Susanna Fioretti, esperta in programmi di educazione, formazione e avvio al lavoro a favore di donne e categorie svantaggiate, ha lavorato per oltre dieci anni con il Ministero degli Affari Esteri, la Croce Rossa Italiana e la Croce Rossa Internazionale in progetti umanitari di emergenza e sviluppo in Mauritania, India, Yemen, Mozambico, Sud Sudan e Afghanistan. Nel 2012 ha fondato, assieme ad altri, Nove Onlus, un gruppo di professionisti della cooperazione umanitaria, che mettono la loro esperienza a disposizione dei progetti No Profit. Per Einaudi ha pubblicato nel 2011 Involontaria.

A chi fa di mestiere la "cooperante” in giro per il mondo, le domande che si pongono sono un po’ sempre le stesse: chi te lo fa fare, ma i soldi delle donazioni arrivano davvero? e così via. E poi un’obiezione quasi rituale: perché andare lontano, quando c’è tanto da fare anche qui?
In effetti questa domanda me la sento fare spesso. Uno dei motivi per andare lontano è la scala dei bisogni, l’urgenza. Voglio dire che, per esempio, in Italia non si muore di fame. Questo è un fatto. La mia prima missione è stata in Mauritania, in un programma contro la malnutrizione infantile. È stato forse il programma più bello, nel senso di più appagante, perché lì vedi realmente gli effetti di quello che fai: vai in un posto dove ci sono dei bambini che rischiano di morire, metti in piedi un programma e dopo qualche mese quei bambini mangiano e stanno meglio.
Per quanto riguarda, invece, i progetti di sviluppo, lavorando in Afghanistan, Yemen e Mozambico, paesi arretrati dal punto di vista educativo, si è rafforzata in me la convinzione che la capacità di un paese di farcela coi propri mezzi dipende molto dall’educazione e dalla formazione. E certi paesi hanno più bisogni di altri in questo campo.
Certo serve aiuto anche qui. Tempo fa, cercando informazioni su un gruppo di afghani a Roma, ho scoperto che stavano attenti a non farsi registrare in Italia, perché non vogliono restare nel nostro paese, dove non vedono prospettive. Quindi è sensato lavorare in Italia. Ma lo è sempre stato. Io ho cominciato come infermiera volontaria, la cosiddetta crocerossina, sai, con il velo e tutto quanto. È stato un bel bagno di realtà. Fra infermieri e portantini c’era chi ti guardava storto, pensando che volessi rubargli il posto o ti sentissi migliore di lui perché lavoravi gratis, sfoggiando la tua divisa retrò. Se chiedevo di chiamare una "sorella”, cioè un’altra crocerossina, qualcuno rispondeva: "Aho, ‘a sorella de chi??”… Uno dei servizi che facevano le sorelle era a via Casilina 900, un’aggregazione spontanea di nomadi e di emigrati da Afragola, trecento persone con un’unica fossa diciamo biologica, una sola fontana di acqua, fredda ovviamente, roulotte e baracche di lamiere. Quando ci sono andata la prima volta avevo ventotto anni; fino ad allora ero rimasta piuttosto confinata tra Parioli e centro, legata a un certo tipo di vita, e a un tratto mi sono resa conto che non conoscevo la mia città. Al primo impatto con quel posto affascinante e spaventoso ho avuto paura, ma davvero: sembrava di stare in un film di Fellini, con personaggi come la Sisacchiona, o Romolo, il ladro senza una mano… Poi mi sono abituata, ho cominciato sentirmi a casa e ho imparato tante cose.
Forse si pensa di essere maggiormente d’aiuto andando lontano anche perché qui ci sono organizzazioni umanitarie di tutti i tipi; in Italia c’è una grande tradizione di assistenza. E poi c’è il lato egoistico: occuparsi di chi ti è vicino è meno pittoresco, meno affascinante, ed è più duro perché è la tua realtà e quindi devi fare un po’ i conti con te stesso.
Nel corso delle varie missioni hai avuto la possibilità di conoscere dei paesi in un modo che resta precluso al semplice turista. È curioso come sia in declino la figura del viaggiatore puro, per capirsi, alla Chatwin, alla Karen Blixen, che andava in Africa per ragioni private, emotive, estetiche. Mentre oggi questa possibilità avventurosa si realizza così spesso sotto l’egida di un’aspirazione benefica, utile, comunque di qualcosa che non fai solo per te.
Sembrerà un controsenso, ma io non amo viaggiare. Però mi ha sempre affascinata la possibilità di entrare nella vita di un paese, cosa che non fai con un viaggio turistico di quindici giorni, e tantomeno con l’avventura estrema. Questo lavoro ti dà l’opportunità di entrare nella vita di un popolo, a contatto coi bisogni essenziali, le strutture governative, la gente più povera, spesso nei posti più isolati. Insomma hai un accesso a realtà che altri non vedono. È difficile però farsi un quadro generale del paese. Di solito ti muovi nel tuo settore specifico, nel mio caso quello delle necessità della popolazione, perdendoti il punto vista culturale, storico, musicale, perché non hai tempo da dedicargli, sei costretta a concentrarti sulla tua missione e basta. C’è invece chi, come Alberto Cairo, dedica la propria vita a un paese che diventa sul serio il suo.
È una cosa che mi sarebbe piaciuta, ma mi sono continuamente spostata da un paese all’altro e ho sempre patito il limite di non padroneggiare la lingua. Avrei voluto anche conoscere meglio le tradizioni, che sono importanti per capire e farsi capire. Una volta, in un’isola dello Yemen, dove lavoravo in un progetto per i pescatori, sono entrata nella capanna del capo della cooperativa e c’era una bambina bellissima. Io, incantata, mi sono messa a fargli un sacco di complimenti, ma vedevo che l’interprete non traduceva; quando alla fine gli ho chiesto perché mi ha spiegato: "Dire queste cose porta il malocchio”. È una credenza diffusa in molti paesi, ed essere presi per iettatori non facilita i rapporti con gli interlocutori, che sono importanti per la riuscita di un progetto. Succede pure dalle nostre parti. Quando in Grecia ho fatto i complimenti per un nuovo acquisto alla mia vicina di casa, lei si è messa a sputare. Ho pensato: ma che cafona… Poi ho capito che si difendeva dal malocchio, attirato dai miei complimenti sull’oggetto! È un esempio sciocco, ma dà l’idea degli errori che si fanno non conoscendo la mentalità, le abitudini.
Si dice che i cooperanti internazionali si dividono in tre categorie, le tre M: "mercenaries”, "missionaries”… e poi i "misfits”, cioè i disadattati, gli spostati, chi fugge dai suoi guai.
In effetti fra i cooperanti c’è un po’ di tutto. C’è chi ama l’avventura, come dici tu, e nel lavoro umanitario trova anche il modo di viaggiare, conoscere posti e persone nuove. C’è chi invece lo fa per scappare da qualcosa, o da se stesso. È un errore che conosco bene. Sono diventata infermiera volontaria perché sentivo il bisogno di aiutare, ma la prima volta che sono andata in missione all’estero è stato anche per allontanarmi da cose che non riuscivo a superare: la fine di una storia importante, i figli che se ne vanno... Nel deserto della Mauritania, di fronte a ben altri drammi, i miei sono ridimensionati, quasi ridicolizzati. Però ho capito che grosso sbaglio fosse stato andarci per quel motivo e non avrei continuato se la motivazione fosse rimasta la stessa. C’è un bel libro di Jean-Sélim Kanaan, morto a Baghdad nell’attentato contro la sede Onu, La mia guerra all’indifferenza, che parla proprio del pericolo di diventare degli eterni fuggiaschi.
Aggiungerei un’altra "emme”: i mestieranti. Avendo cominciato con la Croce Rossa, ho come modello Henry Dunant che soccorre i feriti di Solferino, le donne di Castiglione che stracciano la biancheria per medicare… Le cose sono molto cambiate da allora, è giusto essere più professionali, fornire un’assistenza sempre migliore, però non bisogna perdere l’"anima”. Oggi una parte dei cooperanti mette in primo piano la carriera e la loro prima domanda ai colloqui è "Quanto pagate?”. Quanto alle organizzazioni, non poche mettono fra le priorità mantenere loro stesse e crescere, e più crescono più costano. Ci sono ovviamente spese di gestione, per esempio viaggi aerei, macchine, stipendi, uffici e via dicendo, più quelle imposte dalle legge, come le assicurazioni. Alcune organizzazioni prevedono anche assistenza psicologica o R&R, il Rest and Recuperation, qualche giorno di vacanza antistress ogni tot settimane, per chi lavora in situazioni estreme, in mezzo a un’epidemia o a una guerra, rinchiuso in case e uffici bunker. Sono costi in gran parte necessari, che andrebbero però contenuti il più possibile. Invece lievitano tanto che si arriva a spendere per la gestione fin oltre il 60% dei fondi disponibili. Ecco, io credo che la macchina non possa costare più dell’aiuto che porta.
La questione di quanto, del denaro donato, arriva davvero alle popolazioni che si vogliono aiutare è un altro nodo controverso.
Non è un panorama uniforme. A un estremo c’è appunto chi fa arrivare meno della metà, all’altro chi dà tutto quello che è disponibile. Per esempio i missionari, almeno quelli che ho conosciuto. Quando ho iniziato ero diffidente nei loro confronti, poi li ho visti all’opera. Mi ricordo in particolare i padri saveriani della provincia di Sofala, in Mozambico. Abitavo da loro e a tavola c’era spesso il pane vecchio di tre giorni; una volta vedo delle patate fritte e dico: "Che bello!”: erano cavallette. Insomma loro vivevano davvero come la popolazione. Anche molte associazioni laiche hanno costi minimi, lavorano gratis. Magari così si manca di professionalità, nel senso che si dà quello che si può, come si può, però fra questo e i supertecnici...
Qual è la quota "equa” di costi interni che un’organizzazione deve riservarsi per sopravvivere?
Non c’è una quota assoluta, che tutti rispettano. Ti dico come si regola Nove onlus, l’associazione che ho fondato con altri cooperanti. Stando a bordo della macchina degli aiuti, ci siamo accorti che qualche ingranaggio non funziona proprio benissimo e allora ci siamo detti: proviamo, nel nostro piccolo, ad aggiustarlo. Per far sapere a chi dona dove vanno a finire davvero i suoi soldi, oltre a pubblicare i bilanci, abbiamo fatto una cosa molta semplice, banale: abbiamo aperto due conti ben distinti, in banche diverse. Su uno vanno i fondi per le spese dell’organizzazione, sull’altro i fondi per i progetti, dai quali non si può stornare nemmeno un euro per altre spese. Il budget del primo anno era di soli 12.000 euro, nel 2013 abbiamo raccolto circa 28.000 euro, nel 2014 abbiamo superato i 70.000. Molto poco, rispetto ad altre organizzazioni, comunque una crescita che ci ha permesso di allargare le attività, e a questo punto è sorto un problema; dato che noi dobbiamo lavorare per vivere, il tempo che possiamo dedicare all’associazione non basta più. La squadra di volontari si sta allargando ma abbiamo progetti in tre paesi, Italia, Afghanistan e Etiopia e ci serve una presenza esperta full time, per coordinare, seguire il fundraising, l’amministrazione, ecc.
A nostro avviso la quota "equa” di spese di gestione non dovrebbe superare il 10%; evidentemente il 10% di quello che entra annualmente per il momento non basta nemmeno per un part time. Però qui vale un po’ il discorso dell’uovo e la gallina: se all’inizio superiamo la quota che ci sembra giusta, la maggiore forza lavoro farà sì che entrino più fondi, ristabilendo la proporzione.
Altre organizzazioni preferiscono investire prima in se stesse, per avere una macchina efficiente che procuri più visibilità e più fondi. Nella mia esperienza però chi nasce così spesso resta così, nel senso che l’organizzazione ha sempre la priorità. Prendendo la strada opposta, come ha fatto Nove Onlus, è più difficile farsi conoscere e avere fondi. Ora siamo un po’ preoccupati perché mancano 15.000 euro per chiudere il budget del nostro progetto di formazione femminile a Kabul, e se non li troviamo dobbiamo metterli noi. Quindi siamo sempre sulle spine: ce la faremo, non ce la faremo? Però secondo me è questa la via.
Dicevi che c’è anche un problema di responsabilità.
Intendiamoci, sbagliano tutti, anche i più esperti. Però, se per far quadrare i conti si mettono in posizioni di responsabilità persone con poca esperienza, gli errori aumentano. Tra l’altro, spesso, nessuno li nota: in situazioni difficili o pericolose è complicato verificare per esempio le ricevute, o come sono state fatte certe scelte, se i beneficiari erano d’accordo, che impatto hanno avuto le attività. Capita anche che il controllore e il controllato coincidano e dimmi tu se ha senso che io faccio un progetto e poi me lo valuto da sola: che vuoi che dica? Che l’ho fatto male? Le conseguenze di tutto questo sono che gli errori non vengono rilevati, quindi si ripetono, e si può dire che un progetto ha avuto successo anche se non è vero.
Quando la Cooperazione Italiana mi ha assunta come esperto per individuare e avviare attività a favore delle donne afghane vulnerabili, ho fatto ricerche e visitato molti progetti, scoprendo che a quel tipo di donne quasi tutti offrivano corsi di taglio e cucito, o corsi per parrucchiere. Lo scopo era garantire un reddito sufficiente, ma i risultati dicevano il contrario. I corsi di taglio e cucito, per esempio, duravano in genere tre mesi e si facevano a casa di una vicina; alla fine regalavano a ogni allieva una macchina da cucire da 30 dollari. Dal punto di vista sociale qualche risultato c’era perché si portava la donna fuori casa, però non era sviluppo economico. Da una verifica è risultato che, su mille, una era finita a cucire tasche per le divise militari, le altre usavano la macchina per fare vestiti al marito, ai figli. Insomma, una cosa utile, ma non un empowerment economico. Perciò mi sono orientata a idee più promettenti, ma non prive di rischi, tanto che non ci dormivo la notte. Una era il taglio gemme. L’Afghanistan ne ha tante e venivano grossolanamente tagliate con macchine manuali da artigiani locali, o in India.
Abbiamo importato le macchine da Jaipur, dove abbiamo mandato a formarsi il trainer e alcune delle allieve (poi impiegate a loro volta come trainer). È nata così la prima compagnia femminile di taglio gemme di tutto l’Afghanistan. La presidente, una ragazza molto giovane, mai uscita dall’Afghanistan, che i primi tempi si voltava verso il muro quando entrava un uomo, è stata presentata da Karzai alla conferenza di Kabul come un esempio di successo femminile e ha incontrato i rappresentanti delle grandi nazioni! Oltre al taglio gemme c’era un corso per elettriciste specializzate nell’assemblaggio di apparecchi fotovoltaici, uno per imparare a riparare i cellulari, e uno di cucina e catering, che oltre a dare lavoro al 100% delle formate ha fatto nascere il primo ristorante femminile (l’unico dove le donne potessero andare). Tranne la cucina, erano mestieri da uomini e abbiamo avuto problemi.
Un paio di volte siamo stati minacciati. Ma la mia paura era che nonostante tutte le precauzioni succedesse qualcosa alle allieve. In certi momenti ho rimpianto di non aver fatto il solito corso di taglio e cucito, però alla fine si è rivelata la scelta giusta. È questo che intendo per responsabilità.
Sei da poco tornata dall’Afghanistan. Qual è la situazione?
Molto complicata. Non ne so abbastanza per dare opinioni. Posso dirti quello che ho visto a Kabul. In due settimane ci sono stati tre attentati suicidi, il personale delle organizzazioni internazionali era barricato fra case e uffici. Eppure si sente voglia di normalità; hanno aperto ristoranti per famiglie, una gelateria pseudo italiana, nuovi negozi. Si importa quasi di tutto, anche merce occidentale; al centro stanno demolendo le vecchie case per far posto a palazzi nuovi stile pakistano-cinese; le ragazze abbassano il velo, ce n’è persino qualcuna coi pantaloni attillati o la minigonna, con sotto i pantacollant però…
Ero lì per il monitoraggio del progetto Nove Onlus: corsi gratuiti di inglese, computer, cucina e catering per oltre 350 ragazze, tra le quali disabili e orfane che a 18 anni escono dagli orfanotrofi senza nessuna prospettiva (devo citare il contributo della Fondazione Nando Peretti, della ditta Liquigas e di Pada, il nostro partner afghano). Le richieste di iscrizione sono state più del doppio dei posti disponibili, non sai i pianti di quelle che sono rimaste escluse.
Gli stranieri stavano chiusi dentro, ma ho girato un po’ con una cara amica afghana, Seema Ghani. Lei ha studiato a Londra ed è tornata a Kabul nel 2001 per aiutare il suo paese a rinascere. È stata vice di Ghani (di cui non è parente) quando lui era ministro delle finanze e viceministro del lavoro e degli affari sociali. È entrata poi nel comitato governativo contro la corruzione, è una che fa sul serio e questo ha dato fastidio, tanto che l’hanno allontanata. Ha creato allora un altro comitato anticorruzione, con esponenti della società civile. È in prima linea, corre molti rischi e lo sa. Ma siccome è innamorata del suo paese non cede, e tende a darti l’idea di una Kabul normale. Infatti,  per prima cosa mi ha proposto: "Ti va di fare shopping?”, come se si potesse girare tranquilli. Ha insistito per portarmi al tramonto alla collina di Bibi Maru, dove c’erano solo uomini, soprattutto militari: molto bello, con la città ai nostri piedi, avvolta nella caligine, e le moschee che chiamavano alla preghiera. Poi abbiamo cenato al ristorante libanese, vuoto, perché nell’altro hanno fatto una strage e ha chiuso.
Un argomento che mi sta molto a cuore è il colloquio con l’Islam. Credo sia uno dei nodi di questo momento storico. I musulmani sono vittime come e più di noi del terrorismo islamico; l’Islam moderato non lo approva, vuole reagire e, secondo me, andrebbe fatto qualunque tipo di tentativo per combattere insieme gli estremisti. Ricordo un progetto Undp, che spediva gli imam di periferie e villaggi in paesi islamici moderati, insieme a rappresentanti del ministero delle donne. Quando gli imam tornavano nei loro villaggi o quartieri, l’iscrizione delle bambine alla scuola aumentava. Mi è sembrato un buon primo passo e credo che si dovrebbe lavorare in questo senso: creare più occasioni per avvicinarsi a chi è diverso da noi, trovare valori comuni e difenderli insieme.
Ma la tua famiglia, i tuoi figli, come hanno preso questa sua scelta?
I miei figli erano abbastanza grandi o forse ho voluto credere che lo fossero. Quando ho chiesto: "Preferite una mamma depressa a Roma o una mamma normale a distanza?”, ovviamente hanno scelto la seconda. Forse è stata una decisione prematura. All’epoca avevano diciotto e vent’anni; in Afghanistan a quell’età sei un uomo, però qui non è così, li hai allevati in un certo modo e a un certo punto sparisci. Sì, certo, telefoni, scrivi tutte le sere, però non ci sei. Comunque i danni non sono stati ingenti e mi pare che apprezzino il mio lavoro, anche se non ci pensano proprio a farlo.
Gli altri parenti si sono abituati. Le persone a cui vuoi bene le vorresti sempre sottomano; è difficile mettersi nei panni degli altri, cioè capire che io ero contenta di partire, che quando stavo fuori stavo bene perché facevo qualcosa che mi piaceva. All’inizio mi arrabbiavo: "Possibile che ogni volta che parto fate ‘ste facce!?”. Dopo un po’ hanno imparato e allora, fingendo, rispondevano: "Ah, che bello!”. E se mi lamentavo: "La missione è saltata”, commentavano: "No! Che peccato!”, quando si vedeva lontano un miglio che erano contenti. Ma va bene così.
E gli amici?
Quelli storici sono rimasti, mi hanno spesso dato una mano nei momenti di sconforto. E si sono creati dei legami molto stretti con alcune persone con cui ho fatto missioni... In missione è un po’ come in barca, se ti odi ti odi, ma se si crea un legame diventa speciale. Capita spesso di condividere pasti, bagni, quasi tutto; e anche se non è così si vivono situazioni in cui hai bisogno di aiuto o devi darlo, e allora vedi di che pasta è fatta una persona. Emerge il coraggio o la vigliaccheria, ti accorgi se uno pensa prima a sé o agli altri, se è un amico. Qui puoi frequentare qualcuno per dieci anni e non capire chi è veramente.
Hai citato la questione dei rapimenti e del riscatto. Tu come la vedi?
Che una persona voglia pagare per salvare un parente è una cosa, che lo facciano le organizzazioni e le istituzioni un’altra. Ai tempi dei sequestri in Italia, lo Stato bloccava i beni delle famiglie; perché pagare allora i rapitori stranieri?
Oggi i rapimenti vengono fatti quasi esclusivamente per finanziare organizzazioni non certo caritatevoli, spesso assassine. Quindi, secondo me, il discorso che la vita non ha prezzo non regge: tutte le vite hanno lo stesso valore e non si può pagare per salvarne una se quei soldi possono causare la morte di altri. Dovrebbe esserci una clausola nel contratto dei cooperanti, tipo: accetto di andare in un paese a rischio di rapimento, sapendo che non sarà pagato un riscatto se rapiscono proprio me. Colleghi che vivono in paesi a rischio hanno lasciato scritto: "Se vengo rapito non pagate”. Trovo apprezzabile l’atteggiamento dei paesi anglosassoni che dicono: no, punto. Se nessuno pagasse più, si metterebbe già un bel freno ai rapimenti, secondo me.
Si è detto anche che bisognerebbe impedire ai singoli di andare in posti rischiosi in modo spontaneo, senza adeguate coperture.
Su questo non sono d’accordo. Sono contraria all’approssimazione: sarebbe meglio non improvvisare se si parla di paesi in guerra o comunque pericolosi, anche perché per venirti a riprendere magari qualcuno ci rimette la pelle. D’altra parte proibire mi lascia perplessa. Penso a me. Se non avessi la Onlus e volessi andare a titolo personale in un paese che mi sta a cuore, perché ci sono persone che conosco o semplicemente perché ho la necessità, il desiderio, la convinzione di poter aiutare veramente; ecco, non vorrei che mi fosse impedito. E poi come fai a classificare chi può andare? Solo le organizzazioni internazionali? Ne siamo sicuri?
(a cura di Edoardo Albinati
e Barbara Bertoncin)