Com’è nata la Scuola Frisoun di Nonantola?
Chiara. Inizialmente gestivo lo sportello stranieri per il Comune. Quando le persone si presentavano risultava sempre complicato intrattenere un dialogo prevalentemente burocratico in italiano. Tante volte gli uomini, per non dover chiedere permessi al lavoro, mandavano le mogli, le quali proprio non parlavano la lingua. Oppure c’erano persone dell’Est, donne, che, lavorando nell’assistenza alla persona, avevano un lessico tarato su quello che serviva loro per la parte gestionale. Così finiva che si instaurava una relazione inevitabilmente strumentale, non c’era uno scambio reale. Nel lavoro di sportello sarebbe importante riuscire ad andare oltre. Lavorando per il Comune, a me interessava capire chi avevo davvero davanti e che cosa si poteva fare. Invece l’impressione era che ci fossero tante vite parallele, senza una capacità di stringere relazioni e di vivere insieme dentro questo territorio.
Di lì l’idea di provare a mettere in piedi un corso di italiano. Durante l’estate del 2006 avevo fatto un corso sull’inchiesta sociale con Goffredo Fofi, a Lamezia Terme, organizzato dalla Comunità Progetto Sud; al ritorno mi ero presa l’impegno di fare una piccola inchiesta sociale per capire meglio quali fossero i desideri, le esigenze, lo sguardo su Nonantola delle donne che incontravo.
Fin dall’inizio avevamo pensato a una scuola d’italiano di ampio respiro in cui volevamo fosse coinvolto anche il Comune. Così, dapprima in maniera volontaria, coinvolgendo degli amici, abbiamo fatto partire i primi corsi. Perché le donne potessero frequentare, abbiamo subito capito che bisognava accogliere anche i bambini.
Il nostro percorso è maturato dentro la rivista “Lo straniero” e in dialogo con alcune realtà affini, come Asinitas a Roma e Asnada di Milano. Fondamentale è stato anche l’incontro con Grazia Honegger Fresco, grazie alla quale abbiamo lavorato sul metodo Montessori declinato per classi di adulti. Questo ci ha aperto un mondo: abbiamo potuto studiare anche su appunti inediti della Montessori che negli anni ‘50 rifletteva sull’insegnamento dell’italiano ad adulti analfabeti.
La formazione è stata importante. Perché la prima cosa che cogli è che non può esserci un insegnamento unidirezionale, verticistico; l’apprendimento avviene all’interno di un gruppo di persone, a partire da dei centri di interesse. Non è l’italiano convenzionale che trovi sui libri di L2: “Andiamo al bar”, “chiedo il caffè”… Devi sentire che quella lingua può esprimere qualcosa di te. L’altro elemento è che non si insegna la lingua a partire dalla grammatica; la grammatica è un mezzo. Se anche io non chiamo un nome “nome” o un verbo “verbo”, ma riesco in qualche modo a utilizzarlo, a capire la struttura profonda della lingua, allora posso superare lo scoglio iniziale. Quando si riesce a mettere al centro la possibilità di raccontare di sé nella massima libertà, allora c’è un salto, uno scatto che coincide con l’appropriazione di una nuova lingua.
A partire più o meno dal 2010, la scuola si è formalizzata e oggi ha due anime: io sono un’operatrice culturale del Comune, che condivide questo progetto con l’associazione Giunchiglia-11, di cui fanno parte Luigi e Eleonora e fino all’anno scorso Giorgia Ansaloni. Più un buon numero di amici e volontari che ci aiutano nelle attività.
Questo luogo è diventato via via un polmone vitale che consente di lavorare sul territorio con uno scambio continuo tra il dentro e il fuori. La didattica non si chiude dentro queste mura: quella che insegniamo è una lingua che costruiamo collettivamente a partire dalle piccole storie che ognuno di noi racconta.
Luigi. Uno dei nostri riti è quello del cartellino delle presenze: un piccolo foglio di carta dove gli studenti, alla prima lezione della settimana, con poche parole, in un testo libero, ci raccontano le loro novità. È un’idea che viene da Célestin Freinet. Dopodiché lavoriamo a partire da questi brevi testi. Non essendoci una grossa tradizione di insegnamento dell’italiano per stranieri, se non quella un po’ più standardizzata che si fa nelle scuole dello Stato, nei Cpia, ci si deve inventare un metodo. Noi siamo partiti un po’ dalla nostra formazione, dai nostri studi, un po’ dagli scambi con altre scuole d’italiano che lavorano in situazioni simili alle nostre. Il nostro è un meticciato metodologico che prende un po’ di qua e un po’ di là. Sicuramente Montessori è stato un pezzo fondamentale.
Chiara. Anche l’almanacco “Touki bouki” a un certo punto è diventato uno degli strumenti: avevamo questo grande desiderio di tenere traccia almeno di alcune delle tante storie che attraversano questo luogo, dove c’è uno scambio continuo, in cui ogni persona acquista un volto agli occhi degli altri. In fondo nessuno degli studenti sceglie i propri compagni di classe. Molti non hanno mai incontrato persone che vengono da altri paesi; il racconto personale aiuta anche ad attenuare lo stereotipo di cui siamo tutti portatori e le barriere date dalle differenze religiose, politiche, perfino culinarie!
Anche gli eventi legati all’attualità, alcuni dei quali sono all’origine della decisione delle persone di arrivare qui, ovviamente possono generare tensioni.
La scuola d’italiano per stranieri di Nonantola ha la particolarità di essere gestita dal Comune.
Luigi. Può sembrare una banalità, ma non conosco molti altri esempi. Soprattutto in questi ultimi anni la tendenza è quella di esternalizzare. Invece a Nonantola questa formula per ora regge: gli spazi, il lavoro di Chiara e le utenze sono messe dal Comune e questo garantisce una certa solidità, continuità e universalità, perché noi non facciamo pagare rette agli studenti: è un servizio pubblico a tutti gli effetti.
Accanto a questo, c’è la parte più militante, movimentista. Per certi versi assomigliamo alle scuole popolari d’italiano, con quella dimensione un po’ politica e militante che solitamente le scuole istituzionali non hanno. D’altro canto il fatto che sia un servizio pubblico e che sia una scuola delle istituzioni garantisce quella solidità che invece le scuole popolari ovviamente non hanno. È un buon mix, un buon equilibrio che forse si potrebbe suggerire ad altri servizi pubblici, anche per affrontare la crisi in cui versano. Oggi le scuole, i servizi sociali e quelli sanitari sono in grosso affanno, sicuramente per le ragioni anche materiali di cui si parla molto, cioè i tagli ai finanziamenti, ma secondo me anche proprio per la natura stessa delle istituzioni che, se non vengono sollecitate dall’esterno a sperimentare e a rinnovarsi, si irrigidiscono al punto che le persone non le vedono neanche più.
Come avete organizzato l’insegnamento? Avete dovuto ritornare sui vostri passi, avete commesso errori?
Luigi. Errori se ne commettono in continuazione. Alla fine delle lezioni, un sacco di volte pensi: “Non è proprio andata come mi immaginavo”. Fa parte dello sperimentare, che è l’unico modo per lavorare in maniera efficace nel nostro ambito. Abbiamo imparato che è importante non perdere mai il contatto con il contesto. Faccio un esempio. Chiara raccontava prima delle origini della scuola, che è nata per insegnare l’italiano alle donne straniere. In quella fase, inizio anni Duemila, si iniziavano a vedere i primi ricongiungimenti familiari. A Nonantola, il flusso migratorio principale è cominciato a metà-fine anni Ottanta, con lavoratori uomini; le provenienze principali erano Marocco e Ghana; quando questi lavoratori uomini hanno iniziato a mettere radici hanno chiamato le mogli. In quella fase abbiamo valutato che la necessità principale fosse quella di offrire l’insegnamento della lingua soprattutto alle donne. Però per far venire le donne, soprattutto di cultura musulmana, inizialmente è stato necessario fare classi esclusivamente femminili, perché molto banalmente altrimenti loro non sarebbero venute. Questo è durato per almeno cinque anni. A un certo punto, anche in ragione della fiducia che nel frattempo eravamo riusciti a costruire con queste famiglie, abbiamo capito che riaprire la scuola a tutti non sarebbe stato un problema nemmeno per le donne. Così è stato: tolte rarissime eccezioni, non abbiamo avuto defezioni.
Questo per dire che nelle sperimentazioni è fondamentale avere sempre un’antenna sollevata rispetto al contesto. Sperimentare significa introdurre un elemento di novità a partire però da un bisogno, da una necessità che tu registri e rilevi nel territorio.
Nel corso del tempo l’identità, la faccia della scuola è cambiata molto perché sono cambiati i bisogni.
Chiara. Il fenomeno migratorio è dinamico, quindi anche solo nell’arco di pochi anni, il nostro osservatorio registra continui cambiamenti. Le donne stesse sono cambiate molto. Dipende anche dalle reti: qui all’inizio i luoghi di provenienza erano perlopiù rurali, quindi difficilmente le donne e le ragazze erano persone scolarizzate. Negli ultimi quindici anni abbiamo visto arrivare persone più istruite, più aperte. Il mondo cambia continuamente e cambiano anche i flussi. Per esempio, il Bangladesh era una realtà molto poco rappresentata. C’erano giusto due famiglie, tra l’altro di due fratelli. Adesso si sta allargando molto la rete del Bangladesh, anche sul territorio provinciale e regionale.
Cambiano anche le tipologie dei viaggi. Nonantola non è mai stata interessata dal programma nazionale d’accoglienza, quindi non venivano persone richiedenti asilo. Invece, a partire dall’Emergenza Nordafrica, nel 2011, il territorio ha conosciuto per la prima volta, in misura consistente, richiedenti asilo. Cambiano i volti dell’immigrazione: cambiano le persone che arrivano e cambiano le tipologie, le nazionalità e quindi ogni volta devi essere in grado di riconoscere e cogliere le differenze.
Dal vostro osservatorio registrate gli effetti di movimenti e dinamiche che investono luoghi lontani. Quanti sono gli immigrati in questo territorio?
Chiara. Negli ultimi cinque anni abbiamo visto molte persone pakistane richiedenti asilo, ora stanno iniziando ad arrivare le prime famiglie. Due anni fa improvvisamente abbiamo visto esplodere gli arrivi dalla Tunisia, sia di tunisini sia di persone subsahariane che lavoravano da anni in quel paese. Nel territorio di Nonantola, che ha circa sedicimila abitanti, si conta circa un 10% di persone straniere. Se ci si ferma al dato quantitativo, quasi sembra che non ci siano cambiamenti, ma se si va a leggere il fenomeno in profondità, i cambiamenti ci sono e incidono sul territorio.
Luigi. Teniamo presente che la media del 10% di stranieri non contempla né le persone che nel frattempo sono diventate cittadini italiani né coloro che ancora una residenza non ce l’hanno o che sono qua irregolarmente.
Le classi come sono organizzate? Per età, miste?
Eleonora. Sono miste praticamente sotto tutti i punti di vista: per genere, per età e per nazionalità. Cerchiamo di mettere assieme dei gruppi in cui la competenza linguistica sia simile, per poter andare avanti insieme. Abbiamo dei corsi di livello diverso: da analfabeti fino a livello intermedio. Devo dire che è sempre stimolante vedere un ragazzino di seconda media insieme a un ingegnere meccanico oppure a una casalinga; in classe si creano delle dinamiche inaspettate. Quando vengono a iscriversi le persone, facciamo un test di livello linguistico sulla base del quale poi dividiamo i gruppi, che all’interno invece sono abbastanza eterogenei.
Chiara. Il nostro test d’ingresso si accompagna a una scheda di conoscenza. Non ci limitiamo a fotografare il livello in entrata, ma indaghiamo anche le potenzialità, perché è chiaro che se di fronte ho una persona che già parla bene tre, quattro lingue, questa avrà una capacità esponenziale di apprendere l’italiano.
L’obiettivo è anche di rendere le persone autonome velocemente. Ovviamente abbiamo pure gli analfabeti, persone che non hanno mai tenuto in mano una penna; qualcuno magari dichiara qualche anno di scolarizzazione, ma in realtà non sa scrivere e leggere nella propria lingua.
L’altro elemento differenziale è che con il Covid i ragazzi sono entrati in una crisi profonda, quasi non erano più in grado di relazionarsi, di avere padronanza del proprio corpo, di dialogare. Abbiamo dunque deciso di aprire una classe soltanto per adolescenti; anche lì ci può essere il ragazzino di prima media nato qui con la ragazza arrivata l’anno scorso dall’Indonesia...
Quanti allievi avete?
Eleonora. Ormai siamo a più di duecento iscritti, con circa cinquanta minorenni e oltre cento donne. Come provenienze, i paesi più rappresentati sono: il Marocco, da sempre, la Tunisia, il Ghana, il Pakistan e il Bangladesh. La maggior parte delle persone è residente oppure è domiciliata nel comune di Nonantola. Circa 40-50 persone arrivano dai comuni limitrofi. Non ci sono tante opportunità per imparare l’italiano qui in zona. Anche ieri abbiamo iscritto quasi una famiglia intera arrivata qui perché non aveva trovato altre opzioni vicino a casa.
Qual è la frequenza delle lezioni?
Eleonora. Incontriamo gli studenti due volte a settimana per due ore. Con i ragazzi facciamo due ore e mezza. Per adesso abbiamo fatto partire solo alcuni gruppi perché non avevamo forze, energie, risorse per accogliere tutti. Quindi abbiamo aperto una lista d’attesa che stiamo cercando di fare scorrere.
Dal punto di vista economico come si sostiene la scuola?
Eleonora. Il Comune copre due corsi attraverso una convenzione con l’associazione. Poi c’è il progetto di “Touki Bouki”, quindi dell’almanacco, finanziato dai Valdesi.
Cerchiamo di partecipare ad altri bandi e ogni tanto riusciamo a recuperare qualcosa dai progetti. Poi ci sono le donazioni di privati che credono nel lavoro che facciamo. Con la campagna che abbiamo fatto a Natale, riusciremo a far partire almeno due corsi in più.
Luigi. Forse qui dobbiamo aprire una nota dolente. La collaborazione con il Comune è cominciata poco più di dieci anni fa, ma se gli studenti negli ultimi anni sono più che triplicati, l’investimento da parte del Comune è rimasto più o meno lo stesso. Le ragioni sono ovviamente diverse, non ultima le risorse disponibili. Purtroppo, da un lato gli stranieri non votano. Poi c’è l’idea, in parte vera, in parte no, che sostenere gli stranieri ti toglie dei voti. Noi sappiamo che le persone che vengono a imparare l’italiano creano dei legami sul territorio. Non solo, portano qui problemi o difficoltà che incontrano i loro figli a scuola o loro stessi con i medici o i servizi del territorio. La scuola d’italiano contribuisce a suo modo alla conoscenza e a un controllo democratico (e non poliziesco) del territorio, permettendo un grande lavoro di prevenzione del disagio, dell’esclusione sociale e della devianza.
Il valore di un servizio come questo va molto oltre l’insegnamento della lingua. Capisco che il mio è un punto di vista interessato, ma se dovessi mettermi nei panni di un’amministrazione, lo troverei uno strumento di questi tempi fondamentale. Questa scuola è un punto di riferimento importante per le tante famiglie straniere che vivono sul territorio e che arrivano da noi sostanzialmente per passaparola. Un lavoro di prossimità e di sviluppo di comunità che i servizi pubblici ormai fanno molto poco.
Prima Eleonora diceva che non ci sono realtà simili nei comuni limitrofi. Ci hanno provato a far partire dei corsi di lingua in questi anni, però stentavano nei numeri, nella frequenza. In questo momento, a parte Castelfranco, non ci sono altri corsi e non perché non ci abbiano provato.
Nell’ultimo decennio tantissimi servizi sono stati passati online. La grossa accelerazione è stata durante il Covid. Tuttavia, per alcuni ambiti, tra cui quelli sanitario, sociale ed educativo, questo modello non può funzionare. Il lavoro di comunità, tra l’altro, è proprio l’impronta su cui questi servizi sono nati nel dopoguerra. Oggi le persone quasi non incontrano le istituzioni. Non a caso, molto del lavoro che facciamo al di fuori dell’insegnamento della lingua, è fare un po’ da collante, da “rammendo” tra le persone e i servizi. Quando per una domanda prevedi l’invio di una mail, con scansioni di documenti, allegati, spid, carta di identità elettronica, tu stai tagliando fuori dai servizi essenziali un sacco di persone, cioè tutte quelle che, per problemi linguistici o di competenze digitali, non riescono più ad accedere.
I rapporti con la cittadinanza?
Luigi. Il lavoro che descrivevo prima nei momenti critici, penso al terremoto del 2012 o all’emergenza sanitaria del Covid e ancora all’alluvione del 2020, si vede meglio. In queste occasioni la scuola ha avuto un ruolo di mediazione fondamentale, per esempio nella traduzione delle informative che il Comune produceva: con l’aiuto di alcuni studenti o ex studenti stranieri siamo riusciti a tradurre quelle indicazioni in dodici o tredici lingue diverse. Questo ha fatto sì che situazioni potenzialmente conflittuali fossero gestite in maniera abbastanza fluida. Detto questo, il radicamento di queste persone è ancora molto fragile. Per lunghi anni il problema del lavoro è stato molto sentito dalle famiglie. All’epoca dei primi arrivi dei cosiddetti profughi, c’è stata la grossa partita dello status giuridico. In questi ultimi anni il mercato del lavoro è un po’ ripartito, anche se spesso con contratti e condizioni di lavoro pessimi. In questo momento sono pochi gli studenti disoccupati (discorso a parte va fatto per le donne). Quindi dal punto di vista della vita materiale, le cose stanno andando abbastanza bene; dal punto di vista del radicamento e dello scambio tra persone, tra comunità, invece, noi incontriamo persone che vivono sostanzialmente delle vite parallele, che hanno un buon lavoro, mandano i figli a scuola, usano i servizi pubblici, ma non si frequentano tra di loro, non frequentano altre comunità.
Questo in fondo vale anche per gli italiani. Questo sradicamento non riguarda solo i cittadini stranieri, ma in qualche modo è una delle ragioni della crisi culturale e politica che stiamo vivendo.
Chiara. Anche per questo a noi, in classe, interessa lavorare sul gruppo perché lì si sviluppano delle dinamiche relazionali, qualche volta conflittuali; noi non dobbiamo edulcorare quello che significa vivere in una società multiculturale: avere accanto una persona che prega diversamente da te, il cui cibo ha un odore diverso dal tuo, o che ha un’opinione diversa, può metterti alla prova.
Per noi fare scuola significa creare delle possibilità di costruire società; fare azioni concrete per vivere la possibilità della pace. Oggi le persone si incontrano sempre meno.
Ci vogliono dei luoghi in cui sperimentare la convivenza. Il nostro mandato è la lingua italiana, però con la lingua si fa cultura, si fa educazione civica, si adotta uno sguardo altro. Per noi si tratta anche di riconoscere che la nostra cultura ci è stata trasmessa da scuole molto bianche, molto borghesi; dobbiamo pensarci anche noi in un’altra maniera. L’unico modo per provare a farlo è lavorare nella quotidianità; non “pensare” l’interculturalità ma “fare” delle azioni interculturali, che ovviamente possono prevedere anche dei fallimenti. Ma non importa: gli adulti oggi hanno molte poche occasioni di sperimentare azioni collettive. A noi interessa lavorare come collettività, che vuol dire anche dare un nome, un volto a persone con cui normalmente non avresti nulla a che fare. Qua dentro nascono anche rapporti d’amicizia o forme importanti di solidarietà.
Ci sono motivi di tensione nelle classi, per esempio per concezioni diverse del ruolo della donna, o per conflitti in corso nei paesi d’origine?
Luigi. Prima di Natale, una studentessa ucraina quando si è resa conto che nel gruppo c’era anche un ragazzo russo, si è alzata e se n’è andata. Ci ha scritto: vi ringrazio, è stato molto bello, ma non posso stare in quel gruppo. Così è successo in passato quando abbiamo invitato un nostro amico israeliano che vive a Nonantola. Alcuni studenti si sono rifiutati di venire a scuola solo per il fatto che lui aveva un passaporto israeliano; una persona che fra l’altro ha un approccio molto critico nei confronti del suo paese. Non c’è stata nemmeno la possibilità dell’incontro. Lui aveva deciso di studiare l’arabo proprio perché gli sembrava che la lingua fosse importante per provare a costruire un dialogo. Cercava qualcuno con cui fare conversazione in arabo. Non è stato possibile.
Chiara. Conflitti se ne incontrano spesso. Il conflitto ucraino-russo qui c’è da prima del 2014. Quando ci sono stati episodi di terrorismo in Europa ne abbiamo parlato. Non è semplice. Anche il colore della pelle resta un elemento divisivo; in certe società c’è una forte marginalizzazione. Poi c’è la religione...
Luigi. Noi non affrontiamo, se non in rari casi, le questioni di petto. Perché questo scatena tic e riflessi condizionati con cui fai fatica a lavorare. Pensiamo che sia più efficace portare a galla gli elementi che invece accomunano le persone. Partiamo da stimoli, da input su temi molto generici, universali, che in qualche modo riguardano tutti e su questi poi costruiamo grammatica, sintassi, ecc. Di solito leggiamo un racconto e poi chiediamo alle persone in cerchio, a turno, di raccontare qualcosa di sé. Può essere il tema degli animali, delle sepolture, oppure l’anno scorso abbiamo parlato de “il primo giorno”. Io ho letto le prime righe di “Cuore”, di De Amicis, in cui Enrico Bottini riprende a studiare dopo tre mesi di vacanza. Dopodiché abbiamo parlato del “primo giorno”: a scuola, nel matrimonio, al lavoro, il primo giorno in Italia... Sono storie in cui ci si riconosce, anche quando la cultura, la religione e la scolarizzazione sono molto diverse.
Avete citato possibili discriminazioni legate al colore della pelle; rispetto, per esempio, a prendere un’abitazione in affitto, qual è la situazione?
Chiara. Tragica. Questo è un territorio dove è molto difficile trovare casa in affitto in generale. Essendo diventata Modena molto turistica, c’è stato un processo di diffusa gentrificazione; già con uno stipendio normale si fa molta fatica, devi avere delle garanzie o dei soldi. Per gli stranieri chiaramente è ancora più difficile. Ci sono anche delle chiusure. I nostri studenti dicono che questo è un bel territorio; in realtà quando proviamo a chiamare potenziali locatori, quando capiscono che è per uno straniero dicono no. C’è un mercato immobiliare veramente selvaggio.
Luigi. Dalla nostra piccola prospettiva, la prima questione che ci portano i nostri studenti è proprio quella dell’alloggio; che non è solo un posto dignitoso in cui abitare, ma anche la possibilità del rinnovo del contratto, del permesso di soggiorno, del ricongiungimento familiare. È tutto collegato. Una stanza in affitto la riescono anche a trovare, ma senza la residenza ufficiale non basta. Di qui tutta una serie di dinamiche opache: mercimoni di finte domiciliazioni e residenze; una situazione che corrompe anche il territorio; purtroppo, l’illegalità si crea quando le vie normali non funzionano. Noi abbiamo studenti costretti a vivere per anni in alberghi dove arrivano a spendere anche quattro-cinquecento euro per una stanza. Gli stranieri, a volte, si trovano a dover sostenere costi di affitto che un italiano difficilmente riterrebbe accettabili. A Modena c’è un palazzone nato come studentato e poi diventato alloggio per richiedenti asilo o per l’emergenza freddo; un palazzone di diversi piani, molto asettico e squallido, dove ci sono delle camere senza l’uso della cucina e arrivano a spendere anche ottocento euro pur di avere un tetto e rinnovare in questo modo il permesso di soggiorno.
Chiara. C’è un altro problema che noi registriamo: ragazzi che arrivano in età di obbligo scolastico e che non vengono accolti alle scuole superiori.
Una scuola può rifiutare un ragazzo?
Chiara. Non potrebbe, ma si trova il modo: non c’è posto, non abbiamo il sostegno… Purtroppo stiamo andando sempre più verso un sistema di scuole di serie A e di serie B. Già ora ci sono istituti che prendono solo i migliori. Negli ultimi anni abbiamo fatto delle battaglie culturali, soprattutto con i licei, perché di fatto è diventato difficile entrarci per gli stranieri. È chiaro che questi ragazzi scontano un gap linguistico, però andrebbero valutati anche le motivazioni, i talenti e i desideri. Noi ci proviamo.
Luigi. Tra l’altro, mentre a livello di indicazioni ministeriali, la prassi sarebbe di inserire il ragazzo o la ragazza nella classe corrispondente alla sua età anagrafica, la tendenza è di metterli in una classe indietro, per cui capita di vedere degli uomini o delle donne che stanno in mezzo a dei bambini. L’altra tendenza è quella, in fase di orientamento, di indirizzare lo straniero verso il tecnico o il professionale, anche lì senza tenere in considerazione i talenti, le aspirazioni. Alle medie poi si tende a farli uscire il prima possibile, per cui dai ragazzini stranieri si pretende meno. In questi anni abbiamo incontrato ragazzini che non avevano i libri di testo perché le insegnanti dicevano: “Tanto tu non sai leggere, ti do io qualche fotocopia…”. Oggi non c’è più quell’elemento di autoritarismo che caratterizzava le scuole quando le ho fatte io. C’è semmai la tendenza opposta, che però è altrettanto escludente. Sicuramente la scuola è uno degli elementi critici, senza negare che oggi per un insegnante gestire una classe con tanti studenti di origine straniera è obiettivamente complesso.
Potete parlare di “Touki Bouki”, com’è nata l’idea dell’almanacco?
Luigi. È nata dal desiderio di far conoscere pezzi di storia e di geografia che i nostri studenti ci portavano a scuola. Volevamo raccontare l’immigrazione non soltanto come problema, conflitto, oppressione, ma anche nei suoi tratti di vitalità, forza, possibilità di uno sguardo altro e di cambiamento…
“Touki Bouki” è un termine Wolof che significa il viaggio della Iena; Bouki è un personaggio di alcune tradizioni orali, soprattutto del Sahel e dell’Africa centro-occidentale; è un personaggio che ricorda un po’ il trickster, il nostro Giufà, cioè il credulone, il goffo, l’imbranato che con il suo candore, con la sua ingenuità svela però le contraddizioni e le convenzioni sociali. È anche il titolo di un film del 1973 diretto dal regista senegalese Djibril Diop Mambéty, che secondo noi è molto bello proprio perché non racconta l’immigrazione secondo i crismi tradizionali che sono appunto folcloristici o vittimistici. È la storia di due ragazzini di Dakar che decidono di partire e di tutti i meccanismi, anche truffaldini, che si inventano per racimolare un po’ di soldi e intraprendere questo viaggio. Ci sembrava un buon viatico per provare a raccontare le storie dei nostri studenti. L’almanacco è uno zibaldone di storie, aneddoti, segnalazioni, interviste, fotografie, disegni, testimonianze...
Abbiamo intervistato anche una famiglia di fornai nonantolani; una storia molto bella che passa per il Nord Africa perché il nonno era stato prigioniero di guerra degli inglesi in Libia, quindi con degli intrecci geografici che interessano tanto gli stranieri che gli italiani. È un giornale che ruota attorno alla scuola, fatto da voci italiane e non italiane: studenti, cittadini di Nonantola, persone che passano di qui. Facciamo cinque numeri doppi all’anno. La cadenza non è regolare, dipende dal materiale che riusciamo a mettere assieme. Una volta al mese facciamo delle redazioni allargate, in cui si parla di scuola, ma anche del mondo. Una volta all’anno facciamo un numero speciale, pensato per gli operatori. Il primo anno lo abbiamo dedicato a Ivan Illich; il secondo a Pinocchio, il terzo alla Tunisia: attraverso alcune storie di vita abbiamo voluto raccontare la vitalità e le conflittualità di quel paese; quest’anno lo stimolo è stato un pezzo molto bello di Paul Goodman, un intellettuale anarchico, sui bambini e sull’educazione incidentale...
(a cura di Barbara Bertoncin e Gianni Saporetti)

















