Alessandra Falconi fa parte del Centro Alberto Manzi.

La figura di Manzi è associata in maniera indelebile, nell’immaginario collettivo, alla trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi”, eppure ci sono altri aspetti della sua vita che meritano di essere conosciuti, a cominciare dalla sua prima esperienza di maestro al riformatorio Gabelli e alla sua intuizione legata a "La tradotta”…
Apri una pagina qualunque di Alberto Manzi e troverai qualcosa di nuovo, riscoprirai qualcosa che forse avevi preferito dimenticare, probabilmente perché, condivisibile sul piano ideale, troppo impegnativa da mettere in pratica. Sì, Manzi è noto ai più per la trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi”. Ed è vero, ha fatto un miracolo. Ma non solo per il numero altissimo di persone che lo seguirono, non perché un’intera generazione cominciò a sognare di fare l’insegnante ancora prima di andare a scuola, non perché ha contribuito a ridurre la piaga dell’analfabetismo, ma perché ha ridato dignità a persone che si erano sempre considerate inferiori. È l’anziano che non aveva mai potuto leggere e se ne vergognava; è il bambino disabile che sognava di imparare a leggere e scrivere nonostante non potesse andare a scuola; è l’inserviente che si sentiva inferiore perché consapevole di essere una persona che ignorava tante cose rispetto ai suoi padroni, spesso benestanti e istruiti. Manzi sapeva parlare a ognuno di loro. Lo aveva imparato sugli altipiani andini dove aveva toccato con mano il terribile binomio "sfruttamento-ignoranza”. Saper leggere e scrivere era questione di vita o di morte, di rispetto, di legalità, di emancipazione. Il pacato maestro di "Non è mai troppo tardi” non aveva paura di rischiare la pelle per difendere l’altro. "Ogni altro sono io” è una delle frasi che meglio lo contraddistingue. Avere nelle mani le lettere degli spettatori di "Non è mai troppo tardi”, scritte tanti anni fa, piene della gratitudine delle persone, fa ancora tremare le mani.
Manzi parla di multicultura nel 1954. Con Orzowei, usa le immagini per rompere gli stereotipi: è la M di maestro nell’abbecedario che viene rappresentata da un maestro con la pelle di colore nero. È il maestro che in un carcere minorile, come hai accennato, fa scrivere ai ragazzi detenuti un giornale, il primo, per dare loro la parola ma anche per educarli al dialogo. Erano 94 i ragazzi dell’Aristide Gabelli che gli furono affidati, nel secondo dopoguerra. Solo due non riuscirono a reinserirsi come avrebbero voluto, gli altri 92 troveranno lavoro e si faranno una famiglia.
Negli anni dell’insegnamento in carcere, Manzi si laurea in Pedagogia. Che tipo di rapporto ha avuto con il mondo dell’Università, con il sapere accademico, con la "pedagogia istituzionale”?
Manzi avrebbe potuto fare il docente universitario così come il dirigente scolastico,  ma per lui era impensabile rinunciare alla prima linea, al lavoro sul campo con le persone, alla sperimentazione continua. Manzi ha fatto tanta ricerca, curioso com’era di contesti, strumenti, alunni sempre diversi. Maestro in televisione per gli analfabeti negli anni Sessanta, ma anche per gli "extracomunitari” nei primissimi anni Novanta, perché potessero integrarsi nel miglior modo possibile e nel minor tempo possibile.
Pedagogista e maestro attento alla crescita dei suoi bambini: l’educare a pensare è il cuore del fare scuola del maestro Manzi. Ogni occasione, situazione, pretesto serve al maestro per far scattare nei bambini una tensione cognitiva, la voglia e il desiderio di sapere e capire. Non è mai qualcosa di imposto dall’alto, ma un desiderio che il bambino sente nascere dentro di sé cui si appassiona perché condivide la ricerca con i propri compagni di classe e con un maestro capace di rileggere l’esperienza e la conoscenza dei bambini. Come stimolarli ad andare oltre? Come superare un punto morto? Quale esperimento proporre per mettere in discussione una certezza forse infondata? Il fare dei bambini, insieme al maestro, diventa lo spazio centrale per educare. Alberto Manzi non si è mai risparmiato: l’archivio contiene così tanti libri, documenti, registrazioni di trasmissioni radiofoniche e televisive che a volte viene da chiedersi come ha fatto un solo essere umano a produrre tanto.
La straordinaria vicenda di "Non è mai troppo tardi”, cui abbiamo già fatto cenno, è senza dubbio qualcosa di rivoluzionario. Si colloca nella Rai degli inizi, tra il 1960 e il 1968, in una temperie culturale che va dal boom economico ai fermenti di trasformazione del movimento studentesco. Quali sono a tuo avviso i tratti fondamentali di questa storia, in parte ancora da narrare e a cui di recente è stata dedicata la prima fiction sul Maestro?
Intanto partirei dal termine "rivoluzionario” perché Manzi lo usò anche per autodefinirsi: "Sono un rivoluzionario, inteso nel senso profondo della parola. Per cambiare, per migliorare, per vivere […] occorre essere continuamente in lotta, continuamente in rivolta contro le abitudini che generano la passività, la stupidità, l’egoismo.
La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare”.
Venendo all’esperienza di "Non è mai troppo tardi”, dal 1960 al 1968 per tre volte alla settimana andavano in onda i due corsi della trasmissione: tutti i lunedì, mercoledì e venerdì il corso si rivolgeva alle persone totalmente analfabete; tutti i martedì, giovedì e sabato ai semi-analfabeti. Scopo del programma era combattere l’analfabetismo usando il mezzo televisivo.
Quali ricordi resteranno a Manzi di questa esperienza? Le storie delle persone che lui sente così intrecciate alla sua. "Mio fratello ha 35 anni, ha tentato il suicidio diverse volte. Deve capirlo, maestro, sono 30 anni che è inchiodato nella carrozzella… Niente scuola, niente di niente… Ha rifiutato ogni aiuto. Io lo capisco… ma da quando lei ha cominciato a parlare, da quando lo vede in tv, è cambiato. Ora legge, sta tentando di scrivere… Ce la farà? Gli dica qualcosa”. Manzi gli scrisse e lo incontrò. Da quel ragazzo si sentì dire: "Maestro, ho imparato a vivere”. Questo era il senso dell’insegnare per Alberto Manzi.
Personalmente il racconto che amo di più è quello che Manzi fa sul rapporto di un bimbo con una persona anziana. "Il bimbo ogni giorno va dal vecchio, pieno di saggezza derivante dall’esperienza, che gli racconta quel che ha imparato nella sua lunga vita. Il bimbo, a sua volta, gli insegna a leggere e scrivere, ripetendo la lezione ascoltata dalla tv. Il bambino mi scrisse perché si era ammalato e per diverso tempo non aveva potuto seguire le lezioni. Era rimasto indietro, diceva”. Nonostante l’enorme successo, Manzi non era completamente soddisfatto: "C’era da andare avanti. Ma allora non si ebbe il coraggio di farlo. […] Aiutare la gente a pensare? Sollecitare le capacità intellettive dell’individuo? E perché? Ora sanno leggere, possono leggere le istruzioni per manovrare le macchine, sanno… Io tornai al mio lavoro con i miei ragazzi. Ma quel diabolico strumento poteva aiutare la gente, questo era il ritornello che mi martellava dentro” (traggo questi brani da Leggere e scrivere che bella tv, articolo scritto da Alberto Manzi e conservato in archivio). 
Che idea ti sei fatta del rapporto di Manzi con la televisione? Qualcuno ha scritto, con riferimento al suo caso, di una "buona maestra”, di un caso emblematico di "tv pedagogica”…
Per Alberto Manzi la televisione, così come la radio o il computer, era uno strumento. Da usare quindi per raggiungere uno scopo dopo aver ben letto il contesto. Manzi non amava la televisione se non nelle tante possibilità educative che la tecnologia permetteva. Erano strumenti ricchi che andavano usati bene. Faccio un esempio: quando uscirono sul mercato i primi registratori uno degli alunni di Manzi raccontò di averne uno a casa. Manzi gli chiese di portarlo in classe per capire insieme come funzionava e cosa ci si poteva fare. Il giorno successivo,  la mattinata fu dedicata alle registrazioni audio: i bambini, per la prima volta, riascoltavano le loro voci, si accorgevano delle loro pronunce, cadenze, ritmi.
Manzi era curioso e gli era facile trasmettere questa curiosità agli alunni. Però ogni strumento era da usare nel contesto giusto. Ne è una prova il programma nazionale per l’alfabetizzazione che elaborò per l’Argentina. In quel caso non era la televisione che poteva raggiungere l’obiettivo ma era la radio il mezzo più adatto. Manzi allora formò un gruppo di docenti universitari affinché venisse elaborato un piano che tenesse conto delle opportunità e dei limiti di questo mezzo, ad esempio della mancanza delle possibilità offerte dall’immagine. Con la radio occorreva lavorare sulla voce, occorreva preparare dei quaderni facilmente distinguibili affinché le persone potessero imparare a leggere e scrivere grazie allo strumento, la radio, più diffuso in Argentina negli anni Ottanta.
Un aspetto assolutamente poco noto della biografia di Manzi riguarda il suo trentennale rapporto con l’America Latina, con l’Argentina appunto, ma non solo…
È un Manzi inedito ma molto coerente con quello che conosciamo. Il Manzi maestro in ogni luogo, il Manzi curioso di entrare in relazione con l’altro, di fare un pezzo di strada insieme lo troviamo tanto in America latina quanto in Europa.
Il primo viaggio è per motivi scientifici: studiare formiche della foresta amazzonica. Basta poco però a Manzi per capire che anche là occorre essere maestri. Siamo nei primi anni Cinquanta. Don Giulio Pianello è la figura di riferimento di Alberto Manzi in America Latina. Lettere, cartoline, foto, avventure, affetto: è un continuo scambio di stima e fiducia. Ne è la dimostrazione una lettera del 18 gennaio 1999, a due anni dalla morte di Alberto Manzi, nella quale don Giulio scrive alla moglie Sonia e alla figlia Giulia: "Prego che possano riconoscere i diritti, i valori, i meriti innegabili di un grande Alberto che più passerà il tempo, più la storia d’Italia, di Roma e di molte nazioni dovranno riproporre alla stima, alla gratitudine popolare (giovanile soprattutto) e segnalarlo ‘modello di maestro’, fedele alle responsabilità che Alberto sempre ha saputo difendere e onorare. Saprà Iddio ricompensarvi e premiare spiritualmente l’esistenza eterna di un giusto”.
Don Giulio, insieme a don Rodas, ha un ruolo fondamentale nella formazione umana di Manzi. I due salesiani rappresentano al meglio l’ideale di Cristo che Manzi aveva: povero tra i poveri. Don Rodas morirà ammazzato, colpevole di aver insegnato agli indios a leggere, scrivere e pensare. Maestro, guerriero (lascio ai curiosi la voglia di leggere il libro di Giulia Manzi, Il tempo non basta mai. Alberto Manzi: una vita, tante vite, Torino, 2014), inviato e scrittore. Inviato. La collaborazione come giornalista dal Sudamerica gli viene offerta dall’amico Domenico Volpi, allora direttore de "Il Vittorioso” negli anni Cinquanta.
All’epoca "Il Vittorioso” era uno dei più conosciuti giornali per bambini. Pubblicato dalla Casa Editrice Ave, ospitò il debutto dei principali autori del fumetto italiano, tra cui Benito Jacovitti. "Occhi sul mondo” era la rubrica curata da Alberto Manzi, dedicata alla sua esperienza sudamericana.
E scrittore. "Con grande rammarico devo affermare che i fatti qui narrati sono per la maggior parte realmente accaduti”. È così che Alberto Manzi avvisa il lettore di E venne il sabato. La letteratura è un modo per il maestro scrittore di raccontare il suo punto di vista sul mondo cercando di attivare il lettore affinché senta come proprie le cause vissute dai personaggi dei suoi libri. A un ammiratore tedesco, Manzi spiega: "Ho scritto ‘La luna nelle baracche’ e ‘El loco’ per dare un’idea, sia pure molto generale, della vita della gente in Sudamerica. Ma questo non perché io pensi che la gente possa dare una mano ai popoli sudamericani, ma perché riscontrino come questi stessi problemi sono vivi e attuali anche presso di noi (in Italia)”.
Alberto Manzi tenne un diario che ci permette oggi di rintracciare alcuni percorsi, incontri, episodi. In queste pagine del diario egli si chiede "Cosa si può fare?” rispetto alle condizioni di vita delle persone che incontra.
"C’è Thomàs che cerca di lavorare ma gli altri lo deridono (lo chiamano leccapiedi). Lui chiede di lavorare da solo. È andato a un corso per imparare il pronto soccorso ma gli altri non vogliono ascoltarlo. Solo quando si sentono molto male ricorrono a lui, ma non fanno quel che lui dice per prevenire i mali (la sera che è stato invitato a cena è venuto tutto elegante).
I contadini non vogliono vivere meglio (questo almeno sembra): gli è stato insegnato a farsi una casa che non sia solo di canne e legni, ma con mattoni cotti al sole; e la stalla lontana, sottovento. Loro, niente. Rispondono che così è stato sempre, perché cambiare? Che cosa si può fare?
Cholo vive da 20 anni senza essere una sola volta ritornato al suo villaggio natale nella sierra. È andato via a 16 anni e poi non ritorna più. Ha fatto il minatore, poi sta facendo il campesino. È generoso, beve, si ubriaca.
La sera della cena stanno tutti seduti attorno alla parete, intimiditi. Poi cominciano a parlare. Cholo racconta delle miniere.
Pajarito: dorme sulle chiuse pronto ad aprirle se viene l’acqua. Tutte le sere, però, si ubriaca.”
E proprio dalla foresta amazzonica arriva una delle ultime testimonianze che il Centro Alberto Manzi ha recuperato. Si tratta di una lunga lettera scritta da padre Savino Mombelli. Ecco un breve stralcio: "Stavo alla direzione del Cem da poco più di tre anni quando, verso la Pasqua del 1963, venni a conoscere il maestro Alberto Manzi, già famoso in tutta Italia per il suo corso televisivo "Non è mai troppo tardi”... La sua maniera di procedere con gli analfabeti era estremamente semplice, chiara e attraente. Mi proposi una volta di assistere a una di quelle lezioni per intero e accesi la televisione nel momento in cui Alberto decideva di presentare agli alunni la lettera A e insegnare come si doveva trattarla e utilizzarla. D’accordo col metodo globale, Alberto scrisse sulla lavagna quattro parole uguali o simili alle seguenti: abito, albero, aquila, africa e domandò: "Quale di queste parole vi interessa di più?”. La risposta fu unanime e gridata: "Africa” e il caro Alberto cominciò, con un video, a parlare dell’Africa e a far vedere i vari aspetti della sua realtà: popolazioni, villaggi, povertà, lavoro, alunni e scuole, problemi sociali e anche politici... in maniera così bella e così tranquilla che rimasi incantato e dissi tra me: ‘Questo maestro è dei nostri, occorre parlare con lui’. Per Alberto, difatti, le parole avevano senso nella misura in cui nascondevano o rivelavano una realtà, nella misura in cui presentavano un progetto da realizzare nella vita o un’ideale da rincorrere con tutte le forze. Su questa base, Alberto non insegnava parole ma, per mezzo delle parole, indicava realtà, problemi, drammi o tragedie che bisognava affrontare con la vita e oltre la scuola”.
Dall’esperienza in Sudamerica emerge dunque il tratto più propriamente politico dell’uomo Manzi, e la politica è stata certamente una sua passione, a tal punto che dedicò l’ultimissima parte della sua vita alla città di Pitigliano nelle vesti di Sindaco.
Manzi fu uomo politico con il dna del maestro. Il Sindaco doveva dare l’esempio: se era lui il primo a raccogliere le cartacce per terra, allora anche i cittadini avrebbero forse tenuto più pulito l’ambiente nel quale vivevano. Andare a piedi era un modo per incontrare la gente, per ascoltare le fatiche quotidiane dei suoi cittadini (che a volte invece vengono considerati un disturbo…). Manzi era Sindaco come aveva visto fare all’Alcalde in America Latina. Era cioè il garante affinché tutti potessero prendere la parola, portare i propri bisogni, essere parte attiva nell’analisi e nella soluzione dei problemi. Non era l’Alcalde che decideva, al massimo era il portavoce della propria comunità, era il tramite tra la comunidad e l’autorità (che nell’esperienza sudamericana di Manzi non fu mai garante del bene dei cittadini ma degli interessi di pochi, ricchi e potenti). Manzi era sindaco con il dna del maestro, con l’intelligenza dell’Alcalde, con l’amore di Cristo. Alberto Manzi era profondamente cristiano e il richiamo di Cristo alla fratellanza e alla condivisione sono per lui imperativi morali. L’esempio di Manzi è un continuo invito a dare il meglio di sé: "Saremo liberi quando il nostro paese sarà un paese di uomini. Nessuno è inutile. Nemmeno tu che te ne stai in disparte”.
Manzi si trovò spesso -e questa è una costante della sua vita- a dissentire rispetto alle convenzioni consolidate, ai regolamenti, e in tal senso egli è certamente una figura sovversiva; quel che colpisce è che il suo dissenso era sempre accompagnato a una proposta creativa, a una prospettiva alternativa, a un’altra visione. Puoi farci qualche esempio a questo proposito?
Questo aspetto di Alberto Manzi è più facile da cogliere se rileggiamo uno dei suoi alter ego: El Loco.
"El loco: chi fosse nessuno lo sapeva. […] Quando camminava per la strada parlava, spesso, da solo, rideva e s’inchinava. Inchini profondi, solenni, inchini al vento (la gente diceva che s’inchinava agli spiriti di cui era amico). E quando qualcuno lo guardava faceva un passo avanti e due indietro, un inchino, un passo avanti e due indietro, un inchino e così fino a che non scompariva dietro l’angolo.
E rideva.
E parlava.
E rideva.
Cosicché, se uno era incavolato, o stava brontolando, o passava un momento di crisi, nel vedere queste manfrine era costretto per forza a sorridere.
Così a San Sebastian, se ci si voleva sfogare, sempre dal loco. Faceva bene sfogarsi con una persona che non ti avrebbe rimproverato nulla.
Anche se ti serviva qualcosa, potevi andare dal loco. Non perché lui avesse delle cose, ma riusciva a mandarti dalla persona giusta, e con parole adatte. E nessuno tornava a mani vuote”.
In questo passo vediamo alcuni tratti importanti della figura di Manzi: l’attenzione alle parole adatte, la capacità di ascoltare senza giudicare, il saper camminare insieme e l’ironia. Nelle situazioni potenzialmente più pericolose è facile, nei romanzi di Alberto Manzi, che sia l’ironia lo strumento migliore per ritornare alla normalità. È il potere che davanti all’ironia perde le parole, perde persino la crudeltà.
Quella di Manzi è sempre stata una ricerca, e sul fronte pedagogico ha portato avanti tantissime sperimentazioni...
Ad Alberto Manzi viene spesso rimproverato di non aver lasciato un metodo. Manzi non lo ha voluto fare, aveva molta paura dei metodi perché rischiano di portare alla fine della ricerca. Per Manzi era invece importante che l’insegnante vestisse sempre l’abito del ricercatore per leggere le situazioni che ci si trova a vivere nella comunità-classe, per seguire l’evolversi della conoscenza in modo da mettere al centro il bambino e lo sviluppo delle sue potenzialità.
Per Manzi la formazione era fondamentale: permetteva ai docenti di ritrovare uno spazio e un tempo in cui confrontarsi, farsi domande, condividere, imparare. Il Centro Alberto Manzi viene spesso contattato dagli insegnanti che hanno voglia di attingere a questa persona sia dal punto di vista professionale che umano. Il nostro osservatorio ci mette in contatto con tanti bravi insegnanti e voglio quindi immaginare che ci sia una grande comunità scolastica che fa scuola perché crede a un grande ideale e a  una scienza capace di mettere le ali alle persone. Forse è una comunità poco visibile, che si fa fatica a far emergere: si sente molto di più la voce del Ministero e si ha quindi una visione della scuola che forse è limitata. Bene quotidiano che si intreccia alla vita di tante famiglie, ma più facilmente percepita come continua fonte di spesa (da tagliare) nei discorsi ufficiali.
La storia di Manzi è certamente una storia italiana da conoscere e da valorizzare, ma è anche una storia legata al mondo, come dimostrano le tantissime traduzioni dei suoi libri…
Sicuramente. Più di 120 libri. Alcuni pubblicati solo in altre lingue e mai apparsi in italiano. L’indimenticabile Orzowei, tradotto in 32 lingue e in uno sceneggiato, esso stesso tradotto. I tantissimi premi (ad esempio a Tokyo e Buenos Aires) che testimoniano l’interesse mondiale per questo uomo. Indira Gandhi si recò personalmente a Roma negli studi di "Non è mai troppo tardi” per capire e vedere con i suoi occhi come un solo maestro riuscisse a tenere l’attenzione di una nazione intera.
Sì, Manzi è un personaggio che rafforza quel "made in Italy” che in campo pedagogico e didattico ancora non abbiamo forse completamente saputo valorizzare. Uomo aperto e curioso, preparato e continuamente in atteggiamento di ricerca, scrittore divertito e divertente (penso alle favole o allo splendido Testa Rossa, romanzo oggi introvabile), commovente e inquieto: "Scrivo nel tentativo di tenere questo spirito critico verso tutte le cose, anche verso quelle che sembrano già risolte ma che potrebbero essere migliorate. Questa è la mia fede”.
In questa apertura al mondo va certamente ricondotto anche il rapporto che Manzi ebbe con il fenomeno delle migrazioni, che si presenta in Italia nei primissimi anni Novanta…
Era il 1992. I nuovi italiani da alfabetizzare erano i migranti. E Manzi è pronto a rimboccarsi le maniche. Studierà per loro un libro che i Centri Territoriali Permanenti ci hanno detto essere ancora di estrema attualità. Tornò in video con la trasmissione "Insieme” realizzando 60 puntate. L’obiettivo era dare ai migranti le parole per potersela cavare nel migliore dei modi e nel minore tempo possibile. Come si prende un treno? Dove si va quando ci si ammala? Come funziona l’anagrafe di un Comune? Ogni puntata trovava il suo nucleo in episodi di vita concreta. Peccato per l’orario della messa in onda, la pausa pranzo, che, secondo Manzi, non era la più adatta perché i destinatari della trasmissione potessero seguirla. Manzi discusse a lungo con la Rai sull’utilità di produrre videocassette che i migranti avrebbero potuto guardare a loro piacimento. Purtroppo non fu ascoltato.
Come il maestro amava scrivere: "Oltre il recinto della tua fattoria, oltre i campi della tua valle e il fiume e il monte, c’è sempre vita. Prendi il tuo sacco. Cammina. I tuoi occhi conosceranno nuove meraviglie” (Vedere e capire, in Enciclopedia Bompiani)
(a cura di Thomas Casadei.
Per le foto ringraziamo  il Centro Manzi)