Laura Dolci Kanaan, bolzanina, dopo aver lavorato nella missione di pace dell’Onu in ex Jugoslavia è stata sindaco Onu di Obilic, una cittadina in Kosovo di trentamila abitanti. Prima di essere trasferita nella sede di Ginevra, ha lavorato a New York, nel palazzo dell’Onu.
Il libro di Jean-Sélim Kanaan a cui si fa riferimento nell’intervista è La mia guerra all’indifferenza, uscito in Italia per Marco Tropea Editore.

Non sono andata al Cairo, è stato bruttissimo per me non andare, ma mio figlio aveva un mese e non era vaccinato. Poi era piena estate, c’erano cinquanta gradi, io lo allattavo al seno… Per miracolo il latte era rimasto e il dottore mi ha detto: “Signora, è un miracolo che lei stia in piedi, che il bambino stia bene, non si sottoponga a questo”. Era stato già un tour de force… perché il funerale è stato dieci giorni dopo la morte, tanto c’era voluto prima che il corpo tornasse a casa. Però avevo voluto io che fosse sepolto al Cairo e conoscevo il cimitero perché ero stata sulla tomba di suo padre.
Al Cairo ci sono andata soltanto a febbraio di quest’anno, dopo sei mesi. Mi sono portata dietro il piccolino, e quando sono arrivata sulla tomba… Avevo lasciato carta bianca alla famiglia per la lapide, e la zia s’era presa l’arbitrio, uno: di mettere la “c” al cognome, e poi di mettere “dottore”, “dottor Jean-Sélim Canaan”. Io arrivo davanti alla tomba e faccio: “Ma zia…”. E lei: “Da morto non mi poteva più dire niente, quindi la “c” se l’è beccata”. “E per il “dottore” con tutto quello che ha fatto è più che dottore, quindi il titolo di dottore se l’è guadagnato”. E poi sotto, in arabo, hanno fatto scrivere “martire”, shaid, “per la pace e per l’umanesimo”. Molto bello.

Già, la “c” al posto della “k” di Kanaan. E’ una vecchia storia della sua famiglia. Il ramo di mio marito, che poi era l’unico che aveva prodotto il maschio, e che quindi “teneva” il nome, scrive il nome con la “k”, perché il suo papà, al tempo di Nasser (non ho mai capito bene la storia, suo padre è morto che Jean-Sélim era adolescente, quindi nemmeno lui la storia l’aveva potuta sapere bene) fece cambiare il nome perché la “c” non è un suono arabo, mentre la “k” sì. Quindi fece arabizzare il nome. L’altro fratello, che, fra l’altro, produceva solo femmine, ha tenuto il cognome con la “c”, e quindi ogni volta che Jean-Sélim tornava in Egitto questa storia saltava fuori a tavola, in famiglia: “Devi rimettere il nome con la “c””. E lui: “No, no, papà aveva ragione, con la “k”, siamo tutti arabi”, e faceva arrabbiare tutti i parenti… Perché i cristiani d’Egitto sono convinti di discendere in linea diretta da Kheope, gli arabi sono arrivati dopo. Insomma, Jean-Sélim prendeva sempre in giro sua zia, ma in maniera bonaria, alla fine si finiva tutti a ridere.
Sì, i Kanaan sono cattolici melchiti, quindi minoranza delle minoranze. E’ una comunità che si è sviluppata lungo il Mediterraneo, in tutto mi sembra che siano diecimila-quindicimila al mondo, soprattutto in Siria, in Libano, fino in Egitto. Praticamente sono cattolici, hanno riconosciuto il papa, però il rito è bizantino. Poi sono talmente pochi che si sposano anche con i copti o con gli ortodossi, è abbastanza che siano tra cristiani. Infatti il funerale, quello a Parigi, l’abbiamo fatto nella chiesa dedicata a questa comunità, che è molto bella, è una delle chiese più vecchie di Parigi, si chiama St. Julien le Pauvre ed è attaccata a Notre-Dame. Come dicevo il rituale è bizantino, quindi con le icone e i canti. Il funerale è tutto cantato in una mescolanza di greco antico, di arabo e di aramaico. Fa molta impressione.
Poi quando il corpo è arrivato in Egitto, hanno fatto la cerimonia anche nella chiesa cattolica melchita della parrocchia della famiglia, ce ne sono diverse in Egitto. E’ stato un funerale cantato, anche più bello -mi hanno detto- di quello di Parigi. E poi il cimitero antichissimo, nella vecchia Cairo, con queste pietre vecchie, con il muro limitrofo al cimitero copto. Vicino c’è il convento di San Giorgio, la chiesa di Marie Guirguis, c’è una vecchissima sinagoga… Da fuori non ti rendi neanche conto che è un cimitero perché ci sono degli scavi archeologici, degli scavi di fognatura, e poi entri e c’è la vecchia baracca del custode, dove vive la sua famiglia, tre o quattro bimbi (quando tu arrivi gli dai quattro lire egiziane e ti puliscono la tomba, buttano l’acqua, perché la sabbia del deserto copre tutto). Sono entrata e non mi hanno visto perché erano in casa; ero davanti alla tomba di mio marito e dopo un po’ è sbucato da dietro un angolo il custode, col suo turbante, questo vecchio volto da egiziano, questo sorriso, e mi ha portato la sedia per sedermi davanti alla tomba di Jean-Sélim. Incredibile, e poi a chiedermi del baby, “Dov’è il baby?”. Ho passato due ore e mezzo al cimitero con la sua famiglia, abbiamo bevuto il tè. E’ un gran popolo, vengono da lontanissimo…

Anche decidere cosa fare non è stato facile perché uno non è certo preparato… Abbiamo avuto qualche giorno per ragionare insieme perché la salma ci ha messo un po’ di tempo per tornare a casa. Io all’inizio avevo pensato di seppellirlo a Roma. Jean-Sélim era nato a Roma e Roma era la sua città. Però poi non lo so, ho pensato all’infanzia… Noi ci siamo sposati a Roma, ho ragionato con sua madre, e poi ho pensato: “Magari non è giusto, Il Cairo è stata la città della gioia”. E poi al Cairo era sepolto il padre che è stato fondamentale nella sua vita. Alla fine abbiamo deciso: la sepoltura al Cairo e il funerale a Parigi, perché poi Jean-Sélim era francese. Era tante cose. Era egiziano, ma di crescita, di educazione, di forma mentis era europeo, quello francese era il suo primo passaporto, quindi...

Sì, la Francia ha fatto molto, la Francia per questo è un paese speciale… Gli hanno dato anche la Legion d’Onore postuma. I francesi sono molto più avanti forse perché il terrorismo islamico a casa loro l’hanno avuto dagli anni ’90 con le bombe nella metropolitana. Fatto sta che loro hanno una legge sul terrorismo, hanno un fondo per le vittime di terrorismo e hanno anche adattato alle vittime di terrorismo tutta una serie di istituti creati per le guerre, come il Pupillo della Nazione per l’orfano di guerra, e la Vedova Civile. In questo modo hanno riconosciuto il terrorismo come qualcosa di diverso dalle altre morti “comuni”… Non sono venuti da me perché io non sono francese ma c’era il minore francese, perciò dopo un paio di mesi dalla morte di mio marito mi hanno rintracciato per spiegarmi tutto quello che c’era a disposizione per la famiglia di una vittima di terrorismo. Così mio figlio ha ricevuto una compensazione, cioè gli è stata calcolata la perdita economica di un padre… Un mese fa, dopo un anno di pratiche, ho ricevuto la sentenza di uno dei tribunali di competenza in cui letteralmente sta scritto: “La Nazione (con la enne maiuscola) adotta il minore Mattia Sélim Kanaan in quanto suo padre è deceduto a Baghdad per mano terrorista, lavorando in seno all’Onu, e quindi lo dichiara Pupillo della Nazione”. Che era la formula che usavano, e usano tuttora, nelle guerre quando i bambini rimanevano orfani perché i padri perdevano la vita al fronte. E probabilmente è quello che fanno tuttora.
Infatti io adesso volevo scrivere all’Onu per raccontare quest’esperienza francese, perché sono convinta che in Europa non esista da nessun’altra parte. Ho letto che il Consiglio d’Europa ultimamente ha discusso una specie di documento guida per le vittime del terrorismo, ma senza arrivare a nessuna decisione.
Siamo proprio ancora agli albori, ma secondo me bisogna procedere su quella strada. Ci dev’essere un riconoscimento, perché morire per mano terrorista non è come morire di un ictus. Qualcuno deliberatamente ha deciso di compiere un atto criminale contro un gruppo di civili inermi.
In Francia c’è anche un’associazione che fa un lavoro straordinario. E’ stata fondata da una signora molto conosciuta nel suo paese, rimasta vittima di uno di questi attentati orribili negli anni ’90. Lei era seduta a un tavolo di un ristorante parigino e stava festeggiando il suo anniversario di matrimonio, quando scoppiò la bomba e lei si è ritrovò all’improvviso in un’altra vita… E’ come uno stupro, la tua vita viene sconvolta. Ti sei svegliata la mattina, andava tutto bene, la tua vita era normale, e poi, in un attimo, cambia completamente. Cambia quella di chi sopravvive a un attacco e cambia quella dei familiari di chi trova la morte. Non hai appello, non ti hanno chiesto nulla. Sarei quasi più tranquilla se Jean-Sélim fosse stato ucciso con una pistola da uno che a Baghdad voleva uccidere proprio lui, perché aveva fatto qualcosa di specifico che aveva disturbato qualcuno. Invece Jean-Sélim è morto perché c’era un simbolo da attaccare. E se fosse stato seduto alla sua scrivania, nel lato buono del palazzo, come lo era fino a cinque minuti prima della bomba, se non fosse andato nell’ufficio di De Mello, sarebbe vivo, magari ferito, mutilato, ma vivo. Non ha veramente senso.
Così questa signora, dopo essersi ripresa da un calvario di operazioni su operazioni, ha deciso di promuovere un movimento di sensibilizzazione e ha creato questa organizzazione non governativa che si chiama Sos Attentats. Ed è stato questo suo gruppo a far pressione affinché la Francia adottasse tutte queste misure specifiche. Si chiama Françoise Rudetzki. E’ una donna molto forte. E mi ha chiamato, è venuta in soccorso anche a me. C’è un’esigenza di riconoscimento, ho cercato di spiegarlo all’Onu, ma non lo capiscono. Non è solo il soldo, il risarcimento. Quando ti succede una cosa del genere, è fondamentale che socialmente ci sia un riconoscimento che quello che ti è successo non è una cosa di tutti i giorni. Non si muore, non si dovrebbe morire così tutti i giorni. Beh, sono molto contenta che la Francia questo minimo sforzo l’abbia fatto. Il fatto che in casa mia, appesa al muro, ora ci sia la medaglia alla Legion d’Onore a mio marito, che ci sia un pezzo di carta che dice che la Nazione ha adottato il piccolino, insomma, non riporta certo indietro Jean-Sélim, ma ti fa sentire molto meno sola in questo dramma. E forse le famiglie dovrebbero mettersi in contatto fra loro. Perché siamo in tanti al mondo, siamo ormai una categoria sociale. E siamo di tutte le nazionalità. Vedove, orfani, fratelli…

Io le madri di Srebrenica le ho incontrate, ho partecipato al loro dolore, ho provato a mettermi nei loro panni… Ma ora so che finché non succede a te non puoi avere la percezione… Poi io un corpo l’ho ritrovato. Trovo brutto che nessuno sui giornali ricordi quello che starà passando la vedova di Baldoni che non ha neanche un corpo. Quando non hai il corpo non sai esattamente cosa sia successo fino alla fine. Ed è orribile. Pensiamo alle mogli o alle madri dei desaparecidos….
Già, sembrerà anche irrazionale, ma ritrovare il corpo è fondamentale. Io non sapevo niente di Baghdad, non c’erano notizie, mi hanno detto soltanto che Jean-Sélim è stato uno dei primi due riconosciuti, quindi mi hanno fatto capire fin dall’inizio che era possibile riconoscerlo. Però quando il corpo è arrivato a Parigi, io non l’ho visto perché era sigillato, doveva andare al Cairo, e con tutte le leggi aeree… Poi mi hanno anche detto che in Iraq non c’erano le strutture per prendersi cura dei corpi e c’erano cinquanta gradi… Così non l’ho visto. E gli effetti personali questi dell’Fbi ci hanno messo tre mesi per ridarmeli, la fede di mio marito l’ho avuta dopo tre mesi. Tu non sei a fianco della persona che ami e che muore: è difficilissimo accettarlo. Io certe volte mi sveglio la mattina... è la tua psiche, il tuo corpo che lentamente devono accettare un’assenza. Oltretutto se non è una malattia, se non c’è stato un decadimento… io gli avevo parlato un’ora prima al telefono, e stava da dio. Eravamo una coppia felice. L’Onu queste cose non le capiva, ho dovuto litigare con il capo di gabinetto di Kofi Annan per spingerli a chiamare questi dell’Fbi. Avevano portato tutti gli effetti personali delle vittime in Texas dove sono rimasti tre mesi, e io a urlare: “Mio marito è stato riconosciuto? Sì? Allora, almeno ce l’aveva la fede al dito? Gliel’avete messa dentro la bara? Dov’è? Datemi qualcosa così che io possa incominciare… il lutto”.
In francese, e anche in inglese, c’è quest’espressione del “fare il lutto”, che dà l’idea di un processo che deve iniziare. Per gli arabi, i musulmani, sono quaranta giorni. Tu devi dare il tempo e la possibilità a te stesso di accettare un’assenza. Non ti abitui a un’assenza così. Soprattutto se è stata violenta, se è stata una lacerazione.
Questa è psicologia di base. E sono rimasta molto delusa che la mia organizzazione, che praticamente sono cinquanta, sessant’anni che ha a che fare con questi problemi non lo capisca. E per fortuna che ci conoscevano tutti, anch’io lavoro per le Nazioni Unite, quindi so a chi telefonare. Ma se fosse stata la vedova italiana che parlava solo italiano? Io mi sono messa a gridare al telefono: “Voglio almeno un oggetto, tutto il resto me lo classificate, metteteci tutto il tempo, ma una cosa mi deve arrivare prima. Non posso aspettare sei mesi”. Perché è difficile, non ce la fai. Poi, io non dico di essere stata preparata, però questo è il nostro lavoro. Mio marito lo faceva per professione. Non era andato in vacanza a Parigi, era andato a Baghdad, in uno dei posti più pericolosi della terra. Ma se tu sei la vedova di quello che è saltato in aria nel treno di Madrid o di uno che lavorava nelle Twin Towers come stock exchanger, che sarà stata pure una persona poco simpatica, però alla mattina era andato in ufficio, aveva bevuto una tazza di caffè e stava lavorando al computer… Per questo, secondo me, ci dovrebbe essere un po’ più spazio, nel dibattito generale, per pensare alle vittime del terrorismo…

Il 19 agosto di quest’anno c’è stata finalmente una cerimonia. A Ginevra, col segretario generale dell’Onu e tutte le famiglie delle vittime. E’ stato molto importante ritrovare tutte le altre famiglie. Eravamo tanti, da ogni parte del mondo. C’erano anche i poveri iracheni… E se sei vedova in Iraq con tre bambini, sei molto più vedova di me e loro sono molto più orfani di mio figlio. E’ stata una cerimonia molto dignitosa. Io mi sono data da fare, ho chiamato tutte le famiglie per dire: venite. E’ difficilissimo non essere sulla tomba del proprio caro almeno il primo anniversario, ma forse era più importante che lo condividessimo insieme. Anche perché non ci saranno tante altre opportunità. Le lingue erano tantissime ma ci siamo capiti. E andavi dalla mamma di Fiona Watson, che vive nella Scozia più profonda, in un paese di pescatori, alla madre di mio marito, alla vedova irachena che non sa come arrivare alla fine del mese, che doveva ritornare in quello schifo dopo la cerimonia. Poi c’erano tre americani. C’erano, penso, quattro o cinque confessioni religiose. Il terrorismo colpisce tutti.

Si dovrebbe arrivare a una condanna e a una definizione universale di che cos’è il terrorismo e i paesi arabi dovrebbero fare la loro parte. Poi, sul perché il terrorismo trovi terreno fertile si può discutere, anche sulla condanna agli occupanti in Iraq, o sul perché esistono campi come Jenin, eccetera, eccetera; d’accordo, ma, secondo me, il terrorismo non può mai essere giustificato… Perché prendersela con della gente che non c’entra niente? Il mondo arabo questo ancora non l’ha detto a voce alta. Rimane troppa ambiguità.
Insomma, si dovrebbe essere un po’ più chiari, si dovrebbe arrivare a una definizione universale, accettata da tutti. Del tipo: il terrorismo è attaccare e uccidere in maniera indiscriminata i civili, punto. Dopodiché, su tutte le altre cose possiamo anche parlare… Però neanche a questo si arriva. All’Onu non ne escono fuori.
Ci sono dei giorni che mi dico che non vale per niente la pena, poi… ho un figlio, che è lì, che è nostro, che dà il senso al perché siamo qui. Allora la forza la devi trovare dentro di te comunque. Tutti i giorni. Ma la cosa più forte, quella che non mi aspettavo, è che tutti i santi giorni non hai la possibilità di delegare, non ti è consentito. Sei tu al centro. Io certe volte vorrei svitare la testa e appoggiarla sul tavolo, e girare almeno mezz’ora senza testa, ma questo è un lusso che non ti è dato… Se non avessi avuto Mattia, non lo so cosa avrei fatto, ma non mi è neanche consentito pormi il problema perché c’era e quindi ce ne occupiamo.
Ho ricevuto tantissime lettere, e d’altra parte avevamo conoscenti e amici in tutto il mondo. Non ho ancora avuto il coraggio di rispondere. Le ho messe tutte in un posto. Tanta gente ha voluto testimoniare il fatto di aver conosciuto Jean-Sélim magari per cinque minuti e di esserne rimasta toccata… Però poi ho ricevuto diverse lettere, di uomini, di giovani uomini, che mi dicevano di aver letto la storia sui giornali e mi volevano testimoniare la possibilità di diventare dei buoni uomini, dei good men, anche senza un padre. Queste lettere mi hanno dato un conforto particolare: “Signora non si preoccupi, si può diventare degli uomini solidi, bravi, anche senza un papà”. Sono parole che ti arrivano al cuore. Oppure lettere scritte a Mattia Sélim: “Caro Mattia, quando sarai più grande leggerai queste parole. Sappi che io il tuo papà l’ho conosciuto…”.
Io non ho ancora avuto la forza, perché uno deve stare un po’ meglio, ma vorrei tanto scrivere alle vedove di Nassyria… Lo senti molto di più il legame con le persone che subiscono un sopruso simile. Ci sono anche persone che rimangono come paralizzate, che non ce la fanno, non sanno che cosa fare. Forse è anche perché delle morti così, che non si spiegano, ti fanno pensare alla fragilità, alla vulnerabilità di tutti noi, al passaggio terreno, per cui la gente ha paura ad avvicinarsi perché non ce la fa a fare i conti con se stessa. Non voglio neanche giudicare. So che c’è gente che sta male all’idea di vedermi con in braccio mio figlio, per loro è un’immagine insostenibile. Poi più passa il tempo più queste persone probabilmente si sentono in imbarazzo: “Non mi sono fatto vivo”, e quindi il silenzio diventa permanente... Forse dovrei essere io a rompere il ghiaccio…

Jean-Sélim era una persona speciale, era un ragazzo con un cuore d’oro, e colpiva molto. Ovunque entrava si creava della luce, del movimento. Poi non lo so, sarà anche perché eravamo sposati da poco, era arrivato il bambino, eravamo in un momento di bolla d’amore… Mi sono resa conto che da quando lui non c’è più, è come se io stessa in prima persona, e con me una serie di persone, invece che piombare nell’abisso, pensando a Jean-Sélim cercassimo di essere un po’ migliori. Ci chiediamo com’era Jean-Sélim, come si sarebbe comportato. E’ come se coi propri atti si cercasse di tenere in vita lo spirito di una persona. Non succede solo nella mia famiglia, che è stata sempre molto unita, anche nell’affrontare questa prova, e che il calice a Jean-Sélim lo solleva sempre e penso che sarà così per i prossimi sessant’anni. Ci sono tante altre persone che non fanno parte del clan stretto, che tengono in alto la fiamma. E’ commovente. Un nostro amico americano, che oltretutto è un ex-marine, mi ha telefonato per dirmi che il suo ultimo bambino l’ha chiamato Thomas Sélim. Gli ho detto: “Guarda, che tuo figlio lo fermeranno sempre nella vita…”.

Jean-Sélim era attratto dai grandi uomini politici. Un po’, forse, perché aveva perso il padre che lui stimava tantissimo, e che era un personaggio pubblico. E così si faceva quasi adottare…
Era un grande lettore, consumava tantissimi libri, era curioso, si istruiva e aveva una grandissima ammirazione per chi sapeva analizzare i problemi e comunicare le soluzioni. Per esempio è stato in adorazione di Kouchner per tantissimo tempo, si era appassionato… Poi non era dogmatico per cui prendeva dove aveva interesse. Anche nel suo anno di master ad Harvard col suo patrono (in America hanno il patrono dell’anno scolastico) che quell’anno era Hallbrook, aveva un grande bisogno di confrontarsi. Infatti i suoi grandi amici, alla fine, erano sempre dei modelli, erano sempre più grandi di lui.
Aveva bruciato le tappe, facendo tantissimo, ma aveva solo trentatré anni, quindi anche in seno all’Onu si sentiva percepito ancora come il ragazzo pieno di buona volontà, molto operativo, molta azione, quando invece lui sapeva di avere anche una testa. Questa era una grande frustrazione per lui. Il paradosso, e questa è la cosa che mi brucia di più, è che dall’11 settembre, Jean-Sélim aveva previsto tutto quel che sarebbe successo, compreso, con un anno di anticipo, il pantano dell’Iraq.
Mi manca molto discutere con lui, perché era due o tre semafori più avanti, sempre. Era molto più intelligente di me.
Quel che non aveva visto è che poteva esserci anche l’Onu nell’11 settembre. Questo non l’ha visto nessuno ed è stato un errore fatale. Ma tutto il resto c’era nell’equazione… Jean-Sélim aveva un grande istinto dei trend, per cui secondo me, sì, sarebbe andato lontano. Diceva: “Un giorno mi candiderò al Parlamento Europeo”. Forse per quello c’era in lui l’idea di tornare in Europa, di far base in Europa. Prima o poi ci avrebbe provato.
Era anche impaziente. C’erano proprio dei momenti che non ce la faceva. Mi dicevano che già a sei o sette anni faceva le prenotazioni aeree per i suoi genitori. Era un organizzatore, ma aveva anche fortissima l’attenzione al dettaglio, cosa che spesso gli organizzatori non hanno. Come si dice in inglese, ti appassioni alla big picture, ma ti stufi della scemenza. No, lui aveva tutte e due le cose. Era fin troppo meticoloso… Per partire si preparava una settimana prima, ma non perché non fosse abituato a viaggiare, praticamente passava la vita sugli aerei, ma perché voleva prevedere tutto… Lo prendevamo in giro, noi familiari, perché non lasciava mai niente al caso, mai. Lui entrava in un luogo pubblico e, forse anche per deformazione professionale, sembrava avesse un radar incorporato, fotografava tutte le uscite di sicurezza… Sapeva esattamente come si sarebbe comportato in caso qualcosa fosse andato storto. Col tempo, conoscendomi, aveva anche imparato a rilassarsi un po’, ma era come se su di sé trasportasse sempre un carico, era un po’ la sua condanna. Questo era il Jean-Sélim più intimo che la gente non vedeva. Ma era così. Non si dava pace.

Le cifre sulle case ricostruite in pochi mesi in Kosovo sono verissime. C’è un documentario, fatto all’epoca di Kouchner che si chiama “Good Morning Kosovo”, prodotto da France 2, in cui c’erano tantissime immagini di Jean-Sélim (adesso France 2 vorrebbe fare un documentario proprio su Jean-Sélim) e lì si vedeva bene come lavoravano, come veniva concepita l’idea, poi la logistica, poi i mezzi, infine l’accertamento dei risultati e la creazione del sistema di verifica. E tutto questo Jean-Sélim l’aveva fatto in prima persona.
Lì poi c’era questo concetto rivoluzionario di dare i soldi direttamente nelle mani dei kosovari… perché altrimenti l’inverno l’avrebbero passato al freddo. E c’è un passaggio nel documentario dove si vede Jean-Sélim che, entrando in una di queste stanzette dove si davano i soldi, e avveniva la controverifica, sgama la vedova, o la pseudovedova kosovara, che molto probabilmente non ne aveva diritto. E, insomma, lo si vede intervenire come un falco. Ecco, anche nella big picture, nel grande disegno, Jean-Sélim si ricordava i nomi e i numeri di tutti e di tutto. Era un computer vivente, non gli sfuggiva mai niente.
Certo, c’era stato l’appoggio politico di Kouchner, che aveva detto: “Si fa così”, ma c’era stato anche il resto dell’Onu, l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu che aveva detto: “Non si fa così”. Ma Kouchner aveva insistito: “I kosovari non possono passare l’inverno nelle tende”. E così Jean-Sélim con un paio di volonterosi, con il Nocs dietro, e i soldi dei francesi e dei giapponesi, s’era messo al lavoro, in una situazione in cui non c’erano neanche le strade per portare il materiale e i soldi. Li doveva andare a prendere lui personalmente a Skopje con dei voli improbabili… Sì, 2837 case ricostruite fra il 10 ottobre del ‘99 e la fine del gennaio 2000, un tetto per circa 30.000 persone.

Cosa criticava dell’Onu Jean-Sélim? Beh, innanzitutto il malomodo, il “non modo” con cui si occupa dei suoi. E questo è vero. Sono convintissima che anche dopo il 19 di agosto del 2003 per ottomila dipendenti c’è sempre un solo psicologo, così com’era prima. Non è che hanno aumentato il numero. Io all’Onu gliel’ho detto dopo la morte di Jean-Sélim: andare verso la vittima è anche una questione di semplice atteggiamento, non è solamente una questione di contenuto. Su questo lui si dibatteva e criticava dal di dentro. E io continuo a farlo.
Perché sono rimasta? Mi è costato anche fatica, per me è stata una decisione filosofica: cosa faccio? Certo, Jean-Sélim è morto anche perché abbiamo della gente incompetente all’Onu, dei funzionari della sicurezza… Ed è evidente che non c’è stato un tentativo veramente onesto da parte del segretariato dell’Onu di fare un’autoanalisi, un’autocoscienza, una pulizia anche di una serie di cariatidi che si aggirano nel sistema. Muoiono ventidue persone, con centocinquanta feriti, e salta una testa sola. Ecco, questa era un’altra critica di Jean-Sélim: l’Onu è un sistema dove non si può fare critica, è un sistema estremamente autodifensivo. Ma poi ho deciso di restare per una serie di ragioni. Una perché naturalmente ci sarebbero stati troppi cambiamenti, troppe scelte tutte nello stesso tempo. Due: in famiglia la bandiera azzurra c’era. Se Jean-Sélim fosse qui, Mattia Sélim e i nostri altri figli che sarebbero venuti avrebbero respirato quest’aria, sarebbero cresciuti sicuramente in questo ambiente. Io vorrei cercare in tutti modi di essere il più possibile coerente con quello che avremmo fatto insieme in tutto e per tutto, nella crescita dei nostri figli. E poi, terzo, perché rimanendo dentro, forse ancora una minima differenza ogni tanto la posso fare, soprattutto per quello che riguarda il post 19 agosto… Io sono la memoria su due piedi, non mi possono non vedere. Quando sei fuori, invece, sei fuori.

D’altra parte Jean-Sélim nell’Onu ci credeva, continuava a crederci. Diceva: sono gli stessi stati che ci sputano sopra che poi lo chiamano. Prendi il peace keeping: nei posti dove nessuno vuole andare in prima persona si chiede all’Onu di andarci. Il peace keeping onusiano, quello col casco blu, sta esplodendo. Nello stesso anno in cui sembra che l’Onu sia fallita per via dell’Iraq, hai quattro nuove missioni di peace keeping, create ex-novo, di cui chiaramente i giornali normali non parlano mai. Per cui, sai, è un mondo abbastanza schizofrenico il nostro…
Che poi le truppe siano quelle dei paesi meno avanzati è vero; l’ho detto: è un esercito di poveri, il primo contributore è il Bangladesh, poi c’è il Pakistan e, terza, la Nigeria; il primo paese europeo è la Polonia, l’Italia è quarantaseiesima. Però funziona: i caschi blu ci sono, a Haiti, in Liberia, in Costa d’Avorio, in Burundi, tutti posti per intervenire nei quali il Consiglio di Sicurezza trova immancabilmente un accordo unanime. Ci sono delle storie che non vengono raccontate sui giornali, il che, alla fine, vuol dire che la cosa sta procedendo. In Sierra Leone, oggi, abbiamo ancora diecimila uomini circa. Chiaramente tutti neri, non c’è un bianco. Però funziona.
Alla fine, secondo me, come diceva Jean-Sélim, l’Onu è inevitabile. La stessa Nato va solo dove gli interessa andare, non andrebbe mai nei posti più disgraziati del mondo, dove non vanno neanche i giornalisti. Sono organizzazioni regionali che non possono diventare universali. Non ne hanno neanche la vocazione. Lo stesso per l’Unione Europea. Io sono andata al segretariato del Consiglio a Bruxelles, ci hanno creato anche degli uffici favolosi, però si vede quanto ci stanno mettendo a organizzare la nostra forza d’intervento, quanto è difficile prendere adesso la consegna del potere in Bosnia, dopo anni di presenza Onu, prima, e Nato poi. Alla fine della fiera l’Onu viene calpestata, ma, come diceva Jean-Sélim, non ci sono tante altre organizzazioni che possono dispiegare sessantamila uomini in giro per il mondo.

Sì, sull’Iraq Jean-Sélim diceva che bisognava far qualcosa. Per lui “era stato tutto sbagliato, però a questo punto qualcosa bisogna fare”…
Probabilmente, la sua qualità più nobile era quella di non essere cinico, nonostante tutto quello che aveva visto e fatto, e toccato con mano direttamente. E nel nostro ambiente, nel nostro mondo, il cinismo è diffusissimo. Jean-Sélim me lo diceva col cuore, e in famiglia ne parlavamo tanto. Perché d’istinto ti vien da dire: se la sono voluta e che ci vadano loro nel pantano. Però poi c’è lo slancio, c’è, alla fine, la vocazione. Quella di dire: no, non ti puoi augurare che un popolo intero finisca nel baratro. E purtroppo ci sta finendo. Che poi il dibattito è ancora aperto, pure tra colleghi dell’Onu: che facciamo? Abbandoniamo? Torniamo? Infatti non è cambiato niente, anzi. Il pantano c’è, è più grande di un anno fa, ci sono ancora molte bugie. Fra l’altro dall’Iraq non arriva nessun tipo di informazione veramente obiettiva, non sai cosa succede, però da quello che posso capire io, ci sono intere porzioni di paese completamente off limits, penso che si siano estese grandemente le aree fuori controllo, checché ne dicano i giornali. Quindi anche se fai le elezioni, dove le fai? Come gestisci i controlli nelle zone fuori controllo? E fuori hai una situazione immutata, immobile: da una parte Bush che è sempre lo stesso Bush, dall’altra gli europei divisi come prima. Invece qui ci vorrebbe l’intelligenza di dire: ok, ci mettiamo a un tavolo e ognuno deve cedere un pezzo se veramente l’obiettivo supremo è quello di stabilizzare l’Iraq e tutta l’area che c’è intorno. E a quel tavolo deve esserci anche il mondo arabo. Ma di questo non si vede nulla… Passa una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che ti dice: “Ok, l’Onu deve rientrare, ci devono essere le elezioni, ma ci deve essere anche una forza specifica. Gli stati devono dare delle truppe per creare una forza che protegga la presenza Onu”. Tu le hai viste le truppe? Non si è mosso uno stato. Nessuno ha messo a disposizione due soldati per dire: “Facciamo lavorare l’Onu”. Abbiamo della gente che è fissa a Baghdad, chiusa dentro un bunker. E ne abbiamo una masnada che è ad Amman, pronta a entrare. I programmi sono pronti perché hanno avuto un anno per prepararli. Ma quando entri? E come entri? Hanno fatto arrivare di tutto in quel paese. Noi stiamo a discutere se è resistenza o no, ma di sicuro il paese è fuori controllo. Pensiamo anche solo ai criminali locali, che sanno che non c’è la legge. Chiunque faccia peace keeping questo lo sa benissimo: per mettere le basi di una convivenza pacifica, devi intervenire sull’ordine pubblico. Se non c’è la polizia, non c’è nulla. E’ stato il problema del Kosovo quando siamo entrati: non c’erano neanche le celle dove mettere dentro la gente. E ricordiamoci che l’Iraq non era una repubblica delle banane. Quello che scrive Jean-Sélim è vero: questi sono entrati e non sapevano come gestire ventotto milioni di abitanti. Ma ventotto milioni sono tanti. Già nel Kosovo, lo vediamo bene cos’è successo, dopo cinque anni siamo nel pantano. L’Iraq prima era una dittatura, ma adesso c’è il collasso di tutte le basi più elementari della vita umana.

Jean-Sélim non escludeva l’uso della forza, ma sosteneva che il ricorso ad essa deve avvenire soltanto dopo che si siano veramente esauriti tutti gli altri canali non violenti di intervento. Non era per niente dogmatico, ma perché aveva agito, aveva visto, era stato protagonista. Insomma sapeva, più di tante altre persone, che non c’è una formula magica di intervento e di gestione della fine di un conflitto e del post-conflitto. Sicuramente in alcune situazioni, quelle della Bosnia e del Kosovo erano state le più eclatanti, Jean-Sélim aveva caldeggiato l’ingerenza. L’ingerenza che si fa militarmente, per poi intervenire a livello umanitario e a livello politico. Non credo che la caldeggiasse per partito preso interventista ma perché, per l’appunto, non era dogmatico. Non c’è solo il pacifismo a tutti i costi, la via pacifica a tutti i costi, oppure, all’opposto, l’ingerenza, l’uso della forza sempre. E infatti per l’Iraq era contrario all’ingerenza. Però sulla Bosnia e sul Kosovo aveva vissuto in prima persona i lunghissimi anni dell’assedio e sapeva cosa vuol dire lasciare agonizzare un paese vicino a casa perché, come dice lui nel suo diario, carnefici e vittime venivano messi sullo stesso piano e invitati intorno a un tavolo.
Ricordo bene il suo sollievo quando arrivarono i bombardamenti dopo Srebrenica, e poi nel ’99. Il giorno in cui Milosevic fu arrestato -allora vivevamo a New York- Jean Selim mi chiamò da un aereo ed era contentissimo. Era andato all’Aja a portare la testimonianza degli “angeli di Bihac”. “Non so con chi dividere la gioia”, “Chiama la hostess e dille di portarti qualcosa da bere. Fai un brindisi”, gli dissi. E lo fece. Perché per lui era: alla fine la giustizia trionfa. Una giustizia che trionfa coi muscoli. Ma quando servono per la giustizia i muscoli devono essere mostrati e usati. L’alternativa era che uno come Milosevic continuasse per altri dieci anni…
Poi Jean-Sélim con i militari ci aveva lavorato. Li aveva visti in azione. Aveva visto che cosa può fare l’uso intelligente di un Apc (è un carroarmato, ndr). E quindi aveva visto come in alcune situazioni la collaborazione tra civili e militari sia utile, proficua ed efficace. Se ci fossero solo dei civili che girano come degli insetti a zonzo, non si arriverebbe a niente. Poi, detto questo, dipende anche da chi sono i militari vicino a te. E ci sono comunque zone, e situazioni, dove si può lavorare tranquillamente senza militari… Organizzazioni come Médecins sans Frontières non necessariamente devono avere dietro un carro armato pronto a intervenire. Ma in molte altre situazioni serve, eccome. Non avremmo rappacificato i Balcani senza cinquantamila soldati della Nato, parliamoci chiaro.

La frustrazione enorme di quegli anni è stata proprio quella che non si rispondeva. Invece quando serve serve. Chi ha fatto peace keeping lo sa bene che certe volte basta veramente poco, basta che si levi un elicottero… Questa, tra l’altro, è una delle cose che il segretariato chiede agli stati industrializzati: “Non mi vuoi dare i tuoi uomini, dammi il mezzo, dammi l’ospedale da campo. La truppa me la può dare chiunque”. Un elicottero da combattimento è utile anche se lo tieni lì fermo, sanno che c’è, e se parte la follia generale a Free Town, tu alzi l’elicottero da combattimento e potrebbe bastare. E’ in sé una deterrenza.
Ma quest’esperienza l’ho fatta anch’io. In posti come la Bosnia o il Kosovo era importante potersi tenere vicino un Maggiore… Insomma, se io non avessi lavorato in stretta collaborazione con la polizia dell’Onu e la mia compagnia di norvegesi, a Obilic non avrei potuto fare quello che ho fatto. E devono vedere un fronte unito. C’erano riunioni a cui io li invitavo sempre. L’importante è che non arrivino lì con la forza. Un ufficiale di collegamento dev’essere lì, e insieme, agli occhi di tutti, sei la comunità internazionale. Poi chiaramente l’arma rimane al suo posto. Però è fondamentale perché dall’altra parte, non dimentichiamolo, c’è la prepotenza. Ed è vero che le donne peacekeeper sono molto brave, perché hanno una maggiore capacità di far ragionare, di dialogare, ma certe volte ci vuole anche il Maggiore. E’ anche un discorso di sicurezza, di autorità. Un’uniforme ha lo stesso valore in tutti i paesi del mondo. Incute un certo tipo di rispetto.

Poi chiaramente dipende dagli eserciti. Ci sono alcuni eserciti, gli scandinavi, i britannici, gli italiani stessi, che sono bravi peacekeeper. Non arrivano come rambo con l’arma spianata spaventando tutti. Nella mia piccola esperienza, il peace keeper britannico, il militare britannico, è insuperabile. Evidentemente per via del lunghissimo addestramento nell’Irlanda del Nord. E’ un militare che sa fare ordine pubblico. Che sa lavorare con le forze dell’ordine. Spesso, invece, il soldato non c’entra niente con le forze dell’ordine. Questa è la ragione per la quale i nostri carabinieri sono stimati e spendibili. I britannici poi responsabilizzano l’individuo lungo tutta la catena di comando. Anche il pischello di diciannove anni è brieffato (da “briefing”, riunione in cui vengono date istruzioni e informazioni, Ndr) completamente, sul territorio in cui si trova, sul mandato ricevuto, su chi è chi. Per esempio nella zona dove ero io in Kosovo, a Obilic, il comando di brigata era britannico, mentre la mia zona era sotto il battaglione norvegese.
Quando la situazione andava fuori controllo erano i britannici a prenderla in mano. E la differenza era netta. Infatti i britannici addestravano spesso i norvegesi, proprio per l’ordine pubblico, perché il soldato norvegese in genere era impreparato. Io andavo spesso a mangiare alla mensa dei norvegesi, e quando arrivavo al gate spessissimo mi chiedevano: “Chi sei, di dove sei…”. E spesso dovevano chiamare il comandante e chiedere, perché il poveraccio in rotazione lì al gate non sapeva nulla. Invece un giorno che stavo scheggiando sulla strada statale, totalmente fuori dai limiti, incappai nelle pattuglie britanniche. C’era un assembramento di serbi, fui stoppata. Ricordo questi due ragazzini con i brufoli, giovani, e io dico: “Scusate, avete ragione, stavo eccedendo con la velocità”. E loro, gentili, dopo aver scambiato due parole: “Ah, ma lei è l’amministratrice comunale di Obilic”. Perché io non avevo fatto la ganza, non avevo detto: “Io sono il sindaco, devo andare di corsa”. Insomma sapevano tutto e non era neanche la loro zona, erano lì per la situazione particolare di quel giorno. Eppure, evidentemente, erano stati brieffati, su chi c’è, chi non c’è, chi sono gli attori sul terreno, ecc. Sapevano tutto, dall’a alla zeta, di quel territorio.
Sul britannico veramente puoi fare affidamento. E anche il più pischello non fa la scemenza che può fare un americano. Lo si vede bene in Iraq. Io non sono lì, però vedo che a Bassora non si sente mai nulla. Certo, Bassora è una zona tranquilla, però anche Baghdad non aveva nessuna ragione per esplodere. In realtà sono i britannici che sono bravi. E poi hanno un certo codice di condotta, protocollare. A Jean-Sélim questo piaceva. Si prendono cura dei propri traumatizzati, e questo gli faceva dire che “dai militari si può imparare”. Ricordo che anche quando cadde l’aereo umanitario in Kosovo e arrivarono i parenti delle vittime a Pristina (molti dei quali italiani e io facevo da interprete) si presentò subito lo psicologo, uno di questi staff counsellors, della brigata britannica, a offrire il suo aiuto. E in effetti fu utilissimo perché questo sapeva come come gestire il dolore di un parente... Anche questa cosa del corpo. Questi erano morti sfracellati contro una montagna, e tutti i parenti avevano quest’ossessione che non sarebbero andati via dal Kosovo se non gli avessimo mostrato il luogo. Ma il luogo era impervio, in cima a una montagna, non raggiungibile a piedi o con la macchina, e ricordo le discussioni con questo tipo che diceva: “Ma no, questo è fondamentale”. E così si fece fare loro un giro in elicottero sul luogo della tragedia per poter dare un saluto. Però non era uno psicologo dell’Onu, era una psicologo delle truppe britanniche. L’Onu ci sta arrivando… Quando muore qualcuno, come ad esempio la ragazza in Afghanistan, tu devi sostenere tutti quelli del team rimasti in vita. Perché sono dei traumi, dei dolori giganteschi, e tu sei lì e devi lavorare, devi andare avanti. E’ dura. Questa cosa Jean-Sélim l’aveva vista fare ai soldati molto prima che nelle organizzazioni civili, governative e non governative.

Quindi Jean-Sélim sì, era pacifista, non ha mai preso un arma in vita sua in mano. Ma era troppo analitico e troppo curioso per assumere una posizione e rimanerne bloccato. Così pensava che in certi momenti l’uso della forza fosse inevitabile. Nel ’99 avevamo prenotato un agriturismo nel Trevigiano, venivamo da Zagabria in vacanza, sotto Pasqua, e dopo due o tre giorni che eravamo lì, iniziò l’operazione contro Milosevic e cominciarono i bombardamenti. Jean-Sélim era anche un appassionato di aerei, quindi andammo ad Aviano a vederli partire. In fondo alla pista c’era il manipolo di maniaci della pace… Jean-Sélim andò loro incontro proprio come un bulldozer, mentre gli aerei passavano sopra: “Voi non capite assolutamente niente. Fatemi spiegare”. “Voi state manifestando per chi? Per come? Ma voi dove eravate nel ’93 quando morivano come le mosche a Sarajevo? Ma voi Milosevic l’avete mai visto in faccia?”. Siamo stati lì un’ora e mezza a discutere accanitamente.
Il problema, secondo me, di un certo tipo di pacifismo, è che, appunto, si instaura un dogma, per cui non si discute neanche più. Io lo vedevo anche dal modo di vestire. Lavorando sul terreno ho cominciato a vestirmi in maniera più elegante. Quando serviva mettersi gli scarponi perché andavi in giro in mezzo alla neve, al fango, okay, ma se c’erano delle riunioni con il sindaco, con queste autorità locali, che fossero anche dei banditi...
Insomma se hai venticinque anni e sei appena uscita dalle scuole, non puoi presentarti in jeans e maglione. Ma chi sei? Se vai da uno di cinquant’anni ti presenti vestito bene.
L’umanitario spesso e volentieri invece non abbandona mai jeans e maglione. Non è solo mancanza di rispetto perché comunque tu sei a casa di qualcun altro, è anche una questione di sensibilità. Il peace keeping è fatto anche di percezioni, non puoi dar l’impressione di arrivare e dire: “Adesso ve la racconto io”. Io poi la cosa la sentivo molto, perché sono donna, e mi sono ritrovata giovane a far delle cose… Anche Jean-Sélim era così, sempre in ordine. Poi se c’era da andare sul terreno si metteva il jeans, ma aveva anche la cravatta, la giacca. Aveva il rispetto della forma…

Nell’esercito vedeva questo riconoscimento del valore, vedeva un codice d’onore, vedeva il cameratismo, valori antichi che a lui piacevano molto. Un nostro amico diceva che era un romantico. E sì, è stato frustrante vedere le salme arrivare disparate, quella di Sergio Vieira De Mello è andato a prenderla con un aereo il presidente del Brasile, le altre su un altro aereo, poi ognuno per la sua strada, nessuna cerimonia. Ho rivissuto molto la morte dei nostri nella tre giorni televisiva di Nassyria. Ecco, accogliere con il picchetto d’onore chi ha fatto un sacrificio così estremo penso sia un’azione giusta. L’Onu non ha questo protocollo. E non è giusto, anche se l’Onu non è un esercito. Questo è un gruppo di gente che non era lì per caso, era lì per scelta. All’Onu lo dico sempre: mio marito non era in Iraq per fare del parapendio, era lì al servizio di un’organizzazione e di una causa e di un mandato che viene da lontano. Siamo sempre all’importanza del riconoscimento. Così mi sono detta: “Bisogna fare le cose per bene. In famiglia si fanno le cose per bene”. Come ho detto all’inizio i francesi ci hanno aiutato. Così, all’aeroporto, quando è arrivata la salma, c’è stata una piccola cerimonia, io ho fatto mettere la bandiera bella, quella dell’Onu, e poi quella francese e quella egiziana.
Poi io sento una responsabilità nei confronti di Mattia Sélim, che non conoscerà il papà. Così raccolgo tutto. Se mi sono anche messa a diffondere il suo pensiero è perché se ne parli, è perché si scriva su di lui. Poi magari, non so, quando avrà quindici anni Mattia mi dirà: “Mamma, per favore…”. Però io sento forte questa cosa. Suo padre ha fatto un sacrificio, il più grande sacrificio che un uomo possa fare, in un calderone schifoso come quello dell’Iraq… Senza questo riconoscimento sarebbe come se fosse morto invano.

Jean-Sélim aveva la mania di far le cose in grande… Non so se fosse la grandeur, forse una mescolanza di grandeur francese e della generosità del sud. Al nostro matrimonio, se fosse stato per lui, si sarebbero invitate millecinquecento persone. Bisognava far festa tre giorni. Il suo slogan era: noi non vivremo mai come dei ratti morti. E’ quello che farò anch’io. Una delle ragioni per cui sono tornata a lavorare, è anche per avere i mezzi finanziari per non far mancare a mio figlio alcuna opportunità. Sì, Jean-Sélim pensava in grande, non era per niente modesto in questo. Il televisore non poteva essere piccolo, la chiesa doveva essere una grande chiesa e lo champagne non mancava mai. E anche noi, nel disastro, nel dolore, nell’incapacità quasi di respirare, ci abbiamo provato a non fare le cose in piccolo.
E penso che a Jean-Sélim il funerale di Parigi sarebbe piaciuto. E’ stato molto sentito, non volava una mosca, la gente era distrutta. C’era Bernard Kouchner, c’era il vicesindaco di Parigi, c’era la bandiera azzurra dell’Onu che avvolgeva la bara. Poi ci sono stati i canti, poi sua madre ha detto qualche cosa e anch’io.
Io ho letto la conclusione di una lettera che Jean-Sélim aveva scritto a suo figlio prima che nascesse, quando non sapeva neanche se sarebbe stato maschio o femmina, che testimonia anche della fiducia e speranza che riponeva nel fatto di essere una famiglia. Ho trovato la forza di leggerla, promettendo che avrei fatto del mio meglio per crescere Mattia Sélim bene come l’avremmo fatto insieme. Ho fatto la mia promessa da soldatino.

“… ma bimbo o bimba, intelligente o meno, bello o no, secondo canoni che si rivelano sempre molto soggettivi, quello che più mi sta a cuore è che tu porti in te la vera bellezza. Quella che uomini e donne sensibili di ogni epoca hanno sempre riverito, quella bellezza che non si vede con gli occhi. Prego Iddio che tu sia un bambino di pace e gioia, un bambino generoso e pieno di attenzioni verso gli altri, soprattutto i meno fortunati e i più vulnerabili. Un bambino che comprenderà in fretta che non è tutto oro quello che riluce. Prego perché Laura e io sappiamo inculcarti la tolleranza e il rispetto per gli altri, il rifiuto della violenza come soluzione di facilità. Che là dove tu passi, ci sia calore umano e tenerezza. Che tu sappia confortare chi è triste e galvanizzare gli animi coraggiosi. Che tu dia prova di coraggio sempre, che tu dica a voce alta e forte, con dignità, quello che credi sia giusto. Perfino nell’avversità e di fronte al biasimo dei più. Senza chinare il capo anche se ti costa, per guardare dritto negli occhi chi ti ama, con la certezza di aver sempre cercato il bene. E cercare il bene vuol dire amare il prossimo, chiunque esso sia. L’importante, figlio mio, è che tu sia felice, che la tua vita sia dolce senza essere inquadrata, che tu ti senta tanto amato quanto amerai e, soprattutto, che tu sia libero”.