Carlo De Maria, storico, sta terminando un dottorato di ricerca presso l’Università di Siena. Ha recentemente pubblicato Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli, 2004.

Camillo Berneri è uno degli esponenti meno conosciuti della generazione di pensatori-militanti che animarono l’emigrazione antifascista italiana e parteciparono alla Guerra di Spagna. Ne puoi tracciare brevemente il profilo biografico?
Innanzitutto va sottolineata la data di nascita di Berneri, il 1897, perché ci fa immediatamente capire che fu un uomo e un intellettuale del ‘900. Nacque a Lodi, ma il suo impegno politico iniziò a Reggio Emilia, capitale del riformismo e del cooperativismo prampoliniani, alla vigilia della prima guerra mondiale. Militò nella federazione giovanile socialista della città emiliana, dove viveva insieme alla madre, insegnante nella locale scuola normale (l’odierno istituto magistrale). I coniugi Berneri vivevano separati. Il padre di Camillo era un piccolo segretario comunale e lavorava in Lombardia. Nell’autunno del 1915, Berneri uscì dalla federazione socialista e aderì al movimento anarchico, dove si mise presto in luce per la sua intelligenza e preparazione, cominciando a collaborare a tutte le testate anarchiche più importanti. Compì i primi passi nel campo anarchico appena in tempo per essere chiamato alle armi e spedito in zona di guerra, dove continuò imperterrito la propaganda. Nel 1918 scriveva dal fronte: “La società attuale è detestabile; bisogna amare la minoranza, la parte eletta”. E ancora: “Ho il cuore pieno di speranza, la mente gravida di progetti per il dopo-guerra. Vivo nell’attesa febbrile con la calma che mi dà la mia volontà resa forte, temprata dalle lunghe tensioni, dai continui sforzi, dal dominio sul mio io che è il sostegno di ogni giorno”. Varrà la pena tornare su questo punto, ma noto qui a livello preliminare come l’esplicito atteggiamento elitario di Berneri trovasse il proprio fondamento in una forma di individualismo morale.
La città decisiva nella sua formazione culturale e politica fu senz’altro Firenze, dove si stabilì al termine della guerra. Nell’ateneo fiorentino Berneri studiò filosofia, laureandosi nel 1922 sotto la direzione di Gaetano Salvemini, con una tesi di storia della pedagogia. Tra allievo e maestro si stabilì, come vedremo, un intenso rapporto intellettuale, che andò ben al di fuori delle aule universitarie. A Firenze, inoltre, strinse amicizia con Carlo Rosselli, che rimase l’interlocutore di tutta la vita.
Conseguita la laurea, Berneri insegnò in scuole secondarie superiori a Montepulciano, Cortona e Camerino. In questo periodo, e precisamente nel 1923-25, si inserisce la sua collaborazione alla “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Nel 1926, con la “fascistizzazione forzata della vita collettiva italiana” (l’espressione è di Silvio Trentin), e in seguito a un’aggressione subita da parte dei fascisti di Camerino, Berneri si sentì completamente isolato e impossibilitato a proseguire con qualche efficacia la sua militanza in Italia. Decise quindi di raggiungere clandestinamente la Francia. Dopo pochi mesi lo seguivano la moglie, Giovanna Caleffi, sua coetanea, originaria della provincia reggiana e diplomata alle magistrali, le due piccole figlie, Maria Luisa e Giliana, e la madre, Adalgisa Fochi.
La famiglia Berneri si stabilì a Parigi, dove Camillo svolse umili lavori manuali (manovale muratore, imbianchino), necessari per integrare il poco denaro che ricavava dalle collaborazioni giornalistiche e da qualche altro -saltuario- lavoro intellettuale, come quello che gli affidò nel 1927 proprio Salvemini, per il quale svolse delle ricerche di argomento storico presso le biblioteche parigine. La precarietà del bilancio famigliare venne alleviata, in un primo tempo, da un prestito dei genitori di Giovanna Caleffi e poi, successivamente al 1933, da un’iniziativa commerciale dei Berneri, che riuscirono ad aprire, nei sobborghi di Parigi, un piccolo negozio di alimentari, mettendo in vendita prodotti italiani. In questo modo, sia Maria Luisa che Giliana poterono completare gli studi liceali e iscriversi alla Sorbona. (Su alcuni aspetti dell’impegno politico di Maria Luisa Berneri, morta a soli 31 anni, è disponibile ora un’antologia curata da Claudia Baldoli per le edizioni Spartaco di Roma).
Al di là di questi calcoli di bilancio -che, comunque, realisticamente vanno fatti- l’esilio di Camillo Berneri fu estremamente duro e, a tratti, drammatico, soprattutto perché sconvolto dalle spie e dagli agenti provocatori del regime fascista. Nel periodo 1929-31, ma anche successivamente, Berneri fu più volte arrestato e sottoposto a una vera e propria odissea giudiziaria, contornata da innumerevoli decreti di espulsione. Peregrinò per Belgio, Olanda, Lussemburgo, Svizzera e Germania (Berlino). Anche per questo acquistò una dimensione da vero intellettuale europeo, che rivendicò esplicitamente. Negli anni Trenta, di fronte alla possibilità di raggiungere il Nord o il Sudamerica, Berneri sostenne che la sua azione politica poteva avere qualche efficacia solo in Europa, perché era l’Europa che lui conosceva. Lo ribadiva nel 1937, da Barcellona, in una lettera a Maria Luisa: “Credo che un europeo possa far molto di più in un paese che conosce a fondo”. Mentre due anni prima, progettando un libro “introspettivo” sull’esilio, scriveva al repubblicano Mario Bergamo: “Vi sarà anche l’elogio dell’Esilio nel mio Esilio. Non è che fuori d’Italia che ho scoperto questo, pur diventando europeo. Senza contare le esperienze di vita, le scoperte culturali (Freud, ecc.) le amicizie, ecc.”.
Questo sentirsi europeo è un elemento importante anche per comprendere il suo “pragmatismo”, vale a dire il convincimento che l’azione politica, per risultare efficace e significativa, dovesse essere contestualizzata in modo preciso. In un appunto, senza data, trovato tra le sue carte e intitolato proprio Azione politica, si domandava in modo serrato: “Uno - che cosa vogliamo? Due - con che mezzi possiamo realizzarlo? Dove? Come? Quando? Chi?”. Non a caso egli parlava, nel 1935, di “nazional-anarchismo” e cercava di pensare la rivoluzione libertaria nel contesto ben preciso dell’Italia, non dimenticando il quadro europeo.
Proprio a metà degli anni Trenta, comunque, Berneri visse il momento intimamente più difficile della sua militanza anarchica. In alcuni appunti preparatori per il libro Esilio (mai portato a termine), scriveva in maniera folgorante: “Mi domando se la mia attività politica non sia un rimestare senza costrutto nelle foglie secche di un’ideologia al suo tramonto”. E ancora: “Sento il peso dell’esilio diventare schiacciante e poiché non ho un solo cuore, sono al bivio: disertare, o sortir di trincea, con un bel balzo in avanti”. La possibilità di “balzare all’assalto” gli si presentò poco dopo, nell’estate del ’36, e non se la lasciò sfuggire. Berneri fu, infatti, uno dei primi antifascisti italiani a raggiungere Barcellona per difendere la Repubblica spagnola, contro il colpo di stato franchista. Assieme a Rosselli e al repubblicano Mario Angeloni, promosse la costituzione di una colonna mista italiana, che pur essendo collegata alle milizie della Cnt e della Fai, era formata oltreché da anarchici (la componente maggioritaria), anche da giellisti e repubblicani. Rosselli divenne presto il comandante militare della colonna e Berneri il commissario politico. Si può dire che il patto fondativo della colonna italiana di Barcellona affondasse le sue radici negli anni parigini. Mi riferisco al dialogo che Berneri aveva mantenuto in esilio con Rosselli, Giustizia e Libertà, ma anche con i repubblicani “anticoncentrazionisti” come Fernando Schiavetti, Antonio Chiodini e Francesco Volterra.
Chi erano i repubblicani “anticoncentrazionisti”?
Nel 1927, a Parigi, era nata la Concentrazione di azione antifascista, che aveva raccolto i due partiti socialisti, quello riformista (Psuli) e quello massimalista (Psi), il Partito repubblicano, la CGdL e la Lega italiana dei diritti dell’uomo (Lidu). I principali ispiratori della coalizione erano stati gli anziani dirigenti del socialismo riformista, Turati e Treves. La Concentrazione aveva nutrito la speranza di una imminente crisi del fascismo, con la convinzione di una intrinseca fragilità del regime. Si era dedicata soprattutto ad agire sull’opinione pubblica straniera attraverso la stampa, i libri, le manifestazioni e le mostre antifasciste. Non era stata, insomma, una centrale d’azione per la lotta al regime. Agli occhi di alcuni giovani antifascisti, la Concentrazione aveva rappresentato la vecchia Italia. I suoi capi erano i generali di tante sconfitte, coloro che non si erano opposti con efficacia al fascismo. Tra questi critici troviamo Berneri e Schiavetti, che, nel 1927, avevano rispettivamente 30 e 35 anni. In particolare, Schiavetti aveva guidato la minoranza repubblicana contraria alla Concentrazione (il gruppo Schiavetti era uscito per questo dal partito nel luglio 1929, per rientrarvi, momentaneamente, nel 1932). Da questa corrente minoritaria del Pri nacque, nel 1935, quando la Concentrazione si era già sciolta, l’Azione repubblicana e socialista (Ars), piccola formazione politica guidata dallo stesso Schiavetti.
Tornando alla Colonna che si costituì in Spagna…
Come dicevo, la Sezione Italiana della Colonna Ascaso, così si chiamava precisamente, nasceva da un patto di unità d’azione tra forze antifasciste anarchiche, gielliste e repubblicane. Alla base di questa unione era individuabile un progetto politico, che trovava applicazione in Spagna, ma che a Parigi -in particolare tra la fine del ‘35 e l’inizio del ‘36- era stato pensato da Berneri per la “rivoluzione italiana”.
Berneri, come evidenziò anche Aldo Garosci nella sua Vita di Carlo Rosselli, era sicuramente il più “politico” tra gli esponenti anarchici di primo piano, il più attento a orientare l’azione in base all’analisi dei problemi del presente. La colonna italiana riuscì a resistere, come formazione mista, fino alla fine del ’36, quando i contrasti tra la componente anarchica e le altre componenti portarono alla rottura dell’unità di azione. Dopo questo fallimento, Berneri si impegnò soprattutto nella direzione di “Guerra di Classe”, la testata “storica” dell’Unione sindacale italiana, che era stata riproposta in quel periodo a Barcellona. Caratterizzò il proprio impegno giornalistico con un attacco radicale nei confronti dell’Unione Sovietica. Nel dicembre 1936 scriveva, ad esempio: “Già da oggi, la Spagna è posta fra due fuochi: Burgos e Mosca”. Si trattava di un vero e proprio “assedio”, al quale Berneri rispondeva con un ultimo slancio di speranza: “Ma noi anarchici sappiamo fare miracoli”. Probabilmente furono proprio le parole di fuoco che scrisse contro Mosca e contro il regime comunista a decretare la sua condanna a morte.
Rispetto alla sua formazione, sottolineavi prima l’importanza di due città: Reggio Emilia e Firenze, cioè Prampolini e Salvemini…
Sinceramente a me non pare che, dal punto di vista dell’elaborazione teorica, si possa attribuire alla figura di Camillo Prampolini una decisiva influenza su Berneri. So che alcuni studiosi, soprattutto nell’ambiente reggiano, fanno risalire a Prampolini il pragmatismo berneriano, ma a me sembra una forzatura: Berneri lasciò la federazione giovanile socialista nel ‘15, quando aveva solamente 18 anni...
Fondamentale per la sua formazione intellettuale è, invece, l’ambiente fiorentino e la cultura critica antigiolittiana, vivissima a Firenze. In particolare, a livello metodologico, mi pare centrale il “problemismo” di Salvemini, quel peculiare razionalismo che non pretende di farsi sistema, di essere esaustivo, e rifiuta così le semplificazioni astratte, le visioni del mondo. Questo metodo di analisi contribuì ad allontanare Berneri dall’utopismo della tradizione anarchica, in nome di un impegno sulle questioni dell’oggi, di un interesse per il concreto. Il “problemismo”, come noto, influenzò in modo importante anche la formazione di Piero Gobetti -altro grande interlocutore di Berneri-, che nel suo saggio sulla lotta politica in Italia (1924), parlava di “metodologia liberale” e si domandava: “Perché il sistema se crediamo solo più al problema?”.
Dal “problemismo” salveminiano mosse “l’elaborazione novecentesca” di Berneri, che nel 1929 arrivò a scrivere, con parole che piacerebbero a un critico letterario: “Quel che c’è di più vivo non è il pensiero sviluppato ma il frammento, l’accenno”. (Sulla piena dignità artistica guadagnata dal frammento, ha scritto bellissime pagine Guido Guglielmi, nei suoi lavori relativi alla prosa italiana del ‘900).
Nel periodo fiorentino, oltre a militare all’interno dell’Unione anarchica italiana, nata nel 1919 su impulso di Errico Malatesta, Berneri cominciò a frequentare il Circolo di cultura nato nel 1920, attorno a Salvemini, per iniziativa tra gli altri dei fratelli Rosselli, allora studenti, di Ernesto Rossi e del poeta Piero Jahier. Alla fine del 1924, il circolo salveminiano fu devastato dai fascisti, ma alcuni suoi componenti, tra i quali Berneri, Rosselli e Rossi, continuarono a militare insieme nell’associazione segreta Italia Libera, che era vicina al Partito repubblicano (ne faceva parte anche Schiavetti), ma senza esserne una semplice emanazione. Dall’esperienza dell’Italia Libera scaturì, all’inizio del 1925, quella del foglio clandestino “Non Mollare”, nato in casa Rosselli, per la distribuzione del quale dava una mano anche Berneri. L’importanza dell’ambiente fiorentino fu, insomma, culturale, politica, ma anche sentimentale, per le tante amicizie durature che Berneri allacciò.
Carlo Rosselli e Camillo Berneri si ritrovarono a Parigi nell’estate del 1929, dopo che Rosselli era riuscito a evadere in modo avventuroso dal confino di Lipari. Alla fine di quell’anno, lo stesso Rosselli fondò il movimento Giustizia e Libertà e, nel 1930, pubblicò in traduzione francese Socialismo liberale, che aveva scritto a Lipari nel 1928-29. Il dialogo tra i due fu particolarmente intenso a partire dalla metà degli anni Trenta, quando la situazione dell’antifascismo in esilio era profondamente cambiata rispetto agli anni precedenti. La Concentrazione, infatti, si era sciolta nel 1934. Il nuovo perno attorno a cui ruotava l’opposizione al regime di Mussolini era rappresentato dall’alleanza stretta tra comunisti e socialisti. Giustizia e Libertà di Rosselli e Azione Repubblicana e Socialista di Schiavetti ne erano fuori. In tale contesto, specialmente tra la fine del ‘35 e l’inizio del ‘36, Berneri cercò di costruire un’alleanza alternativa tra il movimento di Rosselli, quello di Schiavetti e gli anarchici che più lo seguivano (teneva presente anche i massimalisti, cioè quei militanti del Psi che nel 1930 avevano rifiutato la riunificazione con il Psuli).
Alle spie della polizia politica italiana non sfuggiva nulla: esse segnalavano puntualmente alla Direzione generale della pubblica sicurezza di Roma la presenza di Berneri alle riunioni di Gl e dell’Ars. La sua volontà era quella di creare un vero e proprio contraltare all’alleanza socialcomunista. Questo progetto politico, però, non riuscì a guadagnare terreno. Ne scaturì, a Parigi, niente più che un circolo di cultura organizzato da Rosselli e Berneri.
A minare questo tentativo fu anche il diverso tasso di anticomunismo delle varie correnti?
Certamente l’anticomunismo fu un problema centrale. L’anticomunismo di Berneri era radicale, mentre Schiavetti, al contrario, era per un accordo con il Partito comunista. La posizione di Rosselli appare intermedia tra le due: più problematico di Schiavetti nel dialogo con il PCd’I, ma più mediatore di Berneri, che di comunisti, per dirla in parole povere, proprio non voleva sentir parlare...
Dicevi che Berneri è stato completamente un intellettuale del ‘900 e che anche come anarchico è stato molto particolare…
Il passaggio di Berneri dal socialismo prampoliniano all’anarchismo avvenne in corrispondenza della prima guerra mondiale, mentre il delinearsi della sua riflessione politica matura e originale coincise con l’avvento del fascismo: sono due fenomeni capitali del ‘900 che Berneri colse, seppur in modo frammentario, nella loro novità. La peculiarità dell’anarchismo di Berneri, anzi, si deve spiegare anche con l’esperienza diretta del fascismo. Infatti è di fronte alla costruzione dello Stato totalitario che Berneri arrivò a comprendere in pieno l’importanza delle garanzie liberali come bene in sé. Con la teorizzazione, nella seconda metà degli anni Venti, dello “Stato libertario”, uno Stato di tipo nuovo, informato dal sistema consigliare e da un radicale principio federale, Berneri si lasciò definitivamente alle spalle la negazione qualunquistica dello Stato. Ponendosi, invece, il problema dei rapporti tra l’individuo e il potere pubblico: lo “Stato libertario” è uno Stato di diritto, dove la libertà dei cittadini è tutelata dalla certezza della legge e richiede, dunque, una qualche limitazione codificata, più piccola possibile, dei loro impulsi. E’ facile notare come questi siano temi propri del liberalismo. Il programma minimo dell’”anarchismo attualista” di Berneri, elaborato in esilio in vista della “rivoluzione italiana”, era appunto “liberale”, “autonomista” e “federalista”. La volontà era quella di contrapporsi in modo efficace e puntuale al fascismo e di fare i conti con la vicenda storica che ad esso aveva portato. L’interpretazione del fascismo di Berneri è molto affine a quella di Silvio Trentin (mi riferisco al Trentin di Stato - Nazione - Federalismo del 1940). Berneri e Trentin, che si frequentarono in Francia negli anni Trenta e intrattennero una corrispondenza epistolare, furono accomunati da una visione dello Stato fascista come esito dello Stato unitario accentrato; interpretazione alla quale entrambi fecero seguire un progetto federalista e libertario.
Il percorso intellettuale di Berneri mi sembra ricordi, in qualche misura, quello di un autore che, tuttavia, egli non cita quasi mai: Francesco Saverio Merlino, esponente di primo piano dell’anarchismo degli ultimi decenni dell’800. Così come Berneri di fronte al totalitarismo si dimostrò sensibile ai problemi del diritto, in modo similare di fronte alla deriva autoritaria di fine secolo Merlino, che era un intellettuale impregnato di cultura giuridica, entrò in rotta di collisione con la tradizione anarchica, impersonata nel caso particolare da Malatesta, amico e compagno di un’intensa militanza, proprio sul tema della salvaguardia dello Stato di diritto. Come noto, la polemica tra i due iniziò nel gennaio-febbraio 1897 sulle pagine del quotidiano romano “Il messaggero”. Merlino vi dichiarò il valore insostituibile delle libertà democratiche e liberali, ammettendo di aver cambiato opinione rispetto alla pretesa equivalenza di tutti i governi. Proseguiva con una valutazione positiva della certezza e dell’impersonalità della legge, rispetto all’arbitrio dell’assolutismo. Malatesta rispondeva proponendo il tipico ragionamento del “tanto peggio tanto meglio”: “Tra il parlamentarismo accettato e vantato, e il dispostismo subito per forza con l’animo intento alla riscossa, meglio mille volte il dispostismo”.
C’è da chiedersi, a questo punto, perché Merlino non fu un autore di Berneri. La risposta forse risiede nella profonda diversità delle due biografie. Merlino, infatti, dopo essere uscito dal movimento anarchico e aver provato senza successo di influenzare il bagaglio culturale e politico del Partito socialista, finì per staccarsi dall’attività politica militante, per ritirarsi dopo il 1904 a vita privata. Berneri, da parte sua, rimase invece tenacemente legato alla propria militanza anarchica.
Ma come mai Berneri, dopo le teorizzazioni notevolmente eterodosse rispetto a quelle dell’anarchismo “classico”, non abbandonò il movimento anarchico?
Come dicevo, pur mantenendo una posizione critica e pur essendo mal sopportato da una parte degli anarchici, non abbandonò mai il movimento, perché era perfettamente consapevole che l’uscita avrebbe significato, per lui, un completo e definitivo isolamento, con la conseguente impossibilità di fare politica. Berneri sapeva bene che la politica è un’esperienza che dev’essere pensata collettivamente, che dev’essere progettata all’interno di un movimento. Lo scrisse proprio nel ’35, quando si vide di fronte all’alternativa fra “disertare”, cioè uscire dal movimento anarchico, oppure fare un “balzo in avanti”.
Indubbiamente, come ha scritto Mariuccia Salvati, Camillo Berneri era persona capace, come poche, di autoriflessione. In altre parole, era in grado di sviluppare una peculiare intelligenza della temporalità, della storicità e della propria diversità. Ecco, “diversità” può essere una parola chiave per comprendere la biografia di Berneri, “anarchico sui generis”, come lui stesso si definì efficacemente, o intellettuale di confine, come a me piace chiamarlo.
Consapevole del grande valore critico dell’anarchia (in particolare, nei confronti dell’“ipertrofia burocratica, giudiziaria, poliziesca e militare dello Stato moderno”), ma anche della sua inconsistenza politica, la riflessione di Berneri si avvicinò, come abbiamo visto, al liberalismo. Egli si allontanò dalla tradizione anarchica per avvicinare la sua critica alla società. “Sfuggire l’autorità vale fuggire la società”, così scriveva mentre progettava lo “Stato libertario”. Berneri, dunque, tra anarchismo e liberalismo, ma, soprattutto, irriducibile a queste categorie e da esse inafferrabile. Del resto non fu certo l’unico critico della sua generazione a porre il problema della novità: si pensi ad esempio alle formule anomale, rispetto alle corrispondenti tradizioni, di Gobetti (“rivoluzione liberale”) e di Carlo Rosselli (“socialismo liberale”), ma anche al repubblicanesimo socialista di Fernando Schiavetti. Come ha ricordato Nadia Urbinati (proprio in uno dei “quaderni” di Una città), quando uscì Socialismo liberale, Croce obiettò -in modo molto significativo- che Rosselli era caduto nell’“errore logico di giustapporre” il liberalismo con il socialismo, coniando una “formula sintetica” che era un ossimoro. Secondo le parole di Rosselli, invece, non era “morboso bisogno di nuovo, ma constatato fallimento di tutte le vecchie posizioni”. Non si può certo dargli torto. Forse non è superfluo notare, prima di cambiare discorso, che questi “novatori” nacquero tutti nell’arco di un decennio tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900: Gobetti è del 1901, Rosselli è del 1899, Schiavetti del 1892.
Il pensiero politico di una figura “eretica” come Berneri si formò grazie a scambi e influenze reciproche tra singoli individui, in grado di superare le barriere delle organizzazioni di appartenenza in nome dell’obiettivo: la lotta al fascismo. I suoi interlocutori privilegiati, che già conosciamo, furono intellettuali refrattari, come lui, alle parti costituite (ai partiti).
Il progetto federale di Berneri è leggibile come il tentativo di delineare una forma politica diversa da quella storicamente realizzatasi in Occidente -che collega inscindibilmente istituzione e governo da parte di una minoranza-, delineando una nuova forma politica in cui l’aspetto dell’istituzione collettiva, cioè il “quadro politico-sociale”, sia scisso dall’aspetto del governo propriamente detto, che dovrebbe per intero essere attuato dalle strutture di base della società?
Grosso modo questo era l’intento di Berneri. Rispetto a quanto già detto, posso aggiungere che lui usava una formula sintetica per indicare il suo modello federale (1929): “Cattaneo completato da Salvemini e dal Soviettismo”. Al federalismo di Carlo Cattaneo e di Salvemini, quindi al federalismo politico-territoriale, Berneri aggiungeva il problema della rappresentanza degli interessi, quindi l’organizzazione sindacale, i consigli di fabbrica, passando così al federalismo sociale. Berneri, insomma, rifletteva sui rapporti cittadino-Stato nel loro complesso, quindi non solo sul terreno politico-giuridico, ma anche su quello economico-sociale. Il suo era quindi, per così dire, un “federalismo complessivo”.
Quanto al sovietismo, resta da notare come Berneri avesse seguito con grande attenzione l’esperienza della rivoluzione russa. Negli anni immediatamente successivi al ’17, aveva pensato che il regime dei soviet potesse affermarsi come una forma di “autonomia federalista”, in antitesi al socialismo di Stato. Ma dal ‘21, con la repressione della rivolta di Kronstad (ribellione contro la sovrastruttura dittatoriale creata dai bolscevichi), scisse il bolscevismo, cioè il dispotismo del governo centrale, dal sovietismo, che salvò e rivendicò.
In tutte queste teorizzazioni sul federalismo si sente l’impronta di Proudhon…
Tra i classici del pensiero anarchico, l’autore più affine a Berneri è senza dubbio Proudhon, che nella fase più matura della sua riflessione -ha notato Giampietro Berti- pone l’anarchismo come estrema variante del liberalismo. In questa fase del pensiero proudhoniano, si inserisce la rivalutazione della piccola proprietà privata, posta a presidio della libertà individuale contro l’invadenza del potere pubblico, e l’elaborazione federalista, con la massima autonomia ai comuni e alle circoscrizioni regionali e un’autorità centrale limitata ai compiti di semplice iniziativa generale, di garanzia e sorveglianza reciproca. Proudhon intese il federalismo come approssimazione all’anarchia. Siamo, qui, molto vicini allo “Stato libertario” teorizzato da Berneri, che era un attento lettore di Proudhon. Berneri scriveva: “L’anarchia è religione, lo Stato libertario è politica”. Anche per lui, dunque, il federalismo, principio informatore dello “Stato libertario”, è approssimazione storica all’anarchia.
Più in generale, è tutta la metodologia proudhoniana a risultare estremamente moderna e direi quasi “novecentesca”. Essa è caratterizzata da una ragione che dubita di sé, consapevole dell’impossibilità di giungere a soluzioni integrali del problema sociale, e che rifugge così da ogni utopismo. Proudhon, oltre a essere un autore di Berneri, fu anche uno dei punti di riferimento principali del progetto libertario di Silvio Trentin. Partendo da questi indizi, ad esempio, credo che sarebbe interessante uno studio sulla ricezione dei testi di Proudhon nel ‘900.
Berneri cosa sostituiva, come fonte del diritto, allo Stato centralizzato?
Su questo terreno è riscontrabile una significativa consonanza fra Berneri e due autori che, come lui, rifletterono sul fenomeno giuridico negli anni venti e trenta: uno lo conosciamo già, Silvio Trentin, l’altro è lo spagnolo José Ortega y Gasset. Per loro, il diritto non è una produzione dello Stato, ma emana, quasi come una “secrezione spontanea”, per riprendere l’efficace espressione di Ortega, dalla società e dalle sue istituzioni. Il diritto, aggiungeva Ortega, è “il fratello minore ma più energico” del costume. Berneri, da parte sua, scriveva: “La società è per propria natura giuridica”. Aveva in mente la società con tutte le sue istituzioni: familiari, economiche, religiose, politico-amministrative. Berneri si riferiva ai corpi intermedi, sia territoriali che non territoriali, e prima di tutto al Comune, al sindacato e alla famiglia. Lo “Stato libertario” era semplicemente una “sintesi direttiva” di questi centri vitali della società, un puro strumento tecnico di coordinamento delle autonomie, e doveva limitare l’esercizio della sua autorità a questa funzione amministrativa. Non a caso, l’organo legislativo più importante era individuato nel Comune.
Infine, per Trentin, giurista di scuola liberale, il diritto “ha immediatamente vigore in quanto è sociale, indipendentemente da una sua statuale consacrazione”. Esso non è che la disciplina che ogni ente o istituzione locale “dà a se stesso per il governo della propria esistenza”. Parliamo di autonomismo, appunto.
In questo modo, però, sembrano non vedere che anche il fascismo è stato, almeno in parte, un movimento della società civile, un movimento dal basso che, come diceva Gobetti era anche “l’autobiografia di una nazione”…
In realtà, non mancavano di questa consapevolezza. Ma bisogna tenere presente che, riflettendo sul problema dello Stato tra le due guerre, la prima esigenza, per intellettuali come Berneri e Trentin, era quella di “disarmare” il governo centrale. Poi, è evidente che questi progetti libertari sono estremamente fragili ed esposti a molteplici critiche. A mio parere, comunque, rimangono ugualmente molto interessanti, sia storicamente come risposta al totalitarismo, che più in generale come tentativo di pensare a forme di autonomia dei singoli e dei gruppi, contro pretese morali statali o astratti interessi generali.
Hai parlato dell’importanza attribuita da Berneri alla famiglia...
Sul piano della riflessione politica, come detto, Berneri intese la famiglia come corpo intermedio e la valorizzò come strumento della sua critica allo Stato. Combattendo lo Stato “pedagogo” (la definizione è sua), cioè lo Stato educatore, Berneri difese coerentemente l’autonomia del gruppo famigliare, quindi l’ammaestramento dei genitori, la ricchezza delle tradizioni ereditate, le consuetudini, nonché il diritto di professare e praticare liberamente qualsiasi religione. Ritorniamo sempre lì: la preoccupazione di fondo è quella di salvaguardare l’autonomia materiale e spirituale (il diritto all’eresia) dei cittadini, in antagonismo alla concezione etica dello Stato, propria del fascismo. Contro il manto uniformante della norma statale, Berneri difendeva, e perfino esaltava, i livelli “altri” di giuridicità.
Vorrei completare questa risposta con una considerazione che è solo apparentemente slegata da quanto stiamo dicendo. Il linguaggio della critica sociale è un linguaggio essenzialmente dialettico. Voglio dire che la parola del critico è sempre motivata da un’altra parola, che può essere manifesta (apertamente citata), ma può anche non apparire direttamente nel discorso, senza la quale comunque non si arriva a comprendere il messaggio. E qui siamo proprio alla dialettica, cioè al problema del discorso come rapporto con un altro discorso; rapporto che può essere di imitazione o di opposizione. Può essere, anche, una presa di distanza ironica. La parola del critico, insomma, è strettamente legata al proprio tempo, al proprio contesto e alle sue polemiche pubbliche: in questo senso, è sempre una parola militante.
Ma, all’interno della famiglia, Berneri era a favore dell’emancipazione femminile?
Per introdurre questo tema -che ho provato a sviluppare in un articolo in corso di pubblicazione su “Studi urbinati”- è utile tenere presente un’osservazione di Walter Benjamin: a partire dall’800 l’inserimento delle donne nel processo della produzione mercantile aveva suscitato, nei “teorici”, una diffusa preoccupazione circa il pericolo a cui era sottoposta la femminilità specifica. Da parte sua, Berneri visse l’esperienza della prima guerra mondiale, che -come lui stesso scrisse- disgregò la famiglia, togliendo ad essa i mariti, i fratelli, i padri e “cacciando” le donne nelle officine, sui tramvai, nelle strade. In particolare, Berneri era preoccupato dalla “industrializzazione della donna”. La sua avversione nei confronti del lavoro “extra domestico” si applicava, soprattutto, alla “donna operaia”. Era questa figura il principale oggetto del suo discorso; non le laureate, le artiste, le donne che si emancipano con una professione libera. Queste ultime, secondo le parole di Berneri, avevano “la via dell’emancipazione asfaltata e l’automobile per giunta”, con la sicurezza di cuscini pronti per ogni caduta. La sua convinzione, invece, era che la “donna del popolo”, destinata all’officina, avrebbe incontrato nell’ambiente di lavoro un’oppressione peggiore di quella che pativa in famiglia, corrompendo per giunta, fuori di casa, i propri costumi. Berneri arrivò a quest’approccio attraverso un’analisi, molto prosaica, se si vuole, della situazione dell’epoca. Ai suoi occhi, infatti, le condizioni di lavoro non potevano assicurare all’operaia la salute psicofisica. Egli rimaneva dunque convinto che fosse “cinico accademismo” quello che indicava nell’officina il luogo di emancipazione. Su questo punto innestò, naturalmente, una polemica coi comunisti, che a suo parere erano colpevoli di vedere nell’officina moderna, in modo univoco e dogmatico, l’ambiente dell’emancipazione, dove si sarebbe formata la mentalità socialista. Berneri era, insomma, ben consapevole di come il marxismo-leninismo marginalizzasse i temi del privato, dell’intimità e della famiglia, ponendo invece l’accento sulla lotta di classe e sulla conquista del potere politico.
Rosselli, come sottolineavi, è stato per Berneri l’interlocutore di tutta una vita. C’è chi ha sottolineato come ci sia in Rosselli una forte influenza libertaria, probabilmente attribuibile a Berneri…
Credo che le influenze siano state reciproche. La vicinanza più nota tra i due è quella che si stabilì intorno ai temi dell’autonomismo e del federalismo. Ma vorrei concentrarmi qui su un altro aspetto. Tanto Berneri che Rosselli indirizzarono una parte importante della loro critica sociale contro i “marxisti ufficiali”, colpevoli di avvilire l’autonomia e la responsabilità degli individui, con il mito astratto delle masse operaie. La critica sociale di Berneri e di Rosselli presenta una forte affinità proprio nella condanna di una certa retorica socialista e comunista; retorica che trovava la sua espressione nelle formule dell’”anima proletaria”, della “coscienza proletaria” e della “cultura proletaria” (Berneri intitolava L’operaiolatria il suo pamphlet più riuscito, del 1934). I due posero, invece, l’accento sulla forma individuo, perché l’individuo, come scrisse Rosselli in Socialismo liberale, è la “cellula morale base”. Le nuove élites morali, che per entrambi si dovevano incaricare di spingere al cambiamento rivoluzionario, dando alle maggioranze un esempio di audacia, sacrificio e tenacia, si rivolgevano necessariamente a individui, e non avevano interesse a divinizzare il proletariato. Da qui anche una certa spietatezza della loro critica sociale, spesso sferzante verso l’insufficienza morale e intellettuale della maggioranza, sempre intesa come somma di concrete individualità.
Venendo al periodo spagnolo, è indubbio che a partire dalla fine del ’36, con lo sfaldamento della colonna mista, si manifestò una netta divergenza tra i due. Mentre Rosselli riteneva che l’intervento sovietico desse alla Repubblica una nuova possibilità, Berneri mantenne invece il suo radicale anticomunismo. Come ho gia detto, nel dicembre di quell’anno, Berneri equiparò esplicitamente Burgos (dove aveva sede il governo franchista) e Mosca: per lui, perciò, la speranza della Spagna repubblicana non poteva certo passare attraverso un’alleanza coi comunisti. Tengo a sottolineare che Berneri, anche dopo la fine della colonna italiana, non cadde in una condotta settaria o inutilmente intransigente. Mantenne il suo atteggiamento “politico”, continuando a evitare ogni utopismo. Ad esempio, rimase contrario alle socializzazioni intese in modo radicale, con cui invece concordava una parte consistente degli anarchici, continuando ad essere favorevole alla piccola proprietà privata, anche per una questione psicologica: non inimicarsi in modo irrimediabile la piccola borghesia.
E per quanto riguarda il rapporto Berneri-Gobetti, quali affinità tra i due?
Oltre alla matrice salveminiana e al comune rifiuto della valenza etica dello Stato, un’altra affinità tra Berneri e Gobetti è riscontrabile nella concezione economica, che per ambedue si incentrava sul liberismo, o per meglio dire su un “nuovo liberismo”. Quello di Berneri era, nello stesso tempo, individualista e cooperativistico: dalla socializzazione della grande e media proprietà sarebbero scaturite le forze cooperativistiche del libero mercato, che avrebbero concorso con le forze individualiste, aggrappate alla loro piccola proprietà. Per Gobetti, il liberismo assumeva prima di tutto un significato di critica morale al protezionismo, dal quale ai suoi occhi discendeva un generalizzato parassitismo. Di fronte a questo malcostume, il punto di partenza di una nuova economia avrebbe potuto essere, al di là di astratti programmi di socializzazione, il consiglio di fabbrica.
E’ agevole comprendere il motivo di fondo della scelta liberista di Berneri, non appena si consideri -con Barrington Moore- che l’organizzazione economica presenta due grandi possibilità: il libero mercato o una burocrazia centralizzata. Evidentemente, la burocrazia centralizzata avrebbe contraddetto l’idea di autonomia degli enti locali, tanto cara a Berneri. Inoltre, non dimentichiamo come la pianificazione economica potesse richiamare implicazioni totalitarie.
Dicevi prima che Berneri era favorevole alle élites, che le teorizzava…
Berneri era profondamente elitario, come lo erano Gobetti e Rosselli, come lo era molta parte dell’intellettualità italiana formatasi nei primi anni Venti. Si tratta di un elitarismo diffuso, che è riconducibile, almeno in parte, secondo Mariuccia Salvati, all’influenza esercitata dalla sociologia politica di Pareto con la sua teoria delle élites.
Berneri era apertamente critico verso la concezione di massa di comunisti e socialisti, e la rifiutò proprio in nome di minoranze attive e battagliere, pronte a impegnarsi per affermare il principio federale, cioè il principio della divisibilità del potere. Questo è il punto importante: le élites a cui pensava non erano orientate alla conquista e alla gestione del potere pubblico. Dietro all’elitarismo di Berneri, quindi, non c’era nessuna visione o ambizione autoritaria. Per lui l’élite era data da coloro che erano superiori alla massa a livello morale e culturale, che riuscivano a vedere oltre il proprio interesse contingente ed erano pronti a impegnarsi nella lotta. Sono spunti che Berneri trasse anche da Nietzsche, su cui scrisse alcuni saggi che vanno letti con attenzione. Berneri insistette sul “profondo moralismo” che “l’immoralismo virulento” di Nietzsche nascondeva ai superficiali. Tra questi ultimi, la sua polemica intendeva colpire soprattutto gli individualisti anarchici. Berneri leggeva Nietzsche attraverso Simmel, calando dunque il suo pensiero nell’ambito morale. In questa lettura, Nietzsche non mira ad un superamento della morale come tale, ma vuole contrapporre alla vecchia morale contraria all’individualità una nuova morale autonoma che scaturisce direttamente dalla volontà dell’individuo. Nietzsche sarebbe, dunque, maestro di autonomia, intesa come capacità di dare norme a se stessi. Berneri, in definitiva, fece in qualche modo di Nietzsche un precursore del suo elitarismo morale.
Rimanendo sulle influenze filosofiche, il fatto che Berneri definisca il suo anarchismo un “anarchismo attualista” denota anche un’influenza di Gentile?
Come no, ed è un’influenza assolutamente comprensibile. L’attualismo gentiliano, come noto, ebbe un’enorme influenza sulla generazione dei filosofi italiani formatisi tra le due guerre. Senz’altro risentì di questa influenza lo stesso Berneri, studente di filosofia all’Università di Firenze, nei primi anni Venti. Nella sistemazione teorica di Gentile, detto proprio in due parole, l’attualità del pensiero pensante si contrappone al pensato della tradizione filosofica. Questi rapidi cenni all’attualismo gentiliano ci permettono di capire il significato “attualista” dell’anarchismo di Berneri. Egli polemizzò contro il cristallizzarsi dell’anarchismo nel già pensato della tradizione anarchica. La riflessione di Berneri sull’anarchismo si presenta come un ripensamento generale sui principi.
Nella logica dell’“attualismo” rientrano pienamente anche l’esigenza di novità e di nuove élites dirigenti…
Infatti. Erano temi che attraversavano la cultura del tempo, al di là delle differenti posizioni politiche. Ad esempio, nell’Italia dei primi anni Venti, accanto ai Berneri, ai Rosselli, ai Gobetti, si formò anche il sociologo Camillo Pellizzi, che fu il teorico delle élites fasciste. L’aristocrazia tecnica pensata da Pellizzi si imponeva, prendendo il potere, in una dimensione eroica, per forgiare lo Stato.
Avviandoci alla conclusione, hai mai pensato a quale collocazione avrebbe potuto assumere Berneri nel secondo dopoguerra?
A metà degli anni Trenta, scriveva: “I lumi stanno per spegnersi”. Parole analoghe ripeteva in una lettera dal carcere indirizzata alle figlie. La contemporaneità gli si presentava come un’epoca di ferro e di fuoco. Sempre nel 1935, rivolgendosi a una stretta cerchia di esuli, aggiungeva: “Il tempo è contro di noi. Siamo più che mai tra Roma e Mosca”. Nonostante ciò, Berneri riusciva a trovare ancora motivi di speranza: li individuava, ad esempio, nelle centinaia di condannati dal Tribunale speciale che stavano là a dimostrare “che la partita non è chiusa”. Del resto, come ha scritto Michael Walzer, la critica sociale è orientata al futuro e si fonda sulla speranza di un cambiamento, senza la quale non troverebbe alimento. Berneri non ha vissuto il buco nero di Auschwitz, c’è da chiedersi come la sua critica sociale sarebbe mutata di fronte a un tale evento…
Mi sono chiesto spesso quale sarebbe stata la posizione di Berneri, in Italia, nel secondo dopoguerra. Alcune ipotesi sono legittime. Innanzi tutto credo che avrebbe mantenuto la propria singolarità, continuando ad essere tendenzialmente un isolato che si muove fra liberalismo radicale e anarchismo. L’isolamento è il destino di chi prova a dire qualcosa di nuovo e Berneri, riflettendo su di sé, amò ricordare la solitudine di Cattaneo -un altro autore che aveva letto attentamente e su cui scrisse un saggio, Carlo Cattaneo federalista del 1935-36-, una solitudine che in qualche modo sentiva come sua, quasi un corollario necessario di chi, come appunto Cattaneo, prova ad andare contro il proprio tempo.
Alcuni indizi su una possibile traiettoria “pratica” di Berneri credo li possano poi dare i percorsi di alcuni degli interlocutori che gli sono sopravvissuti. Penso in particolare a Salvemini e a Ernesto Rossi, che nel dopoguerra diventarono collaboratori del “Mondo” di Pannunzio. Probabilmente anche Berneri sarebbe stato un collaboratore, seppur saltuario e incostante, del “Mondo”, come del resto lo fu la moglie, Giovanna Caleffi.
Nel dopoguerra, Caleffi diresse e animò una bella rivista anarchica, “Volontà”, ed è proprio negli ambienti di “Volontà”, de “Il mondo” e di “Tempo presente” di Chiaromonte, che si ritrovano quella critica sociale, quelle inquietudini e quello sperimentalismo che Berneri, assieme ai suoi interlocutori, aveva teorizzato e praticato.
Tornando alla sua morte, dicevi che essa è imputabile ai comunisti. E’ ipotizzabile un ruolo dei comunisti italiani, di Togliatti?
I fatti accertati sono questi: Berneri, insieme con un altro anarchico, Francesco Barbieri, venne prelevato da casa nel tardo pomeriggio del 5 maggio ’37 (durante le famose “giornate di maggio” in cui a Barcellona si arrivò allo scontro armato fra comunisti e forze governative, da una parte, anarchici e trockisti del Poum, dall’altra) e i cadaveri dei due vennero ritrovati per strada durante quella notte. Come dimostrano alcune carte di polizia, che ho consultato all’Archivio Centrale dello Stato e che riassumono l’autopsia praticata sui corpi, Berneri venne colpito con due colpi di pistola alle spalle, a distanza ravvicinata, dall’alto in basso. “Il grido del popolo”, organo comunista che si pubblicava a Parigi, scrisse il 29 maggio (cito velocemente): “Camillo Berneri è stato giustiziato dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa”.
Pochi giorni prima di morire, Berneri aveva commemorato Antonio Gramsci alla radio anarchica della Cnt-Fai, ricordandolo come un avversario valoroso. Del resto, Berneri era stato un lettore attento de “L’ordine nuovo” diretto da Gramsci, interessato com’era al sistema dei consigli. Anche per questo, commemorando Gramsci, lo ricordò come “un intellettuale nel senso più intero della parola”, che neppure in carcere era venuto meno all’impegno di pensare la propria epoca e di esercitare la propria critica sociale.
La commemorazione di Gramsci venne pubblicata, poco dopo la morte di Berneri, su “L’adunata dei refrattari”, un giornale anarchico in lingua italiana che per oltre cinquant’anni venne pubblicato a New York. Il titolo che “L’adunata” gli dette è facile, ma anche significativo: Tragica ironia. Gramsci commemorato da Berneri.