1 gennaio 2014. Spagna
Può non piacere, anzi, "deve” non piacere, ma la possibilità dell'aborto, certo il più possibile ultima, fonda la libertà della donna.

5 gennaio 2014. "Fassina chi?”
Vogliamo credere che non sia vero, come ha detto qualcuno, che "lo stile è tutto”, perché allora saremmo nei pressi del niente. E visto che ci siamo, Renzi ci può risparmiare almeno la bestemmia (per la fede democratica) del "99% degli italiani la pensa così”, degli "italiani vogliono”?, ecc. Che già Berlusconi...

7 gennaio 2014. Googlare il paziente
Sul suo blog nel "New York Times”, il dottor H. J. Warraich ha dato il via a un dibattito deontologico su una delle pratiche più comuni per chi accede a internet: cercare su Google informazioni su una persona appena conosciuta. Cosa succede quando a farlo è un medico col proprio paziente? Warraich ammette di aver cercato informazioni sui propri pazienti, come tanti suoi colleghi. Il più delle volte, spiega, aiuta a consolidare l’empatia col paziente; nulla di male nello scoprire un passato da atleta, ma che dire della vecchietta con problemi respiratori risultata positiva ai test sulla cocaina? Su Google esce così una vecchia storia di arresto per detenzione di stupefacenti… Per Warraich, le ragioni valide per violare il rapporto di fiducia concernono la sicurezza: informarsi su un paziente che presenta tendenze suicide o psicotiche, sui genitori di un bambino che mostra segni di violenza, o su una persona soggetta ad abuso di farmaci. Ogni volta invece che si cercano informazioni che un paziente ha scelto di non condividere col medico, scrive Warraich, si fa la cosa sbagliata. Mentre le associazioni di categoria raccomandano ai medici la massima cautela nel diffondere informazioni sensibili sul web, i pazienti stanno meno attenti. Sul suo blog nel "Guardian”, la dottoressa Kate Adams si è detta sorpresa di quanto le persone disseminano il web di informazioni sensibili. Ovviamente, la cosa migliore sarebbe spulciare i file personali nell’archivio del servizio sanitario nazionale, ma per i medici del privato e per quelli di famiglia, questo non è possibile, allora si "googla”. Warraich conclude riferendo di un paziente soggetto ad attacchi di panico che nel consulto personale aveva dichiarato che riteneva questi fossero collegati al successo della sua azienda. Nel riferire il dettaglio al medico supervisore, era balenata a entrambi la curiosità sul tipo di azienda ma, con grande sorpresa di Warraich, il supervisore non è andato su Google. È andato dal paziente a domandarglielo. (nytimes.com)

8 gennaio 2014. Viva la Tunisia!
Saranno le donne a riformare l’Islam portandolo, a forza, all’interpretazione del testo? Allora il mondo sarà diverso.

9 gennaio 2014.
Ci siamo ammalati? Perché se Renzi dice che vuole subito i pacs per prima cosa vien da pensare che sia un attacco a Letta via Alfano?

10 gennaio 2014. Nascere sotto occupazione
"Sono esausta, ma tanto tanto felice”, ha detto Hana, la madre di Hassan subito dopo il parto. La nascita di Hassan non è stata proprio delle più semplici. Hana non vede Tamer, il marito, dal 2006, quando è stato arrestato durante un’incursione dell’esercito israeliano nella città di Beit Hanoun, a nord di Gaza. Da allora Tamer è in carcere, dove deve scontare una pena di 12 anni, in quanto "terrorista”. Per non meglio precisati "motivi di sicurezza”, la moglie non l’ha più visto. Hassan è nato grazie all’"evasione” dello sperma del marito. La "procedura” è già nota e praticata in Cisgiordania, dove i palestinesi, o meglio le palestinesi, hanno deciso di sfidare l’occupazione anche così.
Dal 1967 sono stati arrestati 750.000 palestinesi, spesso con pene molto lunghe. Nel 2013, grazie alle progredite tecniche di fecondazione, ma anche alla esplicita "benedizione” dei religiosi, in Cisgiordania ci sono state sei gravidanze. A Gaza però è il primo caso. La madre s’è ben guardata dal fornire dettagli sulla "procedura”. S’è limitata a dire che il viaggio dello "sperma di contrabbando” dalla prigione israeliana a un laboratorio di Gaza, dove era atteso da due specialisti, è durato sei ore. (haaretz.com)

11 gennaio 2014. Un problema a monte?
Ben 4 premier non han fatto nulla salvo colpire i pensionati che non fan serrate né bloccano strade. Tutti inetti? O c’è un problema a monte?

12 gennaio 2014. Android al volante
Un’evoluzione di Google Earth, l’impressionante mappatura realizzata dal colosso dei motori di ricerca, è stata l’introduzione di un filtro per censurare i volti dei passanti e le targhe delle automobili. Non si voleva far sapere che quella persona, o quell’auto, fossero presenti in un dato luogo a una data ora: sarebbe stata una violazione della privacy. Ma Google non ha perso interesse nei nostri spostamenti -né nella nostra automobile. Su "Wired” del 6 gennaio, Damon Lavring ha presentato la Open Automotive Alliance (Oaa), l’accordo che Google sta stringendo con le maggiori case automobilistiche (Audi, GM, Ford, Honda, Hyundai) e col produttore di hardware Nvidia per produrre entro l’anno le prime auto accessoriate con Android, il sistema operativo che domina i dispositivi touch screen non-Apple. Nulla di nuovo, in ­realtà: Microsoft è entrata nel business per prima con Windows Embedded, mentre Apple lo ha fatto nel 2012 con Siri Eyes Free e iOS for the Car, ma prima dell’accordo Oaa lo scenario era, come ha scritto Doug Newcomb su PcMag del 9 gennaio, un far west. Gm, Honda e Hyundai ci avevano già provato da sole con Car Connectivity Consortium, mentre Bmw si era accordata con le compagnie software e hardware Intel e Harman per attrezzare le auto con sistema operativo Linux, ma a tutti è mancato "il colpaccio” per affermarsi come standard. Ora, Google, radunati i più grandi attori del mercato, avrebbe le carte in regola per imporre il suo Android. Sul "Washington Post” del 10 gennaio, Cecilia Kang e Michael Fletcher hanno approfondito le implicazioni di questa svolta. Con l’accordo Oaa la grande mole di dati generati dagli automobilisti (destinazioni preferite per lo shopping, stili di guida, ciò che si ascolta in macchina…) non verrà immagazzinata nel veicolo, né negli uffici del costruttore. Le future auto Android saranno in costante comunicazione con i server Google, rifornendoli continuamente di dati sensibili. Al di là degli usi commerciali, le compagnie d’assicurazioni potranno così informarsi direttamente da Google sul comportamento alla guida degli assicurati.

12 gennaio 2014. Falluja
Falluja in mano ad Al Qaeda. Qualcuno dei tifosi sfegatati dell’esportazione della democrazia lo ammetterà di essersi sbagliato?

13 gennaio 2014. Mein Kampf in e-book
Sul sito di news online Vocativ, Chris Faraone ha segnalato la presenza di due distinte edizioni dello stesso libro nella top 15 degli e-book in vendita su iTunes (categoria "politica e attualità”). Si tratta del Mein Kampf di Adolf Hitler. Anche su Amazon l’edizione in inglese è l’opera più venduta nella categoria "Propaganda & Political Psychology”. Secondo Faraone, il successo del Mein Kampf digitale (che nell’edizione cartacea non ha mai venduto molto) sarebbe assimilabile a quello della letteratura erotica. Molti, restii all’acquisto in libreria di un romanzo considerato "imbarazzante”, o al farsi vedere in pubblico a leggerlo, preferiscono la riservatezza dell’edizione digitale, archiviata nel segreto del proprio tablet.

14 gennaio 2014. Poche chiacchere?
Al fondo, in qualche misura, sia pure nel modo più razionale possibile, la democrazia non può non essere farraginosa.

15 gennaio 2014. Il riposo del bancario
I giganti della finanza mondiale stanno adottando regolamenti interni per rendere meno gravosa la mole di lavoro cui finora hanno costretto i propri dipendenti più giovani. In un articolo del 14 gennaio, la corrispondente newyorkese del "Financial Times”, Camilla Hall, racconta che tra le misure adottate, Credit Suisse invita le matricole a non lavorare il sabato -se non necessario- e a riferire ai superiori qualora ci si sia trovati costretti a trattenersi al lavoro oltre la mezzanotte di domenica; Goldman Sachs scoraggia il lavoro di sabato e domenica; JP Morgan blinda il riposo per almeno un fine settimana al mese, mentre Bank of America introduce l’obbligo per i dipendenti junior di fermarsi per almeno quattro giorni al mese nei weekend. Proprio la Bank of America era stata oggetto di forti critiche dopo che Moritz Erhardt, stagista tedesco ventunenne, era morto dopo un attacco epilettico presumibilmente innescato dall’intensa mole di lavoro. Questo nuovo corso è anche una risposta alle campagne di Ong che denunciano la cultura delle "cento ore settimanali di lavoro” imperante nel mondo della finanza.

16 gennaio 2014. Morire di carcere
Alberico Di Noia, originario di Zapponeta (FG), 38 anni, ieri mattina si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento del carcere di Lucera. L’uomo era in cella da solo, tecnicamente "in osservazione” da cinque giorni, poiché aveva avuto un alterco con una guardia penitenziaria. Dall’episodio, su decisione del Consiglio di disciplina dell’Istituto di pena, era scaturito il suo trasferimento ad altro istituto, che sarebbe dovuto avvenire nella stessa giornata. Quando l’uomo è stato soccorso dal personale penitenziario è stato trovato già vestito e in attesa della partenza. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo. Di Noia era in carcere dal mese di marzo 2012. Da inizio anno è il terzo suicidio in cella; nel 2013 si sono tolti la vita 49 detenuti. (Ristretti Orizzonti)

16 gennaio 2014. Uno scriba in ospedale
Senza clamore e anche senza una vera pianificazione, nelle cliniche e nei pronto soccorso americani è entrata in scena una "nuova” figura professionale, quella dello scriba. L’introduzione delle cartelle cliniche elettroniche, in uso ormai nel 70% delle strutture, costringe i medici a registrare quasi in tempo reale tutto quello che fanno. Per molti sanitari questo si sta rivelando un incubo. Jennifer Sewing, medico di base a St. Louis, era costretta a trascorrere tutte le sere ad aggiornare cartelle. Lo scriba le ha cambiato la vita. La dottoressa Marian Bednar, del Texas Health Presbyterian Hospital, dice che grazie alla sua "scriba” Amanda Nieto, 27 anni, ha potuto tornare a dedicarsi interamente ai pazienti. Recenti ricerche segnalano come quest’obbligo di prendere costantemente appunti, attività svolta a scapito del rapporto col paziente, sia all’origine di una crescente insoddisfazione tra i medici. Anche sul versante della cura, trasformare un medico in un segretario non va certo a vantaggio della salute.
Ecco allora la soluzione: assumere degli scribi. Ne parla Katie Hafner sul "New York Times”.
Michael Murphy, a capo di ScribeAmerica, un’azienda della Florida che fornisce scribi in giro per il Paese, stima che ce ne siano attualmente diecimila, con una domanda in costante aumento. L’addestramento di uno scriba dura dalle due alle tre settimane. Il vantaggio è triplice: il paziente torna ad avere l’attenzione del medico; lo scriba dà un contributo importante e intanto impara molto; il medico ritrova la soddisfazione di fare il mestiere per cui ha studiato. Resta un problema di privacy, ma pare che solo una minoranza di pazienti sia disturbata da questa presenza. C’è anche un problema di costi, ma assumere uno scriba permette ai medici di vedere fino a quattro pazienti in più al giorno.
(nytimes.com)

17 gennaio 2014
Si sa, in Italia nessuno, a sinistra, comprerebbe auto usate da Marchionne, "uomo non di parola”, "millantatore”, e pure "fascista”. Però ha ripreso a vendere le nuove. Buono per gli operai. O no?

17 gennaio 2014. Le iniezioni letali "fai da te”
Negli ultimi quindici anni le esecuzioni capitali negli Usa si sono più che dimezzate: nel 2013 sono state 40, il 10% in meno rispetto all’anno precedente. È dal 1999, anno in cui ce n’erano state 98, che diminuiscono. Per gli esperti è in atto un cambiamento sociale. Crescono i timori nella fallacia del sistema giudiziario e sempre più Stati americani aboliscono la pena di morte: l’ultimo, l’anno scorso, è stato il Maryland.
C’è però un altro fattore determinante: le case farmaceutiche stanno interrompendo la fornitura dei farmaci usati per le iniezioni letali alle carceri, specialmente dal 2011, anno in cui l’Unione Europea ha inasprito la normativa 1236/2005 che impedisce la vendita di prodotti finalizzati alla tortura o alla pena di morte. Il divieto ha però anche effetti indesiderati: negli Usa, le carceri che hanno esaurito le scorte accumulate prima del bando hanno cominciato a "fare da sé”, con risultati talvolta disastrosi. Sul "New York Times” del 17 gennaio si racconta dell’esecuzione di Dennis McGuire, che nel ’94 aveva violentato e ucciso una ragazza incinta. Il 16 gennaio, il boia del penitenziario di Lucasville, Ohio, gli ha somministrato un cocktail di Midazolam, sedativi e un potente analgesico a base di morfina. McGuire ha impiegato 15 minuti ad andarsene. Era andata molto male anche a Michael Lee Wilson, omicida, giustiziato in Oklahoma il 10 gennaio con un mix di Pentobarbital, bromuro di vecuronio e cloruro di potassio. Con le sue ultime parole, ha urlato di sentire il corpo andare a fuoco.

18 gennaio 2014. L’abc
Col paese allo sbando e le istituzioni nel fango, si fa una  una legge elettorale che esclude invece di includere? Il grande vecchio Emanuele Macaluso propone di tenersi, per questa volta, il proporzionale e con un "Parlamento costituente” (e un temporaneo governo delle larghe intese) decidere le nuove regole e le riforme costituzionali e dopo riandare a votare. Ovviamente nessuno ha ripreso la proposta, neanche per contestarla. Eppure che per decidere le regole importanti per stare insieme ci si dovrebbe riunire su base proporzionale è abc. Ma evidentemente questi giovani promettevano tanto bene che le elementari le hanno saltate tutte.

19 gennaio 2014. Corruzione
La lotta alla corruzione è ormai un tiro al piccione. Un magistrato dice pull, i giornali aprono la gabbia e noi ci divertiamo. Sport nazionale.

20 gennaio 2014. Chi risparmia.
Pare che da anni i poveri spendano tutto ciò che guadagnano e i ricchi risparmino dal 15 al 25%.

21 gennaio 2014. Il Rid dell’Inps
A dicembre, l’Inps ha revocato i Rid con cui venivano pagati i contributi volontari, come riscatto della laurea, ecc. Per non interrompere la continuità dei pagamenti andava cambiata la tipologia del Rid (che deve essere di "importo fisso”) entro il 19 dicembre. In alcuni casi la comunicazione è arrivata a scadenza già avvenuta. In altri, la banca non ha comunque capito cosa doveva fare. E così la rata è rimasta insoluta. Il ritardo di un pagamento dell’Inps è sempre una mezza disgrazia. Non solo perché all’orizzonte c’è Equitalia, ma soprattutto perché è quasi impossibile rimediare.
Armati di pazienza, chiamiamo il Contact center dell’Inps per sapere appunto come pagare una rata in ritardo. Passiamo la mattinata a ripetere a un risponditore automatico nome, cognome, data di nascita e alcune cifre del Pin. La voce per qualche minuto ci consiglia di rimanere in linea, salvo poi consigliarci di richiamare. Rimandiamo il tentativo al pomeriggio, scoprendo che da una certa ora in poi non chiedono più di identificarsi. Persa la speranza utilizziamo anche il servizio "Inps risponde” e poniamo lo stesso quesito via mail. Dalle 8 della mattina, riusciamo a parlare con un operatore alle 19.30, mezz’ora prima della fine del servizio. L’operatore ci dice che, essendo scaduta, la rata può essere pagata esclusivamente tramite i tabaccai delle "Reti amiche”. Il giorno successivo, partiamo alla ricerca di un tabaccaio munito di questo servizio. Su sette, cinque non sanno cosa sia, uno ha il servizio ma non sa usarlo, l’ultimo sa usarlo (o forse no), ma gli risulta pagata anche la rata rimasta insoluta. La sera stessa richiamiamo il call center dell’Inps  per capire se c’è un altro modo. Dopo svariati tentativi, sempre verso le 19.30 ci rispondono che possiamo pagare anche con carta di credito al telefono. No, non con la persona con cui stiamo parlando. Va rifatto tutto il giro optando, all’ultimo passaggio, per un servizio diverso. Procediamo e paghiamo. Il giorno dopo intanto ci rispondono anche alla mail con una telefonata in cui ci spiegano che per pagare la rata scaduta dobbiamo entrare nel sito e stampare il relativo bollettino Mav. Per fortuna abbiamo già provveduto perché nel bollettino Mav, che (per curiosità) riusciamo a stampare, c’è scritto che è valido solo se pagato entro i termini di scadenza.

22 gennaio 2014. Titolo V
Il titoloV è un disastro perché ha sovrapposto competenze fra stato e regioni, generando confusione e deresponsabilizzazione. Lo Stato centrale deve fermarsi dove inizia la Regione, regola aurea di ogni federalismo.

23 gennaio 2014. Premio al 18%
Come vincere senza convincere.

24 gennaio 2014. Scuole ebraiche
In Inghilterra è boom delle iscrizioni alle scuole ebraiche; nel 2011 si è registrato un +60%, che ha portato a raddoppiarne il numero rispetto a trent’anni prima. La novità è che tra i nuovi iscritti il "grosso” è composto da "non ebrei”.
La scuola primaria ebraica King David di Birmingham è stata tra le prime ad aprire ai gentili già negli anni Cinquanta. Ora tra i suoi studenti i musulmani sono la maggioranza. Al liceo King David di Liverpool, invece, la sproporzione è anche più alta: gli studenti ebrei sono solo il 15%. "Ormai ci sono più posti nelle scuole ebraiche che studenti ebrei. Presto tutte dovranno accogliere anche alunni di altre religioni”. Così Spencer Lewis, preside del liceo King Solomon del sobborgo londinese di Redbridge, in un articolo apparso sul "Jewish Chronicle” un anno fa, parlava della situazione che coinvolge i tanti istituti ebraici che, per riempire le classi, hanno preso ad ammettere anche studenti di altre confessioni. Al King Solomon di Redbridge gli studenti non ebrei sono il 40%. Per il Preside Lewis: "Molti provengono da famiglie religiose. Ci scelgono perché condividiamo gli stessi valori, l’importanza della comunità, della carità e del duro lavoro”. Il King Solomon è ortodosso tradizionalista: tutti gli studenti indossano la Kippah, celebrano le festività religiose e imparano l’ebraico. Già in un articolo del 2007, sull’"Independent” si leggeva che pur di mandare i figli alla King David di Birmingham, i genitori di fede islamica arrivavano anche a trasferirsi in un altro quartiere. Apprezzavano l’atmosfera della scuola, le libertà religiose e, non meno importante, la mensa kosher e halal.
Uno di questi genitori, Nahid Shafiq -mamma di Zainah, 4 anni, e Hamza, 9- racconta: "Ci hanno attirato gli alti valori morali della scuola, gli stessi che volevamo impartire noi”. Nahid non ha problemi col fatto che i suoi figli frequentino una scuola ebraica: "Perché dovremmo? Le similitudini tra le nostre religioni e le nostre culture sono ben maggiori e più importanti delle differenze”.

25 gennaio 2014.
Di Maio, 5stelle, dei 20.000 euro mensili ne tiene 3000. Non perché è bravo, dice, ma perché non lo è, e quei soldi lo cambierebbero. Bravo.

26 gennaio 2014. Prestiti
Negli Stati Uniti sono in aumento i prestiti che avvengono fuori dal circuito delle banche. Ne ha parlato anche il "Wall Street Journal” che ha raccontato la storia di Khien Nguyen: aveva bisogno di 180.000 dollari per aprire il suo tredicesimo salone di manicure e pedicure a Philadelphia e non voleva rivolgersi a una banca. Il "rating” della sua attività era calato con la recessione e sapeva già come sarebbe andata a finire. Così si è rivolto a "Swift Capital”, uno di questi nuovi soggetti non bancari che, a un tasso semestrale del 14,9%, gli ha concesso quanto richiesto. Certo, un tasso annuo del 30% non è per niente allettante e però il successo di questa formula si spiega con la rapidità con cui viene concessa la liquidità. Pare che lo scorso anno gli oltre venti "prestatori non-bancari” abbiano concesso circa tre miliardi di dollari, raddoppiando i prestiti concessi nel 2012. Ad avvalersi di questi prestiti sono soprattutto gli imprenditori che hanno bisogno di cifre limitate, mediamente sui 50.000 dollari, e che ne hanno bisogno subito. Non possono cioè permettersi di aspettare che la banca impieghi settimane a esaminare la loro situazione e il loro piano finanziario senza alcuna garanzia che la cosa vada a buon fine. Questi prestatori non tradizionali stanno quindi riempiendo un vuoto. Ci sono anche piattaforme peer-to-peer che mettono insieme chi presta e chi prende in prestito. In generale questi prestatori di breve-termine strutturano i loro crediti in modo da rientrare nell’arco di mesi, non di anni. I tassi posso superare anche del 50% quelli offerti dalle banche, ma la legge sull’usura non si applica a questo tipo di transazioni. Clienti tipici sono ristoranti, saloni di bellezza, rivenditori o medici che chiedono mediamente sui 35.000 dollari e che in banca non avrebbero chance. Lanciato nel 2007, OnDeck, con base a New York, ha rilasciato oltre 20.000 prestiti per un totale di 825 milioni di dollari. I prestiti non vengono concessi con leggerezza: degli oltre 200 dipendenti la metà è formata in matematica, statistica, informatica, ecc. Non sono soldi a buon mercato, riconosce Glazer, Ceo di "Business Financial”, ma perché il rischio è alto (il 75% delle domande viene accolta) ed effettivamente perdono anche molti soldi. D’altra parte, se usassero i criteri delle banche -spiegano- metà dei loro clienti sarebbero tagliati fuori.
(The Wall Street Journal)

27 gennaio 2014.
Nella repubblica in cui "tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” non sarà più possibile fondarne uno. L’8 per cento per entrare in Parlamento senza andare a corte di qualcuno è una cosa turca, da far vergognare ogni democratico.

28 gennaio 2014. Madri single in Cina
Dopo che il fidanzato l’aveva lasciata, portandosi pure via i risparmi, Xiao Pan, incinta di sei mesi, non aveva nemmeno osato dirlo alla famiglia. Essendo anche scaduti i termini per l’aborto, non rimaneva che avere questo bambino. Racconta il "Guardian”, che gli amici di Xiao le avevano anche suggerito di darlo via, il bambino. In Cina, nonostante negli anni passati ci sia stata una forte liberalizzazione dei costumi sessuali, questa non ha coinvolto le madri single, che restano un assoluto tabù. Le donne che hanno un figlio fuori dal matrimonio devono pure pagare una multa, ma quello che pesa di più è la stigmatizzazione; Xiao, infatti, aveva preferito dire ai vicini che suo marito era in viaggio. La legge, molto sollecita nel far pagare le sanzioni, lo è molto meno quando si tratta di far pagare gli alimenti ai padri, così Xiao si era trovata senza alcun aiuto. Nel momento di massima difficoltà, quando il bambino si era ammalato di polmonite, è stata salvata da una organizzazione che si occupa di lavoratori migranti. Aveva anche pensato di vendere un rene per reperire i fondi. A distanza di qualche anno e con qualche debole segnale di cambiamento, Xiao non consiglierebbe a nessuno di fare la sua scelta, è troppo dura. (The Guardian)

29 gennaio 2014. Legge elettorale
Vincere, vincere, vincere. Se gli dici che è importante anche partecipare: "Certo, certo”, rispondono ridacchiando. E pensano che sei il solito fesso.

30 gennaio 2014. Un iPad che non funziona
Nell’ultimo numero de "Le Scienze”, c’è un lungo articolo di Ferris Jabr dedicato alla differenza tra leggere su carta e leggere su schermi. Il pezzo comincia parlando di un video virale in cui si vede una bambina che cerca di ingrandire e scorrere le pagine di una rivista cartacea, con i movimenti tipici di un tablet. Il titolo del video è "Una rivista è un iPad che non funziona”. L’autore prende spunto da quelle immagini per interrogarsi su come la tecnologia cambia la lettura. La risposta non è affatto banale. è dagli anni Ottanta che si cerca di rispondere a questa domanda. All’inizio la qualità degli schermi era piuttosto scarsa e questo faceva sì che la lettura fosse faticosa, a scapito della comprensione e memorizzazione di quello che si era letto; un problema non ancora del tutto risolto. La considerazione più interessante riguarda però un altro aspetto: pare che quando leggiamo, costruiamo una rappresentazione mentale del testo, una specie di paesaggio; qualcosa di simile alle mappe mentali di un territorio. Infatti tendiamo a ricordarci in che posizione della pagina era un determinato riferimento. Questa topografia è totalmente assente quando leggiamo su uno schermo; non ci sono pagine destre e sinistre, non ci sono proprio pagine in effetti. Questo rende impossibile mappare il testo nella sua interezza, con effetti negativi sulla comprensione. Resta poi il problema di un maggiore affaticamento dovuto alla luminosità dello schermo. Ma forse conta anche la constatazione che ci si avvicina alla lettura video con "minore impegno mentale”. Anche rispetto ai più piccoli la carta sta rivelando una dote poco apprezzata forse, ossia la sua semplicità. I testi digitali hanno innegabili vantaggi: si può accedere a milioni di testi, fare ricerche, ingrandire se ci si vede poco, eccetera eccetera, però tendono anche a distrarre e a volte gli effetti sonori e le opzioni multimediali non vanno a vantaggio della comprensione, soprattutto nel caso dei bambini. E poi non è ancora stata risolta la questione sensoriale. I libri hanno una forma, uno spessore e un peso; si può sentire la traccia d’inchiostro sulla pagina, si possono fare gli angoli. Non sono cose da poco, se tanto sforzo viene impiegato per rendere l’esperienza della lettura video il più simile possibile a quella su carta. E non sarà un caso se anche da recenti studi è risultato che la stragrande maggioranza degli studenti universitari "per capire” deve leggere su carta e, in generale, per concentrarci su quello che leggiamo lo dobbiamo stampare. (Le Scienze)

31 gennaio 2014. Quando finisce il sussidio
Sullo "Houston Chronicle” del 28 gennaio si racconta la storia di Debbie, 43enne di Aurora che dopo molto cercare ha finalmente trovato un posto temporaneo a paga modesta nel servizio clienti di una piccola ditta. Nel frattempo Frank, il marito, guida un muletto e consegna pacchi per 12 dollari all’ora. Ma il vero lavoro della coppia, a detta loro, è "accudire i figli e cercare un lavoro a tempo pieno”.
Nel 2009, quando è nata Ella e le cose andavano meglio, Debbie aveva deciso di dedicarsi alla maternità, lasciando il posto di insegnante. Non aveva dubbi: appena qualche mese e sarebbe tornata a scuola. Non è successo, e con l’aggravarsi della crisi anche il marito ha perso il posto. Nel 2011 hanno dovuto vendere la loro casa con quattro camere da letto e con i tre figli sono andati in affitto in una casa più piccola: loro dormono sul divano-letto in salotto, alle due bambine hanno lasciato le due camere e al figlio sedicenne un disimpegno (per porta, una tenda). Nei mesi successivi, per far quadrare i conti hanno dovuto vendere anche molti effetti personali. Dopo mesi di ricerche, un lavoro trovato e perso nel 2012, Debbie è diventata una "disoccupata di lungo corso”, che non lavorando da oltre sei mesi non percepisce più il sussidio di disoccupazione. Secondo lo Urban Institute, il numero dei minori i cui genitori hanno perso il sussidio nello stesso modo è triplicato rispetto al 2007. In tutti gli Usa, gli adulti che non accedono più ai benefit hanno raggiunto un totale di 1,3 milioni. La piccola Ella vorrebbe tornare all’asilo privato e ogni tanto fa tintinnare il suo porcellino salvadanaio per dimostrare di poterselo permettere. Dakota, il figlio maggiore, dice di non sentirsi sfortunato rispetto a tanti altri suoi coetanei che una casa non ce l’hanno nemmeno, in questi giorni di freddo estremo. Sono tante le famiglie che sperano nel buon esito della proposta al Congresso di estendere il limite dei sussidi a 11 mesi, anche se non sarà facile (già affossati i primi tentativi democratici). Ad Aurora, come in tante altre città, per chi non percepisce più benefit l’aiuto principale viene dalle organizzazioni religiose, nelle cui sedi gli operatori sono ormai abituati a vedere molti ex professionisti, financo ex amministratori delegati, in fila per la distribuzione alimentare gratuita o per richiedere contributi per l’affitto. Tanti si sono affidati al passaparola in chiesa per trovare lavoro, come Debbie. Per lei si è rivelato un sistema ben più efficace delle centinaia di application spedite e tornate indietro perché "troppo qualificata”.

1 febbraio 2014. I danni del porno
Sul "Guardian” del 28 gennaio, Rhiannon Lucy Cosslett, del blog femminista Vagenda, lancia un allarme e un appello riguardo i danni che sta facendo il porno in rete. Niente a che vedere con isterie puritane. Il fatto è, racconta la Cosslett, che sono un paio d’anni che trascorre gran parte del proprio tempo a parlare con giovani donne e questa cosa del porno salta fuori ogni volta. Variano i dettagli, ma al fondo la storia è sempre quella: alla ragazza è stato chiesto di fare qualcosa a letto che l’ha fatta sentire in una situazione di grande disagio, e lei non ha rifiutato (sempre che lui gliel’abbia chiesto). "Donne sessualmente attive, brillanti, indipendenti, che a letto si sentono costrette a fare cose che non vogliono”, sentenzia la Cosslet.
Il problema (grave) è che l’unico luogo dove si impara qualcosa sul sesso è internet e la cosa si sta rivelando disastrosa. Di qui l’appello: "Abbiamo bisogno di educazione sessuale perché alcuni uomini stanno chiedendo rapporti anali al primo incontro”, denuncia la blogger. Aggiungendo che se ci risulta incredibile vuol dire che non abbiamo parlato con delle ventenni.
"Abbiamo bisogno di educazione sessuale perché alcuni uomini pensano di poter concludere il rapporto eiaculando sui capelli” o altrove. "Abbiamo bisogno di educazione sessuale”, ripete Cossler, perché "ho perso il conto delle volte in cui giovani donne mi hanno confessato che il loro partner ha messo loro le mani intorno al collo cercando di soffocarle durante il sesso”.
Non è questa la liberazione sessuale per cui le donne hanno lottato. E, attenzione, l’educazione sessuale non è semplicemente insegnare a dire "no”; si tratta, ad esempio, di insegnare a riconoscere quando c’è il consenso e quando no. Su questo non ci siamo proprio. Molti ragazzi dal porno hanno imparato che la resistenza è una sorta di preliminare. Ovviamente il problema non è il porno, ma l’assenza di qualsiasi altra narrazione. Alla Camera dei Lord oggi è in discussione una legge che obbliga le scuole inglesi a parlare di sesso e relazioni. Che serva a qualcosa sono in molti a dubitarne, ma almeno si inizia a parlarne. (The Guardian)

2 febbraio 2014. Il bisfenolo A
Il bisfenolo A, spiega wikipedia, è un mattone fondamentale nella sintesi di plastiche e additivi, è ciò che rende la plastica dura e resistente. Assieme ai suoi derivati è in commercio da più di 50 anni La sua produzione annua ammonta a 2-3 milioni di tonnellate. I tipici prodotti in cui viene usato sono le bottiglie per bibite, i biberon, le stoviglie e i recipienti di plastica. Prodotti che usiamo abitualmente, infatti studi condotti dal Cdc (Centro per il controllo sulle malattie Usa) hanno trovato Bisfenolo A nelle urine del 95% degli adulti esaminati nel periodo 1988-1994 e nel 93% dei bambini e degli adulti testati nel 2003-2004. Le preoccupazioni sui suoi effetti sulla salute risalgono agli anni Trenta, ma i primi studi seri sono cominciati solo qualche anno fa, confermandone la gravità. Per quanto ci immaginiamo la plastica come qualcosa di stabile, non è così, queste sostanze vengono rilasciate nei cibi e nei liquidi presenti nei contenitori. In particolare, il Bisfenolo A interagisce con il sistema endocrino con effetti, anche a bassi dosaggi, sull’insorgenza di tumori alla mammella, alla prostata. Sempre a causa della sua "interferenza” con il sistema endocrino, il bisfenolo A viene indicato anche tra le "eco-cause” della pubertà precoce nei paesi occidentali. Recentemente l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha raccomandato che la dose giornaliera tollerabile sia abbassata da 50 a 5 microgrammi. Ha al contempo rassicurato che il rischio per la salute è basso. Sarà. Intanto però la produzione di biberon con bisfenolo A è stata vietata già dal marzo 2011.

2 febbraio 2014
In Parlamento sembra che non abbiano idea dell'odio che monta nel paese. Certo, critichiamo aspramente i cinquestelle, ma in cuor nostro consideriamoci fortunati se per ora i nostri "squadristi” sono capitanati da un cooperatore delle Ande. C’è di peggio in Europa.