Enzo Bianco è stato sindaco di Catania e Ministro dell’interno. Ha militato nel Partito repubblicano e poi nel Partito democratico.

Lei era molto legato ad Adolfo Battaglia. Si può dire che è stato un suo allievo?
Si può utilizzare un’espressione più forte per dire quanto è profondo, autentico il mio rapporto con Adolfo Battaglia. Il mio impegno politico, la mia storia politica ma anche quella amministrativa, la cultura di governo, e quella più generale, hanno trovato nel mio rapporto con Battaglia un incentivo straordinario e irripetibile, anche umanamente. Doddo, così lo chiamavamo tutti, era un uomo intelligente, colto, anche non facile in un certo senso, perché dalle persone con cui aveva un rapporto, che fosse professionale, culturale, personale anche, pretendeva una reciprocità. Gli devo molto. Sono cresciuto alla sua scuola, ma direi che per me, più che un maestro, è stato un fratello maggiore. Nel marzo del 1974, quando mi sono laureato, in giurisprudenza, il mio impegno politico, già iniziato per l’istituto del referendum e poi con quello per il divorzio, mi aveva portato nella Federazione giovanile repubblicana. Allora il leader del Partito repubblicano era Ugo La Malfa. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e di guadagnare anche un po’ della sua considerazione, ma la persona di riferimento, diciamo, vera, profonda, quotidiana, divenne subito Adolfo Battaglia, anche perché lui era direttore de “La voce repubblicana”. Era, diciamo, come formazione, a metà tra un politico e un giornalista. Ebbi modo appunto di conoscerlo anche sotto questa veste e cominciai, ripeto, a lavorare con lui, a imparare dalle sue riflessioni, dai suoi dubbi, dalle sue spinte ad approfondire. E posso dire che questo rapporto, ovviamente in varie modalità, è durato molti molti anni, praticamente fino alla sua scomparsa. Doddo mi aveva chiamato, insieme ad altri amici, a presentare il suo libro pochi giorni prima che morisse. Così ho avuto l’onore di essere stato tra coloro i quali hanno presentato il suo libro, ma nello stesso tempo hanno raccontato e fatto sapere ancora una volta chi era Adolfo Battaglia. 
La sua collaborazione con Battaglia fu anche governativa?
Certo. E anche quello fu un privilegio. Nel periodo in cui Doddo Battaglia fu Sottosegretario agli Esteri, se non ricordo male era il governo Moro-La Malfa, andai a lavorare con lui al Ministero degli Affari Esteri. Come era tradizione nel Partito repubblicano, non facevo politica di professione. Ugo La Malfa me lo pose come condizione, ma è una condizione che politicamente condividevamo. Lavoravo nel Servizio studi, mi occupavo di economia e diritto del Crediop, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche, quindi un bellissimo servizio studi. Pensi che a insegnarci econometria Doddo fece venire un giovane professore italiano che era appena tornato in Italia, che, tra l’altro, quando veniva, condivideva la stanza con me: che si chiamava Mario Draghi. 
Mi ricordo che Doddo seguì con particolare attenzione l’adesione della Grecia all’Unione Europea, favorendola nella convinzione che fosse importante far crescere un po’ l’attenzione dell’Unione Europea, anche verso l’area mediterranea. Allora l’Unione Europea era proiettata quasi esclusivamente verso il centro-nord dell’Europa. Fu un impegno che seguii con particolare attenzione sotto la direzione di Adolfo Battaglia. Dopodiché ho ripreso questa esperienza qualche anno dopo, quando Doddo  divenne ministro. Allora si chiamava dell’Industria, no? Anzi, il nome esatto era Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato. Coordinavo il servizio studi che lavorava con lui. C’erano personalità assolutamente di livello, e fu una bellissima esperienza, straordinaria, grazie alla sua competenza, ma anche al suo coraggio di portare iniziative innovative. Adolfo Battaglia è stato sicuramente un grande personaggio della politica italiana anche se molti non lo ricordano, anche perché era una persona discreta e, certo, non di quelle che camminano con il rullio dei tamburi avanti e dietro. Era uomo di poche parole.
Al convegno qualcuno ha messo in risalto che in lui convivevano tre passioni ed esperienze, quella giornalistica, quella culturale, quella politica...
Il giornalismo per lui voleva dire una fortissima curiosità verso la realtà, una grande voglia di capire, di conoscere, di non fermarsi al primo aspetto ma di guardare che cosa c’è veramente dietro ciò che appare. Questo era un aspetto essenziale di Battaglia. Ma anche rispetto alla cultura, in particolare storica ma anche in generale, anche nel campo letterario, in quello geografico, dei costumi, aveva una grande voglia di capire gli aspetti anche più nascosti delle tradizioni dei popoli, delle città. Da un canto quindi il giornalismo con la ricerca delle notizie, dall’altra l’impegno politico che lo obbligava a viaggiare, la qual cosa gli piaceva moltissimo. Abbiamo fatto viaggi in qualunque parte del mondo, anche nei paesi sottosviluppati, dove l’attenzione del governo italiano era ancora sostanzialmente marginale. Di un popolo Battaglia cercava di capire anche la vita quotidiana, come funzionava ma anche la storia, i punti di forza e di debolezza, le tradizioni, i linguaggi, le lingue, i dialetti. Era veramente un intellettuale, ma un intellettuale che assolutamente non ti guardava dall’alto.
Ecco, e il terzo aspetto, una passione politica fortissima, immagino.
Assolutamente, era lo scopo profondo della sua vita, una passione autentica. Doddo Battaglia ha continuato a fare politica sino a quando ha potuto. L’ha fatta in tutte le vesti, con l’impegno nel Partito repubblicano, con l’impegno nelle esperienze di governo, con gli impegni a livello internazionale, facilitato in questo dalla conoscenza dell’inglese e anche, un po’, delle altre lingue. Così questa grande passione faceva di lui un personaggio assolutamente spendibile a livello internazionale. 
Quindi, sì, è stato un maestro di vita oltre che di politica e di cultura. E del resto, quando uno entra nella sua casa la vede foderata di libri di ogni dimensione, di ogni periodo, di ogni materia... 
Ecco, forse i tre aspetti, giornalistico, culturale e politico, avevano trovato il miglior terreno in cui svilupparsi nella collaborazione con il “Mondo” di Pannunzio. E poi politicamente c’era la provenienza dall’azionismo...
Sì, tutte e due. L’esperienza nel “Mondo” di Pannunzio fu veramente molto forte per lui, perché c’era un gruppo di persone che avevano un’idea del nostro paese, un’idea della politica. Fecero squadra e fecero di quel movimento qualcosa che ha lasciato un segnale profondo nella vita politica del Paese. La tradizione che veniva dal Partito d’azione, la tradizione liberal-democratica da un certo punto di vista, riformatrice, non legata ai dogmi di altre formazioni tradizionali, questo il gruppo del “Mondo” sicuramente seppe portarla avanti. L’azionismo era proprio la concretizzazione di questa idea della politica, una politica riformista non legata ai dogmi. Con voglia di cambiamento ma senza demagogia. Con la volontà di affrontare anche i nodi difficili, delicati e qualche volta anche sgradevoli, anche impopolari. Questa scelta del fare delle azioni anche “contro”, questo rifiuto di ogni populismo, fu un elemento essenziale della tradizione repubblicana. Veniva anche ovviamente da Ugo La Malfa, ma Battaglia la portò avanti con molta, molta determinazione.
E però c’è un aspetto anche di delusione, di fallimento...
Sì, questa cultura straordinaria, importantissima per il paese, è rimasta una cultura di minoranza. Non c’è dubbio che l’Italia sarebbe stata diversa se questa cultura, che chiamiamo azionista, avesse allargato i suoi confini. E però è sempre rimasta viva. Vivace e proprio perché libera, libera di dire la verità anche quando è scomoda e ha rappresentato comunque per il Paese un valore aggiunto superiore a quella che era la dimensione quantitativa del consenso raggiunto. E Battaglia, di tutto questo, è stato uno dei principali interpreti.
Sono stato a casa sua alcune volte,  però solo dopo la sua morte, seguendo il convegno che lo commemorava e che era programmato invece per presentare il suo libro e ho capito che lui, alla sua età, aveva un progetto parapolitico. È incredibile...
Assolutamente. Tutta la vita ha fatto questo. Doddo aveva sempre un progetto in mente per il quale lavorava con passione e con coraggio nei campi più vari. E quindi, come dire, anche questo, se mi consente, è esemplare. E quindi raccontare chi è e cosa pensava Adolfo Battaglia può essere d’aiuto alla formazione di una nuova classe dirigente del Paese, perché il suo pensiero era, come dire, precursore del futuro. Doddo Battaglia guardava avanti anche quando parlava dell’oggi.

(a cura di Gianni Saporetti con la collaborazione di Elide Rusticali)