, cose che non vanno, ecc. dobbiamo fare tubazioni di acciaio inox ultimo grido, quindi vi carico di venti euro all’anno di più, ma vi documento i progressi...”, secondo me, se ci fosse un pubblico molto autorevole, trasparente e onesto, nessuno si tirerebbe indietro. Ci si tira indietro perché non si sa che fine fanno i soldi male amministrati.
Dicevi che le perdite idriche sono un problema drammatico...
Sono due i problemi da affrontare sull’acqua in ambiente urbano. Il primo è quello delle perdite che oggi, dove va bene, sono tra il 25% e il 30%. Ma generalmente vanno attorno al 50%, fino al 65%. Quando c’è una perdita si configurano due ordini di problemi. Intanto abbiamo una risorsa che è sottratta alla natura e alla rinnovabilità, scusa se è poco. In secondo luogo, siamo di fronte a un rischio igienico-sanitario perché fin quando un tubo perde acqua verso l’esterno, hai sperpero della risorsa, ma se per qualsiasi motivo dovesse cessare l’erogazione, l’acqua che continua a camminare lungo i tubi manda il tubo in depressione e dal buco viene risucchiato materiale dall’esterno, infiltrazioni di fognature incluse. Nei luoghi dove finisce l’acqua, ad esempio per eccesso di turismo, e la rete è fatiscente, le perdite comportano un sacco di ammalamenti, quindi una spesa sanitaria consistente. In tutti gli ospedali sanno che, quando va via l’acqua, devono aspettarsi un’ondata dei ricoveri di lì a quarantott’ore.
Il secondo problema dell’acqua in ambiente urbano è la commistione, nelle fognature, tra acque bianche e acque nere, che è all’origine di tutti i business e le malefatte sull’acqua pubblica e privata.
Se infatti noi raccogliessimo solo le fognature, potremmo fare dei tubi più piccoli, adeguatamente tarati, e inviarle al depuratore. Se invece raccogliamo tutte e due le acque, per contenere le piene quando piove, dobbiamo fare delle metropolitane sotterranee! Qui abbiamo fatto delle strutture con una sezione interna di tre metri e settanta, perché la città non s’allaghi.
È una follia. Anche perché così nei nostri depuratori arrivano enormi quantitativi di acque che non avrebbero bisogno di essere depurate perché in origine erano torrentelli, fossi colatori,  ruscelletti di città, che nel tempo sono stati intubati. Noi ci accorgiamo che sono ruscelli trasformati in fogne quando ci sono le piogge, perché vanno in piena e sparano via tombini e fanno uscire liquami di tutti i tipi... Ma questo significa due cose: che nei periodi normali pompiamo nei depuratori anche acque di ruscello, con consumi elettrici incredibili, sperpero di acqua, di denaro pubblico e cancellazione dalla città di micro ambienti potenzialmente meravigliosi. Se si vanno a vedere le vecchie mappe storiche delle nostre città, quelle dell’Istituto Geografico Militare, ci si accorge che decine e decine di chilometri di torrentelli che venivano dalle colline sono stati cancellati e sono diventati fogne. Tutto questo comporta un aggravio mostruoso già nella depurazione ordinaria. Per non parlare di quando piove: i ruscelletti, come dicevo, vanno in piena, ma il depuratore non può ricevere la piena altrimenti va in tilt, e allora (oltre una certa quota) c’è un bypass che scarica tutto nel fiume o nel mare. La motivazione addotta è che siccome con l’acqua piovana è aumentato di molto il volume, c’è stata una diluizione delle concentrazioni e quindi si può fare. In realtà, se si va a misurare, ci si accorge che, oltre a essere aumentata la portata, sono aumentate anche le concentrazioni, perché la piena rimuove tutti i sedimenti fognari accumulatisi nel tempo.Ecco, questi sono i due grandi e drammatici problemi dell’acqua in ambiente urbano.
Purtroppo, salvo pochi privati sensibili, oggi nessuno in Italia raccoglie l’acqua piovana.
Per me poi la perfezione sarebbe allestire una rete di sole acque bianche, con una vasca di decantazione e di schiumatura di eventuali tracce oleose, che raccolga le cosiddette acque di prima pioggia per poi riutilizzare quest’acqua per lavare le imbarcazioni turistiche, per irrigare lo stadio, i prati attorno alle abitazioni, oppure i giardini... andrebbe benissimo!
Io sono rimasto allibito visitando la Reggia di Cnosso a Creta, che non solo aveva una rete di acque nere e una rete di acque bianche, ma le acque bianche, una volta raccolte, venivano mandate a depurarsi in un sistema di lagunaggio e poi accumulate per l’agricoltura. Le acque nere invece venivano mandate nei prati e servivano per una sorta di fitodepurazione.
 Insomma, non sto dicendo niente di particolarmente nuovo o originale.
C’è poi il problema delle sponde...
La gente pensa che i fiumi siano solo dove scorre l’acqua. In realtà il fiume vive totalmente delle sue sponde. La vegetazione fluviale svolge dei ruoli importantissimi per il fiume. Intanto il fogliame che cade è il principale nutrimento dei microrganismi acquatici. Poi queste sponde sono la nostra piccola Amazzonia: almeno il 50% degli uccelli italiani vive vicino all’acqua e ne ha bisogno la totalità degli anfibi e la metà dei rettili. Sono autentici scrigni di biodiversità. Se poi andiamo sul piano degli invertebrati c’è di tutto.
 La vegetazione di sponda è importante anche contro l’inquinamento agricolo diffuso. In questo caso si parla di azione filtro, "buffer strip”, di nastri tampone. Molti inquinanti infatti degradano prima, altri vengono resi non biodisponibili perché catturati dalle radici o dal suolo e stabilizzati. Questa vegetazione salvaguarda anche le sponde dall’erosione, evita l’intorbidamento dei fiumi, quindi protegge quella vita acquatica che consente al fiume di depurarsi. E noi siamo ancora a togliere la vegetazione di sponda con le ruspe, a cementificare, a canalizzare, è incredibile! Noi finanziamo interventi che sono l’opposto di quello che l’Europa ci chiede di fare e su cui saremo sanzionati. È una pazzia!
Cioè, i viventi che la legge ha posto come indicatori dello stato di salute dell’acqua, noi li stiamo sfrattando, gli stiamo distruggendo l’habitat, la casa, l’oikos.
La gente può fare qualcosa?
Nessuno si rende conto che la depurazione inizia dallo scarico di casa nostra. Fogne e depuratore sono un unico sistema. La gente non è informata su come comportarsi per poter contribuire a far sì che i depuratori -ove occorrono- funzionino. Uno dei problemi storici, ad esempio, sono da sempre i cotton fioc che la gente getta nel wc. Bene, il bastoncino, che non si degrada, comporta tali e tanti danni nelle alette delle pompe che alla fine queste si rompono e devono essere sostituite, con costi di gestione elevatissimi. Pensa che nei depuratori svuotati si trova anche un palmo di stecchini in fondo alla vasca. Eppure non c’è mai stata né una legge che vietasse completamente gli stecchini non biodegradabili, né una campagna di sensibilizzazione per la popolazione.
Purtroppo, questo discorso che l’acqua non deve esser pagata, che è di tutti (e quindi di nessuno) alla fine incentiva un’irresponsabilità diffusa. Invece quest’argomento dell’acqua richiede il contributo di tutti. Per anni io ho fatto grandi battaglie sui grandi consumi, sui grandi inquinatori e a chi mi chiedeva: "Come faccio a risparmiare l’acqua in casa?”, rispondevo "Ma cosa vuoi fare... la Montedison scarica 1500 litri al secondo...”. E così noi abbiamo aggredito i grandi consumi, i grandi inquinatori. E abbiamo perso. Se invece avessimo avuto più attenzione alle scuole elementari, alle scuole medie, in trent’anni di attività, con le persone che a casa risparmiavano quel litro o due, anche non arrivando a cifre consistenti, avremmo comunque creato il presupposto culturale e politico del cambiamento. Abbiamo peccato di un certo giacobinismo, ci siamo lanciati in maniera giusta contro obiettivi giusti, ma siamo rimasti soli.