Nati in Sicilia, a pochi chilometri di distanza, Cristofero e Carmela Portogallo si sono conosciuti da emigrati in Belgio, dove Cristofero lavorava nelle miniere di carbone. Si sono poi trasferiti in Inghilterra, dove hanno avuto quattro figli e lavorato per oltre vent’anni nella "Fattoria del gelato”. Oggi vivono a Capocolle, vicino a Forlì.

Cristofero, potrebbe raccontare un po’ di lei?
Cristofero. Sono nato a Valguarnera Caropepe, in provincia di Enna, il 17 gennaio 1932, da una famiglia numerosa. La mia storia è complicata: avevo sette anni quando ho smesso di andare a scuola per via della guerra. Sono arrivato fino alla terza elementare e poi siamo andati in sfollamento. Quando siamo tornati in paese, nel ’45, la nostra casa non c’era più, l’avevano bombardata, quindi ci siamo arrangiati con una casetta in affitto. Poi sono arrivati gli americani e le cose hanno iniziato a migliorare. Durante i bombardamenti ci riparavamo in una grotta sotto il cimitero. Sopra la grotta c’era la cucina degli americani, allora io, ragazzino, andavo lì e mi davano dei biscotti e tante altre cose.
Ricordo che dopo la mietitura si ammucchiava il grano per farlo seccare e poi trebbiarlo. Noi lo macinavamo alla meglio: facevamo il pane con metà grano e metà farina. Un giorno, mentre stavamo raccogliendo il grano, arriva il campiere, il proprietario, e ci dice di smettere. Eravamo all’ombra di una pianta di gelsi, una pianta grandissima. In quel momento sono arrivati gli aerei e hanno iniziato a mitragliare. Lui era a cavallo di una giumenta, come usavano un tempo i campieri in Sicilia. Una scheggia ha preso la cavalla in testa e sono caduti. Noi eravamo lì sotto l’albero. Quando si è alzato ha detto: "Fate tutto quello che volete. Non mi interessa guardare più niente”.  Piano piano le cose si sono calmate …e ci siamo messi a lavorare con i contadini. Io portavo il grano al paese sopra il mulo. Attraversando il paese vedevo camion, armi abbandonate e munizioni. Siccome non avevamo niente, mi facevo le scarpe con la gomma delle macchine, che è fatta a strati. Usavo lo strato all’interno, perché quello all’esterno è troppo duro. Tagliavo delle strisce e la sagoma del piede e facevo delle specie di sandali.
I suoi genitori cosa facevano?
Cristofero. Mia mamma ha sempre lavorato a servizio altrui. Mio padre non lo ricordo molto bene, ha avuto un incidente ed era quasi cieco, aveva una pensione piccolissima. Mi è rimasta impressa una cosa di lui. C’era il fascismo e il sabato partecipavo ai Figli della Lupa, anche se mi sono vestito solo una volta (siccome eravamo poveri, la divisa la dava il Comune). Si chiamava Sabato Fascista: c’erano gli Avanguardisti, i Balilla, i Figli della Lupa. Mio padre non era un fascista, era un socialista. Siccome non ci vedeva, allora lo portavo sempre io per mano. Ecco, quando alla radio c’era Mussolini, bisognava fermarsi tutti ad ascoltare, invece lui subito se ne andava. Tante volte venivano le guardie: "Antonino?”. E lui: "C’ho da fare, sto portando il bambino…”, per squagliarsela, per non dover ascoltare Mussolini. All’epoca non ci facevo caso, ma poi crescendo ho saputo che lui era matteottiano. Di questo però non parlava con me. Era anche pericoloso: se c’era qualche soffiata le camicie nere venivano a prenderti di notte. È triste la cosa.
Poi mio padre è morto e mia madre ha iniziato a fare il pane; noi andavamo in bottega a venderlo, così abbiamo sistemato un po’ le cose. Dopo qualche anno mio fratello si è sposato e un altro è emigrato in Belgio, così sono rimasto solo con un’altra sorella più piccola. Quando sono partito per l’addestramento militare, mia madre era malata. Una sera mi sono messo a canticchiare in un cortile ed è arrivato un altro siciliano con la chitarra. Avevo lasciato mia mamma all’ospedale, sapevo che da un momento all’altro non ci sarebbe stata più. Cantavo questa canzone napoletana, "Carcerato”, e nella mia mente c’era mia madre. Ci siamo raggruppati tutti lì nel cortile a cantare. I militari sono come i bambini, si diventa piccoli un’altra volta. Proprio mentre cantavo, arriva il furiere: "Portogallo, a casa”. Era arrivato il telegramma che la mamma era morta. Quando sono tornato a casa l’ho trovata vuota. Un mese prima avevo lasciato un letto e una sedia: non c’erano più. Si erano portati via tutto i parenti. Mio padre era morto da molti anni.
Sono andato a lavorare da un contadino perché non avevo una lira, non avevo niente. Poi però cosa succede? Che un altro mio fratello, che lavorava nella miniera di zolfo, se ne va in Belgio. Avevo 21 anni e non avevo dove abitare. Sono andato al Comune e ho detto: "Mi date un lavoro?”, e loro: "Dove lo prendiamo?”, e allora sono andato anche io in Belgio. Contratti di lavoro non ne facevano, io sono andato da turista… da turista morto di fame.
Così è partito anche lei per il Belgio...
Cristofero. Eravamo vicino a un piccolo villaggio che si chiama Hensies. Nel nostro paesino abitavano molti russi, quindi lo chiamavano Petite Moscou [Piccola Mosca]. Poi i russi sono diminuiti, erano tutti siciliani, e noi la chiamavamo Petite Sicile. Avendo solo un permesso turistico i primi sei mesi non ho potuto lavorare. È stato un periodo bellissimo. Mio fratello aveva una bicicletta e io non la tenevo ferma neanche un attimo: andavo sempre in giro con gli amici in campagna, a fare chilometri e chilometri. Nel paese c’erano due miniere, la miniera vecchia a Petite Moscou e quella nuova a Hensies. Non c’era nient’altro! A Petite Moscou vivevamo senza un negozio. Sulla strada passava il camion degli alimentari, suonava, e tu uscivi a fare la spesa. Il paese era piccolo piccolo, c’era il prete italiano, il medico che era nostro amico. C’erano solo una scuola e una birreria. Gli uomini uscivano dalla miniera e andavano a bere un bicchiere di birra. A Hensies c’erano anche due canali dove passavano queste barche che trasportavano il carbone.
Può raccontare del lavoro in miniera?
Cristofero. La miniera è terribile, un inferno. Tanto che io sono arrivato a giurare: se avrò un figlio e vuole lavorare nella miniera, meglio ucciderlo. Veramente. Perché nella miniera non guadagni molto, non è che riesci a salvare qualcosa per la vita, sollevarti un po’… no. Se non muori schiacciato è un miracolo, e comunque muori pieno di polvere nei polmoni. Allora era un inferno. Nella prima sala, grandissima, c’erano i vestiti da lavoro tutti appesi a una catena, sembravano tante persone legate. Mettevamo i panni da lavoro e lasciavamo lì quelli tolti. Poi passavamo da un ufficio a prendere la lampada e lasciavamo la medaglia di piombo col numero; io avevo il 335. Nell’ascensore entravano 40-50 persone, e in un secondo eri a 800, 1.000 metri sottoterra. Le budella ti venivano in bocca. Automaticamente ci trovavamo nella galleria e a piedi andavamo alla lavorazione. Il primo giorno che sono sceso lì mi hanno detto: "Fermati, aspetta qua”. Un rumore! Mamma mia! Le gambe dell’armatura sembravano cedere per la pressione, e io ho pensato: "Me ne scappo o non me ne scappo?”. C’era un vento che sembrava un uragano. Era vento artificiale, per far circolare l’aria. Io non lo sapevo e non mi ero neanche portato gli occhiali. Quel giorno ho sofferto.
I primi tempi lavoravo come aggiustatore: mi hanno messo a cambiare i tubi, e di polvere ce n’era poca. Poi ho cambiato lavoro, è diventato un po’ più pesante e più pericoloso. Man mano che facevo esperienza guadagnavo sempre di più, anche 800, 1.000 franchi a settimana.
Com’è fatta una miniera?
Cristofero. La lavorazione è un tunnel che va giù, con una pendenza del 40-50%; la chiamano anche "taglia”. Da una parte della taglia c’è il carbone, dall’altra ci sono i binari con i vagoni. Lungo la taglia c’era una persona ogni due metri. Se era lunga cinquanta metri, come minimo lì dentro c’erano trenta persone che scavavano il carbone. Quando un vagone era pieno veniva portato in alto dalla "raclette”, una cinghia di ferro che saliva. È una catena grossa così, fa una forza enorme, tante volte può succedere che si rompe, ed è molto pericoloso. Mentre la raclette girava, noi dovevamo passare sotto per andare a lavorare dall’altra parte, ma era così bassa che dovevamo girare la testa di lato per riuscire a passare. E c’era una taglia, noi la chiamavamo la 45, tutta di ferro, dove il punto più alto era di 80 cm. Dall’altra parte facevamo la nuova lavorazione, dove l’indomani mattina avrebbero messo i motori. I motori sono giganti perché devono trascinare 50, 100 metri di catena. Man mano che si toglie il carbone da una zona, bisogna spostare il motore e costruire un armamento per camminare. Le lavorazioni del carbone si "armano”, si dice in gergo, ci sono quelle di legno e quelle di ferro. Se tu scavi in un posto ci devi mettere l’armamento su tutti i lati, come un’impalcatura. Ci devono essere tre passaggi da un metro e cinquanta o due metri, a seconda della profondità del tetto. Le conseguenze che si presentano sono tante. Se il tetto cade subito, si deve armare in modo diverso. Dopo qualche tempo che lavoravo mi hanno incluso nella squadra di soccorso. Quando in miniera muore qualcuno, nessuno può lavorare: prima si deve togliere il corpo, e c’è una squadra speciale che va a fare questo lavoro. Ecco, mi hanno messo lì, ma io prendevo il biglietto da malato. Quando facevo un lavoro che non mi piaceva tagliavo con l’accetta la pelle fra il pollice e l’indice… lì c’è solo la pelle, è difficile guarire.
A lavorare in miniera devi stare molto attento, devi essere previdente. Non ti puoi arricchire, non ti puoi neanche sollevare perché non c’è un grande guadagno, se c’è un po’ di guadagno è perché fai un lavoro speciale, ad esempio scavi il carbone. Ma il carbone è una specie di cottimo: più metri fai più guadagni, però con la polvere che prendi ti ammali di più. C’era gente che gridava da mattina a sera come se la miniera fosse oro. Ma ognuno deve essere responsabile di se stesso. Io lavoravo dalle sei alle due oppure dalle due alle dieci. La notte non l’ho mai fatta, di solito facevo il pomeriggio. Ho lavorato così per quattro anni e mezzo. Mio fratello faceva altri lavori, installava le nuove gallerie. Eravamo tre fratelli tutti nella stessa miniera, però a turni differenti: non ci siamo mai incontrati.
Quando uscivo fuori dalla miniera, i vestiti erano tutti neri. Non avevamo una divisa, avevamo degli stracci, perché lì sotto si rovinava tutto. Tante volte eravamo tutti a torso nudo perché in certi posti faceva troppo caldo, in altri troppo freddo, a seconda della ventilazione. Ci portavamo da bere in un flacone di alluminio, come quello dei militari. Ci mettevamo il caffè, senza zucchero, e poi aggiungevamo l’acqua. Nel pane, nella baguette, non mettevamo il prosciutto ma il burro della ferme, la fattoria. Si mangiava polvere, pane e burro. Il burro scivolava, e con quello scivolava via anche la polvere. Poi mangiavamo le arance: cercavamo di togliere la buccia con il coltello in modo che non si rompesse, così potevamo rimetterla sopra come coperchio, altrimenti diventava tutto nero. C’è stato un periodo in cui quando si tornava su, dopo la doccia, ci vendevano le bottiglie di latte caldo. Io quello lo prendevo sempre, ti faceva tossire la polvere, ti puliva la gola. Poi la sera, tante volte, con gli amici, ci fermavamo al bar a prendere la birra, e poi c’erano le ragazze…
Carmela, può raccontare di lei?
Carmela. Io sono nata a Enna il 23 maggio del 1945, quando è finita la guerra. Mio padre lavorava con suo fratello che aveva una cava di pietra. Prima che io nascessi, quando i miei genitori erano fidanzati, mio padre faceva il postino. Mia madre faceva il pane, mio nonno lavorava nella miniera di zolfo. Avevo una sorella e un fratello; avevamo la povertà, ci mancava da mangiare. Prima di andare in Belgio vivevamo in una casa in affitto. Al piano di sotto c’erano un letto e un armadio, di sopra la cucina con il gas e pochi mobili. Sai, quando viene qualcuno a casa i bambini fanno i birichini. Un giorno c’era un’amica di mia madre a casa. Le ho detto: "Mamma ho fame”, e lei: "Vai su, apri il cassetto del tavolo e fatti un panino”. Vado su tutta contenta, trovo il pane, ma non c’era niente da metterci dentro. Allora scendo giù: "Mamma, ma cosa ci metto nel pane?”. E lei: "Se apri quell’altro cassetto a fianco, c’è la mortadella, il formaggio, i pomodori…”. Ma l’altro cassetto non c’era! ­L’ho chiamata di nuovo. Allora mia mamma è venuta su, mi ha messo la mano davanti alla bocca e mi ha detto: "Adesso stai zitta. Se hai fame mangi il pane, perché non abbiamo niente”. Voleva far vedere all’amica che non mancava niente. Invece mancava tutto. Dopo un po’ sono scesa e ho detto: "Buonissimo!”, e sono andata fuori a giocare.
Dopo è arrivato il tempo che mio padre è andato in Belgio e dopo sette mesi ha fatto l’atto di richiamo e siamo tutti andati a finire lì.
Così siete partiti per il Belgio.
Carmela. Quel giorno eravamo cinque-sei famiglie con figli. Io avevo dieci anni e mezzo. Siamo partiti con il treno. A Milano ci hanno fatto scendere e ci hanno tenuti fermi tre giorni per farci le visite sanitarie. Quella volta non davano i documenti per l’emigrazione senza la visita medica; ma noi ragazzi ci divertivamo. Dormivamo in una sala grandissima piena di letti a castello. Mai visti i letti a castello! Saltavamo sui letti, salivamo di qua, scendevamo di là, passavamo il tempo così. Il giorno della partenza ci hanno dato un pacchetto con un panino, dei saucisson dal Belgio, e delle banane. Noi ne abbiamo aperta una, l’abbiamo assaggiata… che schifo! Non avevamo mai visto le banane! Non avevamo i soldi per il pane, pensa le banane… Abbiamo mangiato il pane senza niente. Dal treno vedevamo tutte le strade, le montagne, una casa qua e una là, e abbiamo iniziato a piangere: "Dove andiamo a finire?”.
Com’è stato il primo impatto?
Carmela. Bello! Siamo arrivati a Petite Moscou. I nostri parenti vivevano nei bungalow di legno. Abbiamo dato i saucisson e le banane ai nostri cugini: loro li mangiavano, noi no. Poi siamo andati a scuola, abbiamo imparato ad andare in bicicletta… A scuola insegnavano a cucire e a cucinare. I ragazzi belgi ci chiamavano spaghetti e noi dicevamo: "Vous autres vous êtes des pommes de terre”, delle patate. Poi, piano piano, mio padre ha fatto un allevamento di conigli nel prato intorno alla casetta. Ma chi l’aveva mai mangiato il coniglio? Io non lo mangiavo. Quando avevo quasi quattordici anni, Cristofero è venuto a bussare alla porta. Dopo qualche mese ci siamo sposati. Da casa nostra, una casetta di legno bassa, vedevo i cavalli della miniera. I cavalli lavoravano al fondo e una volta all’anno li portavano su a prendere aria, e noi abitavamo lì. Io vedevo questi animali alti, robusti, tutti bendati. Nella miniera avevano tutto, le stalle e il mangime. Però non avevano il giorno, la luce; erano illuminati con le lampade a batteria. Quando salivano erano bendati perché altrimenti sarebbero diventati ciechi. Li portavano a passeggio. Non so se li tenevano su una settimana o qualche giorno. Li usavano per trasportare il carbone e i pilastri di legno che servono per fare i supporti. Era brutto.
D’altra parte, anche quando risalivano i lavoratori non si riconoscevano, perché erano tutti pieni di polvere di carbone. Si vedevano solo gli occhi e le labbra, perché erano tutti neri. Mi chiedevo sempre: "Sarà questo mio marito?”, non lo riconoscevo. Ma la cosa più brutta era che quando succedeva anche una piccola cosa, sfondava una lavorazione o c’erano delle perdite di gas, le sirene suonavano. Era l’allarme: era successo qualcosa in miniera. E allora ecco che le mogli uscivano davanti alla porta, aspettando che qualcuno dicesse loro qualcosa, se c’erano dei morti, dei feriti… era quella la miniera.
Cristofero. In miniera ho lavorato quasi cinque anni. Non si poteva andare a fare un altro lavoro, per esempio in fabbrica, senza aver prima fatto cinque anni di miniera. In Belgio funzionava così. Infatti, all’inizio ero andato a lavorare in una fattoria e mi avevano detto: "Ti facciamo il permesso di lavoro”, invece non me l’hanno fatto. Con il contratto in miniera ti davano subito anche la casa popolare. Appena ci siamo sposati sono andato all’ufficio e mi hanno dato le chiavi. L’affitto se lo tenevano quando davano lo stipendio. Lo trattenevano dalla fiche, l’assegno. La casa era povera ma carina, con due camere e il giardino, tutta al pianterreno. Il bagno non c’era, avevamo una vasca, ci mettevi l’acqua calda e ti lavavi così.
Carmela. Diciamo che siamo stati immigrati però è stato pure bello. Ogni casa aveva il suo giardino, qualcuno allevava i conigli, qualcuno le oche, le galline che facevano le uova… I giardini erano carini, ben fatti. Era un bel villaggio. Da una parte c’era la chiesa italiana e dietro c’era la cantina italiana, una specie di bar tutto fatto di legno. Noi ci siamo sposati in quella chiesa, la chiamavamo la "chiesa baracca”. Dall’altra parte della strada c’era la cantina polacca. Però eravamo tutti uniti, non c’erano problemi. La sera facevamo le feste nelle cantine. Mio marito cantava con un amico polacco e noi andavamo a sentirli, ci divertivamo così. Andavamo anche a guardare la televisione, quand’era appena uscita. Chi la poteva comprare la televisione? Era il ’58. Facevamo tutte le feste italiane, praticamente eravamo in Italia. La comunità italiana era grande, c’era il prete che organizzava delle gite molto belle. Andavamo al ritiro nei conventi, a visitare i laghi, le grotte… Viaggiavamo con il treno, la macchina non ce l’aveva nessuno. A Petite Moscou c’erano solo i lavoratori della miniera, non c’era altro. Adesso non esiste più niente della miniera. Hanno chiuso tutto da parecchi anni. Hanno buttato giù tutte le baracche di legno e hanno allargato i due canali. Ora ce n’è uno grandissimo. Petite Moscou non esiste più.
Quando è successo il fatto di Marcinelle, nel ’56, io ero in Sicilia e mio padre era in Belgio. L’abbiamo sentito alla radio, allora si stava in pensiero, non c’era il telefono. Quella volta in Belgio c’erano tanti padri e figli siciliani. Quella mattina c’era un padre che si portava per la prima volta il figlio in miniera. È crollata la miniera di Marcinelle ed è rimasto il padre con il figlio.
Cristofero. Padre crudele io lo chiamo. Io non avrei mai, mai e poi mai lasciato mio figlio lì. Quel giorno ero al fondo, lavoravo a mille metri sotto terra. Quando siamo andati a prendere l’ascensore abbiamo incontrato quelli che iniziavano il turno e abbiamo saputo. Pensavamo che fosse un grisou piccolo, invece era uno di quelli grossi. Il grisou è un gas infiammabile. Nella miniera dove lavoravo c’erano perdite di gas, ma non c’è mai stata un’esplosione. Guarda, io potrei pensare di rischiare la vita se in cinque anni di lavoro si guadagnassero molti soldi; allora sì. Ma per quello che si guadagnava non valeva nemmeno la pena rischiare di ammalarsi. Uno lo fa perché è costretto a farlo.
Come siete stati accolti in Belgio? Avete subito discriminazioni?
Cristofero. No, in Belgio no, perché nel periodo in cui siamo andati noi erano tutti italiani, spagnoli, e di altri paesi. Erano tutti lì per lavorare. In miniera c’era qualcuno di Bergamo, qualcuno dalla Romagna e anche qualche belga. Nel nostro villaggio non parlavamo italiano, ma siciliano, perché eravamo tutti siciliani. Dopo due, tre anni la vita è cambiata un pochettino: tanti spagnoli se ne sono ritornati a casa, pure qualche italiano. Dopo cinque anni di miniera il governo dava il permesso di lavorare in fabbrica. Allora molti se ne sono andati, chi a Bruxelles, chi a Mons…
Poi siete partiti per l’Inghilterra.
Cristofero. Avevo provato tante volte a uscire fuori dalla miniera. Poi, mia sorella, tramite conoscenze di parenti, si è sposata con un siciliano che viveva in Inghilterra, è andata ad abitare lì e mi ha fatto un richiamo per lavorare nella fabbrica di acciaio. Così, anche se non avevo finito i cinque anni, mi sono licenziato dalla miniera e me ne sono andato in Inghilterra, a Scunthorpe. Ho firmato un contratto di quattro anni nella fabbrica d’acciaio. All’inizio ho lavorato un po’ sotto i rulli. Quando i rulli sono in funzione qualche pezzo di ferro rimane sotto, allora quando sono fermi si devono pulire dalle briciole. Eravamo una squadra solo per quello. Poi sono andato a lavorare alle macchine che tagliano le lamiere. Un operaio, col carrello di ferro, doveva spostarle: era pericolosissimo.
Per manovrare il carrello di ferro si mette un po’ d’olio, ma il manico è lungo quasi tre metri e se le lamiere non sono in equilibrio il carrello può impennarsi e farti volare in aria. Tante volte la ruota si bloccava. A due persone è successo: sono volate in aria e sono cadute a terra. In fabbrica era pieno di italiani. Quando siamo arrivati noi c’era una richiesta tale che da Londra sono arrivati quattro pullman di italiani che venivano dall’Italia e dalla Francia. Si lavorava notte e giorno, ma era meno rischioso della miniera. Almeno si respirava, non eravamo sottoterra. Secondo urgenza, il mio capo mi faceva lavorare anche la domenica. Però si guadagnava poco, spesso si lavorava sette giorni su sette e i soldi erano sempre quelli… avevo quasi deciso di ritornare in Belgio. Non per andare a lavorare in miniera: volevamo aprire un negozio di scarpe a Bernissart. Però poi, nello stesso periodo, un amico italiano che lavorava in acciaieria con me mi ha detto: "Guarda che c’è questo commercio in vendita”. Un po’ di soldi c’erano, un po’ ce li hanno prestati le banche, e abbiamo comprato la factory.
Raccontate della "fabbrica del gelato”.
Cristofero. Noi diciamo "fattoria del gelato” perché in inglese è "Ice-cream factory”. Facevamo ingrosso e dettaglio. Il pomeriggio andavamo a vendere il gelato, e ogni giorno alle cinque dovevamo fermarci "for a cup of tea”.
Carmela. Io rimanevo in bottega a fare il gelato. Preparavo il liquido, mettevo le forme, le stecche, chiudevo e aspettavo. Aprivo, li passavo sotto l’acqua fredda e li impacchettavo. Sulla carta era stampato il gusto del gelato. Facevamo il teddy bear, il rocket, il cider, lo strawberry, il lemon… Facevamo tutto noi perché costava la metà rispetto alle macchine industriali automatiche.
In Inghilterra come vi siete trovati?
Carmela. Ci siamo trovati bene perché noi non siamo stati i primi italiani ad arrivare. I primi italiani si sentiva che non erano molto contenti. Quando siamo arrivati noi già la cosa era bilanciata. La comunità italiana era grande: quando si è sposato nostro figlio Guido, c’erano più di duecento persone. Gli italiani avevano molti bambini che però non parlavano italiano ma solo dialetto siciliano, abruzzese o napoletano. In Inghilterra ci trattavano bene, avevamo tanti amici inglesi. La domenica eravamo in quattordici in casa, compresi i vicini indiani. La difficoltà si presentava nella lingua. Mio figlio Nino aveva tre anni e andando a casa di mia cognata, una sera, mi dice: "Mom, look at the moon”. Io non sapevo dove guardare, guardavo a destra, guardavo a sinistra, e lui: "Look at the moon!”. Non capivo cosa mi diceva mio figlio. E poi la mia vicina di casa, piano piano, mi ha insegnato le parole: la luna, le stelle, il cielo… Se non sai la lingua è difficile. Quando andavo al Corner, il negozio all’angolo, la commessa faceva il conto, io aprivo le mani con dentro le monete, e lei se li prendeva. Non rubavano mai. Sono stati molto onesti.
Cristofero. Invece io ho trovato un arabo che mi insegnava l’inglese. Lavoravo con un arabo e un sudanese; erano amici sinceri. L’arabo si chiamava Alec, il sudanese si chiamava Antoine e si era sposato con una inglese. Loro erano lì da un po’ di anni. È stato duro, però è stato anche bello. In Inghilterra abbiamo avuto altri figli, in tutto quattro: Nino, Guido, Giovanna e Angela, che sono andati a scuola e sono stati benissimo. Non abbiamo mai comprato libri, matite, penne, mai pagato l’iscrizione. Ha pagato tutto lo Stato. I ragazzi, da quando nascono fino ai 16 anni hanno tutto. Alla gioventù ci tengono. Ora il figlio di nostro figlio convive e ha avuto un bimbo. Quindi noi siamo due volte bisnonni.
La nostra famiglia continua, un po’ in Inghilterra, un po’ in Belgio, un po’ in Italia. Alla festa dei cinquant’anni di matrimonio eravamo in 130. Li abbiamo dovuti festeggiare in Belgio perché era a metà strada per tutti. Abbiamo fatto la festa nella "chiesa baracca”, la chiesa italiana di Petite Moscou. Non abbiamo più molti parenti in Sicilia, sono tutti in Belgio. Ci metti una settimana solo ad andare a salutare tutti; se ce la fai. Ogni volta che vado al cimitero in Belgio è un tormento.
Qual era il vostro progetto quando siete partiti?
Cristofero. Per me in realtà non c’era nessun progetto, e penso neanche per lei.
Carmela. Non c’è mai stato per nessuno.
Cristofero. Io ho sempre avuto l’idea di farmi una casa in Italia e ritornare. Quarant’anni fa, con i primi soldi, ho iniziato a costruire una casa vicino al mare, a Palermo. Andavo lì e dopo due ore ero già resuscitato. Abbiamo ammobiliato la casa con il pensiero di ritirarci in Sicilia. Però poi ci abbiamo ripensato: cosa ci andiamo a fare in Sicilia, se qui non ci manca niente? Alla fine siamo venuti in Emilia Romagna, perché qui c’era lavoro per i nostri figli. Io ho sempre avuto il pensiero di venire in Italia, però volevo tornare quando ero a posto. In Inghilterra il lavoro andava molto bene, quando i figli sono cresciuti e lavoravano con me, col guadagno potevo quasi comprare una casa all’anno. C’è a chi piace e c’è a chi non piace, perché è un lavoro impegnativo, però è stato un buon lavoro e ci ha permesso di mettere i soldi da parte per tornare…  Ora paghiamo le tasse in Italia, ma la pensione ci arriva dall’estero. E ogni anno, a Natale, l’Inghilterra ci manda dieci sterline per comprare il tacchino.
(a cura di Sarah Baldiserra)