L’emigrazione in cifre
L’Italia vanta un incremento demografico dell’1,5% (Europa nord-occidentale 0,5%) e la sua popolazione attiva impiegata nell’agricoltura rappresentava nel 1951 ancora il 40% del totale, contro un 20% nell’Europa nordoccidentale.
È anche per questo che 4 milioni di lavoratori italiani non sono integrati al processo produttivo nazionale e passano alla statistica nelle voci di disoccupati e sottoccupati; è pure per questo che l’emigrazione continua a essere un’alternativa alla disperazione.
In Europa i tre paesi verso i quali si dirige da anni l’emigrante italiano -cioè il Belgio, la Francia e la Svizzera- hanno accolto, ­­nel decennio 1948-1957, rispettivamente 220.000, 400.000 e 1.200.000 lavoratori provenienti dall’Italia; in percentuale, ciò significa, nello stesso ordine, il 50, 65 e 70% del totale dei lavoratori stranieri occupati nel paese. Dal 1955 in poi si è incrementata pure l’emigrazione diretta verso la Germania occidentale, dove si trovano attualmente circa 225.000 lavoratori italiani.
La richiesta di lavoratori semi-qualificati e qualificati è, nei quattro paesi suddetti, meno forte di quella dei paesi transoceanici (i quali hanno accolto nel decennio indicato un totale di 1.100.000 immigranti italiani: 57% nell’America Latina -Argentina, Brasile e Venezuela; 27% nell’America del Nord -Canada e Stati Uniti- e il 12% in Australia), e ciò facilita, indipendentemente dalle considerazioni di carattere geografico, l’afflusso dei senza lavoro italiani, rappresentati appunto nella maggior parte dei casi da elementi senza professione, anche se non mancano i casi di lavoratori qualificati che si adattano a un lavoro inferiore pur di guadagnare da vivere. L’immigrazione italiana in Svizzera (il 30% della quale è formata da donne) ha oltrepassato, nel 1960, le 300.000 unità e l’anno seguente sfiorava i 400.000 lavoratori, raggiungendo il 7% della popolazione indigena e quasi il 20% di quella attiva. Dal punto di vista professionale questa immigrazione si presentava, per lo stesso anno 1961, come segue: (Permanente-stagionale) Edilizia: 14.000-89.000; Metallurgia: 110.000-5.000 Agricoltura: 14.000-18.000 Alberghi e affini: 45.000-20.500 Abbigliamento: 16.000-1.200 Industria tessile: 20.000-1.500 Domestiche: 34.000-300 Diversi: 8.000-500.
Da mezzo secolo certe regioni italiane forniscono tradizionalmente, "et pour cause”, emigranti ai paesi ricchi d’Europa. Dal 1945 in poi -dopo una parentesi di arresto dovuta al fascismo- il centro dell’emigrazione sta però spostandosi verso il sud della penisola e questo per due ragioni: la ripresa economica del dopoguerra che si limita, purtroppo, alla sola porzione settentrionale d’Italia e più particolarmente all’invidiato "triangolo industriale” compreso fra Torino, Genova e Milano; e la chiusura pressoché completa degli Stati Uniti all’emigrazione meridionale.
Delle sedici province italiane che forniscono alla Svizzera le più importanti aliquote di lavoratori stagionali (Avellino, Belluno, Brescia, Bergamo, Benevento, Caserta, Chieti, Campobasso, Catanzaro, Lecce, Potenza, Pesaro, Sondrio, Treviso, Udine e Vicenza), otto sono meridionali e sono esse che forniscono la maggioranza degli operai agricoli e una buona parte dei e delle lavapiatti, mentre dalle altre -e soprattutto da quelle della fascia alpina- partono carpentieri e muratori, domestiche e operaie tessili.

Aspetti sociali dell’emigrazione meridionale
La grande, e troppo spesso triste avventura, incomincia nei villaggi diseredati del Mezzogiorno, quando l’emigrante decide di abbandonare le campagne che non possono, allo stato attuale delle cose, nutrirlo.
Una volta svanite le speranze di trovare un lavoro nei centri e nelle città meridionali, il lavoratore disoccupato del Sud imbocca il "cammino della speranza” -lasciando alle sue spalle Palermo e Bari, Reggio Calabria e Napoli- e si spinge verso il Nord Italia, oltralpe o addirittura oltre Oceano.
Si tratta di una vera e propria emorragia, tanto più grave dal momento che quelli che partono sono i più dinamici e coraggiosi; il fatalismo e la rassegnazione non faranno che aumentare con l’invecchiamento della popolazione che resta (si sa che un’alta proporzione di emigranti ha un’età che va dai 20 ai 35 anni), mentre aumentano gli sforzi necessari a un profondo rinnovamento sociale.
Dal 1946 al 1960 oltre un milione di meridionali sono emigrati nei paesi transoceanici e 350.000 in Europa, mentr ...[continua]

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