Don Cosimo Scordato è uno dei fondatori del Centro Sociale San Francesco Saverio che opera dal 1986 nel quartiere dell’Albergheria di Palermo, con una settantina di volontari che si occupano dei problemi del quartiere.

Da dove siete partiti per il vostro impegno all’Albergheria?
A Palermo si è di fronte da una parte a fatti molto pesanti, come un degrado urbanistico spaventoso, la disgregazione sociale, una certa mancanza di qualità della vita, dall’altro lato c’è il prorompere di espressioni di aggregazione popolare, una certa vitalità dei rapporti nonostante il degrado, c’è il desiderio di abitare i luoghi, una certa carica umana. Queste due connotazioni vanno messe in conto entrambe: vedere solo i problemi e non considerare anche le risorse può far scadere in quegli atteggiamenti apocalittici che tante volte guidano alcune scelte che vogliono essere radicali, quasi che ci fosse una situazione talmente irrecuperabile che devi fare interventi col bulldozer. Ora, la prima considerazione che ci ha guidato è quella della connessione fra tanti problemi: la natalità, se in crescita o decrescita, lo stato dell’informazione contraccettiva, poi la situazione abitativa, il disagio scolastico, quello giovanile, la condizione degli anziani, della donna, il problema gravissimo del lavoro, forse da mettere al primo posto. Dove non c’è lavoro è probabile che si viva in condizioni di precariato molteplice, abitativo, culturale, sociale. Se i bambini non vanno a scuola è il sintomo che alle spalle non c’è una famiglia che abbia un minimo di ricerca di qualità della vita, per se stessi e per i propri figli, e questa mancanza di qualità è legata anche agli alti indici di disattenzione sociale. Quindi abbiamo toccato con mano che qualsiasi intervento non avrebbe potuto essere settoriale, ma, per sua natura, complessivo, globale. La seconda considerazione è che, di fronte alla complessità e allo spessore del disagio, un lavoro di volontariato non poteva non promuovere l’istituzione. Per esempio, non è mai esistito un distretto socio-sanitario e quando siamo stati informati che una legge prevedeva la creazione di distretti socio-sanitari come struttura di base per la prevenzione e la promozione della salute, abbiamo lottato due anni perché nascesse il primo.
Concretamente questo distretto socio-sanitario di cosa si occupa?
Di per sé non esclude niente perché è un intervento socio-sanitario. Ha un compito di informazione e prevenzione, di accoglienza, di interpretazione e di smistamento dei bisogni e delle soluzioni.
Concretamente significa che se c’è una famiglia o una donna che ha un problema di salute c’è un medico o un infermiere che interviene dando informazioni e indicazioni. Se invece il problema è di carattere più ampio, allora si assume la problematicità in tutta la sua interezza.
Se la mamma porta un bambino che ha la bronchite cronica, la dottoressa, dopo aver prescritto una cura, va anche a visitare la famiglia e se la casa è troppo umida, si comincerà a valutare la possibilità di togliere l’umidità. Se un bambino comincia ad essere impaziente o dà sintomi di malessere e di aggressività, oltre a curare il bambino bisogna capire da dove viene questa violenza: se la madre è stata abbandonata dal marito o il padre è in carcere o il fratello è tossicodipendente, allora anche l’intervento sul bambino potrà essere più mirato. L’intervento, cioè, sarà tanto più sensato quanto più riuscirà a spostarsi dagli effetti alle cause.
E ora, a conferma di quell’interconnessione fra i problemi, è un via vai di persone, donne gestanti, bambini, anziani, servizi di base come le vaccinazioni o il controllo del sangue, incluse anche iniziative molto belle come l’educazione alimentare fatta agli anziani presso la nostra trattoria.
E’ un’esperienza di integrazione tra volontariato e istituzione...
Sì, è l’esperienza di un volontariato che promuove l’istituzione, un’istituzione che si è ben caratterizzata anche per le persone che ci hanno aiutato, persone che hanno creduto nel loro lavoro e ci lavorano in modo totale. Quanto più l’istituzione si sposta sul territorio e sul terreno del destinatario tanto più diventa creativa. Quanto più sta ferma in ufficio ad aspettare l’utenza, tanto meno è creativa. E non costa niente! Infatti il motivo per cui questi centri non vengono promossi in ogni quartiere è che non ci guadagna nessuno, non ci sono investimenti da fare, apparecchiature di miliardi da comprare, un mercato a catena su cui guada ...[continua]

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