Xiao Qiang è vicepresidente di Human Rights in China, fuoriuscito nel 1989 vive oggi a New York.

Il Premio Alexander Langer 1999 è stato assegnato a Ding Zilin che nel massacro di Tiananmen perse il figlio di soli 17 anni. Puoi parlarci un po’ di lei?
Ding Zilin, assieme al marito Jiang Peikung, rappresenta oggi in Cina la voce più potente e rispettata sul piano della lotta per i diritti umani. La gente la definisce "madre straordinaria”, per tutto quello che ha fatto negli ultimi 10 anni: un lavoro di meticolosa documentazione sulle uccisioni e i massacri di Tiananmen, di reperimento delle testimonianze, portato avanti tenacemente nonostante tutte le menzogne del governo tese a nascondere la verità. E’ veramente incredibile ciò che è riuscita a fare questa donna, nonostante l’incessante presenza della polizia che la segue ovunque e la tiene costantemente sotto custodia.
Con i suoi amici ha percorso ogni singola strada di Pechino, bussando porta a porta, per cercare di scoprire e portare alla luce, nome per nome, tutti i morti e i feriti del massacro del 1989.
E non si è limitata a registrare, archiviare i loro nomi, ma ha ricostruito e voluto raccontare anche chi erano, come sono morti, dove, tutti i dettagli, come le famiglie hanno vissuto negli ultimi dieci anni, come hanno affrontato un periodo così difficile.
Ha anche creato una rete di sostegno per le famiglie delle vittime, distribuendo le donazioni della comunità cinese, delle associazioni per i diritti umani.
Inutile dire che un tale sforzo non è stato portato avanti per soldi, per avidità personale. Ding Zilin è una donna schietta, spregiudicata, che non perde occasione per far ascoltare la propria voce ogni qualvolta si presenta l’opportunità di parlare ai media internazionali -dato che evidentemente i media nazionali cinesi non le permetterebbero neanche una parola. A nome di queste famiglie ha anche scritto delle lettere ai leader cinesi, ogni anno, per ogni occasione.
Lo scorso mese è stata intrapresa un’azione contro il governo cinese, chiedendo delle indagini sui crimini commessi. La petizione legale è stata sottoposta anche alla procura generale. Naturalmente questa agenzia legale non sta facendo niente, perché fa parte del governo cinese.
In questi anni comunque Ding Zilin non si è scoraggiata e con l’aiuto di molte persone che sostengono la sua causa, è stata raccolta una grande quantità di prove, dalle foto alle testimonianze personali. Hanno inoltre ingaggiato un avvocato, uno che lavora allo Human Rights in China, per vagliare la legge cinese, articolo per articolo, perché questo massacro è un atto criminale e devono essere svolte tutte le indagini per individuare e denunciare i responsabili del massacro. Purtroppo non sarà facile, perché il maggior sospettato è il leader cinese Li Peng, allora premier, oggi presidente del National People Congress. Comunque l’importante è che con quest’ultima iniziativa hanno potuto far sentire la propria voce nell’anniversario dei 10 ani da Tiananmen.
L’impegno portato avanti da Ding Zilin infatti, non fa esclusivamente riferimento al passato, bensì è strettamente legato al presente e al futuro della Cina. Perché la Cina, è inevitabile, deve passare per una transizione politica.
Purtroppo, le attuali autorità non hanno in agenda l’intenzione di occuparsene. Tuttavia è evidente che dopo i fatti di Tiananmen si trovano in una situazione sempre più complessa e delicata: non possono passare sopra quei massacri e non sanno come affrontarli.
Per questo Ding Zilin e le altre famiglie hanno avanzato una proposta: pretendono innanzitutto la giustizia, vogliono che tutte le persone che hanno commesso quei delitti ne rispondano e però non vogliono un rovesciamento violento del governo cinese, il loro approccio rispetta la legge. E questo tentativo viene dalle famiglie delle vittime, dalle madri che hanno perduto i loro figli. Io trovo che questa sia una cosa molto significativa per la futura transizione della Cina, per una soluzione pacifica che avvenga nel rispetto delle regole.
Che rapporto c’è tra l’attività dei dissidenti interni e quella dei dissidenti in esilio, in particolare negli Usa?
A partire dal 1989, un gran numero di studenti universitari e della scuola secondaria, ma anche di funzionari governativi, sono fuggiti dalla Cina e hanno cominciato a vivere in esilio, dando origine a varie comunità che però lungo il corso degli anni si sono indebolite. Rimangono comunque parecchie organizzazioni attive e voci influenti per i diritti umani e la democrazia. La nostra organizzazione, Human Rights in China, in effetti è la più grande all’estero; negli ultimi dieci anni siamo diventati il più attivo portavoce sulle questioni concernenti i diritti umani.
Ciò che abbiamo fatto è stato sostenere direttamente gli attivisti all’interno della Cina, come Ding Zilin, affinché portassero avanti il loro lavoro. In questi anni siamo stati in contatto pressoché quotidiano non solo con Ding Zilin e le famiglie delle vittime, ma anche con le famiglie dei prigionieri politici, con gli ex detenuti politici e con le persone che affrontano quotidianamente il rischio di sostenere pubblicamente la democrazia e i diritti umani per la società cinese.
Negli ultimi dieci anni, grazie alle tecnologie della comunicazione, i collegamenti tra la Cina e l’esterno sono diventati più semplici. E’ facile per un dissidente cinese oggi trovare un telefono per fare una chiamata internazionale o entrare in un Internet café e ricevere e-mail o fax. E poi gli altri mezzi di comunicazione, come radio o tv, sono sempre più seguiti dalla popolazione cinese.
Certo, per queste persone, molte delle quali sotto la sorveglianza della polizia, resta molto difficile stare in contatto con noi, tuttavia questo canale apre uno spazio politico importante anche se limitato. Evidentemente poi dipende sempre dal loro coraggio la decisione ultima su cosa fare e cosa non fare. Non vogliamo che altri vadano in prigione -è ovvio- il nostro obiettivo è raccogliere le loro voci e renderle pubbliche per far nascere un sostegno politico, economico e diplomatico alle loro attività in Cina.
Quindi è una sorta di rete di mutuo sostegno, e noi siamo sostanzialmente un servizio per questo. In questi ultimi 10 anni abbiamo potuto costruire un network che coinvolge quasi tutte le principali città e province in Cina. Nonostante le terribili misure restrittive, siamo riusciti a lavorare con avvocati e giornalisti in Cina per difendere queste persone attraverso il sistema legale cinese. Anche se non vinciamo mai le cause, perché il sistema legale non è politicamente indipendente, questa strategia è fondamentale per mantenere viva l’attenzione su tali questioni e proteggere queste persone, casomai facendole passare dalla prigione all’esilio. Abbiamo denunciato centinaia di soprusi e violenze ogni anno ai media internazionali. E se oggi si sente parlare della Cina e dei diritti umani è perché stiamo lavorando con le organizzazioni internazionali per i diritti umani per tenere viva l’attenzione di ogni paese nei rapporti politici con la Cina.
Per quanto ci riguarda, questo è ciò che possiamo fare per sostenere i movimenti all’interno della Cina, perché non importa quanto piccoli sono, sono comunque dei catalizzatori cruciali per il cambiamento della Cina un domani.
I dissidenti cinesi sono stati talvolta accusati di non essere interessati ai diritti delle minoranze nazionali, come i tibetani. Qual è la tua posizione su questo problema?
Posso dire che le organizzazioni in opposizione al governo, come Human Rights in China si occupano di tutte le violazioni dei diritti umani della popolazione della Repubblica cinese. Per cui ci occupiamo del Tibet, di quanto accade rispetto alle torture perpetrate, alle tensioni crescenti, alla repressione della libertà di religione. Noi di principio condanniamo tutte queste violazioni, lavorando anche con altri gruppi in esilio dal Tibet. Tra l’altro, ci sono problemi anche coi cattolici.
Ma sul piano del programma non abbiamo una ricerca separata e specifica sul Tibet, anche perché i gruppi tibetani in esilio stanno comunque già facendo un buon lavoro, e noi semplicemente collaboriamo con loro. Io stesso ho parlato spesso pubblicamente delle problematiche del Tibet...
Tuttavia noi non prendiamo una posizione sull’opportunità dell’indipendenza del Tibet. Come organizzazione per i diritti umani, noi crediamo che questa presa di posizione sia in un certo senso troppo politica. Perché se parliamo di diritti umani, incluso il diritto di autodeterminazione, noi crediamo che questi siano dei diritti della popolazione tibetana, non c’è dubbio. Ma se parliamo di come tutelare questi diritti, non possiamo dire che è un obbligo andare verso l’indipendenza; magari un certo livello di autonomia può essere una soluzione altrettanto valida. E comunque, quale sia la soluzione migliore è legato alle dinamiche politiche, alla storia e alla cultura, alla distribuzione demografica... In un certo senso risulta molto più complicato il punto di vista politico rispetto alla salvaguardia dei diritti umani che si riferiscono a uno standard internazionale.
In questo senso noi non prendiamo posizione sull’indipendenza, ma questa è la non-posizione della nostra organizzazione.
Personalmente, vorrei però aggiungere qualcosa. La maggior parte dei cinesi, nati in Cina, cresciuti in Cina, hanno pochissime informazioni su quanto sta accadendo in Tibet, ad eccezione di quanto fa passare la propaganda di regime. Per cui, direi che non è solo la politica del governo cinese ad essere repressiva e discriminante; è la popolazione cinese in generale a farsi complice con un atteggiamento di ignoranza, di discriminazione, oserei dire di razzismo, nei confronti dei tibetani e delle altre minoranze etniche.
E’ stato solo nel corso di questi 10 anni di vita da esiliato, che il mio lavoro ha esposto me, come i miei colleghi, alle problematiche dei tibetani.
Ci siamo così resi conto di quanto in fondo anche noi sbagliavamo, di quanto sia fondamentale, anche se difficile, non limitarsi a condannare la politica del governo. Bisogna assolutamente rischiare il confronto con questa non conoscenza generalizzata, con questo atteggiamento sciovinista che serpeggia tra la popolazione cinese sui tali questioni.
Questa è forse la maggiore sfida per noi oggi. Infatti, politicamente, parlare della questione Tibet non ci aiuta, ma dal punto di vista ideale noi siamo convinti che è importante affrontare questa forma di ignoranza sullo stato dei diritti umani presente nella popolazione cinese. E’ importante per i cinesi stessi essere critici sulle loro stesse responsabilità, non biasimare esclusivamente il governo, ma anche se stessi per la mancanza di comprensione, solidarietà, simpatia per le altre minoranze che non beneficiano di un trattamento paritario. Perché fino a che la popolazione cinese e quella tibetana non arriveranno a una forma di mutua comprensione e rispetto, questo problema non troverà soluzione facilmente, anche se la Cina diventa una democrazia. Perché è facile immaginare che finché la popolazione persevera in questo atteggiamento discriminatorio, ci potrà essere sempre qualche politico che cavalcherà questo malcontento per ottenere voti; se invece la popolazione cinese si oppone, questa politica è finita.
Oggi la stessa questione si pone per la popolazione della Serbia: chiunque viva sotto questo tipo di regimi, siano l’ex Urss, la Cecoslovacchia o la Cina, dovrebbe essere consapevole che ciascuno ha le sue responsabilità. La ragione per cui tali governi hanno perseguito questo tipo di politiche non è così facile da spiegare; purtroppo è stato fatto. Ma non finisce qui. Perché è facile dire: è sbagliato, ma non sono stato io, è stato qualcun altro, il governo, i militari, è la politica...
Credo che il presidente Havel si sia espresso in modo molto chiaro e profondo. Come cinese posso sicuramente confermare la sua osservazione: ciascuno ha il dovere di riconoscere le proprie responsabilità civili, non si può sempre puntare il dito su qualcun altro.
Nel conflitto in Kosovo, la Cina è stata fin dall’inizio contraria all’attacco Nato. Ma all’interno la popolazione di che tipo di informazioni disponeva?
Il conflitto in Kosovo è stato senz’altro una cartina di tornasole sulla politica internazionale e interna della Cina. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, il governo cinese ha tenuto la posizione ufficiale che sappiamo: contro il bombardamento della Nato. La ragione per cui il governo cinese ha assunto questa posizione è soprattutto perché Taiwan e Tibet pongono la medesima questione dell’autodeterminazione ed entrambi sono sempre stati sottoposti a una forma di repressione, anche militare. Soprattutto Taiwan potenzialmente rappresenta un grosso pericolo per la Cina, per cui il governo cinese è molto sensibile al modo in cui la comunità internazionale affronta la violazione dei diritti umani. In questo caso il valore dei diritti umani è stato assolutamente riconosciuto come superiore alla sovranità nazionale, cosa che il governo cinese ha sentito come grave minaccia per sé. Questo è il motivo per cui si sono opposti alla decisione della Nato; hanno anche reso impossibile risolvere questo problema attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu perché Russia e Cina hanno complottato contro un tentativo di questo tipo ponendo il veto.
Per quanto riguarda invece la politica interna Cina, le motivazioni del governo sono leggermente diverse, anche se collegate. Le ragioni che la propaganda del governo cinese ha portato avanti, facendo passare la Nato come aggressore nell’atto di invasione della Jugoslavia, sono volte ad alimentare una forma di xenofobia nazionalista, al fine di creare dei nemici esterni. Questa volta sono gli Usa, la Nato. Per fare questo, non hanno riportato niente sulla pulizia etnica e le altre atrocità commesse dai serbi in Kosovo. Di questo i cinesi non hanno letto o visto niente sui media.
Ma allora perché la Nato è intervenuta? La loro spiegazione è che gli Usa vogliono conquistare il mondo e per perseguire tale obiettivo sono disposti ad usare la forza contro chiunque non obbedisca loro. La prossima volta useranno la forza per il Nord Corea e Taiwan. Questa è la rappresentazione ufficiale. Non una parola sui rifugiati albanesi del Kosovo e le loro storie.
Facendo questo hanno costruito nei cinesi la convinzione che anche la Cina è in pericolo rispetto al potente nemico costituito dalla Nato e quindi dagli Usa. Perché fanno questo? Perché all’interno, il partito comunista ha perduto la sua già scarsa legittimità. Oggi non c’è il comunismo in Cina, e non c’è la democrazia, e la popolazione comincia a chiedersi perché c’è quella gente al potere, dove li stanno portando. Per conquistare la propria legittimità la classe al potere allora ha scelto e intrapreso la via del nazionalismo.
E per questo hanno bisogno di creare dei nemici esterni, una sorta di pericolo per la Cina, affinché la popolazione appoggi il governo e sostenga la posizione assunta nella crisi in Kosovo.
Le bombe sull’ambasciata cinese hanno innescato una serie di manifestazioni antiamericane anche da parte di studenti e giovani. Oltre alla prima reazione, sicuramente spontanea, forse però c’è stata anche una sorta di strumentalizzazione dell’episodio da parte del regime...
Credo che, per quanto riguarda gli studenti, sarebbe bastato informarli correttamente su tutta la vicenda del Kosovo. Purtroppo, lo ripeto, le informazioni su quanto stava accadendo in quella regione sono tuttora assenti da qualsiasi giornale o rivista cinese
Ma non dobbiamo pensare che la questione riguardi esclusivamente il Kosovo. Il governo cinese ha sempre cercato di ritrarre gli Stati Uniti come una superpotenza pericolosa. Questo tipo di propaganda nazionalista è durata per dieci anni, e in parte purtroppo è riuscita a costruire un sentimento nazionalista anche tra studenti e intellettuali. Per cui quando l’ambasciata cinese è stata bombardata dagli aerei Nato, questi sentimenti semplicemente sono fuoriusciti. E così si sono viste le manifestazioni, i sassi all’ambasciata americana.
Poi però è altrettanto evidente che il governo ha manipolato con grande abilità questo generale sentimento nazionalista all’interno della propria agenda. In realtà io credo siano stati veramente felici che questo fosse accaduto perché era giusto un mese prima dell’anniversario di Tiananmen: un modo perfetto per spostare l’attenzione altrove.
Insomma, se si guarda a come hanno condotto l’intera propaganda, alle varie manovre politiche, risulta chiaro come il governo abbia assolutamente sfruttato l’accaduto all’interno dell’agenda di politica interna.
Sfortunatamente oggi in Cina questa è stata l’unica manifestazione permessa negli ultimi dieci anni. E allo stesso tempo è stata completamente abusata dal governo.
Dal punto di vista di un cinese che vive oggi in un paese occidentale, come valuti l’atteggiamento dei paesi occidentali nei confronti del dissenso cinese?
Credo che vivere in esilio sia sempre molto difficile, comporta molte prove. E la sfida principale è come puoi fare qualcosa per il tuo paese avendo quella visione globale che ti dà il fatto di vivere fuori. Noi abbiamo parlato delle nostre relazioni coi dissidenti cinesi, su come siamo riusciti a provvedere a portare avanti determinate attività. Ma c’è molto ancora da fare ed è una sfida quotidiana per noi.
Un aspetto importante dell’essere un dissidente all’estero, riguarda il modo di comunicare e relazionarsi alla cultura in cui ci si trova a vivere, in America come in altri stati democratici. In generale si tratta di come entrare in comunicazione con le organizzazioni, anche quelle non governative, coi media. Perché è una cosa relativamente facile capire la situazione, dato che c’è l’ex Urss per la gente è più facile capire e identificare i dissidenti cinesi che lottano per la democrazia. Ma è difficile per i politici o i cittadini fare qualcosa di concreto: cosa possono fare per aiutarti?
Per i politici, che avrebbero forse il potere di cambiare le cose, la Cina è innanzitutto un paese molto importante, un mercato potenzialmente enorme, per cui pur essendoci molte questioni aperte con la Cina sul piano dei diritti umani, non vogliono mettere a repentaglio la loro agenda di relazioni con la Cina. Così, anche se teoricamente sono tutti d’accordo, nella pratica non c’è alcun paese che veramente consideri i diritti umani un punto importante per decidere che tipo di relazioni politiche, economiche, diplomatiche, istituire con la Cina.
E questo è fondamentalmente sbagliato: non importa che la Cina sia una potenza militare, o che abbia le bombe nucleari, o che sia in possesso di qualsiasi altra cosa. Non importa quale governo debba trattare con il grande mercato Cina. Se pensi che un quinto dell’umanità non può nemmeno dire la pura verità, è evidente che ci troviamo di fronte a una cosa assolutamente sbagliata, inaccettabile per qualunque società.
E questo è il motivo per cui facciamo quello che facciamo, nella speranza di poter cambiare le cose.
Dato che sul piano istituzionale la situazione resta delicata, noi dobbiamo lavorare soprattutto sul piano dei media, delle organizzazioni non governative, per costruire innanzitutto una consapevolezza diffusa sulla situazione dei diritti umani in Cina, cosicché i governi e i parlamenti vengano sensibilizzati. Solo così si può sperare che poi tali questioni vengano riproposte al governo cinese. Questo vale per gli Usa come per i paesi europei in generale.
Ma credo che ci sia una sfida ulteriore per l’Occidente.
I cinesi, la cultura cinese, la Cina è qualcosa di molto più lontano della Russia, o anche della Yugoslavia. "E’ Asia, è Cina, è così terribilmente diverso!”
Se le stesse uccisioni avvenissero da qualche altra parte, ma più vicino, sarebbero in un certo senso più gravi. E se noi torturiamo nelle prigioni cinesi, non sembra così drammatico. E’ per via della storia, della cultura diversa, della non sufficiente comunicazione... Insomma, la gente non si sente coinvolta da queste problematiche.
"E poi la Cina è troppo grande, cosa possiamo fare? Siamo concreti, anche la politica estera statunitense... Quindi come possiamo aiutarli?”
Che è un ragionamento che ha delle ragioni: il vero cambiamento deve avvenire all’interno della Cina, e deve partire dalla popolazione cinese. Su questo io sono assolutamente d’accordo.
Ma questa vastità o lontananza culturale della Cina è stata sempre usata come alibi per non fare niente. Per non riconoscere l’importanza del ruolo della comunità internazionale nella promozione dei diritti umani in Cina.
Senza considerare che uno sforzo in questa direzione può giocare positivamente sul piano umano in generale.
Credo infatti che il premio a Ding Zilin sia molto importante, come pure la mia visita, per creare dei collegamenti tra le persone, tra persone come Ding Zilin e i militanti per i diritti umani in Cina e altre persone come gli amici di Alexander Langer. Perché più io faccio da ponte tra i movimenti in Cina e il mondo, più mi accorgo che veramente condividiamo gli stessi ideali, la stessa passione per la libertà e il cambiamento. E questo tipo di comprensione e legame tra le persone per me è basilare per il futuro cambiamento politico della Cina, ma anche per la politica di qualsiasi governo.
Senza di questo, resta sempre un gap, uno scarto rispetto a "questi cinesi”. In generale nei paesi europei e negli Stati Uniti, la Cina tuttora viene vista come qualcosa di lontano, remoto, peculiare. Per cui quando il governo cinese se ne esce con questo discorso dello "standard cinese” rispetto ai diritti umani, ai valori -che è assolutamente ridicolo!- possiamo aspettarci che la popolazione cinese se lo beva. Ma che lo faccia anche qualche stato occidentale...
Certo, è ovvio che noi abbiamo dei nostri valori, una nostra cultura, ma questo non può voler dire che a noi non spetta lo stesso tipo di libertà o di diritti umani. Questo è assolutamente sbagliato.
Insomma, io parlo cinese, tu parli inglese, è molto difficile, apparteniamo a culture molto diverse, ma noi tutti vogliamo poter parlare liberamente. E’ la stessa cosa. Nessun cinese ha piacere di essere messo in prigione per quello che dice. A quel livello siamo uguali, per il semplice fatto che facciamo parte dell’umanità.