Sarebbe incredibile se l’attuale governo Netanyahu di estrema destra, in coalizione con i partiti ortodossi, non perdesse la maggioranza, mantenuta artificialmente fino ad oggi, negando le loro responsabilità e rifiutando la commissione d’inchiesta. Com’è possibile non ricordare fatti così recenti? Il crollo della frontiera di Gaza e il “successo” dell’attacco barbarico di Hamas il 7 ottobre 2023, un pogrom spaventoso con 1.200 vittime e 250 ostaggi; quasi tre anni di guerre ininterrotte con promesse di vittorie totali irreali; quasi trecentomila sfollati israeliani, per quasi due anni, dalle aree di frontiera; la striscia di Gaza rasa al suolo con più di settantamila morti e un milione di sfollati palestinesi affamati e senza tetto, dipendenti totalmente da aiuti umanitari esterni, ma ancora sotto il controllo dei terroristi armati di Hamas; tutte le infrastrutture economiche, educative e sanitarie cancellate; quasi un milione di sfollati dal sud del Libano mentre Hezbollah continua imperterrito ad attaccare sia i militari sia i civili del nord d’Israele, malgrado la predisposizione del nuovo governo libanese a fare accordi con Israele; due turni di guerra aerea contro l’Iran, assieme alla maggiore potenza del mondo, gli Stati Uniti di Trump, senza riuscire a eliminare né il pericolo nucleare, né l’arsenale di missili, che ha colpito sia le città israeliane, quindi la popolazione, l’economia e il turismo, sia i paesi del Golfo Arabo.
Netanyahu ha spinto Trump in quest’avventura che terminerà forse con la riapertura dello stretto di Hormuz -che era aperto a tutti prima della guerra!- la cui chiusura sta strangolando l’economia mondiale; con trattative che, se va bene, rinnoveranno un accordo analogo a quello ottenuto da Obama nel 2015. Fu proprio il ritiro dall’accordo sul nucleare, deciso da Trump sotto la pressione di Netanyahu, a consentire all’Iran di riprendere e accelerare l’arricchimento dell’uranio, fino agli attuali e preoccupanti 450 chilogrammi arricchiti al 60%. A ciò si aggiunge la crescente ondata di antisionismo, con gravi manifestazioni di antisemitismo, delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele e progressivo isolamento diplomatico e politico, non solo in Europa e negli Stati Uniti, ma persino all’interno del Partito repubblicano.
Israele ha praticamente perso la propria indipendenza, sotto i diktat di Trump, salvo forse nel continuare a perseguire la strategia dell’eliminazione, uno a uno, dei dirigenti del “nemico”, cioè dell’Iran, di Hezbollah in Libano, di Hamas a Gaza e all’estero. Nel frattempo i palestinesi in Cisgiordania vengono perseguitati ed espulsi dalle loro terre per mano di teppisti ebrei armati, protetti dall’esercito, attrezzati dal governo e dai coloni, per impedire qualsiasi soluzione di spartizione della Terra Santa.
Malgrado tutto ciò, che risulterebbe palese a chiunque fosse disposto a guardare onestamente la realtà, la coalizione attuale che sostiene (o ricatta) Netanyahu, nei sondaggi continua a ottenere più di 50 dei 120 seggi del parlamento. I partiti dell’opposizione, assieme, arriverebbero a quasi 70 seggi, ma sono divisi sia su chi dovrebbe essere il primo ministro, sia sulla legittimità della scelta di coalizzarsi con uno dei partiti arabi, senza il quale non si arriverebbe alla maggioranza.
Vent’anni di Netanyahu al potere sono riusciti a rendere impensabile una cooperazione di interessi civili con il 20% della popolazione d’Israele, che viene identificata su base etnica come “nemica”, cioè con il terrorismo. Tant’è che la maggioranza degli israeliani punta su candidati nazionalisti di destra, anche se contrari a Netanyahu, e vede un pericolo per la sua sicurezza nel diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, diviso da Israele in varie entità separate: profughi all’estero; residenti di varie categorie ne ...[continua]
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