Francesco Cataluccio ha studiato filosofia e letteratura a Firenze e Varsavia. Tra le sue pubblicazioni: Vado a vedere se di là è meglio (Sellerio 2010), 1(Sellerio 2013).

Avevi conosciuto Wojciech Karpinski negli anni Ottanta, puoi parlarci di lui?
La caratteristica principale di Wojciech Karpinski era di essere una persona molto indipendente e molto innamorata della propria libertà.
Era nato nel ‘43. La sua era una famiglia di intellettuali, suo padre era un importante architetto di Varsavia, e quindi, già negli anni Sessanta aveva potuto leggere testi a cui i suoi coetanei non avevano accesso, perché erano libri stampati all’estero. Fin da giovane si era costruito una sorta di percorso intellettuale, ma anche esistenziale, che andasse in parallelo rispetto alla vita di tutti i giorni. Ai tempi dell’università era entrato a far parte dell’opposizione democratica polacca, scrivendo, con vari pseudonimi, sul mensile dell’emigrazione “Kultura”, pubblicato a Parigi, una realtà che è stata molto importante nella sua vita.
Proprio durante questi mesi di lockdown aveva lavorato a un libro, che ora circola in forma digitale, intitolato “Centoventi giorni di Kultura”, una raccolta di testi che riassumono il suo contributo alla rivista, ma soprattutto un omaggio ai suoi maestri.
Karpinski si era formato leggendo scrittori come Witold Gombrowicz, poeti come Czeslaw Milosz, pittori e saggisti come Józef Czapski. Tutte persone che facevano parte, in modo più o meno organico, di questa rivista, che era anche una casa editrice e un luogo in cui si sperimentavano e si discutevano delle idee alternative a quelle che erano le idee ufficiali in Polonia.
Wojciech Karpinski aveva studiato romanistica, quindi conosceva molto bene il francese e appena ne ebbe la possibilità (pur assumendosi dei rischi: vigeva uno stretto controllo da parte della polizia segreta polacca) andò a Parigi per incontrare quelli che considerava dei padri spirituali, a cui rimase legato per tutta la vita.
Un episodio fondamentale nella sua vita è stata la condanna del fratello Jakub, coinvolto nel 1970 in un clamoroso processo farsa ai cosiddetti “scalatori dei monti Tatra”, un gruppo di giovani accusati di simulare delle gite in questi monti al confine tra la Polonia e la Repubblica Ceca per poi riportarsi a casa zaini pieni di libri proibiti che, all’epoca della primavera di Praga erano invece accessibili in Cecoslovacchia.
Questo processo fu un modo per dare una “regolata” a tutto un gruppo di intellettuali di cui il fratello faceva parte. Ovviamente, come succedeva spesso nei paesi dell’Est, questa condanna ebbe delle ripercussioni anche sui familiari: Wojciech fu espulso dall’università e dovette interrompere la carriera accademica.
Quando nel 1980 nacque Solidarnosc, si trasferì infine a Parigi. Questo da parte di alcuni suoi amici gli fu rimproverato, nel senso che in quel momento così vivace, così importante per la Polonia, lui ne aveva, tra virgolette, approfittato per andare altrove. Il fatto è che la sua libertà intellettuale in qualche modo lo portava a vivere appunto altrove. Sempre a Parigi nel 1982 fondò, assieme a Barbara Torunczyk, “Zeszyty Literackie” (Quaderni letterari), dove scrisse in tutti i numeri, mantenendo comunque il suo rapporto con “Kultura”.
Io lo conobbi agli inizi del 1983 a Parigi. Mi fu presentato da comuni amici. Era un tipo piccoletto, abbastanza sorridente rispetto al polacco malinconico tradizionale, con una cultura smisurata e una conoscenza dell’Italia sorprendente.
L’altra cosa che mi colpì è il fatto che, per approvare una cosa che si diceva, muoveva non si sa come le orecchie abbassando il lobo superiore. Trovavo veramente buffo che avesse questa forma anche di giocosità, perché poi era una persona molto seria.
Quando tornai in Italia iniziammo una corrispondenza. Mi chiedeva dei libri, di dargli dei pareri. Devo dire che una delle cose che per le quali gli sono più grato è di avermi fatto conoscere Nicola Chiaromonte, anche se tutto cominciò con un equivoco. Ricordo che un giorno a Parigi mi chiese appunto se avessi letto “Chiaromonte”. Io lì per lì pensai al politico del Partito comunista; rimasi anche sorpreso che avesse questo interesse per Gerardo Chiaromonte: quello che scriveva mi sembrava piuttosto irrilevante per la nostra conservazione. Il fraintendimento andò avanti per un po’, con me che rispondevo: “Mah sì, qualcosa ho letto, su Rinascita”. E lui: “Rinascita? Ma Chiaromonte non ha mai scritto su Rinascita!”. Sembrava un dialogo tra due ubriachi... Poi la cosa si chiarì e così scoprii che io questo Chiaromonte non l’avevo mai sentito nominare e mi vergognai come un… pivello. Appena tornai in Italia cercai tutto quello che potevo trovare che, agli inizi degli anni Ottanta, era veramente poco. Leggendolo, capii che era una sorta di anima gemella di Wojciech, che aveva trovato in lui, come in altri animatori di “Kultura”, un’affinità elettiva, un nume tutelare.
In Nicola Chiaromonte c’era quella libertà di pensiero, quell’anticonformismo, quella specie di “anarchia” anche politica che caratterizzava i suoi maestri e un po’ lo stesso Wojciech.
In Italia, oltre a Chiaromonte, c’era Silone; tutti intellettuali, come si può dire, non definibili, non incasellabili, che non accettavano di prendere una posizione per disciplina di partito e per coerenza mantenerla per tutta la vita. Chiaromonte aveva combattuto prima di molti altri il fascismo, lo aveva criticato, se n’era andato, ma dopo la guerra non è che si fosse allineato su un pensiero conformista di sinistra, aveva mantenuto la sua coerenza.
Wojciech era poi diventato molto amico di Miriam, la moglie di Chiaromonte. Le era stato molto vicino negli ultimi anni, la andava a trovare spessissimo e agli amici romani diceva sempre: “State vicini alla signora Miriam...”.
Ero con lui a Roma quando si trovò a decidere della destinazione delle carte e dei libri di Chiaromonte. Ricordo che la scoperta del carteggio con Muska, la suora americana, poi pubblicato, lo aveva molto colpito. Gli era sembrata la conferma ulteriore dell’apertura mentale di Chiaromonte. Questa conversazione con una suora americana che viveva in un convento di clausura, la possibilità di ragionare con lei di Platone, dei classici, del senso della vita era un modo molto moderno di intendere il dialogo intellettuale. Come il compromesso in politica non lo fai con l’amico, ma con l’avversario, anche il dialogo lo si fa con il diverso, sennò è un parlarsi allo specchio.
Anche Wojciech amava molto poter discutere con persone diverse da sé, anche molto lontane; la trovava una cosa molto stimolante, e in quel carteggio aveva avuto l’ennesima conferma della libertà di pensiero di Chiaromonte, che non si lasciava imbrigliare o ricondurre dentro degli steccati, degli schemi.
Anche in questo Wojciech gli assomigliava.
Lo si capisce bene leggendo gli scritti in sua memoria comparsi in Polonia. Karpinski era una persona difficilmente incasellabile in una tendenza politica. Era indubbiamente un dissidente, al contempo non era mai attratto dalle posizioni più estreme; era molto riflessivo, aborriva la violenza e qualsiasi forma di scontro. Era una persona interessata più alla riflessione che all’azione. Tutto il suo patrimonio di scritti su tematiche più politiche, penso in particolare a un suo libro molto importante, L’ombra di Metternich, partiva da una riflessione sulla politica molto poco legata alla prassi e molto invece tendente a stabilire alcuni paletti, che erano poi paletti di un liberalismo un po’ anarchico.
Nel 1979, mentre ancora era in Polonia, aveva fondato, insieme al sociologo Marcin Krol, la rivista “Res Publica” che inizialmente usciva in modo clandestino. Solo alla fine degli anni Ottanta, quando si allentò la morsa successiva al colpo di stato militare, ottenne il permesso di essere pubblicata, se pure sotto il controllo della censura. Quella è stata una rivista fondamentale per creare i presupposti per quella che è stata la Tavola rotonda e poi il ritorno alla democrazia nell’89, avvenuto in modo non violento.
Su “Res Publica” molto si dibatteva proprio sulla necessità di trovare un compromesso, sul fatto che la politica è fatta di compromessi. Ricordo un famoso articolo in cui Karpisnki ricordava appunto che i compromessi si fanno col nemico, mentre invece molti dissidenti pensavano che col nemico, con l’avversario non si parla. La sua idea di politica era molto orientata in questa direzione.
Dicevi che conosceva molto bene l’Italia...
Aveva una conoscenza veramente profonda e raffinata della cultura italiana e soprattutto dell’arte. Una passione, quest’ultima, che si era ulteriormente accentuata da quando Karpinski si era legato sentimentalmente al pittore Krzysztof Jung, morto purtroppo prematuramente. Per lui quello fu un lutto molto doloroso.
I suoi viaggi a Firenze, assieme al suo compagno o anche da solo, erano sempre delle bellissime scoperte, anche perché aveva delle fonti a noi abbastanza ignote. Era stato uno dei primi a riscoprire il grande storico dell’arte russo Pavel Muratov, di cui recentemente è stato pubblicato il primo volume di scritti dall’Adelphi (tra l’altro proprio su suggerimento di Wojciech). Ecco, Pavel Muratov, che aveva visitato l’Italia agli inizi del Novecento, aveva scritto una sorta di viaggio nell’arte italiana che ancora oggi può essere utilizzato come una guida. È un’opera straordinaria, al di là del suo valore letterario e dei suoi giudizi, proprio per questo sguardo che veniva da molto lontano.
Wojciech pensava che Muratov fosse una delle grandi figure, insieme a Berenson, nell’interpretazione dell’arte italiana.
Wojciech mi ha insegnato molto: ricordo le visite fatte insieme agli Uffizi, dove io ero abituato a vedere i dipinti più noti e invece lui sapeva che bisognava andare dietro l’angolo a guardare il quadretto che nessuno vedeva e che invece era importante perché “Muratov aveva detto...”, oppure “Berenson aveva detto...”. Era veramente un pozzo di conoscenze, ma non era un intellettuale freddo. La sua era una passione esistenziale.
Era stato ricercatore all’Ecole des Hautes Etudies a Parigi e poi aveva trascorso dei periodi alla New York University, invitato da Tony Judt (era stato Karpinski a introdurre le sue opere in Polonia). E tuttavia non era un accademico. Era anzi una persona molto modesta. Era un uomo curioso, onnivoro, che amava fare sempre esperienza sul campo. Per lui la storia dell’arte doveva essere una cosa vissuta. Nel suo libro sull’Italia, che un po’ riprende i testi di Muratov, “Ricordo dell’Italia”, quello che racconta è quello che ha veramente visto e vissuto.
Karpinski è stato un intellettuale importante, per quanto eccentrico rispetto ad altri intellettuali della sua generazione che si sono buttati più direttamente nell’agone politico, nell’impegno.
Lui in questo assomigliava un po’ ai suoi maestri, tutte persone che a un certo punto se n’erano andate dalla Polonia o erano state cacciate e tuttavia dai luoghi in cui vivevano avevano continuato ostinatamente a impegnarsi, a interrogarsi...
Per esempio, era molto amico di Gustav Herling, che aveva combattuto in Italia poi era rimasto da “questa” parte, aveva sposato una figlia di Croce e a metà degli anni Cinquanta si era stabilito a Napoli. Herling aveva continuato a scrivere (in polacco) inizialmente per nessuno, perché salvo i pochi che seguivano “Kultura” e qualche altro giornale dell’emigrazione, la maggioranza dei polacchi non aveva accesso ai suoi testi; eppure questo non l’aveva trattenuto...
Karpinski ammirava Herling e riteneva questo sguardo da lontano molto prezioso, proprio perché non impantanato nella contraddittoria realtà nella Polonia degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta.
Lui apprezzava soprattutto la capacità di queste persone di mantenere quella distanza che aveva permesso loro di guardare con occhi liberi, non soltanto all’Europa dell’Est, ai regimi comunisti, ma anche all’Occidente e ai suoi valori fondanti.
Questo era uno dei temi che, soprattutto negli ultimi anni, appassionava Wojciech. Nel momento in cui la Polonia, pur con tutte le sue contraddizioni, era entrata a far parte dell’Europa il dibattito su quali valori fondare l’Europa si era fatto per lui più pressante.
Negli ultimi anni, pur davanti a un’evidente deriva di destra della Polonia, le posizioni di Wojciech avrebbero potuto essere giudicate “distanti”: non entrava mai nella polemica diretta. Qualcuno dei suoi amici sosteneva che la sua passione per la cultura, per l’arte erano anche una sorta di rifugio. Come a dire: le nostre aspirazioni, i nostri desideri non si sono realizzati nemmeno dopo l’89, pensavamo che le cose sarebbero andate in un’altra direzione, non ci resta che operare per salvare l’arte, la cultura, per far conoscere quegli intellettuali che tanto possono ancora darci.
Questo era un po’ il suo approccio, che talvolta lo faceva entrare in contrasto con gli amici che invece ritenevano l’impegno un dovere.
Va detto che questa specie di obbligo degli artisti a impegnarsi è un residuo dell’epoca romantica, quando la Polonia non esisteva sulla carta, per cui l’unico modo per salvare questa nazione divisa in tre, tra Russia, Prussia e Austria, era quello di mantenere viva la lingua e quindi la letteratura, il teatro, la poesia...
Per questo i poeti polacchi a inizio Ottocento venivano quasi costretti a scrivere poesie che avessero un sottotesto politico. Non è un caso che nel 1919, quando la Polonia tornò a essere un paese che esisteva anche sulla carta geografica, uno dei poeti più importanti di allora, Jan Lechon, scrisse una famosa poesia in cui spiegava: “Quando parlo della primavera sappiate che parlo della primavera, non della rivolta del popolo polacco...”. Anche uno scrittore come Witold Gombrowicz, che Karpinski amava molto, emigrato in Argentina e poi in Francia, fu uno degli intellettuali che si ribellarono a questa sorta di dovere morale dell’impegno. L’artista, così come lo scrittore, ha diritto alla sua autonomia. Ecco, di questa autonomia Wojciech era stato sempre molto geloso.
Alla piccola cerimonia non religiosa tenutasi il 26 agosto nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi, Aleksander Smolar, ricordando Wojciech, ha raccontato come spesso tra di loro ci fossero state delle profonde differenze di vedute sulle azioni da intraprendere contro il potere. Ecco, mi è sembrato che in quest’ultimo omaggio Smolar abbia voluto riconoscere che forse, nello scegliere di tornare alle fondamenta, cioè di curare innanzitutto la cultura, anziché buttarsi a capofitto in un impegno i cui esiti rimanevano controversi, aveva avuto ragione Wojciech ...
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)