Michael Walzer, filosofo politico, professore emerito dell’Institute for Advanced Study di Princeton, è stato condirettore per più di trent’anni della rivista “Dissent”.

Vorremmo parlare con te della parola socialismo. In una vecchia intervista raccontavi di esserti formato nell’ambiente del Fronte popolare. Quale significato ha avuto questa parola nella tua vita e nel tuo impegno?
Il Fronte popolare era una versione della sinistra in parte contaminata dagli stalinisti, ricordo che avevo solo sette o otto anni quando i miei genitori mi dissero: “Non attraversare mai un picchetto”. Quelli erano gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, gli anni gloriosi della socialdemocrazia appunto. La versione americana, il New Deal, era molto modesta rispetto ad alcune delle versioni europee. Ma comunque, quella era la nostra socialdemocrazia. E la politica dei miei insegnanti e dei miei mentori alla rivista “Dissent” era quella di lottare per una maggiore uguaglianza. Mi viene da dire che l’America degli anni Cinquanta e Sessanta, rispetto all’America di oggi, era quasi una società egualitaria. Oggi le cose sono molto diverse.
Parliamo di oggi e delle recenti vittorie di alcuni candidati socialisti.
Le vittorie di queste persone che oggi in America si definiscono socialisti democratici è qualcosa di straordinario. Sinceramente non so se cominciare da questo oppure dal visibile declino della socialdemocrazia ovunque, anche qui, perché il trumpismo è un segno di declino, non certo di forza.
Alcuni dei miei amici danno tutta la colpa ai social media: la corruzione del discorso politico, la perdita di un senso condiviso della realtà, di un comune impegno nei confronti della verità. Certamente tutto questo rende il fare politica, una politica decente, molto più difficile. Ma su questo dovrete parlare con qualcun altro, perché i social media sono un terreno sconosciuto per le persone della mia età.
Personalmente in questo momento mi preoc­cupa molto la questione dell’immigrazione, perché la socialdemocrazia richiede dei confini. Deve esserci un corpo di cittadini che sentono un impegno reciproco, e l’immigrazione di massa sconvolge questo equilibrio. Tuttavia i socialdemocratici sono anche moralmente impegnati a essere ospitali verso le persone che si trovano in difficoltà. Quindi c’è questa profonda contraddizione nella nostra politica, e la si è vista molto chiaramente durante l’amministrazione Biden, che ha davvero perso il controllo dei confini, in parte anche perché non era disposta a essere brutale con le persone che arrivavano.
Si tratta di una questione cruciale. Credo che dovremmo impegnarci per trovare un modo per regolamentare, per controllare l’immigrazione, ma non sono del tutto sicuro riguardo il modo in cui si potrebbe fare; non è facile.
L’altra questione che trovo problematica per le persone di sinistra, della sinistra moderata -considero la socialdemocrazia come la near left, la sinistra moderata- è quella dell’identità, delle politiche identitarie.
Quello che è successo al Partito Democratico negli anni di Clinton non è stata soltanto l’adesione all’economia neoliberista. È stata anche l’idea che la vecchia base operaia non fosse più politicamente necessaria, che si potessero vincere le elezioni con la classe media e medio-alta istruita e le minoranze; una combinazione che lasciava fuori la classe operaia bianca.
Durante le presidenze di Clinton e Obama si è assistito al crollo dei sindacati e del movimento dei lavoratori negli Stati Uniti, oltre che al declino dell’industria; eppure entrambi hanno vinto le elezioni. Sembrava dunque che quella potesse essere un’opzione politica praticabile.
Ma questo accadeva perché, in realtà, nonostante tutto, alle elezioni una parte sufficiente della classe operaia bianca aveva continuato a votarli. Quando anche questi ultimi sono venuti meno, i Democratici hanno cominciato a perdere.
Racconto spesso la storia delle mie due città. Johnstown, in Pennsylvania, dove sono cresciuto, era una città dell’acciaio, una città democratica fin da quando arrivò il sindacato, all’inizio degli anni Quaranta. Quando poi l’industria dell’acciaio è crollata, anche il sindacato è crollato. Nel 2016, Johnstown ha votato in una proporzione di due a uno per Trump. Ripeto, era una città democratica. E poi c’è Princeton, dove ho insegnato e vissuto a lungo, una delle città più ricche degli Stati Uniti, dove si è votato sei a uno per Clinton, per i Democratici. Qu ...[continua]

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