I Camalli (parola di origine araba che definisce gli scaricatori che operano sulle navi) in maggioranza militanti comunisti, rendevano omaggio a un grande protagonista della storia democratica e antifascista del Paese e che a Genova aveva lasciato tracce indelebili della sua severa personalità, accompagnata da coraggio e sofferenze che non erano mai riuscite a piegarlo. La grande umanità che agitava il fascino autorevole del “presidente più amato dagli italiani”, ancora una volta aveva toccato il cuore delle maestranze.
Nato a Stella San Giovanni nel 1896, Pertini fin dalla giovinezza fu testimone di un rigore intellettuale raro. Frequentò il liceo a Savona dove ebbe come docente Adelchi Baratono, figura eminente del socialismo e amico di Turati. Ma nel 1915 fu arruolato per andare a combattere nella Grande guerra. Si racconta che quando andava all’assalto delle trincee austriache tenesse la sua pistola scarica. Tenente, fu decorato medaglia di argento, che gli fu consegnata solo nel 1985, negatagli dopo Vittorio Veneto per i suoi atteggiamenti sovversivi. Tornato, prese la maturità al Liceo Cassini di Sanremo, dove vent’anni dopo studiarono Italo Calvino e Eugenio Scalfari.
Si laureò con una tesi “l’industria siderurgica in Italia “ all’università di Modena nel 1923 con il voto di 105/110. L’anno successivo, nel quale fu trucidato Giacomo Matteotti, si laureò a Firenze, all’istituto di scienze sociali con il punteggio di 84/110. La sua tesi, salvata dall’alluvione degli anni Settanta, sosteneva nelle prime pagine “Bisogna eliminare il preconcetto, primo fra tutti quello che hanno quasi tutti i lavoratori, di vedere un nemico nel capitale, e quindi -nella sua soppressione- la loro emancipazione. Stolto e dannoso preconcetto che occorra sopprimere il capitale; occorre invece una lotta per il lavoro e non una lotta di classe fine a se stessa”.
A Savona iniziarono i suoi tormenti con la giustizia fascista. Fu condannato a otto mesi per aver distribuito volantini e appeso una corona di fiori in onore Giacomo Matteotti. Era il 1925. Passeggiando a Savona con un garofano all’occhiello fu bastonato a sangue dai fascisti che gli spaccarono un braccio. Curato all’ospedale, Pertini con il braccio al collo e dolorante tornò in centro città a esibire ancora il garofano rosso.
Dalla spiaggia di Albissola, nel dicembre del 1926, fece scappare su un motoscafo, verso la Corsica, Filippo Turati, con l’aiuto di Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Adriano Olivetti.
Pertini andò a Parigi, poi tornò a Nizza, fece molti mestieri umili, dal lava macchine al muratore. Tornò nel ’29 in Italia, ma alla stazione di Pisa un savonese lo riconobbe e lo denunciò alla polizia. Fu condannato a quasi undici anni di carcere. Emessa la sentenza, gridò: “W il socialismo. Abbasso il fascismo!”. Ernesto Eula, il giudice che lo condannò, nel dopoguerra rimase al suo posto e fece una brillante carriera. Fu tradotto in diversi penitenziari: Santo Stefano, Pianosa, Ponza, Tremiti, Turi e Ventotene, dove conobbe tra gli altri Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
Minato dalla Tbc, la madre Maria Muzio chiese la grazia al Duce. Rispose Pertini: “Mamma, con quale animo hai potuto fare questo?”. E al presidente del Tribunale scrisse: “Non mi associo a tale domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica che più della mia stessa vita mi preme”. Nel carcere di Turi a Bari fu di conforto a Gramsci, emarginato dai compagni del Pci per le sue posizioni ostili a Stalin. In carcere alla sera, sotto il materasso riponeva i pantaloni perché la sua divisa fosse sempre in ordine, quasi a meritare per il suo rigore, da chi lo deteneva, maggiore rispetto. Ebbe punizioni che aggravarono la sua pena perché gli aguzzini fascisti non rispettavano il regolamento.
Liberato dal carcere ebbe a dire che la Resistenza non iniziava dall’8 settembre ’43, bensì dal 1922, data dell’ascesa di Mussolini. I partiti proletari realizzarono l’unità che portò a scrivere la pagina del nostro secondo Risorgimento.
Arrestato a Roma insieme a Saragat, fu fatto fuggire da Regina Coeli dall’intrepido Giuliano Vassalli, con l’aiuto del medico del carcere Alfredo Monaco. Non volle essere liberato da solo. Protestò duramente cont ...[continua]
Esegui il login per visualizzare il testo completo.
Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!

















