Era così nei secoli del passato, dal basso Medioevo fino agli ultimi giorni della dominazione borbonica e austriaca, è così nel secolo che viviamo, dacché il fascismo marciò su Roma. È l’onore dei nostri pensatori di aver sempre pagato di persona, al fianco di migliaia di modesti anonimi avversari della tirannide.
Il libro sui “Problemi della Federazione Europea” di cui Eugenio Colorni, anch’egli ex-carcerato, riuscì a farsi editore a Roma, nei primi mesi di quest’anno, in barba alla polizia nazista (che alcune settimane dopo, alla vigilia della liberazione della capitale, l’assassinerà selvaggiamente), è stato pure concepito e scritto in anni di prigionia, nell’isola di deportazione di Ventotene.
La sua parte introduttiva, già nota col titolo di “Manifesto per una Federazione Europea”, è l’opera dei nostri collaboratori Empirico e Pantagruel [rispettivamente: Ernesto Rossi e Altiero Spinelli] (che hanno, ciascuno, una quindicina di anni di carcere e di confino sulle spalle) e dello stesso Colorni. I saggi più lunghi su “L’unità europea e le varie tendenze politiche” e “Politica federalista e politica marxista” sono di Pantagruel.
Il merito forse maggiore dei nostri amici “federalisti” è nell’aver intuito, proprio tra il 1940 e il 1941, quando il nazifascismo era all’apice della sua potenza, che questa guerra avrebbe rigenerato le possibilità, che sembravano già svanite, di una rivoluzione europea capace di risolvere, in senso liberale e socialista e soprattutto antinazionalistico, supernazionale, le secolari contraddizioni che lacerano il nostro continente. I “federalisti” segregati a Ventotene non potevano sapere esattamente quali forze materiali gli Stati Uniti d’America e la Russia bolscevica (poggiante sulle nuove industrie degli Urali) si preparassero a mettere in lizza contro l’espansione nazista.
Tanto meno potevano conoscere (e chi, oggi, può vantarsi di conoscere?) i precisi obbiettivi politici di queste due gigantesche potenze mondiali. I federalisti non potevano che fare i conti con l’Europa trascinata nel conflitto armato sin dal 1939-40.
E, nel mezzo delle prime facili vittorie della Germania hitleriana, alla sola luce della tenace resistenza inglese e malgrado le voci di un compromesso che erano correnti allora, osservarono che con questa guerra, si è posto in termini definitivi e che non ammettono rinvio, in termini di vita o di morte, il problema dell’assimilazione della Germania da parte dell’Europa e dell’Europa da parte della Germania e che in questo problema sono contenute, come nell’anello che trascina tutta la catena, le più spinose questioni sociali e di civiltà del mondo moderno. Porre bene un problema significa avere percorso buona parte della via che conduce alla sua soluzione.
(tratto da “Problemi della Federazione Europea”)
https://www.scuoladiculturapolitica.it/sitoSCP2015/documentazione/Modulo4-Problemi-della-Federazione-Europea-Leo-Valiani.pdf
https://www.scuoladiculturapolitica.it/sitoSCP2015/documentazione/Modulo4-Problemi-della-Federazione-Europea-Leo-Valiani.pdf
Leo Valiani (1909 - 1999) è stato un giornalista e uno storico italiano. Antifascista comunista, ruppe con il Pci in conseguenza del patto Molotov-Ribbentropp. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu internato nel campo di prigionia di Vernet d’Ariège. Rientrato in Italia nell’autunno 1943, dopo un periodo di esilio a Città del Messico, fu dirigente del PdA. Nominato senatore a vita nel 1979.

















