Gli orientamenti della democrazia cristiana, e, per essa, del suo segretario politico, costituiscono ancora, a parecchi mesi dal Congresso di Napoli, uno dei dati più incerti della situazione politica. È noto che l’on Fanfani non è un forte sostenitore della formula quadripartita sulla quale si impernia dal 1947, la vita del nostro paese. Essa fu dettata dall’on De Gasperi da una intuizione politica strettamente legata alle sue esperienze e alla sua formazione mentale: altre sono le esperienze dell’on. Fanfani, e di diverso tipo è la sua preparazione. Il gruppo da lui capeggiato si è affermato al Congresso su una posizione critica e di sostanziale opposizione all’immobilismo degli ultimi tempi e perciò è assai difficile che voglia ancora avvallarlo. Egli stesso vuole qualche cosa di nuovo. L’on. Fanfani è giovane, volitivo, sente fortemente di sé, e ritiene di essere l’uomo su cui la Democrazia cristiana e l’Italia potranno contare nei prossimi anni. Sembra alla ricerca di un mito: e nulla giova meglio alla creazione del “mito Fanfani” della certezza -che egli lascia volentieri diffondere intorno a sé́- che, finalmente, con l’uomo nuovo, si avrà anche "qualche cosa di nuovo".
D’altra parte, l’on. Fanfani ha dinnanzi a sé il grave problema delle elezioni.
Non può correre il rischio di affrontarlo con un insuccesso, su una piattaforma che ha già̀ subito la sconfitta del 7 giugno e che probabilmente si è andata ancora logorando. In previsione delle elezioni regionali siciliane, i partiti minori si stanno impegnando a fondo per ottenere la legge elettorale che desiderano e in ogni caso, per la chiusura della Dc verso la destra monarchica e fascista. Se non fossero fornite in proposito garanzie sufficienti, potrebbero scegliere essi stessi il momento per rompere con il partito di maggioranza e l’on Fanfani si troverebbe nella spiacevole situazione di essere oggetto e non soggetto di azione politica. È anche dubbio, pertanto, che l’on Fanfani voglia concedere un’ultima prova di appello ai partiti laici, sulla formula quadripartita, proprio nella regione in cui essi sono più deboli e meno organizzati, e voglia ancora avvallare con la propria persona una formula che è̀ già deciso ad abbandonare. Comunque, prima o dopo le elezioni siciliane, il dato più̀ probabile è proprio questo: che l’on. Fanfani metterà fine alla collaborazione tra i quattro partiti democratici, e che il quadripartito ha i mesi contati. L’incertezza sull’orientamento della Dc nasce proprio a questo punto.
Andrà a destra o a sinistra l’onorevole Fanfani? La sicurezza con la quale, in molti ambienti, si prognostica decisamente la “svolta a destra” viene giudicata eccessiva proprio nell’interno della democrazia cristiana. Tuttavia, non mancano elementi per convalidarla. Innanzi tutto, c’è l’esperienza del primo tentativo di governo Fanfani con il suo discorso equivoco e i suo espliciti accenni verso la destra; con la chiara indicazione politica contenuta nel nome dell’allora titolare degli interni, on Andreotti; e persino con il suo programma di riforme sociale, ispirato a concezioni meramente paternalistiche.
Sembra certo, tuttavia, che se l’on. Fanfani volesse oggi costituire un governo di destra, non commetterebbe il grossolano errore di accordarsi politicamente con il Pnm e con il Msi e di mercanteggiare sul piano parlamentare il loro appoggio di voti. Un serio governo di destra non è quello che si regge su una maggioranza parlamentare squalificata; ma quello che fa ricorso alla opinione del paese contro la “degenerazione parlamentare”; che non si costituisce in base alle indicazioni dei partiti, ma in base alla scelta sovrana e ai criteri tecnici dell’uomo che lo forma; che promette una “politica forte” contro il comunismo, e comincia col varare una legge sindacale reazionaria; che si assicura un forte aiuto economico da determinati paesi esteri, e che ottiene quello della Confindustria, lieta di barattare qualche provvedimento sociale demagogico o antieconomico con una cattura politica definitiva. Un presidente del consiglio che si presentasse con una formula di questo genere non avrebbe bisogno di trattare con le destre per ottenere il voto: lo riceverebbe automaticamente, per le qualità intrinseche del governo, anche se il ministero degli interni fosse addirittura affidato a una personalità invisa alle destre, come l’on. Pacciardi (si dice per assurdo, naturalmente).
In questa direzione premono sull’on. Fanfani forze non indifferenti. Innanzi tutto, quel settore di opinione pubblica che ammira il “coraggio” dei manifesti di Pace e Libertà, e auspica una battaglia di arresto ai comunisti sul terreno della limitazione dei loro diritti, essendosi dimostrato infecondo quello delle riforme e della libertà. Preme, in secondo luogo, quel settore di opinione pubblica più qualificato che nella lotta al comunismo ritroverebbe una perduta posizione politica di primo piano. Non è dubbio l’orientamento dei dirigenti della Azione Cattolica e del prof. Gedda in particolare, né quella della destra democristiana, e dei suoi Togni, Pella e Andreotti. E non sembra dubbio neppure quello dell’on. Bonomi, le cui ultime manifestazioni oratorie sono state segnalate con compiacimento dal Tempo e dal Secolo d’Italia. Come è noto, l’on. Bonomi non pesa soltanto per sé, o per i 40-50 deputati che lo seguono fedelmente: pesa per le forze e gli organismi economici a lui legati, che vanno dai Consorzi Agrari al più potente gruppo chimico italiano. Si deve dunque concludere che le prospettive di una svolta a destra non sono né scarse né poco preoccupanti. Ma perché essa è ritenuta improbabile proprio dall’interno della democrazia cristiana?
Bisogna ricordare che il partito democristiano non è più quello dell’on. Gonella, nè quello dominato dal gruppo centrista dell’on. De Gasperi, con i suoi Spartaro e i suoi Cingolani. Dalla campagna interna per il congresso di Napoli di oggi, risultano rimossi e sostituiti il 70% dei quadri dirigenti regionali e provinciali, elettivi o membri dell’apparato. Il caso più clamoroso è probabilmente quello del nuovo segretario regionale siciliano, Gullotti, il quale ha praticamente estromesso dal controllo del partito nell’isola i pervicaci gruppi facenti capo all’on. Alessi e all’ on. Mattarella.
I nuovi quadri dirigenti provengono, in parte, dalla corrente di “iniziativa democratica”, in parte dalle fila della “Base”, e in parte, soprattutto nel Mezzogiorno, da quelle dei Gruppi giovanili. Nella sola direzione nazionale della Dc sono stati eletti: Franco Malfatti, già segretario nazionale dei Gruppi Giovanili; Luciano dal Falco, ora responsabile del settore organizzativo del partito mentre, nel 1951, non potè assumere la segreteria nazionale dei Gruppi Giovanili per il veto dell’on Gonella; Luciano Radi, già delegato regionale giovanile umbro, e oggi responsabile del settore aree depresse; l’on Salizzoni, chiamato a dirigere l’ufficio Enti Locali, e vicinissimo, a Bologna, al gruppo della “Base”; Vittorio Forlani già delegato regionale giovanile della Marche, e oggi responsabile nazionale della Spes; Corrado Guerzoni, già redattore della rivista giovanile “Per l’azione”, e oggi braccio destro di Rumor alla vice-segreteria del partito.
L’orientamento antifascista dei nuovi gerarchi è fuori discussione. Molti di essi hanno partecipato coraggiosamente alla Resistenza. La loro formazione culturale si è compiuta, da una parte, sui testi di Toniolo e delle Encicliche sociali, e dall’altra su quelli di Lenin, di Gramsci, di Dorso, e di Gobetti. La loro repugnanza ad una alleanza con forze politiche reazionarie quali Pnm e il Msl è indubbiamente sincera; il loro desiderio di collaborare con le classi operaie e contadine per allargare la base dello stato non è un’etichetta formale; la loro volontà di profonde riforme sociali -il cui costo in termini di libertà, se non ne accetti interamente il metodo, non hanno forse ancora misurato- è del tutto determinante nelle loro scelte politiche.
A questo proposito, essi attribuiscono una grande importanza al “piano Vanoni” per lo sviluppo economico del Mezzogiorno e per l’assorbimento totale della disoccupazione; che, ormai, è completamente elaborato, e che il 15 novembre andrà all’esame della Direzione democristiana. Sembra loro che un grande piano contro la disoccupazione (quale è certamente quello progettato dagli economisti raccolti intorno al prof. Saraceno) non possa avere successo in Italia -né da un punto di vista tecnico né da un punto di vista politico- se la Confederazione Generale del Lavoro vi sia ostile, o rifiuti di collaborarvi: e vedono chiaramente che l’ostilità della Cgil non dipende dalle qualità tecniche del piano, ma dall’orientamento politico del governo che lo propone. Ecco, dunque, che alla democrazia cristiana si aprono, anche su questo problema, tre soluzioni diverse; o gettare il “piano” a rinforzo del governo Scelba, e avvilirlo sul terreno amministrativo, su cui si sono smorzate in passato tutte le riforme del quadripartito; o adoperarlo come copertura sociale di una vasta operazione a destra, e di una politica forte contro i comunisti; o concepirlo come mezzo per iniziare un nuovo corso verso le classi lavoratrici che gravitano nell’orbita dell’estrema, per rompere le clientele meridionali, e per rinnovare tutta l’organizzazione politica del partito. E non c’è dubbio che i nuovi gerarchi preferiscano questa terza soluzione, che apre la prospettiva di un
accordo con il Partito Socialista Italiano, e la neutralità o la collaborazione della stessa Cgil. E non basta. Da qualche tempo si assiste nella Dc a un singolare antagonismo tra l’on Bonomi e l’on. Enrico Mattei e cioè tra il presidente della Federconsorzi e il presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi che interessa l’intero partito per le ragioni ben note.
L’Eni costituisce una grossa potenza economica(per fare una cifra, sembra che la sola Snam abbia utili mensili per circa tre miliardi) e si intravedono facilmente i suoi futuri e formidabili sviluppi. Il presidente dell’Eni, per esempio, ha in programma un vasto piano per la produzione di concimi chimici attraverso la utilizzazione del metano; e si può escludere che questo faccia piacere sia all’on. Bonomi, che praticamente monopolizza le forniture ai Consorzi Agrari, sia alla Montecatini che fornisce i concimi stessi. Ora, Mattei è un uomo della Resistenza, un antifascista, e un latente avversario della Confindustria (alla quale, per esempio, non ha fatto aderire l’Agip); Bonomi è di destra e amico fidato della Confindustria. Se il partito si svincolasse dalla soggezione finanziaria verso l’uno, e piegasse verso l’altro, ciò influirebbe notevolmente anche sui suoi orientamenti politici.
Ecco, dunque, le ragioni che militano a favore della apertura a sinistra, a prescindere da quelle della politica internazionale, di più difficile pronostico, ma che, dopo la caduta della Ced, potrebbero anche favorire un avvicinamento tra Nenni e Fanfani. Esse non sono né maggiori né minori della probabilità di una svolta a destra.
La difficoltà della situazione, per i partiti laici, nasce proprio da questa equivalenza, e dall’ermetismo dell’on. Fanfani; che tace, o è elusivo, o parla ancora a mezza bocca di quadripartito, lasciando intendere che, forse, niente muterà; e impedisce, così, alle forze democratiche di giungere in tempo a un decisivo chiarimento. In tal modo, i partiti laici continuano a subire la usura di una collaborazione che va divenendo sempre più precaria, e che non è compensata da una vivace azione politica nel paese; ma, nello stesso tempo, non possono nemmeno prepararsi ad affrontare adeguatamente le soluzioni che stanno maturando. E se non vinceranno al più presto le loro attuali incertezza e la loro abituale timidità -se non si faranno iniziatori di una politica nuova prima di esser messi fuori giuoco- il loro sforzo di domani per una soluzione veramente democratica sarà tardivo e infruttuoso.
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A destra o a sinistra?
Tratto da “Il Mondo” numero 45, novembre 1954. Con sottotitolo: “La difficoltà della situazione nasce dall'ermetismo dell'on. Fanfani, che parla ancora di quadripartito, lasciando intendere che forse nulla muterà̀, e impedisce, in tal modo, alle forze democratiche di giungere in tempo a un decisivo chiarimento”.
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