Pierpaolo Romani, giornalista pubblicista e ricercatore, autore di libri e saggi, per Rubettino ha pubblicato Calcio criminale; è stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli amministratori locali minacciati e della Commissione parlamentare antimafia. È coordinatore nazionale di Avviso Pubblico. Vive a Verona.

Cos’è Avviso Pubblico e com’è nato?
Avviso Pubblico è un’associazione di enti locali e associazioni nata nel 1996 per unire gli amministratori locali impegnati nella prevenzione e nel contrasto a mafie e corruzione. La cosa curiosa è che l’idea di creare quest’associazione non è nata al Sud, bensì in Emilia Romagna. È nata dalla volontà di un giovane sindaco di Savignano sul Panaro, in provincia di Modena, Massimo Calzolari, che iniziò a organizzare dei momenti di riflessione nella sua città, invitando giudici, magistrati, ecc. Parliamo del 1993-’94, quindi anni terribili: nel febbraio del ’92 era scoppiata Mani Pulite, erano poi seguite le stragi di Capaci e via d’Amelio, nel ’93 le bombe di Firenze, Roma e Milano. Parliamo di un paese sotto assedio.
Ecco, questo sindaco, insieme ad altri "colleghi” incontrati nei suoi viaggi in giro per l’Italia, decise di mettere insieme chi praticava la buona amministrazione. Oggi sappiamo che non può esserci mafia senza rapporti con la politica: se i mafiosi sono forti è perché sono organizzati e sistemici. Di qui la necessità di fare altrettanto sul versante opposto e quindi di raccogliere e diffondere buone pratiche, fare formazione agli amministratori e al personale della pubblica amministrazione, e soprattutto non lasciare soli coloro che sono più esposti.
Oggi Avviso Pubblico conta quattrocento enti soci, tra cui dieci regioni, una provincia autonoma, quella di Trento, una serie di capoluoghi di città importanti, come Torino, Milano, Bologna, Bari, più delle Unioni di comuni.
L’associazione è cresciuta anche perché, nonostante siano state fatte cose importanti (sono stati arrestati tutti i capi dei clan dei Casalesi e Corleonesi), nel frattempo si è fatta strada una mafia sempre più impresa, finanza, che si è spostata in maniera più evidente al centro-nord e in altri paesi.
I segnali sul territorio, i nuovi indicatori non sono più i morti ammazzati, ma la presenza di compravendite particolari, sequestri di droga significativi, insomma dobbiamo iniziare a indossare occhiali diversi per riconoscere questa nuova realtà.
Nel 2011, abbiamo deciso di pubblicare un rapporto annuale che si intitola "Amministratori sotto tiro”, dove censiamo tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza attraverso i giornali e i nostri referenti. È notizia di ieri che in Calabria hanno arrestato cinquanta persone nel territorio del Comune di Brancaleone, dove, grazie alle intercettazioni telefoniche, si è scoperto che durante la discussione del piano regolatore o su possibili appalti, i mafiosi erano entrati mentre la giunta era in riunione dicendo: "Dovete dare a noi quei lavori”. E quando i lavori sono andati ad altri, si sono presentati a quegli imprenditori minacciandoli: "Ve ne dovete andare, qua lavoriamo noi”.
Purtroppo, accanto a un problema di criminalità, c’è anche un problema di rabbia sociale e sfiducia verso la politica, alimentata da una vulgata secondo la quale i politici sono tutti uguali: ignoranti, ladri, interessati solo ai propri privilegi. Fenomeno che dal punto di vista degli enti locali è invece del tutto residuale: la stragrande maggioranza dei nostri amministratori, non solo non guadagna grandi cifre (anzi talvolta ci mette pure soldi di tasca propria), ma investe la quasi totalità del proprio tempo sull’attività amministrativa e qualcuno incappa anche in qualche guaio di sicurezza. Insomma, noi registriamo soprattutto un forte spirito di servizio, che è trasversale, non è collocato in una parte politica.
Cosa significa essere "amministratori sotto tiro”?
Gli amministratori sotto tiro sono spesso sindaci, o presidenti di consigli comunali, o assessori, o consiglieri che vengono bersagliati: gli incendiano la macchina di notte, sparano alle loro case, mandano lettere con dentro dei proiettili. Negli ultimi tempi sono aumentate anche le aggressioni fisiche: li aspettano fuori dal comune o lungo una strada e li picchiano con bastoni, mazze da baseball, addirittura con dei coltelli. Perché vengono minacciati? O perché si rifiutano di legittimare degli interessi criminali, oppure perché cominciano a mettere ordine e trasparenza laddove prima non c’era. Faccio un esempio. Al comune di Molfetta, qualche tempo fa hanno cominciato a guardare gli elenchi di chi riceveva sussidi, scoprendo che c’erano famiglie che non avevano alcun diritto: l’indennità era frutto di un voto di scambio con politici locali che per anni avevano concepito il diritto/dovere al voto come un privilegio, una concessione di favori, che può essere la casa popolare, il contributo, e quant’altro. Nel corso di quell’operazione di semplice "pulizia”, quel Comune si è visto assediato, è dovuta arrivare la polizia da Bari, sono stati costretti a mettere una vigilanza privata h24 davanti all’assessorato alle politiche sociali.
Quindi si è "sotto tiro” non solo perché ci si oppone alla criminalità organizzata e mafiosa, ma anche perché si vuole semplicemente amministrare in nome del bene comune, combattendo dei privilegi.
Un altro grosso problema che registriamo è che, a fronte di una perdita di consenso delle istituzioni e dei partiti, i dati anche recenti dell’Istat o della Commissione del ministero dello sviluppo economico, ci parlano di una crescita dell’economia sommersa e criminale e quindi di un consenso in crescita verso il mondo illegale. Accanto a chi ha un preciso disegno strategico criminale o di potere, cresce e si allarga un tessuto di illegalità. Nel corso di un’indagine della procura di Venezia, chiamata Aspide, in collaborazione con la Direzione investigativa antimafia di Padova, si è scoperto che un gruppo di criminali collegati al clan dei Casalesi aveva comprato una finanziaria in pieno centro a Padova, dove faceva concessione e recupero crediti. Il recupero crediti evidentemente veniva fatto con le cattive maniere, però c’erano imprenditori che chiedevano proprio questo servizio.
Questo è un punto importante: la criminalità organizzata, per un pezzo di mondo imprenditoriale e finanziario, oggi è soprattutto un service. Offre dei servizi.
La criminalità quindi offre servizi che lo stato o le banche non garantiscono.
Oggi i vari accordi di Basilea rendono sempre più difficile accedere al credito, calano le commesse e le aziende si trovano senza liquidità. Questa è una terra in cui tanti imprenditori in questi anni di crisi si sono tolti la vita. Per questi piccoli e medi imprenditori, partiti facendo gli operai, l’azienda non è solo lavoro, profitto, è il sogno di una vita, uno status sociale.
Quando il Pm ha chiesto al capo di quel gruppo criminale perché avessero scelto proprio il Veneto per offrire i propri servizi, la risposta è stata: "Siamo venuti qui perché c’è tanta gente che non vuole pagare le tasse. E noi abbiamo il know how per aiutarli”. Avevano infatti una rete di notai, commercialisti, avvocati d’affari e quant’altro.
Ecco allora che gli amministratori locali oggi devono misurarsi anche con un tessuto sociale che guarda all’illegalità per convenienza, connivenza, complicità, ma anche per bisogno. Teniamo poi presente che quando un amministratore finisce sotto tiro entra in gioco anche la sua famiglia, che spesso lo incoraggia: "Resisti, vai avanti”. Ma altre volte gli dice: "Ma chi te lo fa fare? Prendi pochi soldi, non stai mai con noi, ti stai ammalando, ma chi te lo fa fare?”.
La commissione di inchiesta al Senato su questo fenomeno ci ha coinvolto nel team di consulenti. Abbiamo dunque dato il nostro contributo per elaborare una proposta di legge che modificasse un articolo del codice penale, il 338: "Violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario”; sono state alzate le pene; questo ha permesso agli investigatori di usare strumenti che prima non potevano usare, come le intercettazioni. È importante, perché oggi nel 95% dei casi chi minaccia un amministratore la fa franca, sono sempre indagini contro ignoti. Questo ci dice anche di un tessuto di omertà che purtroppo, seppur in misura diversa, è diffuso sull’intero territorio nazionale.
Ripeto, per noi redigere questo rapporto annuale è soprattutto un modo per non lasciare sole queste persone coraggiose.
Puoi darci qualche dato?
I dati sono impressionanti. Il primo anno abbiamo registrato 212 intimidazioni. L’ultimo rapporto parla di 479 intimidazioni. Sicuramente noi siamo diventati un po’ più bravi a cercare le notizie e ce le segnalano di più, però sono numeri preoccupanti: parliamo di quasi due episodi al giorno.
Nel 2014 avete istituito anche un Osservatorio parlamentare.
Si tratta di un portale attraverso il quale monitoriamo settimanalmente tutto quello che il parlamento fa, in aula, ma anche nelle commissioni, sui temi che riguardano le lotte alle mafie e alla corruzione.
Noi siamo convinti che si possano cambiare le cose. Però bisogna essere preparati, bisogna studiare, entrare nel merito delle questioni, conoscere i documenti, avere qualcuno che ti spieghi i passaggi giuridici... Ecco, l’osservatorio, coordinato da una persona che presta la sua competenza in maniera completamente volontaria, ha questa grande funzione.
Aggiungo un’altra considerazione. Visto che a un certo punto si pensava che si sarebbe andati a votare, ci siamo detti: proviamo a vedere, in extremis, quali sono le leggi sui nostri temi che sono a pochi metri dal traguardo, perché c’è stato un lavoro nelle commissioni oppure sono state approvate in una delle due aule. Alla fine ne abbiamo trovate sei. Ebbene, lavorando insieme a Cgil Cisl e Uil, Legambiente e Libera, a cui si sono aggiunti l’Arci, le Acli, il Centro Pio La Torre, e grazie all’osservatorio, che ha preparato le schede e i materiali, abbiamo creato un fronte dal basso che ha interloquito con il Parlamento andando al merito delle questioni. Grazie a questo lavoro, quattro leggi su sei sono passate. I parlamentari ci hanno detto che era una delle poche volte in cui avevano interloquito con controparti "dal basso” che sapevano ciò di cui si discuteva.
Questo per ribadire che si può cambiare. Però bisogna impegnarsi seriamente, occorre studiare, prepararsi e dialogare con le istituzioni. È un altro modo di fare politica.
Geograficamente, come sono distribuite le adesioni ad Avviso Pubblico?
Quando è nato Avviso Pubblico, la maggioranza degli enti che avevano aderito era nel Mezzogiorno. All’epoca, l’impatto delle stragi era stato fortissimo. Inoltre, Tangentopoli aveva spazzato via un’intera classe dirigente. Erano quindi entrati in gioco nuovi amministratori che arrivavano magari da esperienze professionali, dal mondo dell’università, e così via. Questi posero subito al centro dell’agenda politica il tema della legalità, della lotta alle mafie, alla corruzione.
Negli anni Duemila abbiamo assistito a una trasformazione: anche al nord sono scoppiate le grandi inchieste, che hanno rivelato la presenza delle mafie soprattutto nell’economia, negli appalti. Gli amministratori sono quindi corsi ai ripari.
Oggi abbiamo più enti locali nel centro-nord, le prime tre regioni sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Con scarti anche importanti di presenza: in Lombardia hanno aderito 80 enti, in Puglia 20-21.
Come avviene il contatto?
Sono soprattutto gli amministratori che ci chiedono di dare una mano. Abbiamo i nostri coordinatori territoriali, regionali e provinciali. Inoltre abbiamo iniziato a sviluppare un rapporto con le prefetture, le questure e le procure. Andiamo a incontrare i rappresentanti delle forze dell’ordine, per far loro sapere che esistiamo, che nel loro territorio ci sono sindaci che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte di fronte ai problemi.
Una cosa importantissima, che il movimento antimafia non deve mai dimenticare, è che i mafiosi guardano all’antimafia e si sono già fatti antimafia in alcuni casi. Quando è uscita la legge sulla gestione dei beni confiscati, sono state immediatamente costruite false cooperative sociali. Ci sono intercettazioni in cui i mafiosi esortavano: "Mi raccomando, entra nell’associazione antiracket”. Dobbiamo stare molto attenti a scegliere chi entra nella rete. Aderire ad Avviso Pubblico significa impegnarsi a partecipare a momenti associativi e formativi, organizzare iniziative sul proprio territorio: formazione dei dipendenti, attività nelle scuole, con i cittadini, insomma, dare un segno.
Ma oggi come si riconosce la mafia?
Siamo nati quando la mafia faceva le stragi. La mafia non spara quasi più, se non per dei regolamenti di conti, o per un cambio ai vertici. Oggi la mafia è soprattutto impresa.
I mafiosi mandano i figli a studiare in posti prestigiosi affinché si specializzino nel settore economico-finanziario, nel settore giuridico. È il principio del "make or  buy”, o lo faccio in casa o lo compro sul mercato. Se ho il servizio in casa salvaguardo un pilastro del potere mafioso, che è la segretezza.
Come riconosciamo oggi le mafie? Cosa deve fare un amministratore? Intanto va monitorata la qualità e quantità dei capitali e investimenti che arrivano, il passaggio di licenze commerciali, la gestione dei rifiuti, se qualcuno si offre di sponsorizzare campagne elettorali o quant’altro, anche le residenze… Alcuni decreti di scioglimento di consigli ci fanno capire che se il comune avesse guardato a chi era venuto ad abitare nel suo territorio nei cinque anni precedenti, si sarebbe accorto che da una certa zona della Calabria erano arrivati una certa quantità di cittadini e che alle successive elezioni c’erano stati alcuni spostamenti di voto sospetti. Non so se mi spiego.
Poi c’è il tema degli appalti, che resta centrale. Ilda Boccassini, in un recente convegno, ha dichiarato che in Lombardia la corruzione è "sistemica”. È un’affermazione molto grave. La corruzione non crea allarme sociale come un omicidio, ma è come un tarlo nel legno. Cioè distrugge le istituzioni dal di dentro.
In questi anni sono state varate leggi importanti, è stata creata un’autorità nazionale, l’Anac, ma se tu parli col personale della pubblica amministrazione, ti sentirai dire che l’anticorruzione è un peso, è burocrazia, carte. Invece dobbiamo far capire che certi passaggi, anche legislativi, sono stati importanti. La legge 190 del 2012, fatta durante il governo Monti e sostanzialmente impostaci dall’Europa, è uno strumento prezioso. Non dimentichiamo che, fra i ventisette paesi dell’Europa, rispetto alla corruzione siamo, assieme alla Grecia, i peggiori. Un’altra area critica è quella dei rifiuti. Qui torna il discorso del "service”: noi abbiamo imprenditori del Nord che chiedono ai mafiosi di smaltire i rifiuti. Ma perché costa meno e non devono compilare tante carte...
Non dimentichiamo che i mafiosi lavorano per avere consenso sociale. Che può essere ricercato attraverso l’intimidazione, l’omertà, oppure concedendo privilegi, anziché diritti. Lo stato non ti dà lavoro? Te lo do io. La giustizia non funziona? Ci penso io a farti da tribunale. Per recuperare un credito ci metti tre anni? Io provvedo in tre giorni. Smaltire i rifiuti è complicato? Te lo faccio io. Hai bisogno di sicurezza nei cantieri, o nei locali da ballo? Te la faccio io coi miei bodyguard (che casomai portano pure la droga). Per Diego Gambetta, grande studioso di questi fenomeni, una delle caratteristiche delle mafie è proprio vendere protezione.
Il professor Ciconte ha scritto un libro bellissimo, Storia criminale, in cui spiega che la mafia, come un Giano bifronte, ha una faccia verso il popolo e una faccia verso le classi dirigenti. La forza della mafia è di porsi nel mezzo, dando agli uni e agli altri  cose diverse.
La politica ha un ruolo fondamentale da questo punto di vista. Un sindaco che dice un sì o un no è la prima barriera. Allora, un sindaco minacciato, se oltre a essere appoggiato dai suoi familiari, è sostenuto dalle scuole che vanno a trovarlo in comune, dai cittadini che partecipano a consigli comunali aperti e che denunciano le piccole cose che non vanno; ecco, tutto questo crea un tessuto connettivo e sociale molto importante per promuovere non solo la cultura della legalità, che è uno strumento, ma soprattutto una cultura di giustizia e di uguaglianza. Perché le mafie portano grandi disuguaglianze e povertà sui territori. La ‘ndrangheta, che è considerata la principale azienda criminale e che gestisce il ricchissimo traffico di cocaina, non investe niente in Calabria. Se davvero volessero bene alla loro terra, con tutti i miliardi di euro che guadagnano, l’avrebbero resa un eden. Invece hanno portato solo miseria.
Il gioco d’azzardo è un ulteriore tema.
Ma parliamo sempre di impresa: io vado nei territori, compro delle sale o dei bar e dentro ci metto delle macchinette; dopodiché mi compro anche le aziende che producono le macchinette. Poi, se riesco, quelle macchinette le tarocco, non le collego al cervellone del Mef, quindi evado fiscalmente.
Una volta piazzate le mie macchinette, comincio a fare le estorsioni, che non vuol dire che ti faccio pagare dei soldi, ma che ti dico: "Lo zucchero per il caffè lo compri da me, il latte pure...”. Se sei una pizzeria: "La mozzarella e il pomodoro li compri da me”.
Le mafie oggi sono questo. Attenzione, non voglio dire che non usino la violenza, ma è l’extrema ratio: vi ricorrono quando l’intimidazione, l’estorsione, la minaccia o la corruzione non hanno sortito effetto. Però prevalgono le altre strade. Insomma, bisogna fare attenzione perché quando i mafiosi non sparano può voler dire che stanno riuscendo comunque a fare quel che devono fare.
Anche i beni confiscati sono un nodo critico...
Pio La Torre e Cesare Terranova, a metà anni Settanta, scrissero una relazione decisiva in cui sostenevano due cose. Intanto che la mafia è una questione di classi dirigenti, non di gente del popolo. In secondo luogo che la vera sconfitta delle mafie passa per l’attacco alle ricchezze economiche, cioè per l’impoverimento. La stessa Commissione antimafia, a distanza di 20 anni, nel ’94, scriveva: un mafioso senza ricchezze è come un re senza scettro, non conta niente. Allora bisogna che capiamo che i beni confiscati non sono beni come gli altri. E questo è vero a Lamezia Terme, come a Campolongo Maggiore, dove c’è villa Maniero. Bisogna riapproriarsi di questi luoghi-simbolo e restituirli alla collettività
Hai comprato un bene con azioni che hanno negato i diritti o addirittura tolto la vita a delle persone? Bene, io te lo prendo e lo ridò alla società. L’80% dei beni confiscati viene assegnato ai comuni, i quali li danno a cooperative, associazioni, o li tengono per fini istituzionali. Questo è possibile dal ’96 grazie alla legge 109, un provvedimento importante perché partito dal basso. All’epoca, "Libera”, che era nata un anno prima, propose una petizione popolare: raccolse un milione di firme e riuscì a far passare la legge prima della fine della legislatura.
Ovviamente, applicando la legge, emersero anche le difficoltà. Nel 2006, a Contromafie, gli stati generali dell’antimafia sociale, proponemmo di istituire un’agenzia nazionale.
Quello che avevamo capito è che serviva un coordinamento, perché i "beni confiscati” possono essere tante cose: il garage, la villa, il palazzo, l’azienda... E poi questi beni iniziano a essere tanti: intanto ci sono le inchieste promosse al Nord; non solo, da quando è arrivato Pignatone a Roma siamo a quasi due miliardi di beni confiscati. Serve una struttura e personale specializzato, su questo c’è ancora da lavorare. Diciamo che Pio La Torre è stato importante per il principio; il 1996 per la legge e il 2010 per la nascita dell’agenzia. Ora, con il nuovo codice antimafia è stato deliberato di potenziare l’agenzia.
Nel frattempo però al Sud sono nate cooperative di giovani che coltivano terreni confiscati; con l’aiuto di alcune fondazioni, si sono ottenuti dei finanziamenti per convertire alcune strutture in alberghi. In provincia di Trapani, alla Calcestruzzi Ericina, gli operai hanno preso in mano l’azienda e la stanno portando avanti loro.
Per un’amministrazione prendere in carico un bene confiscato può rivelarsi un guaio...
Purtroppo a volte le rogne partono già dallo sgombero. A Corleone, c’era un sindaco, Nino Iannazzo, me lo ricordo sempre, che un giorno si presentò da Simone Provenzano, il cugino, assieme a due vigili urbani, col decreto di confisca. Disse: "Signor Provenzano, qua c’è un decreto di confisca, lei deve lasciare la casa. Le do del tempo, lei si organizza e si sposta”. Lui era uno del posto, conosceva le dinamiche, e soprattutto era un uomo coraggioso. Ma lui, come altri, non ha avuto alcun sostegno. Non a caso, tanti sindaci fanno finta che non ci siano i beni! D’altra parte, spess­­­­o succede che i mafiosi, prima di mollare il bene lo distruggano e se tu lo vuoi rimettere in sesto dove trovi i soldi?
Ma il vero problema sono le aziende. Io non mi stanco di ripetere che le mafie non sono fuori della società, sono dentro la società, si nutrono della nostra complicità, indifferenza e connivenza.
Sai cosa succede? Che finché l’azienda la controlla il mafioso, ottiene crediti, fidi bancari, tutto. Il giorno in cui arriva il decreto di sequestro, le banche chiedono immediatamente il rientro dei fidi, le assicurazioni staccano le coperture... Insomma, c’è qualcosa che non torna.
Il nuovo codice è importante perché dice: abbiamo cento aziende, quante sono effettivamente capaci di stare sul mercato? Perché alcune sono solo delle lavatrici. Cinquanta. Bene, le altre si chiudono, ovviamente cercando di isolare, con l’aiuto delle forze sindacali e imprenditoriali, i lavoratori onesti da quelli che erano lì per altri scopi. Dopodiché, dobbiamo fare in modo che le aziende buone stiano sul mercato. Questo è decisivo! Perché non può passare il principio che con la mafia si lavora e con lo stato si resta disoccupati!

I numeri del gioco in Italia
Per dare il senso delle dimensioni raggiunte dal gioco d’azzardo, è indicativo fornire alcune cifre.
96 miliardi di euro. La Raccolta, intesa come il numero delle giocate registrate in un anno -in pratica le monete infilate nelle slot, i soldi puntati sulle scommesse sportive, etc.- è passata dai 12,5 miliardi del 1998 ai 96 miliardi del 2016.
1.587 euro. È̀ la cifra che nel 2016 ogni italiano ha puntato sul gioco d’azzardo. Il dato si ottiene dividendo la Raccolta per il numero di abitanti residenti in Italia, neonati compresi. È̀̀ pari a 132 euro al mese, all’incirca il costo di una spesa settimanale di generi essenziali per una famiglia media italiana.
2.357 euro. Se prendiamo in considerazione solo i contribuenti italiani -poco meno di 41 milioni- la media sale a questa cifra, pari a 196 euro al mese. È̀ il valore di uno smartphone di media qualità in offerta.
11% del reddito. Gli italiani nel 2016 hanno dichiarato un reddito medio mensile di 1.724 euro. Circa l’11% viene puntato sul gioco e non viene speso per altri generi di consumo.
19,5 miliardi di euro. È̀̀ l’ammontare delle perdite dei giocatori nel 2016 -la Spesa, in termine tecnico- che si ottiene sottraendo le Vincite (76,5 miliardi lo scorso anno) dalla Raccolta. Dividendo tale cifra per il numero dei contribuenti, si ha una Spesa pro-capite di 478 euro, circa la metà di quanto mediamente pagato dagli italiani per Imu e Tasi sulla seconda casa nelle città capoluogo. Chi minimizza e tenta di ridimensionare l’impatto del gioco d’azzardo sulla società italiana, sostiene che bisogna utilizzare la Spesa e non la Raccolta come unico parametro di riferimento, omettendo di ricordare che in vent’anni, quest’ultima, si è decuplicata. Va altresì sottolineato ciò che non emerge da questi dati ufficiali: sia le vincite che le perdite non sono distribuite in maniera omogenea fra i milioni di giocatori. L’azzardo premia una minoranza e fa pagare il conto a una stragrande maggioranza. I premi sono perlopiù di entità minima e sono pensati per alimentare la propensione all’azzardo: più si gioca e più aumenta la possibilità di perdere.
Il 54% allo Stato. Lo scorso anno oltre la metà dei 19,5 miliardi di Spesa in gioco d’azzardo è finita allo Stato (entrate tributarie e altro), il resto alle imprese del settore sotto forma di ricavi.
0,85% del Pil. Non esiste nazione in Europa che perda in azzardo quanto l’Italia. Commisurata al Prodotto Interno Lordo, la Spesa del nostro Paese, pari allo 0,85%, supera di poco quella degli Stati Uniti (0,78) e della Gran Bretagna (0,75). È̀ il doppio di quella francese (0,41) e più del doppio di quella tedesca (0,31).
(Tratto da Lose for life, Altreconomia 2017)

Nella convinzione che il primo strumento di cambiamento risiede nella conoscenza corretta e aggiornata dei fenomeni, "Avviso Pubblico” ha deciso di devolvere tutto il ricavato delle vendite del volume Lose for life per una Borsa di studio rivolta a un/a giovane studente/essa che collaborerà con l'Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico sul tema del gioco d’azzardo. Per tutti coloro che vogliono contribuire al progetto contattare la responsabile comunicazione Giulia Migneco, scrivendo all’indirizzo stampa@avvisopubblico.it