Il 27 febbraio, a Bologna, si è tenuto il seminario "Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi? Democrazia e limiti della libertà di espressione”, organizzato dal Dipartimento di Scienze giuridiche e dal Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna. Il seminario ha inteso riflettere sul tema dei limiti, nelle società democratiche alla libera manifestazione del pensiero, dopo i fatti di Parigi del 7 e 9 gennaio 2015. Pubblichiamo gli interventi di Gaetano Insolera, Carlo Guarnieri, Alessandro Gamberini ed Emanuela Fronza.

Gaetano Insolera
Il tema del seminario: possono o debbono essere posti dei confini, e quali, a uno dei principi, diremmo universali, della liberal-democrazia, al principio di libera manifestazione del pensiero?
La questione chiama in causa, da un lato,  la legittimità di una limitazione alla manifestazione del pensiero e le sue motivazioni e quindi la definizione della natura stessa di questo diritto, se assoluta o comprimibile (ed entro quali margini). Dall’altra parte, abbiamo le tecniche di tutela rispetto a quelli che possono qualificarsi come abusi di questo diritto; pensiamo al tema del negazionismo. Più in generale mi sembra che su questo argomento occorra rivedere alcune categorie, anche alla luce delle trasformazioni avvenute nell’informazione e nel modo in cui essa viene confezionata e diffusa.

Carlo Guarnieri
Da parte mia cercherò di dare alcune indicazioni di contesto più che entrare nel merito. Innanzitutto, qui ci troviamo in una situazione in cui vanno bilanciate esigenze diverse: da una parte quelle di libertà di espressione e dall’altra quelle di pubblica tranquillità. Vanno temperati questi due valori e, come in tutte le operazioni di bilanciamento, parliamo di un’operazione evidentemente politica: si tratta di trovare un compromesso accettabile.
Se vogliamo, abbiamo da un lato l’esigenza da parte di gruppi o individui di enfatizzare il proprio messaggio per ottenere l’attenzione, per dargli una dimensione più drammatica, e dall’altro la preoccupazione di chi invece vede i propri valori messi a repentaglio, offesi. Naturalmente il problema è che nessuno di questi due attori può avere il monopolio della definizione di cosa sia concretamente da perseguire o meno.
Aggiungo anche che noi siamo ancora sotto l’influenza, lo shock di quanto accaduto a Parigi, ma se guardate bene quello che è accaduto ha poco a che vedere con la libertà di manifestazione del pensiero. Oltre alla redazione di "Charlie Hebdo” sono stati infatti coinvolti un poliziotto di origine nordafricana che passava di lì per caso e alcune persone di religione ebraica che facevano la spesa in un supermercato kosher. È pertanto evidente la strumentalità dell’invocazione al rispetto di certi valori religiosi. Detto questo, bisogna ricordare che anche nelle democrazie, nei regimi costituzionali consolidati, esistono limitazioni al diritto di esprimere il proprio pensiero, addirittura c’è una lunga tradizione dei reati di blasfemia o bestemmia.
L’altro giorno mi sono imbattuto nel pezzo di un famosissimo giurista inglese del Settecento, William Blackstone, che a questo proposito introduce una distinzione che ho trovato interessante. Parlando del reato di diffamazione, Blackstone sostiene che ci sono limiti alla libertà di espressione: quando si offende la religione, il governo, le fondazioni storiche della libertà civile. Ma, attenzione, aggiunge: è vietato non tanto sviluppare idee che possono essere considerate pericolose, bensì la loro disseminazione, cioè il fatto di rendere pubblici sentimenti cattivi, distruttivi dei fondamenti della società. Questo è il vero crimine. Per meglio spiegare il concetto si affida a una metafora. Un uomo può benissimo tenere del veleno nel suo armadio, ma non lo può vendere come fosse un buon liquore. Cosa sta dicendo? Che si possono introdurre dei limiti, ma che questi limiti vanno riferiti alla disseminazione, la quale può intaccare la tranquillità pubblica. Dico questo perché oggi si parla invece di rendere reato anche la semplice detenzione o consultazione di materiale "proibito”.
Dal punto di vista politico, la questione dei reati, nonché dei limiti alla manifestazione del pensiero, va collegata strettamente a un altro tema, cioè al grado di divaricazione dei valori e degli atteggiamenti presenti in una certa comunità. Se questa divaricazione supera un certo grado e diventa polarizzazione, c’è un problema, punto ...[continua]

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