Lorenzo Cottignoli è nato 64 anni fa a Ravenna. Dopo un’iniziale esperienza giornalistica nel periodo degli studi universitari e una breve esperienza politica giovanile a livello nazionale, nel 1978 inizia la sua esperienza professionale nel mondo della cooperazione alla Lega delle Cooperative della Provincia di Ravenna, divenendo alcuni anni dopo responsabile del settore agroindustriale e vice-presidente della Lega stessa. Dal 1993 è presidente e direttore generale della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna. È presidente e amministratore delegato di Assicoop Romagna Futura srl.

Vorremmo che ci parlassi della cooperazione ravennate che ha scritto una delle pagine più belle della cooperazione mondiale, la bonifica dell’Agro Romano. Abbiamo pubblicato tempo fa, nei reprint, l’elzeviro del Corriere di Indro Montanelli che esalta l’impresa degli "scariolanti”…
La grande migrazione interna promossa da Nullo Baldini, Armuzzi, Bazzini e Ceroni ebbe inizio nel novembre del 1884, quando cinquecento braccianti e cinquanta azdore (l’azdora era la reggitrice della casa nelle famiglie contadine), accompagnati dal Sindaco di Ravenna, dalla Banda Comunale e da numerosi cittadini, si recarono alla stazione della città per iniziare un lungo e travagliato viaggio che li avrebbe condotti prima a Roma e poi a Ostia.
All’inizio del 1884 il Governo aveva appaltato i lavori di bonifica degli stagni di Ostia, Maccarese, Camposalino e Isola Sacra.
Si aggiudicò quell’appalto l’impresa Canzini-Feuter per la quale lavorava un ravennate, l’Ing. Angeletti conoscente di Baldini.
Armando Armuzzi fu il promotore, insieme a Nullo Baldini, dell’idea di trovare una soluzione alla grave disoccupazione dei braccianti ravennati, che soffrivano condizioni di grave indigenza, soprattutto nei mesi invernali, attraverso la loro migrazione in luoghi dove si potevano trovare occasioni di lavoro, come il litorale romano.

Gli strumenti della bonifica: la carriola in legno, il paletto in lego e ferro, il palone in legno

Per raggiungere questo scopo egli avviò una trattativa con l’impresa assegnataria dell’appalto e, dopo molti sforzi e con il supporto del sindaco di Ravenna e dei deputati del collegio che spesero tutta la loro influenza a favore dell’iniziativa, l’Associazione generale degli operai braccianti del Comune di Ravenna riuscì ad acquisire quei lavori di bonifica in subappalto, sulla base di una trattenuta del 18% sul valore del capitolato a favore dell’impresa assegnataria.
Questa grande e travagliata avventura rappresenterà una sorta di banco di prova per dimostrare le capacità organizzative, tecniche e professionali dei dirigenti dell’Associazione, ma soprattutto la determinazione di un popolo di lavoratori decisi a conquistare dignità e riscatto sociale attraverso il duro lavoro delle bonifiche.
Come ho detto, l’attività di bonifica del litorale romano serviva soprattutto a coprire la grave carenza di lavoro che si accentuava nei mesi invernali; quindi, nei primi anni, partivano solo i braccianti con qualche azdora, nel mese di novembre, quando erano quasi completamente terminati i lavori nel ravennate, rimanevano durante i mesi invernali per poi rientrare a primavera e ripartire nell’autunno successivo.
Nel corso degli anni molti di quei romagnoli portarono con sé le famiglie, mogli, figli, generi, nuore e nipoti, cosicché quella comunità ravennate iniziò a insediarsi e a divenire una colonia.
Le condizioni che i braccianti trovarono al loro arrivo a Ostia si dimostrarono terribili oltre ogni ragionevole previsione, ma essi, nonostante le decine e decine di morti, dovute alla malaria, a gravi malattie dell’apparato respiratorio e ad altre patologie, e le enormi difficoltà, riuscirono a portare avanti l’impresa della bonifica. Questo risultato ebbe un grande significato e rappresentò uno straordinario successo grazie alla riconosciuta bravura dei braccianti romagnoli nelle opere idrauliche. Devi considerare che il tentativo di bonificare gli stagni del litorale romano era avvenuto altre tre volte nella prima metà dell’800, quando lo Stato pontificio, proprietario di quei terreni, aveva cercato inutilmente, attraverso diversi progetti e diverse tecniche, di raggiungere l’obiettivo del prosciugamento delle acque.
Indro Montanelli, nell’elzeviro del Corriere  che tu hai citato, parla di fallimento; ma quello che avvenne è che l’Associazione subì un duro contraccolpo economico a causa del fatto che quei lavori in subappalto erano stati acquisiti a un valore troppo basso e quindi, ben presto, il costo della spedizione si rivelò non coperto dai ricavi realizzati, anche per le spese non previste dovute alla realizzazione di strutture di accoglienza e di servizio della Colonia. La soluzione del subappalto però non fu adottata per scelta, ma per necessità, poiché, all’epoca, gli organismi associativi non potevano partecipare direttamente ai pubblici appalti. Perché ciò si rendesse possibile occorrerà aspettare il 1909 e il 1911 con l’emanazione della legge 422 prima e del Regio Decreto n. 278 sui consorzi poi, che Nullo Baldini aveva pazientemente negoziato con Giolitti e che darà la possibilità di trasformare le associazioni e le cooperative in Enti Morali, in virtù del quale la stessa Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna si trasformerà, per Regio Decreto, in Ente Morale, divenendo un Consorzio di cooperative per la partecipazione diretta ai pubblici appalti, nel secondo decennio del 900.
L’associazione fallì?
No, come ho detto in precedenza, ebbe una grossa crisi, ma si salvò grazie a numerose elargizioni di diversi istituti finanziari che intervennero anche su sollecitazione del Primo ministro Agostino Depretis.
In aiuto all’Associazione intervenne anche Re Umberto I, che aveva conosciuto i braccianti romagnoli in quanto andava spesso a fare battute di caccia negli stagni di Ostia e nella pineta di Castel Fusano; lì conobbe i braccianti e in particolare Evaristo Missiroli che divenne il suo accompagnatore abituale: conduceva il battello e gli faceva da guardacaccia. Il Re aveva iniziato a mandare regalie a Natale e a Pasqua ai braccianti della Colonia e poi passò ad aiuti finanziari all’Associazione.
A causa di quelle donazioni nacque una querelle tra repubblicani e socialisti, già contrapposti negli ideali sul progetto di futura società da costruire, che portò i repubblicani a sbeffeggiare a lungo gli avversari, denominandoli "i socialisti del re”.
Nacque di lì la famosa espressione...
Sì, "i socialisti del re” nasce da lì. Devo anche dirti che ho da qualche tempo acquisito il diario di quel bracciante, grande cacciatore, di cui il re era diventato amico e che testimonia quanto ho affermato sopra circa il legame che si era consolidato fra i due.
Andavano a caccia insieme, in barca nella palude e a cavallo nella pineta. Evaristo tenne un diario che raccontava quel legame. Gli eredi me ne hanno donato una copia, qualche anno fa, in occasione di una visita fattami presso la sede della Federazione a Ravenna.

Foto di gruppo dei coloni, da scariolanti ad agricoltori

Quindi la cooperativa si salvò...
Si, anche grazie agli aiuti di cui ho parlato sopra, ma la cosa più importante che vorrei sottolineare è che non solo l’associazione si salvò, ma attraverso varie trasformazioni divenne poi Cooperativa agricola braccianti di Ravenna e successivamente (dopo una prima fusione con la Cooperativa Braccianti di Classe) si fuse ancora negli anni Novanta con le cooperative braccianti di Piangipane, Santerno e Russi, divenendo l’attuale Cab Ter.Ra (che significa Cooperativa Agricola Braccianti del Territorio Ravennate) spostando la sede da Ravenna a Piangipane, che è una frazione del Comune di Ravenna. Questa storia non è solo la testimonianza del fatto che quella prima esperienza cooperativa, dopo la crisi economica dovuta alla spedizione di Ostia, si salvò, ma essa, attraverso le varie aggregazioni di cui ho parlato, divenne una delle più importanti aziende agricole a livello nazionale, proprietaria di diverse migliaia di ettari di terreno agricolo, costituendo uno dei più evidenti esempi della transgenerazionalità del patrimonio cooperativo avendo attraversato almeno sei generazioni di soci.
Hai detto che molti braccianti decisero di restare e fondarono la Colonia. Ma era strutturata?
Sì, quando piano piano i lavori cominciano a terminare, c’è l’occasione di trasformarsi da bonificatori in agricoltori, perché la terra diventa coltivabile, e così tanti rimangono e si insediano, facendosi raggiungere dalle famiglie o mettendola su lì.
Avevano letto di Cabet e quindi in gran parte si ispirarono al suo esperimento di "società nuova”. Stamparono pure moneta. Erano arrivati anche degli artigiani, quindi nella colonia funzionava lo scambio.
Ma il rapporto fra l’Associazione dei braccianti ravennati e la Colonia di Ostia a un dato punto si interruppe?
Fu principalmente a causa delle polemiche che a Ravenna erano sorte in seguito ai risultati economici negativi dell’esperienza di Ostia (alimentate dai dirigenti socialisti ravennati che non vedevano di buon occhio il rapporto che si era venuto a creare tra la Colonia e Nullo Baldini da una parte e il Governo e Re Umberto dall’altra), che l’Associazione, all’inizio del 900, si separò dalla sua emanazione ostiense, la quale fu posta in liquidazione. Contemporaneamente, il  29 gennaio 1902, i braccianti ravennati che avevano fondato la Colonia di Ostia fondarono la Società cooperativa agricola, rendendosi così definitivamente autonomi dalla cooperazione ravennate. Nonostante ciò, si continuò comunque a tenere vivo il legame con la terra di origine. Infatti nello statuto sociale si inseriva, tra i requisiti per aderire al nuovo organismo, l’essere nati a Ravenna o essere figli di ravennati e l’avere dimora stabile a Ostia o Fiumicino da almeno tre anni, oltre al possesso di requisiti professionale coerenti all’oggetto sociale della cooperativa.
A quel punto la nuova cooperativa aveva l’obiettivo di acquisire i territori bonificati che, a norma di legge, sarebbero stati messi all’asta. Per evitare questa prospettiva, il 20 agosto 1905, nel corso di una riunione, che si tenne a Ostia con la partecipazione della Lega Nazionale delle Cooperative, della Federazione della Cooperative di Roma e della Camera del Lavoro, venne approvato un ordine del giorno per chiedere la sospensione dell’asta governativa che portò, anche per l’interessamento diretto del ministro Maiorana, alla stipulazione di un contratto annuale di affitto delle terre del litorale. Questo contratto fu rinnovato di anno in anno, per un lungo periodo, fino a quando, anche per il diretto coinvolgimento di Mussolini, nel 1928, tutte quelle terre furono concesse in enfiteusi perpetua alla cooperativa. Questa situazione perdurò fino al 1956 allorché la società si sciolse segnando così la fine definitiva dell’esperienza cooperativistica ravennate nel litorale romano.
In concomitanza con la separazione dell’Associazione dalla Colonia, nello stesso 1902 nacque a Ravenna, su iniziativa della Camera del Lavoro, sorta nel 1900, la Federazione delle cooperative della Provincia di Ravenna, con lo scopo di assegnare equamente fra le cooperative braccianti che vi avevano aderito i lavori pubblici acquisiti.

Il busto di Andrea Costa posto sotto la lapide (foto sotto) che lui stesso compose per ricordare l'impresa dei braccianti

Torniamo all’Associazione, cioè, alla cooperativa, ravennate. Com’era nata?
Era nata per iniziativa di Nullo Baldini, un ragazzo di ventuno anni, che aveva assorbito giovanissimo le idee libertarie e i valori dal padre garibaldino, il quale gli attribuì il nome di Nullo in ricordo di Francesco Nullo, un generale di Garibaldi morto in Polonia partecipando alla lotta per la libertà di quel paese. Successivamente, ancora adolescente, Nullo subì il fascino dei racconti che la stampa italiana aveva dedicato alla Comune di Parigi, premessa della diffusione delle idee dell’Internazionale e dell’anarchismo al quale anche Andrea Costa, che fu il suo primo punto di riferimento, allora aderiva.
La sua era una famiglia di commercianti di granaglie che gestiva la sua attività in un magazzino del Borgo San Rocco di Ravenna. Baldini racconta nelle sue memorie che divenne "socialista prima con il sentimento che con il ragionamento”, perché, poco più che adolescente, vedeva nel magazzino del padre tante povere donne, mogli di braccianti e braccianti esse stesse, che andavano a prendere qualche etto di farina per fare il pane; soprattutto nei mesi invernali, quando il lavoro era praticamente assente e l’unica attività era quella di "far legnatico” in pineta, un diritto garantito ai poveri dal Comune affinché potessero almeno scaldarsi con la legna raccolta. Non avendo i soldi per pagare, presentavano con vergogna dei piccoli libretti con la copertina nera dove, giorno dopo giorno, veniva segnato l’importo del debito. Debito che quelle povere famiglie avrebbero pagato solo in estate quando sarebbe arrivato almeno un po’ di lavoro.
Per il giovane Baldini quelle tristi vicende umane divennero il motivo dell’impegno di tutta la sua vita dedicata a rendere concretamente possibile il riscatto e l’emancipazione della povera gente. Aderì al partito socialista e divenne allievo e amico di Andrea Costa da cui si distaccò successivamente quando abbracciò le idee del socialismo riformista e si avvicinò a Filippo Turati.
Nei primi mesi del 1883 assistette a uno dei tanti scioperi di braccianti, impegnati nello scavo del Fosso Vecchio a sud di Ravenna, che protestavano per la carenza di lavoro. Quell’episodio gli fece capire che quelle iniziative sporadiche, non inserite in un contesto organizzato, finivano per essere sterili e prive di efficacia.
Traendo ispirazione dai contenuti della "Lettera agli amici di Romagna” di Andrea Costa, capì che per cercare di dare una risposta efficace al bisogno di lavoro dei braccianti serviva una struttura organizzata. Va considerato che non esisteva ancora nessuna organizzazione sindacale poiché la Camera del Lavoro di Ravenna nascerà solo nel 1900.
Decise quindi di radunare alcune decine di braccianti nella casa dei sette solai nell’aprile del 1883 e di costituire ufficialmente l’Associazione degli operai braccianti del comune di Ravenna, come società di fatto.
In città, in via Carraie, esiste ancora quella casa sulla quale è stata apposta una targa, a ricordo di quell’avvenimento, in occasione del centenario.
La cosiddetta "Casa dei Sette Solai” in realtà è una casa a due piani e un sottotetto, quindi i solai non erano sette, per cui rimane il mistero sul nome. Forse il motivo va ricercato nella volontà di dare enfasi all’obiettivo che ci si poneva con la fondazione dell’Associazione, ma si tratta di una semplice supposizione.
Una volta costituito l’organismo, Baldini iniziò a fare pressioni per ottenere l’assegnazione di lavori pubblici per dare una risposta al bisogno di lavoro puntando sul fatto che l’Associazione, se avesse raggiunto quell’obiettivo, avrebbe potuto arginare la forte volontà di rivolta di quelle masse affamate. La classe dirigente liberale comprese l’opportunità che quell’ipotesi di scambio offriva e si adoperò per cercare di attribuire all’associazione lavori pubblici allo scopo di stemperare lo scontro sociale. I lavori assegnati però si rivelarono ben presto insufficienti a soddisfare l’offerta di  tante "braccia” e quindi, come ho detto sopra, i dirigenti dell’associazione Armuzzi, Baldini, Bazzini e Ceroni incominciarono a coltivare l’idea della grande migrazione a Ostia.
Fu così che il 25 novembre del 1884, poco più di un anno dopo la nascita dell’associazione, cinquecento braccianti partirono dalla stazione di Ravenna per Ostia con un treno appositamente organizzato che, per via della fama dei romagnoli, considerati dei turbolenti, dei facinorosi e degli accoltellatori, venne piombato fino a Roma.

Lapide posta sotto il busto di Andrea Costa

Piombarono il treno fino a Roma?
Sì, per non farli scendere fino all’arrivo. Da Roma, poi, li portarono a Ostia, dove nessuno aveva neanche previsto dove farli dormire, e così coprirono di paglia il pavimento di un magazzino per il deposito di cereali , detto il "Granarone”,  di proprietà degli Aldobrandini, e li fecero dormire a terra uno accanto all’altro.
Questa struttura esiste ancora oggi, addossato alle mura del borgo di Ostia Antica, ancora di proprietà degli Aldobrandini, che lo hanno trasformato in un edificio arredato finto antico destinato alla celebrazione di eventi e matrimoni.
Nel novembre del 2006, in occasione del centoventesimo anniversario della nascita della Lega nazionale delle Cooperative, e del centoventiduesimo anniversario dell’impresa della bonifica del litorale romano, abbiamo utilizzato il "Granarone” per l’annuale commemorazione in ricordo dei braccianti ravennati, alla quale ha partecipato come di consueto, ma per l’ultima volta, la figlia più giovane di Nullo Baldini, Maria Luigia detta Pimpa.
Ma torniamo ai nostri braccianti.
Il giorno dopo il loro arrivo li divisero in squadre e li portarono nelle varie località dove i tecnici li avevano preceduti per preordinare l’organizzazione dei lavori. La squadra assegnata allo stagno di Ostia, arrivata all’argine di quella palude, trovò il traghettatore che doveva portarli sull’altra sponda; questi, soprannominato Caronte, vedendoli, disse loro: "Ma cosa siete venuti a fare? Qui c'è solo morte e desolazione”. Sono parole quasi testuali, premonitrici di quello che i braccianti avrebbero vissuto nei giorni successivi.
L’impatto fu terribile, le condizioni di lavoro erano durissime, inoltre si incominciarono subito a capire gli effetti che le malattie e la malaria avrebbero provocato soprattutto nei soggetti più deboli. Iniziarono ad ammalarsi e, numerosi, a morire.
A causa degli effetti di queste terribili condizioni di vita molti braccianti incominciarono a pensare di abbandonare l’impresa. Armuzzi e Ceroni, i due dirigenti dell’Associazione insediati in pianta stabile a Ostia, si trovarono in grande difficoltà e chiamarono Baldini, che era a Ravenna, per cercare di definire il da farsi. Fu convocata un’assemblea che assunse toni drammatici in cui a un certo punto sembrò prevalere la proposta di lasciare, e tornare tutti a Ravenna. Ma Baldini riuscì a capovolgere quell’orientamento appellandosi al senso dell’onore dei romagnoli: "… se tornate in Romagna sarete considerati dei vigliacchi. Siete venuti qua per fare la figura dei vigliacchi?”. Al termine della discussione la decisione fu quella di rimanere. In tanti persero la vita, ma il lavoro proseguì e venne portato a termine realizzando con successo l’obiettivo della bonifica del litorale romano.
Il lavoro in che cosa consisteva?
Il lavoro consisteva nello scavo di canali per scolare l’acqua, che veniva convogliata in un collettore principale per poi essere pompata dalle idrovore a mare.
Le bonifiche sono di due tipi: la bonifica per colmata e la bonifica per sollevamento meccanico delle acque.
La prima è quella di Ravenna, ottenuta grazie alle acque del fiume Lamone, convogliate all’interno di una grande cassa di colmata dove i detriti si depositavano innalzando il piano di campagna; per questo motivo da alcuni il Lamone è definito il Piccolo Nilo di Ravenna.
Nel ravennate questa bonifica per colmata fu poi affiancata alla bonifica per sollevamento meccanico delle acque mediante l’installazione, vicino al litorale, di alcune idrovore grazie alle quali, nonostante gran parte del territorio sia collocato sotto il livello del mare, si sono ottenuti centinaia di ettari di terreno asciutto destinato alle coltivazioni agricole.
La bonifica di Ostia, invece, è stata fatta per sollevamento meccanico delle acque che, come ho detto, venivano e tuttora vengono convogliate a mare grazie al pompaggio delle idrovore che funzionano ancora oggi. Grazie a esse le terre del litorale romano, che permangono al di sotto del livello del mare, sono mantenute asciutte.

Di fronte alla colonia a Ostia

Ci sono tuttora le idrovore?
Certamente! A Ostia come a Ravenna. A Ostia le prime idrovore a vapore furono istallate nel 1889, quando fu completata la prima rete dei canali di scolo; nel 1915 le vecchie macchine a vapore furono sostituite da due macchine elettriche orizzontali affiancate poi da due idrovore azionate da motori diesel Fiat che entravano in funzione in caso di mancanza dell’energia elettrica e, successivamente, da altre tre macchine elettriche verticali.
In seguito furono istallate altre tre piccole idrovore elettriche in un bacino collettore secondario. All’inizio degli anni 90 del 900, dopo la grande alluvione del 1986, nel bacino collettore principale furono montate, da una ditta di romagnoli, quattro nuove idrovore elettriche più moderne ed efficienti che sono tuttora in uso.
Come ho detto in precedenza, il tutto funzionava attraverso la costruzione di canali che drenavano l’acqua dai territori da prosciugare conducendola al canale collettore centrale. Le idrovore avevano il compito di sollevare quell’acqua accumulata nel bacino principale e di pomparla a mare. In definitiva l’elemento fondamentale per il successo dell’opera di bonifica fu la grande capacità dei braccianti ravennati di costruire canali riuscendo a calcolare, con pochi rudimentali strumenti, le pendenze giuste per convogliare le acque nel canale principale. Si consideri che in una distanza di un chilometro la pendenza dei canali era solo di qualche decina di centimetri e quindi occorreva grande maestria e grande conoscenza della tecnica idraulica, capacità che furono garantite dai tecnici della Federazione, i quali guidavano quella grande massa di scariolanti e spondini di impareggiabile bravura.
Una volta costruita la rete dei canali, occorreva poi una continua opera di manutenzione per tenere puliti le sponde e i fondali dei canali onde evitare di intralciare lo scorrere dell’acqua vanificando l’efficienza di tutto il sistema idrovoro.
In particolare, per tenere sfalciati i fondali dei canali era stato inventato dai braccianti romagnoli un apposito attrezzo, costituito da un lungo ferro arcuato e affilato su un lato, collegato alle due estremità a robuste corde che venivano tirate da una parte all’altra da due gruppi di braccianti che stavano nelle opposte sponde.
Ne morirono tanti per la malaria?
Sì, come ho detto prima, nei primi anni ne morirono molte decine. Non solo a causa della malaria, ma anche per malattie delle vie respiratorie come la polmonite, e per altre patologie legate alle dure condizioni di vita e di lavoro.
Per assistere i malati, dopo i primi anni della permanenza a Ostia, fu costruita un’infermeria per i primi soccorsi, ma per affrontare i casi più gravi gli ammalati venivano portati negli ospedali di Roma, caricati su carretti trainati da cavalli e accompagnati da qualche compagno di lavoro.
In un secondo tempo, l’Associazione si dotò di una sede romana nei pressi di Porta Portese, che serviva da riferimento anche per assistere i malati ricoverati negli ospedali della capitale.
C’è una lapide che ricorda i braccianti romagnoli defunti situata all’interno del cimitero di Fiumicino, nei pressi della tomba del dott. Grassi, lo scienziato i cui studi sono stati fondamentali per debellare la malaria, e dove sono sepolti moltissimi di loro. Altri, che morirono durante il ricovero negli ospedali romani, furono sepolti nel cimitero del Verano. Diversi braccianti hanno tramandato la memoria di quei funerali a cui partecipavano molti dei componenti della Colonia di Ostia, i dirigenti dell’Associazione e spesso anche l’on. Andrea Costa che fu molto vicino all’esperienza di Ostia, come testimonia il suo busto collocato sopra a quello di Baldini costituendo il "Monumento”, situato in Piazza Umberto I vicino all’entrata principale del Borgo Antico di Ostia. In quel monumento è altresì collocata la famosa lapide che ha per titolo "Pane e Lavoro” e che Costa volle dettare nel 1904 per ricordare la straordinaria storia di quei braccianti. Il busto di Nullo Baldini fu donato dai cooperatori ravennati.
Nel cimitero di Ostia Antica ci sono poi molte tombe dove riposano i componenti delle famiglie dei ravennati che si insediarono definitivamente in quel territorio, fra cui quelle delle famiglie Armuzzi, Bazzini, Ceroni e Melandri. Quest’ultima accoglie le spoglie dei bisnonni, dei nonni e dei genitori di Maria Pia, la fondatrice della Cooperativa ricerca sul territorio.
Che cos’è?
Nel 1978 per iniziativa, appunto, di Maria Pia Melandri e di Paolo Isaja, è stata fondata la Cooperativa ricerca sul territorio che  ha dato vita in questi anni a un importante progetto di ricerca realizzando numerosi documentari, pubblicazioni e, soprattutto, l’Ecomuseo del litorale romano, uno dei più importanti ecomusei a livello nazionale, che racconta con un’efficace tecnica multimediale la storia dei braccianti ravennati e della bonifica del litorale romano, ed è costante meta di visita di scolaresche della capitale e di tantissimi appassionati di storia del territorio.
Nel 2002, in occasione del centenario della Federazione, la Cooperativa ricerca sul territorio è divenuta socia delle Federazione stessa, realizzando così, dopo un secolo, il ricongiungimento associativo, e non solo, fra la cooperazione ravennate e la comunità erede dell’esperienza romagnola dell’Agro Romano. (Fine prima puntata)
(a cura di Flavio Casetti e Gianni Saporetti)

Qui sotto: il primo Ricreatorio "Andrea Costa"; la cooperativa di consumo; le case costruite dalla cooperativa case; La Banda dei romagnoli sotto il busto di Costa in occasione dell'inagurazione; la carta moneta emessa nel 1898-99