Cari amici,
dieci anni fa vi scrissi una lettera. Per molti di noi sembrava la fine dei tempi, perché stavamo lasciando voi, o meglio stavamo lasciando l’Ue. Per alcuni fu come un lutto in famiglia. Per altri, invece, ci fu un trionfalismo fragile e ostentato, perfettamente illustrato dal comportamento di due donne che entrarono in una stanza piena di sostenitori del Remain in lacrime per dichiarare: “Ci siamo ripresi il nostro Paese”. Quando chiesi dove pensassero che fosse stato il nostro Paese fino a quel momento, non ci fu risposta. L’unica cosa che una di loro riuscì a fare fu lamentarsi del fatto che avessi posto la domanda. La mia domanda la faceva sentire a disagio: secondo lei era tutto ovvio, avrei dovuto riconoscere la grande vittoria ottenuta invece di cercare di introdurre un po’ di realtà nella discussione. La sua reazione fu quella di attaccarmi sul piano personale. Rimasi scioccata.
Ma presto divenne chiaro che stavamo entrando nel territorio delle conseguenze indesiderate. Oggi sono stati individuati molti responsabili di quello che è ormai riconosciuto come un disastro per il Regno Unito, ma i principali artefici di questa tragedia, Nigel Farage e Boris Johnson, non sono mai stati chiamati a risponderne.
Ci sono molti dati verificabili sull’impatto economico della Brexit a dieci anni di distanza.  Il National Bureau of Economic Research (Nber) stima che la Brexit abbia portato a una riduzione del Pil compresa tra il 6% e l’8%, con un impatto che si accumula gradualmente nel tempo. Gli investimenti delle imprese sono diminuiti fino al 18%, l’occupazione è in calo, la produttività ha subito una riduzione del 3-4% e, per quanto riguarda le esportazioni del Regno Unito verso l’Ue, si è registrato un calo del 18%.
Siamo la prova vivente del perché non si dovrebbe uscire dall’Unione, e si parla ormai apertamente di buyer’s regret, il rimpianto dell’acquirente. Un sondaggio di YouGov del gennaio 2025 ha rilevato che la maggioranza delle persone ritiene che la Brexit abbia avuto un impatto negativo. Più del 50% degli intervistati vorrebbe che il Regno Unito non avesse mai lasciato l’Unione europea. Ma ciò che più mi colpisce è un altro dato: quattro su cinque adulti britannici considerano oggi la Gran Bretagna un Paese profondamente diviso, e più della metà ritiene che le divisioni politiche rappresentino un pericolo per la società (Ipsos, 2025). Abbiamo fatto del male a noi stessi; abbiamo fatto del male a voi; abbiamo fatto del male a persone che vivono qui da decenni come parte della nostra società ricca e vivace. Ora siamo un paese più rozzo e cupo che si sta avventurando alla cieca nella politica di estrema destra – e il fascismo era qualcosa contro cui un tempo combattevamo. Mi chiedo cosa siamo diventati. Nel 2016, le persone nate all’estero ma che vivevano e lavoravano qui si sono trovate improvvisamente, quasi dall’oggi al domani, di fronte a una xenofobia esplosiva. Marie, traduttrice e insegnante di lingue arrivata qui trent’anni fa dalla Francia, ricorda il giorno del voto sulla Brexit come una ghigliottina tra un mondo e l’altro. C’era un “prima della Brexit” e un “dopo la Brexit”. Dopo il giugno 2016, molte persone si sentirono legittimate a esprimere apertamente la propria xenofobia. Mentre faceva la spesa in un supermercato, a Marie venne detto: “Se qui non ti trovi bene, torna al tuo Paese”. Fu un crudele promemoria dei suoi primi anni in Gran Bretagna, quando lei e i suoi figli avevano subito episodi di razzismo.
“Era come nel Medioevo -raccontò- e la scuola non fece nulla. Dopo il referendum, c’è stata una migrazione di lavoratori europei. “Alcuni di loro erano miei studenti -ha detto Marie- La gente ha iniziato ad andarsene perché si sentiva indesiderata”. Ora Marie si ritrova nuovamente immersa in quelle stesse angosce. Guarda con estrema preoccupazione alla crescente affermazione del Reform Party. “Ho sempre pensato che sarei rimasta qui e che qui avrei concluso i miei giorni. Questa è la mia casa. Ma come si può restare in un luogo dove non si è benvoluti?». Maria è svedese e si considera un’immigrata privilegiata: è bianca e ha scelto di vivere e lavorare qui. La Brexit, dice, “…è stata come essere ferita da qualcuno che ami. Ti sentivi come se fossi stata tradita. Era una sensazione di profondo, profondissimo dolore. Per me è stata una cosa così assurda...”.  In seguito ha scoperto che molti dei suoi colleghi di lavoro e il suo capo avevano votato per l’usci ...[continua]

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