Piero Cividalli (Firenze, 1926), oggi vive a Ramat Gan, città satellite di Tel Aviv. Insegnante di storia dell’arte e disegno in pensione, è pittore.

Eravamo una famiglia borghese fiorentina, benestante come tante altre. Mio padre era un ottimo ingegnere che condivideva lo studio con l’architetto Ugo Giovannozzi. Il nonno Carlo era funzionario amministrativo alle ferrovie, la nonna, Gilda Contini era ferrarese. Anche lo zio Giorgio, fratello del babbo, era ingegnere, specializzato in ferrovie. I nonni materni, Giuseppe D’Ancona e Alice Orvieto, erano proprietari terrieri e il nonno, noto agronomo, era anche consulente di varie proprietà patrizie toscane. Giuseppe, a sua volta, era figlio del filologo e storico della letteratura Alessandro. Fra le varie nostre amicizie spiccava quella coi Rosselli. Mia madre, Maria, era stata compagna di classe di Nello al liceo classico Michelangelo. Mio padre, Gualtiero, una classe più avanti, aveva fondato con Nello verso la fine del 1916 un mensile, ‘Noi Giovani’, patriottico, letterario e interventista, volto a spronare i coetanei a partecipare allo sforzo bellico con una vita di studio e d’impegno morale. Tenevano la redazione in casa Rosselli. In quel giornaletto di liceali -di cui uscirono sei numeri, fino al giugno ’17, quando mio padre partì per la guerra- compaiono, insieme agli scritti del babbo e di altri compagni di scuola, le prime esercitazioni letterarie di Carlo e Nello. Il babbo fu impiegato al fronte, sul Piave e a Vittorio Veneto, tenente comandante di un reparto del genio telegrafisti comandato ad organizzare reti telefoniche fra unità in prima linea. Dopo la guerra, si impegnò nell’antifascismo militante. Nel 1925 sfuggì alla sanguinosa notte fiorentina tra il 3 e il 4 ottobre, in cui Consolo e Pilati furono assassinati da una banda di fascisti (morì anche uno squadrista) con la complicità dei tutori dell’ordine. Da quella banda, quella notte, venne cercato a casa, ma fortunatamente si trovava casualmente in campagna dalla mamma, a Volognano, il castello dei nonni nel comune di Rignano sull’Arno. In seguito, per ragioni di famiglia, si ritirò dalla militanza politica attiva, senza venire a compromessi col regime fascista. Riuscì ad iscriversi all’albo degli ingegneri nel 1926, data d’istituzione dell’albo stesso, evitando d’iscriversi al partito fascista.
L’assassinio dei fratelli Rosselli, nel giugno ’37, fu per noi un tragico dramma. Fu un momento cruciale della nostra esistenza perché, come ho detto, eravamo molto legati ai Rosselli. I nostri genitori erano loro amici, la sera uscivano insieme, ricordo che ci raccontavano che andavano spesso in automobile all’Apparita, sulle colline a monte di Bagno a Ripoli, a cena da Nello e Maria, o insieme da qualche altra parte. Spesso passavamo le vacanze insieme e anche tra bambini, noi e i figli di Nello, eravamo legati da una grande amicizia. Giocavamo insieme, passavamo molte ore nel loro giardino di via Giusti, e loro in casa nostra. Erano, come ho detto, gli amici più vicini che avessimo in quegli anni. Ricordo vivamente una vacanza con loro e i nostri tre cugini Salmon a Dobbiaco, nell’estate ’36. Quando nel giugno ’37 leggemmo sul giornale che Nello era stato ammazzato, in Francia, insieme al fratello Carlo, fu un momento drammatico: capimmo che tutto stava cambiando, che non avremmo più potuto vivere come prima.
Fin dall’avvento di Hitler al potere, nel ’33, sapevamo che c’erano delle difficoltà per gli ebrei in Europa e in particolare in Germania. C’erano i profughi che venivano dalla Germania (che, da quando, nel marzo ’38, aveva annesso l’Austria, confinava direttamente con l’Italia), e che facevano capo a casa nostra. Mio padre cercava di aiutarli, magari trovando il modo di farli partire per un paese sicuro. Il momento cruciale fu nell’autunno ’38, con le leggi razziali, che cambiarono totalmente la nostra vita. Fummo espulsi dalla scuola. Ricordo che eravamo nella nostra casa di Firenze e mio padre ci riunì per dirci che non saremmo più potuti andare a scuola e quindi avremmo dovuto studiare privatamente. Intanto si erano formate a Firenze le scuole ebraiche, per cui potemmo continuare ad andare in queste scuole organizzate dagli ebrei stessi, con insegnanti anch’essi espulsi dalle scuole pubbliche in quanto ebrei....
Dopo poco tempo il babbo ci comunicò che saremmo partiti e avremmo lasciato l’Italia. Infatti andammo in Svizzera e di lì poi, avuti i permessi necessari, venimmo ...[continua]

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