Umberto Mazzone insegna Storia della Chiesa e Storia dei movimenti religiosi presso il Dipartimento di Discipline storiche dell’Università di Bologna.

Lei ha studiato la vicenda di Dossetti in relazione al suo operato all’interno della Costituente, e ha messo in luce che uno dei suoi contributi meno investigati riguarda il diritto/dovere di resistenza, una battaglia importante dentro la Costituente ma forse non così valorizzata come meriterebbe.
Sì, è vero. Premettiamo che la stesura della Costituzione Repubblicana fu certamente uno dei momenti culturalmente e politicamente più ricchi e fecondi della storia italiana del Novecento. La proposta di Giuseppe Dossetti, allora giovane deputato democristiano all’Assemblea Costituente, s’inquadra in pieno in questo clima d’intensa passione civile.
Letteralmente, il testo proposto da Dossetti, all’art. 3, recitava così: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione, è un diritto e dovere d’ogni cittadino.
E’ questo l’abituale principio della resistenza, logico corollario dei due articoli precedenti. Cfr. Costituzione francese del 19 aprile 1946, articolo 21: “Qualora il governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri».
L’iter dell’articolo di Dossetti si concluse con un voto finale negativo e così il diritto di resistenza non è entrato a far parte del testo definitivo della Costituzione. Si può inoltre dire, al di là dell’insuccesso politico, che quella sia stata, tra le iniziative dossettiane, una delle meno conosciute e studiate. E pensare che era molto innovativa, soprattutto verso la cultura giuridica allora dominante in Italia. La questione tecnica principale, che talvolta assunse forme un po’ capziose e pretestuose, su cui si concentrò l’opposizione, lo scoglio contro cui s’infranse la proposta, fu il modo di dare concretezza a quel testo, di realizzarne un’effettiva praticabilità. Ovvero di trovare la risposta alla domanda su come garantire, per via costituzionale, l’esercizio di quel diritto/dovere. Come trasferirlo in una norma di diritto positivo? Come individuare chi è legittimato a decidere se e quando la resistenza diviene un diritto da esercitarsi nella realtà di un preciso momento della vita nazionale? A dire al cittadino che i poteri dello Stato, con un loro comportamento, hanno violato e, eventualmente, continuano a violare il dettato costituzionale? E, infine, come graduare la resistenza?
Vi era sicuramente nei Costituenti e nei giuristi che parteciparono al dibattito, la consapevolezza che intorno al diritto/dovere di resistenza ruotavano alcuni problemi cruciali per l’intero edificio dello Stato moderno.
Il diritto/dovere di resistenza, infatti, ha una lunga tradizione nella storia moderna europea. Non a caso la questione, già presente in Ugo Grozio, si pone nel pensiero costituzionale inglese già a partire almeno da John Locke. Appare poi nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese.
Il trauma causato alla coscienza europea dalle dittature del ‘900 e dagli esiti tragici della Seconda guerra mondiale ripropone con forza la questione della legittimazione della resistenza a un potere che si perverte in tirannia. Viene così ripreso nella legge fondamentale della Repubblica Federale tedesca (e ancor prima in quella di molti Länder tedeschi tra 1946 e 1947, come l’Assia, Brema, Berlino) dove è trattato come “diritto d’eccezione”, e reso positivo come diritto sussidiario a difendere la Costituzione, e nella prima Costituzione francese (respinta però dal referendum popolare nel 1946).
Purtroppo, ai Costituenti italiani, l’eco del dibattito europeo arrivava flebile. Nonostante l’impegno del Ministero della Costituente, che curò la diffusione di testi costituzionali anche stranieri, per la maggior parte dei costituenti i punti di riferimento rimanevano i giuristi di casa nostra, in particolare le tesi esposte in un lavoro di Vittorio Emanuele Orlando che risaliva al 1885. D’altra parte, gli esiti tragici di un ventennio di dittatura rendevano urgente e concreta la necessità di edificare un nuovo ordinamento dello Stato italiano, nel quale non potesse più verificarsi quanto era accaduto col fascismo. Potremmo dire che lo spazio per recepire il diritto di resistenza, sia a livello giuridico, sia a livello politico e ideale, c’era.
Purtroppo, prevalse il desiderio di dare a un principio, che era opportuno che rimanesse in un’astrattezza programmatica, una concretezza giuspositivista, che difficilmente si poteva conciliare con un concetto obiettivamente ostico a lasciarsi ricondurre a un’esplicita casistica. Infatti, ai Costituenti pareva opportuno individuare i modi e le maniere attraverso cui garantirne l’esercizio effettivo e concreto di quel principio. E’ chiaro che individuare criteri per attuare il diritto di resistenza non rappresenta un compito facile. Tra l’altro parliamo di un diritto, come già accennato, non originario della tradizione giuridica italiano e che risultava così alquanto esterno rispetto al nostro pensiero giuridico.
Ha messo in relazione l’insuccesso dell’iniziativa dossettiana con motivazioni di carattere dottrinale, o di tradizione giurisprudenziale, o, nella migliore delle ipotesi, legate alle difficoltà di realizzazione pratica insita nella proposta. Ma ci saranno stati anche motivi politici, di opportunità…
Lascerei le due questioni distinte, anche se a volte i due piani, quello politico e quello dottrinale, si sovrappongono. Certo, il piano politico, più direttamente legato alle vicende e agli schieramenti, è caratterizzato dagli avvenimenti dell’epoca, soprattutto dalla rottura, già evidente in quei mesi -soprattutto negli atteggiamenti della Dc- dell’unità resistenziale. E’ la stagione della fine dei governi rappresentativi della formula del Cln, a favore della nascita dei governi centristi, che troveranno poi la loro legittimazione popolare col voto del 18 aprile 1948. E’ l’epoca della rottura con la sinistra e della sua esclusione dal governo, avvenuta nel 1947. Una scelta che si sviluppa sul campo della incipiente guerra fredda e che vede nel famoso viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti la sua rappresentazione più simbolica.
Questo accentuarsi del clima di rottura giustifica e spiega l’atteggiamento sempre più diffidente della Dc, tanto che in sede di dibattito all’interno della Costituente si verificano anche vicende singolari, come quella di Costantino Mortati, costituzionalista tra i più grandi della scuola giuridica italiana del ‘900, che, strutturalmente non contrario in termini giuridici al diritto di resistenza e prossimo, politicamente e umanamente, a Dossetti, pure si impegna fortemente in sede costituente, con una certa scissione personale tra teoria e prassi, affinché il principio non passi. Lo stesso Mortati negli anni successivi, nella redazione del suo manuale di Diritto Pubblico e Costituzionale, si esprimerà favorevolmente alla ratio giuridica dell’introduzione del diritto di resistenza e ne attribuirà la caduta, in sede di Costituente, a motivazioni extragiuridiche. Quindi c’è realmente nel dibattito un nodo politico decisivo e ineludibile che viene sciolto negativamente, anche alla luce dalle nuove condizioni delle relazioni internazionali, ma non solo.
Un altro aspetto, forse più determinante, del giudizio negativo alla proposta di Dossetti, va individuato nel fatto che inserire il diritto di resistenza significava introdurre nella Costituzione un elemento nuovo e difficilmente governabile all’interno di una rinnovata democrazia, fondata soprattutto sui partiti politici. Non solo perché il diritto di resistenza può ridursi a essere una petizione di principio, forse anche un po’ patetica, se non è in grado di concretizzarsi con una manifestazione pubblica di volontà collettiva, se non ha alle spalle la capacità di realizzarsi tramite forme organizzate di resistenza. Ma, soprattutto, perché registra l’assenza, o il fallimento, di quelli che la Costituzione individua come protagonisti della scena politica italiana, i soggetti collettivi legittimati a fare politica: i partiti. Cosa significa questo? Che i soggetti destinati ad assumere il ruolo di attori nell’attuazione e nella difesa della Costituzione appaiono essere in primo luogo i partiti politici. Una formulazione ampia del diritto di resistenza, moltiplicando i possibili promotori di un’azione di tutela della legalità costituzionale, ne vedrebbe, automaticamente, ridotto quel ruolo.
Quindi i partiti, e non l’individuo, visti come rappresentanti e interpreti della volontà nazionale…
Sì, credo che la nostra Costituzione abbia una grande fiducia in loro, li immagini come l’ossatura politica del popolo (Mortati). Dobbiamo ricordare che, all’epoca della Costituente, la crisi di rappresentanza di cui soffrono oggi era quasi inimmaginabile, anzi, dopo oltre vent’anni di partito unico, la pluralità di partiti politici, la dialettica tra di loro, esprimeva in pieno il diritto di cittadinanza e i cittadini-elettori trovavano in loro, come verrà affermato nell’articolo 49 della Costituzione, lo strumento per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Erano, non soltanto dei momenti di organizzazione occasionale e transitoria, associazioni che si formavano su obiettivi, ma dei veri e propri motori duraturi della democrazia. Nel loro concorrere al formarsi della volontà e della vita politica del Paese i partiti sono automaticamente legittimati a opporsi a qualunque azione potenzialmente lesiva della Costituzione. Pensiamo al 1960, al governo Tambroni che venne battuto proprio da un profondo moto popolare, a forte caratterizzazione democratica e antifascista. Furono i partiti della sinistra, ma anche una parte di quelli di centro, a guidare la reazione di massa contro la formazione di un governo che voleva determinare una dichiarata svolta a destra e utilizzava senza esitazioni le armi delle forze di polizia contro i manifestanti scesi nelle piazze. In quell’occasione i partiti che organizzarono le manifestazioni contro il governo Tambroni determinarono realmente la politica nazionale, infatti riuscirono a far cadere il governo, evento dal quale prese definitivamente avvio la svolta che portò verso i governi di centrosinistra.
Da dove nasce l’idea di individuare nel partito il rappresentante della volontà popolare, della società?
Credo vi sia il desiderio di superare l’indifferenza verso i partiti che si manifestava nella tradizione dello Stato liberale. Si compie così, con il loro pieno riconoscimento, un passo in avanti decisivo per lo sviluppo in Italia di una democrazia moderna.
Nel contesto storico dell’immediato dopoguerra, nel fervore del rinato confronto democratico del dopoguerra, con alle spalle l’esperienza dei Comitati di Liberazione Nazionale, i partiti interpretavano realmente i sentimenti del paese, avevano questa capacità. Vale a dire che c’era un legame diretto tra rappresentatività e rappresentanza. L’introduzione del diritto di resistenza probabilmente viene avvertito da tutti i partiti, al di là dello schieramento, come una cessione ad altri, a un’entità estranea e non ben definita, della capacità di interpretare la situazione del paese e soprattutto di organizzare una risposta.
In ambito Costituente, questa capacità dei partiti di interpretare gli interessi del paese fu fortemente avvertita, per cui ammettere il diritto di resistenza avrebbe significato in qualche modo metterla in dubbio.
Quindi, in sintesi, secondo lo stato del dibattito di quei mesi, o l’appello al diritto di resistenza lo fanno i partiti, ma a quel punto il richiamo a un articolo di Costituzione è superfluo, in quanto, all’atto pratico, l’appello alla mobilitazione popolare sortisce lo stesso risultato anche in assenza di un dettato costituzionale; oppure, se i partiti, che, lo ripeto, escono, almeno al Nord, dal crogiolo dell’esperienza resistenziale dei Cln, non sono in grado di chiamare alla mobilitazione popolare, non si capisce bene chi possa e debba farsi promotore dell’ azione. La Corte Costituzionale? Altre forze sociali? Un movimento? I sindacati? Ma in tal caso significa che i partiti, così come sono immaginati dai costituenti, non sono più capaci di rappresentare, e di dirigere verso obiettivi positivi, la volontà del Paese. Ci si troverebbe così di fronte ad una gravissima duplice crisi costituzionale, data da un’azione eversiva, da un lato, e dall’incapacità di reagire da parte della società politica espressa dai partiti, dall’altra.
Ho la sensazione che questo ragionamento, anche se magari espresso non così semplicisticamente, sia un po’ al fondo del non eccessivo entusiasmo con cui i partiti accolsero la proposta di Dossetti. In particolare quelli della sinistra si limitarono ad affermazioni di principio favorevoli, ma di sicuro non lanciarono una battaglia decisa per l’approvazione in sede di Costituente. Quando si trovarono isolati, cedettero senza troppa sofferenza, probabilmente pensando di rilanciare su altre questioni. La discussione, quindi, non ebbe mai un tono che sapesse cogliere il senso profondo, storico e ideale della questione. Forse l’unico fu Antonio Giolitti, che allora era nel Pci (in seguito aderirà al Partito Socialista), a saper ridare complessità al cammino costituente e nei suoi interventi richiamò giustamente le origini della Costituzione e della Repubblica italiana, nata proprio come un atto di resistenza all’oppressione dell’invasore. Altri interventi non ebbero questa capacità di analisi, si avvertiva già la rottura all’interno dei partiti del Cln. Eppure, in prospettiva, erano valutazioni che avrebbero potuto avere, qualche anno dopo, esiti imprevedibili, se solo pensiamo all’attacco che subì la sinistra di lì a poco, al vero e proprio processo cui fu sottoposta la Resistenza negli anni ’50, al culmine della guerra fredda. Un processo che si concretizzò proprio nelle aule di tribunale, con una pesante azione giudiziaria che perseguì partigiani giudicati colpevoli di azioni compiute nella lotta ai nazisti e ai fascisti durante la guerra (non dopo, si badi bene). Ecco, la non accoglienza del diritto di resistenza privò gli ex partigiani di un sostegno costituzionale fondamentale.
Inoltre l’approvazione del diritto/dovere di resistenza avrebbe significato introdurre nella Costituzione una rottura assai più netta con l’Italia pre-repubblicana, evento che così invece non si verificò. C’è una continuità, soprattutto nell’amministrazione dello Stato e delle sue istituzioni, che negli anni successivi diventerà prevalente, e che si manifesterà, ad esempio, nelle difficoltà e nei ritardi nel portare a compimento i dettati costituzionali per quanto riguarda la realizzazione di istituzioni quali la Corte Costituzionale e le Regioni a statuto ordinario. Queste ultime nasceranno solo nel 1970, a più di vent’anni dall’approvazione della Costituzione. Ecco, forse, il vero problema non è stato tanto quello di non aver inserito nella Costituzione il diritto di resistenza quanto il non aver legato direttamente, in maniera esplicita nei principi fondamentali, la Costituzione al processo che ha fondato il nuovo stato repubblicano, ovvero alla Resistenza.
Nell’intervento di Giolitti alla Costituente c’è un punto illuminante: “La garanzia essenziale del regime democratico è l’autogoverno, che è fondato sul senso di responsabilità, sulla coscienza morale e politica del cittadino”. Potremmo dire che nella storia italiana queste parole -autogoverno, senso di responsabilità, coscienza morale e politica del cittadino- hanno sempre costituito un deficit. Si spiegherebbe così la necessità dei partiti come filtro per evitare un coinvolgimento diretto del cittadino nella vita politica dello Stato.
Su questo credo si debba fare un piccolo ragionamento. Tornando ai due leader più importanti di allora, Togliatti e De Gasperi, credo che in entrambi ci fosse, rispetto alle parole di Giolitti sull’autogoverno e sulla responsabilità del cittadino, una minore fiducia sulle capacità dei cittadini italiani di essere protagonisti autonomi della ricostruzione, della nascita di uno Stato nuovo.
De Gasperi subisce anche una forte pressione da parte del Vaticano e, per quanto dimostri ripetutamente di sapervi resistere, è preoccupato per un ruolo politico troppo impegnato dell’unica realtà all’epoca istituzionalmente veramente forte, cioè quello della Chiesa, del Vaticano, di Pio XII, dell’Azione Cattolica. Forse in De Gasperi c’è anche il timore che senza un partito politico dei cattolici laico, saldamente organizzato e legittimato dalla e nella società civile, la pressione di queste entità non sarebbe stata né governabile né contenibile.
Dall’altra parte credo che anche Togliatti abbia vissuto qualcosa del genere. La stessa relazione con Mosca riesce a non divenire piatta acquiescenza anche grazie ad un partito politicamente e numericamente forte, che consente a Togliatti di muoversi con una certa autonomia. Non dimentichiamo poi la guerra di Spagna, che è forse oggi eccessivamente rimossa come esperienza su cui basarsi come riferimento per i giudizi e le pratiche politiche nell’immediato dopoguerra. La crisi della Repubblica spagnola e la vittoria del franchismo, era stata facilitata dalle divisioni, anche sanguinose, a sinistra.
Forse l’esperienza spagnola ha giocato un ruolo nel non voler -o non saper- dare da parte dei comunisti una più esplicita responsabilità autonoma ai cittadini.
Hanno prevalso il timore di una parcellizzazione e la parola d’ordine del nessun nemico a sinistra.
In quegli anni c’è ancora un clima di incertezza. Nessuna di quelle che, in seguito, diventeranno le due grandi forze popolari, i comunisti e i democristiani, ha ancora pienamente il polso delle capacità del Paese di esprimere capacità di autogoverno e soprattutto nessuna ha ancora piena percezione di quelli che saranno i reali rapporti di forza elettorali validi nel medio-lungo periodo.
C’è anche la difficoltà a comprendere pienamente che cos’era stata la Resistenza nei suoi molteplici aspetti. Ricordiamoci che sia Togliatti sia De Gasperi, ebbero un’esperienza diretta, personale, solo parziale di quello che è stato chiamato “il vento del nord”. Semmai furono Luigi Longo per il Pci ed Enrico Mattei per la Dc a vivere sul campo quella temperie resistenziale. Ma soprattutto non si affermò come esperienza esemplare, come modello, la grande stagione delle varie repubbliche partigiane dell’estate 1944, che, come la Repubblica dell’Ossola, avevano sperimentato anche modalità innovative di autogoverno. La prima donna investita di incarichi di governo, quando ancora il voto femminile era una lontana speranza, si trova proprio nell’Ossola. Giolitti riesce a interpretare la novità, la capacità di coraggio istituzionale, anche del singolo cittadino, che aveva dato vita a entità democratiche, come la Repubblica dell’Ossola, ma anche in Veneto o in Emilia con Montefiorino.
Probabilmente, nei confronti della Resistenza, c’è anche, da parte dei grandi leader di partito, la difficoltà di interpretarne, comprenderne non tanto gli aspetti di reazione alla dittatura, quanto gli elementi che esprimono una capacità di costruzione di un compiuto modello istituzionale democratico.
Indicativo a tale riguardo l’intervento, nel dibattito in Costituente sul diritto di resistenza, di Togliatti che oscilla tra una malcelata ironia, quando sostiene che ciò che legittima una rivoluzione non è la sua aderenza a una norma ma il suo pratico successo, e il timore che si possano dare usi di bassa levatura per il diritto di resistenza, in occasione, ad esempio, di nuove imposizioni fiscali.
Potremmo anzi dire, pensando a Claudio Pavone e alla sua teorizzazione delle “tre resistenze” (quella antifascista, quella antinazista, o antitedesca, e quella di classe, avvertita come il possibile momento iniziale di una rivoluzione socialista), che forse potrebbe essercene stata anche una quarta, quella della costruzione di modelli istituzionali di stato, di comunità, di convivenza nuovi e democratici, e certo questo aspetto è forse il meno capito, il meno percepito. E la difficoltà a capire l’importanza di esperienze come quella ossolana, come quella di Montefiorino (pensiamo alla figura di Ermanno Gorrieri), viste come momenti di creazione di forme di autogoverno da parte dei cittadini, è anche una delle ragioni per cui il diritto di resistenza non riesce a entrare nella Costituzione. Vi è perplessità sulla perizia, da parte dei cittadini, di creare istituzioni democratiche solide che trovino una loro capacità di difesa anche in strumenti come il diritto di resistenza e nell’autodecisione di quanto questo debba scattare. In verità un’esperienza pratica vi era già stata, appunto quella delle repubbliche partigiane. Ma probabilmente, anche a sinistra, manca la capacità di riconoscere il valore innovativo, in termini di costruzione di nuove istituzioni e di nuovi rapporti tra stato e cittadini, che pur le formule sperimentate in ambito resistenziale avevano evidenziato. Giolitti ne aveva percepito l’importanza, ed è anche per quello che è a favore del diritto di resistenza.
In Dossetti invece da dove scaturisce?
Per Dossetti il discorso è ancora diverso. Per lui c’è il personalismo, la valorizzazione della persona, uno dei temi che gli è sempre stato a cuore. Ecco allora che la persona trova nel diritto di resistenza il suo spazio autonomo in una propria piena e assoluta responsabilità civile e religiosa. Si capisce, allora, come possa scegliere autonomamente quando intervenire.
La mia impressione è che l’arco resistenziale, rigettando, di fatto, questa proposta, indebolisca la memoria della Resistenza stessa…
Il discorso vale soprattutto per chi, come le forze di sinistra, doveva essere più interessato a sottolineare quanto di nuovo la Resistenza poteva portare alla tradizione storica e politica del Paese.
Siamo nel momento in cui si sta costruendo il partito nuovo, di massa, voluto fortemente da Togliatti dopo la svolta di Salerno. Assistiamo alla nascita di quel partito comunista di grande peso popolare che egemonizzerà la sinistra italiana sino alla svolta della Bolognina, sino alla caduta del muro di Berlino. Di conseguenza, c’è il tentativo, o lo sforzo, di unificare il fenomeno resistenziale in un modello piuttosto compatto, riconducendo a unicità e non cogliendone -e quindi non valorizzandole- le molteplici sfaccettature, la pluralità di forme con cui si espresse. Ma così facendo se ne persero anche gli aspetti più propositivi dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni, della creazione anche di nuovo diritto, della partecipazione dei cittadini. Basti pensare, in Emilia, nel Bolognese, alla difficoltà a comprendere certe esperienze, come quella della Brigata Stella Rossa di Mario Musolesi, il Lupo, che agiva in Val di Setta, a Marzabotto, dove poi avvenne l’eccidio nazifascista.
In questo modo c’è, da un lato, una progressiva accentuazione, e forse anche una sopravvalutazione, dell’importanza del ruolo militare della Resistenza nel contesto della campagna d’Italia, e dall’altro, il volerla vedere soprattutto come una delle fasi attraverso cui si è costruita una coscienza politica nel nostro paese destinata a confluire, quasi per un percorso logico e lineare, nel gran fiume del Pci. Si perde così per strada tutto il significato di creazione e sperimentazione di nuove istituzioni. Emerge una visione della Resistenza che cerca di garantire soprattutto, in un politica post-bellica oramai chiaramente avviata verso lo scontro ideologico della guerra fredda, una legittimazione del Pci (ricordiamo slogan come quello del sollevare dalla polvere la bandiera nazionale che la borghesia aveva lasciato cadere). In questo lavoro di elaborazione di un’immagine senza chiaro-scuri della Resistenza, c’è più attenzione ad alcuni aspetti, mentre altri rimangono assolutamente marginali. L’autogoverno è uno di quelli. Inoltre si sviluppa quella specifica politica di Togliatti, che parte dalla considerazione che senza una collaborazione coi cattolici è impossibile realizzare una convivenza civile e una trasformazione del paese. Forse vi è anche il timore che le due forze, anziché collaborare decidano di dover manifestare un diritto/dovere di resistenza l’una nei confronti dell’altra. Un’ipotesi realistica per la neonata democrazia italiana.
All’interno del dibattito costituente sul diritto/dovere di resistenza, mi ha colpito anche l’emendamento proposto da Nobile -e poi subito ritirato- in cui si propone di sostituire il testo di Dossetti con il comma “egli ha il diritto (il cittadino, ndr) di esigere che le libertà fondamentali…”. Usando questo termine, il principio è già corrotto, perché si trasforma il diritto all’autosovranità in una rivendicazione…
Mah, qui gioca un ruolo anche Nobile stesso, che fa parte di quello che io definirei come il partito dei militari, un partito in qualche modo trasversale, formato da persone che avevano avuto un ruolo nelle forze armate, e che sono tutte, indipendentemente dallo schieramento politico, lontane dall’accettazione del diritto di resistenza. Un diritto che fa a pugni, evidentemente, con una cultura militare tradizionale. Umberto Nobile era l’eroe dell’Artico, il trasvolatore dei ghiacci polari coi dirigibili Norge e Italia, un generale dell’Aeronautica, che poi finì, in rotta col regime fascista, in Unione Sovietica. Ha quindi un percorso umano e politico assai complicato, che sarebbe interessante indagare meglio. Umberto Nobile precipita con la sua aeronave Italia al Polo Nord. Alla tragedia segue l’epopea, che coinvolgerà fortemente a livello emotivo l’Italia, del recupero e del salvataggio dei superstiti, reso possibile anche grazie alle capacità tecniche eccezionali di un umile radiotelegrafista, Giuseppe Biagi, che terminerà la sua vita assai modestamente e del tutto dimenticato dall’Italia ufficiale. Nobile ritorna in Italia, ma a questo punto è diventato scomodo per il regime, perché non è stato capace di realizzarne i sogni di grandezza. Vi è anche uno scontro con Italo Balbo sulle linee di sviluppo dell’aeronautica. Viene perciò emarginato. A quel punto Nobile emigra in America e in Unione Sovietica dove torna a realizzare dirigibili e ad occuparsi d’ingegneria aeronautica. In Unione Sovietica si avvicina al comunismo, dopodiché, finita la guerra ritorna in Italia.
Questa cosa del partito dei militari è interessante. In fondo, il diritto alla resistenza, per il soldato, va a toccare un punto molto delicato, ovvero la possibilità di rifiutarsi di eseguire gli ordini, quando questi sono evidentemente incostituzionali…
E’ vero. C’è da dire che, soprattutto in Germania, il punto di riferimento di coloro che affermavano il diritto di resistenza era l’attentato a Hitler del 20 luglio del ’44. Il dibattito, in Germania, si svolse intorno alla legittimità o meno di quest’attentato, fatto, lo ricordiamo, da militari.
E la figura di Aldo Moro? E’ con Dossetti?
Sì, Aldo Moro è uno dei pochi che sostengono, senza esitazioni, il diritto di resistenza in ambito democristiano. Aldo Moro si muove all’interno di relazioni nate nel mondo universitario. Il legame tra Dossetti, Aldo Moro, dirigente degli studenti universitari cattolici, e Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, che ha l’ esperienza di assistente ecclesiastico della Fuci, risale proprio all’ambiente della cultura universitaria. Lì nasce quella relazione tra Montini e Aldo Moro che rende comprensibile il ruolo assunto dal pontefice, all’epoca del rapimento dello statista da parte delle Brigate Rosse, il suo spendersi così drammaticamente per la salvezza di Aldo Moro. La preghiera disperata di papa Montini, nasce anche da quel legame maturato nel lontano comune confronto per la preparazione e la costruzione di un Italia lontana dall’ideologia fascista. Moro difende in Costituente la proposta di Dossetti, mettendo anzi l’accento, nel suo intervento, sull’aspetto del dovere: «La passività di fronte all’arbitrio dello stato costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale». La norma per Aldo Moro appare, inoltre, indispensabile per dare un orientamento preciso anche al legislatore e al giudice penale, perché non si considerino reati “degli atti commessi con apparenza delittuosa ma che hanno invece il nobile scopo di garantire la libertà umana”.
Un richiamo che si sarebbe dovuto ascoltare nei successivi anni caratterizzati da forti tensioni sociali e da una severa repressione del movimento dei lavoratori.
Che cosa rimane oggi di quel dibattito?
In un momento in cui è stata approvata dal parlamento una revisione sostanziale della costituzione del 1948, attraverso lo strumento, assolutamente inadeguato a quel fine, dell’articolo 138, non possiamo non ricordare quanto Dossetti scrisse, ancora nel 1994, quando iniziavano a manifestarsi i primi tentativi di modifiche della struttura costituzionale: “Si tratta cioè di impedire ad una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo di mutare la nostra costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato”.
Mi pare che questa sia una proposta di attuazione pratica di un possibile articolo sul diritto di resistenza. Si può dire quindi che, al di là della formulazione costituzionale, la concezione del diritto di resistenza sia intimamente legata all’intero pensiero di Dossetti e che rimanga viva per tutta la sua esistenza, assumendo una valenza etico-religiosa. Credo che, per dare un quadro completo, nella prospettiva storica del nostro Paese, delle diverse tradizioni ideali, accanto a quel pensiero, vadano affiancate le parole di Antonio Giolitti pronunciate in Costituente: “affermando nella Costituzione il diritto di Resistenza all’oppressione noi consacriamo l’atto di nascita, profondamente nazionale e popolare, della Repubblica democratica italiana”. E’ ancora da qui che dobbiamo partire.