Francesca Sforza, corrispondente de “La Stampa”, recentemente ha pubblicato il reportage Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno, Salerno 2007.

La Cecenia continua a dare l’impressione di un paese irraggiungibile, quasi impenetrabile... Come è nata l’idea di intraprendere un viaggio in treno Mosca-Grozny?
La curiosità per la Cecenia mi accompagna da tanto tempo. Antonio Russo, il giornalista di Radio Radicale ammazzato a Tbilisi, in Georgia, era un mio compagno di università, e ad ogni suo ritorno da questi posti pazzeschi, Kosovo, Balcani, Caucaso, ricordo i suoi racconti appassionati che mi avevano molto segnato in quel periodo della mia vita. Credo che allora stesse lavorando sui dossier riguardanti i pericoli radioattivi nel Caucaso. Era il 2000, ottobre. Senz’altro c’è stato questo dato personale, poi c’è stato il “dato russo”. Io allora vivevo a Mosca e sempre di più avevo la percezione che, vista da lì, la Cecenia fosse un vero e proprio tabù, proprio come quelli delle favole: le porte che non si possono aprire, il giardino segreto, la cosa di cui nessuno parla.
Questo inevitabilmente muove una curiosità profonda, radicale, così, con Lorraine, collega di “Libération” e vecchia compagna di viaggio (ci conosciamo dai tempi di Berlino) era da un po’ che rincorrevamo l’idea di andare in Cecenia, di vedere Grozny, anche perché in questi anni la situazione dei ceceni, e in generale dei caucasici, è precipitata.
Bettiza, nella prefazione a questo mio diario di viaggio, ricorda Ruslan Khasbulatov, il primo presidente della neonata Duma, il parlamento russo, un ceceno. Ecco, a distanza di non così tanti anni sembra impossibile che sia accaduto: oggi non ci sono deputati ceceni, e in questo è stato smarrito anche quel dato sovietico che vedeva comunque una compartecipazione di diverse etnie, di diverse repubbliche, di diverse provenienze territoriali. Oggi, il ceceno è il male.
In questo momento poi è in corso un’altra violentissima discriminazione, quella contro i georgiani: attualmente a Mosca essere georgiani è quasi come essere ceceni. L’anno scorso è iniziata una guerra commerciale. Io ero a Mosca e non riuscivo a credere ai miei occhi: ho visto circondare interi edifici con milizie armate fino ai denti, far scendere i georgiani, farli salire su degli autobus e portarli via…
Non si tratta di una questione meramente economica. Al solito i russi amano la strategia del “colpirne uno per educarne cento”. Nello specifico ce l’avevano perché la Georgia stava avviando questo percorso di avvicinamento alla Nato -credo che i collegamenti di treni, di aerei, siano ripresi adesso. Ma in quei giorni i bambini georgiani sono stati espulsi e rimandati a casa dalle scuole, gli atleti georgiani epurati dalle squadre nazionali, una cosa pazzesca. E’ vero che i georgiani vivono lì senza documenti, ma questo da sempre. Ecco, questo succede regolarmente fra i russi e il Caucaso. Direi che è stata questa la molla a partire, un po’ la curiosità, un po’ assistere a quella discriminazione terribile...
La formula “Thelma e Louise” è stata anche una scelta strategica…
Non si va in Cecenia da soli; in due donne, paradossalmente, è meglio. Tant’è che, per assurdo, il vero pericolo è stato andarci con Sergej, il mio assistente russo, quello è stato un vero errore. Il suo terrore procurava continui problemi, entrava in confusione ad ogni checkpoint. Per entrare in Cecenia bisogna riuscire a evitare di dover mostrare il tuo documento. Se Lorraine e io avessimo dovuto mostrare i nostri passaporti dell’Unione Europea sarebbe finita l’avventura. Ecco, in questo le donne sono fortunate perché sono meno controllate. Ai nostri colleghi uomini i documenti li controllano subito…
Quindi, l’altra condizione era “camuffarsi” da ceceni, che evidentemente pone a sua volta dei problemi. Noi comunque ci siamo sempre mosse con autisti, che è una cosa tipica: lì, le donne si spostano con qualcuno che le accompagna, non si muovono da sole, anche perché non ci si muove a piedi, in Cecenia. Senz’altro il fatto di stare dietro, in macchina, con l’aria il più possibile assente, era abbastanza credibile. Se ci avessero controllato, effettivamente sarebbe stato un bel problema… Devo dire che in ogni caso non siamo state spericolate, in queste zone va mantenuta una certa prudenza, in certi momenti abbiamo anche rinunciato a vedere delle cose che sarebbero state interessanti da un punto di vista giornalistico, proprio perché abbiamo capito che avremmo potuto mettere a rischio noi e le persone con cui stavamo.
Per dire, un giorno avevamo appuntamento con un generale, un ceceno al servizio dei russi, molto russificato, molto interno alla gerarchia russa, che ci doveva raccontare delle cose, mostrare delle foto. Ci ha dato appuntamento in un posto, poi è arrivato uno e ci ha fatto spostare da un’altra parte, poi è arrivato un altro… Insomma si capiva che c’era qualcosa che non andava, che però non si riusciva a decifrare; l’ultimo ha detto: “Mi sa che vi hanno intercettato, meglio che andiate via, però, se volete, aspettate…” e lì abbiamo capito che era meglio spezzare il filo e andarsene.
In queste zone di conflitti cosiddetti “a bassa intensità”, c’è anche una grandissima solidarietà fra le persone: sono molto protettivi, capiscono immediatamente. Io avevo proprio l’impressione che le loro strutture interne si modificassero intorno a noi. Quando siamo stati ospitati, una sera, da una ragazza che ci ha fatto dormire a casa sua, il marito non è tornato, c’è stato tutto uno scambio di cugini, c’era proprio una rete che si stringeva al nostro passaggio. D’altra parte per loro è importantissimo che si vada lì e si racconti, per cui si sentono anche responsabili e c’è una rete estremamente fitta e solidale.
Devo anche aggiungere che senz’altro il fatto che fossimo due giornaliste donne ha influito anche nella modalità con cui ci siamo mosse e nella scelta dei luoghi, fatti soprattutto “interni”, abitati prevalentemente da donne, e quindi di cene, dialoghi... L’essere donne ti infila necessariamente in un circuito femminile, in cui il resto viene da sé: ti metti lì, parli con loro dei figli, delle incombenze quotidiane…
Uno dei vostri interlocutori principali è stato Memorial, una Ong che fa un lavoro molto importante. Puoi raccontare?
Memorial è l’unica organizzazione non governativa attiva a Grozny, (ha una sede anche a Nazran, in Inguscezia). Memorial fa un lavoro straordinario, essenzialmente di archivio, di memoria. La sua missione è quella di raccogliere, registrare, non far perdere le testimonianze. Noi siamo state spesso in questo loro ufficio. Loro poi hanno tantissimi contatti: nei ministeri, nella milizia, sono conosciuti, perché sono ceceni, o russi che stanno in Cecenia o russi di madre russa, nati in Cecenia -non dimentichiamo che prima in Cecenia c’erano i russi. Infatti, paradossalmente, i russi ogni tanto tirano fuori che la minoranza russa è stata scacciata…
Il dramma è che spesso le persone vanno da loro, raccontano le proprie storie e poi chiedono di non fare nomi (per non mettere altri in pericolo), vanificando così tutta l’operazione. Quindi in realtà quello che loro fanno è soprattutto un intervento di “terapia quotidiana” verso queste persone che arrivano, piangono, si sfogano e se ne vanno. A fianco di questo, però, riescono a raccogliere dei numeri: il numero delle sparizioni, delle violenze, per quanto le violazioni difficilmente abbiano un seguito legale.
Ecco, quando si dice: che cosa può fare l’Europa? Beh qualcosa può fare. Ad oggi al Tribunale per i diritti umani non ci sono “casi ceceni”: la legge prevede infatti che il ceceno arrivi a Strasburgo dopo aver superato i tre gradi della giurisdizione russa, il che è veramente paradossale. Si dovrebbe assolutamente sbloccare questo meccanismo procedurale; non occorre cambiare le leggi, basterebbe un precedente perché la giurisdizione è tale per cui, in nome di un precedente, si riuscirebbe ad aggirare questa norma.
Dai tuoi racconti emerge quasi un’assuefazione, un’abitudine, sia da parte russa che da parte cecena, alla violenza inflitta e subita, al dolore, alla morte, che alla fine fa sì che anche gli eventi più cruenti non vengano più visti come tali, ma come parte del corso dell’esistenza…. In treno hai incontrato questi ragazzi ceceni che giocavano coi telefonini, mostrando immagini di stupri, di sgozzamenti...
E’ vero, e questa è la cosa più dolorosa da constatare: lì c’è una generazione -che è quella su cui pesa la ricostruzione della Cecenia- di ragazzi che hanno visto solo violenza, che nelle loro case hanno sentito solo storie di morti ammazzati, che nella testa non hanno minimamente un’idea che non sia quella di andare in giro con un’arma a sparare a qualcuno. E’ sempre un parlare di chi c’è, chi non c’è, chi è morto, chi è stato ammazzato e chi è un martire della Jihad. Il massimo dell’aspirazione di un ragazzo ceceno è il martirio, e non per una specifica vocazione, intendiamoci, ma perché tra il morire e il morire ammazzati, tanto vale morire da martire.
Sulla questione cecena, la politica russa è a dir poco schizofrenica...
Infatti. Su questo, secondo me, va fatto anche un discorso politico chiaro. I russi spesso accusano le democrazie occidentali di usare due pesi e due misure. In realtà quella dei due pesi e due misure è proprio la politica -ma direi anche la coscienza- dei russi. Nel caso del terrorismo ceceno poi si raggiunge il massimo dell’irrazionalità politica, perché i russi, da una parte, sostengono che la Cecenia è un problema interno e, dall’altra, denunciano che è un problema di terrorismo internazionale. Allora, se è un problema di terrorismo internazionale, non se ne possono occupare solo i russi; se invece è una questione interna, allora non è un problema di terrorismo internazionale. Così facendo stanno creando il massimo del male: fanno della Cecenia un terreno fertile per il terrorismo internazionale, che ha, nella disperazione, ottime possibilità di crescita, e però la stanno escludendo dal circuito di monitoraggio internazionale sulle violazioni dei diritti umani.
Devo dire che per me è stata molto istruttiva la visita che ho compiuto a Beslan, un anno dopo. C’è da dire che questi sono posti disgraziati, villaggi poverissimi. Comunque io sono rimasta molto colpita dall’allestimento scenico di questa scuola n° 1, tutta rivestita e foderata in occasione della commemorazione.
Ma la cosa più stupefacente erano gli slogan, che ricordavano un po’ quelli dei nostri centri sociali, ammiccanti, giovanilisti, con le figure dei carri armati, le scritte tipo graffiti, uno stile direi nordeuropeo. Bene, in questi cartelloni, in queste stoffe pendenti, l’associazione che veniva fatta era: i morti di Beslan come i morti di New York, come i morti di Madrid, come i morti di Dachau, addirittura come i desaparecidos argentini, tutto insieme!
Una messinscena che veramente stonava con quella gente, che ovviamente non sapeva niente. Chi ha concepito tutto questo? Sono andata a chiedere, c’era un comitato, le madri, nessuno sapeva chi avesse tirato fuori quei cartelloni. La spiegazione più logica, un’opinione assolutamente plausibile, mi è stata fornita da uno studente universitario che era lì di passaggio: “Sono stati quelli dei Servizi, sapevano che oggi ci sarebbero state le telecamere...”.
Il tutto per accreditare la versione “Beslan come il World Trade Center, Madrid, eccetera”, azzerando così lo specifico ceceno.
Cosa si intende con “normalizzazione” del conflitto?
I russi sono terribilmente abili nell’uso delle parole; “normalizzata” è l’attuale situazione in Cecenia, in assenza di un documento di pace. Le guerre si concludono con delle carte, che sanciscono qualcosa, rispetto a degli accordi, ad un’autonomia più o meno ridotta...
Sì, è vero che negli ultimi 20 anni le guerre in qualche modo non si concludono mai, non c’è mai un vincitore o un vinto, però nel caso ceceno c’è stato un momento in cui, in epoca Mashkadov, nel ’97-‘98, a cavallo tra la prima e la seconda guerra cecena, c’era stato un tentativo di compromesso, si era deciso per una semi-autonomia, che avrebbe consentito una convivenza, magari non a lunghissimo termine, ma comunque con una certa stabilità.
Fallito il tentativo è scoppiata la seconda guerra cecena, nel ‘99, con una pioggia di bombe che è finita nel 2000; è dal 2001 in poi che si comincia a parlare di normalizzazione. La normalizzazione, secondo il Cremlino, prevede che piano piano la Cecenia ridiventi com’era prima, un “prima” indefinito che si perde nella notte dei tempi.
Tant’è che i fondi post-bombardamento in realtà non sono mai andati alla ricostruzione, bensì in ulteriori investimenti in armi. La Cecenia, in proporzione al numero di abitanti, è il paese più militarizzato di tutta la federazione russa: ci sono qualcosa come 18 organizzazioni militari che nascono, si sfaldano e si riformano di continuo.
La stessa normalizzazione ha avuto un andamento intermittente, interrompendosi nel 2002 con l’attentato al teatro Dubrovka, quando è diventato drammaticamente evidente che la Cecenia tanto normalizzata non era.
Un episodio di una tragicità estrema, trattato dai russi con la consueta brutalità, col gas. A ripensare a come sono andate le cose, io ho percepito una disperazione pazzesca in queste vedove che si facevano esplodere. Dopo l’episodio del teatro è ricominciata la normalizzazione, con il consueto invio di soldi poi reinvestiti in armi, fino al dramma di Beslan, nell’agosto 2004, che ha avuto anche l’effetto collaterale di incendiare i rapporti tra osseti, ingusci e ceceni. Cecenia e Inguscezia sono tradizionalmente considerate repubbliche sorelle, anche nella vulgata dei più filoindipendentisti si parla della “Repubblica di Cecenia e Inguscezia”; dall’altra parte c’è l’Ossezia, che è più filorussa e che, dopo Beslan, ha visto aumentare l’odio dei vicini. Anche perché, dopo la strage, lì sono piovuti miliardi di finanziamenti, creando delle sproporzioni interne gigantesche, per cui quello che ha avuto il morto adesso ha la case, la macchina, il conto all’estero e quello che non avuto il morto, e però magari ha il figlio traumatizzato, è rimasto come prima.
La gestione russa di questa cosa è stata a dir poco scriteriata. Quando sono andata a visitare la scuola costruita dal sindaco di Mosca, Luzhkov, donata ai bambini di Beslan, mi sono proprio chiesta quale principio ispiratore li avesse guidati. Un edificio costruito sul modello delle scuole frequentate dai figli dei ricchi moscoviti, gettata nel cuore della sterpaglia caucasica, che tu capisci subito che fra un anno sarà un posto vandalizzato. Bambini che non hanno mai visto un computer che ora si trovano con la piscina olimpionica, la palestra di danza, la palestra di pallacanestro, il giardino d’inverno, la ruota panoramica, sì, anche cose che con le scuole non c’entrano, fuori luogo rispetto a qualsiasi logica, e lui addirittura l’ha voluta fare di tasca sua! Quindi, errore su errore: il Caucaso è patria di errori che vengono rabberciati con errori ancora più grossi.
Allora la normalizzazione è anche il fatto che oggi il conflitto è caratterizzato da una profonda cecenizzazione. Cioè la cecenizzazione del conflitto è lo stato attuale delle cose, in cui la presenza russa è forte, perché comunque la base militare di Khankala è molto attrezzata, però non ci sono russi per le strade di Grozny. Oggi la capitale è affidata ad altri ceceni, in una situazione di scontro fratricida che il Caucaso delle bande e dei clan conosce benissimo.
Torna il Caucaso terra dei briganti, degli irriducibili signori locali...
E delle famiglie. Infatti la loro passione per la mafia è profonda. Comunque attualmente la cecenizzazione è questo: divisione in clan, forti e cattivi, o deboli, amici, affiliati, avversari… non c’è più neanche la distinzione tra guerriglia indipendentista e milizie d’occupazione. Stiamo infatti assistendo a un continuo trasbordo di persone dall’una all’altra parte, perché, come mi ha detto l’unico soldato con cui sono riuscita a parlare, che aveva appena lasciato uno dei suoi battaglioni per andare in un altro “prima era la Jihad, ora sono i soldi”. E’ proprio una questione di sopravvivenza. Quando in un paese non c’è nessuno in grado di garantire la sicurezza, non c’è un problema politico, ma “prepolitico”. Lo vediamo anche adesso in Palestina, quasi non ha senso parlare di politica quando le persone, se escono di casa, non sanno se tornano o meno. Non c’è un sogno, un’idea… Quando c’è un problema di sicurezza così elevato anche parlare dell’indipendentismo non ha senso.
Quando siamo andate a seguire le elezioni per il primo parlamento ceceno, il dato farsa è stato talmente preponderante… lì non c’era la politica, era evidente: non si erano mai visti i ceceni ballare ai seggi, danzare all’arrivo dei giornalisti. Insomma questa costruzione scenica che i russi avevano fatto per noi, in questo itinerario, per farci vedere la regolarità delle elezioni cecene, era talmente ingenua... Voglio dire, anche volendo, la propaganda non si fa così...
Tra l’altro, c’erano queste persone che nemmeno facevano mistero di essere state pagate; uno l’ha proprio detto: “Mi dispiace, sono venuto così, non mi sono neanche fatto la barba, ma non mi hanno dato così tanti soldi da andare anche dal barbiere...”. e in ogni caso tutti condividevano un po’ la medesima posizione: “Sì, certo, ci piacerebbe una Cecenia indipendente, ma adesso non si può fare”.
Questa contraddizione tra l’eccezionalità e la “normalità”, paradossalmente, è anche quella che vi ha permesso di intraprendere il vostro viaggio…
Infatti è proprio in virtù di questo equivoco che si può visitare la Cecenia. Perché se la situazione è “normale”, il viaggio da Mosca a Grozny non può essere vietato.
Questo è un argomento che Lorraine e io avevamo molto presente, e che avremmo usato se ci fossimo trovate in difficoltà. Si poteva infatti giocare la carta dell’ingenuità: “Dite che non c’è nessun problema, allora perché non si può venire?”. Per fortuna non mi sono trovata in questo tipo di situazione, perché poi il russo, quando non sa più cosa rispondere, si imbestialisce, mena le mani, non va troppo per il sottile.
Comunque, che la Cecenia coltivi il suo sogno indipendentista, questo i russi lo sanno, come sanno che appena la Cecenia si solleva e il livello della sicurezza aumenta, le cose potrebbero cambiare. E’ per questo che la tengono in questo stato di minorità, in questa sorta di limbo, e per ottenere questo scopo Kadyrov è l’uomo ideale, è veramente il personaggio perfetto per reggere la Cecenia di Putin in questo momento -perfetto per Putin, ovviamente.
Puoi parlare un po’ di Ramsan Kadyrov?
Il nuovo presidente ceceno è il figlio di Achmat Kadyrov, l’ex presidente, anche lui filorusso, che saltò in aria in seguito a un attentato nel maggio del 2004. Ramsan allora divenne vice premier -il premier era Abramov- ma in qualche modo era già il padrone del paese.
Durante la campagna elettorale, il premier ha avuto un incidente (un tir l’ha investito a Mosca, mentre stava andando all’aeroporto, sei mesi in prognosi riservata in un ospedale che nessuno ha saputo qual era, i sei mesi necessari perché ci fossero le elezioni senza di lui) e si è dimesso, così Kadyrov è diventato premier. Il povero Abramov, una volta ripresosi, si è ritirato dalla vita politica. Tuttavia Kadyrov voleva diventare presidente e così si è dovuto dimettere anche il presidente, Alkanov, una figura comunque abbastanza incolore, quasi inesistente. Infatti quando Kadyrov è diventato presidente, è uscito qualche articolo di giornale, ma per i ceceni non è cambiato nulla. Lui ras era e ras è rimasto. Putin lo adora, lo chiama in continuazione per fargli gli auguri per i matrimoni dei figli, lo considera il suo uomo di fiducia… Intendiamoci, Kadyrov può rivoltarsi a Putin da un momento all’altro, in virtù del suo essere ceceno.
Personalmente, poi, Kadyrov è persona di rara rozzezza, veramente ha problemi ad esprimersi, sia in russo che in ceceno; mentre ero a Grozny ho visto delle trasmissioni, in cui lui presenziava a queste parate militari assurde, dove la gente spacca i mattoni con la testa, cose così, ed è una specie di bestia, capace solo di sventolare bandiere al grido roco di “Allah akbar”. Si muove come un mafioso, con un’incredibile serie di guardie del corpo. Per non parlare dell’ambiguità delle sue posizioni: si professa contro l’Islam wahabita, ma poi se ne esce con proposte che sono a destra del wahabitismo, come quella di ripristinare la poligamia, che tra l’altro è contro la costituzione russa. D’altra parte, quando gli si fa notare la contraddizione, non trova di meglio da dire che: “Dicevo per dire”; è capace di dire che la Russia è la grande sorella e contemporaneamente lasciarsi andare a manifestazioni di un nazionalismo e di un localismo che hanno con la Russia pochissimo a che fare, e allora capisci che quello è un potenziale problema per Putin, ma, attualmente, siccome è coperto d’oro e di potere, è neutralizzato, perché poi per il ceceno il valore del potere -fatto di denaro e violenza, più che di potere politico- è il massimo del successo possibile. Ramsan Kadyrov, dunque, è una specie di bomba a orologeria, capace di guai pazzeschi. Anche perché, come dicevo, è un violento, si circonda di personaggi che teoricamente dovrebbero stare in galera… La Cecenia è ormai un paese in mano ai criminali; d’altra parte, a Grozny, l’unica possibilità di impiego è in queste associazioni militari o paramilitari…
Questo mese ricorre il primo anniversario di Anna Politkovskaja…
Ci siamo viste una volta a Mosca, ogni tanto la chiamavo, come quasi tutti i corrispondenti stranieri che si interessavano di Caucaso, per avere una lettura, un’interpretazione, quando succedevano questi omicidi un po’ incomprensibili. Lei era l’unica che aveva sempre la traccia, era stata 44 volte in Cecenia, anche durante le due guerre, la conosceva veramente come le sue tasche, nomi, cognomi, fatti, strade, posti…
Anna Politkovskaja era una giornalista missionaria, con un coraggio… Naturalmente prima che lei morisse, ma anche quando ho letto i suoi libri, che ancora non erano così in voga come adesso, ci vedevo un tratto eccessivamente partecipe, era lo stesso eccesso di Antonio Russo. Io so di non essere così, non sono neanche così coraggiosa, non so se avrei avuto la forza di andare sotto le bombe o dentro le caserme, come ha fatto lei...
Lei poi era ucraina e per la Russia provava un amore contrastato, come tutti gli ucraini; certo la sua parte russa soffriva questa situazione: è brutto vedere il proprio paese invischiato in una guerra così sporca, ci si sente peggiori, e quindi intuisco la rabbia, la disperazione… I suoi toni erano sempre accorati e sono il dato della sua tragedia personale, perché per lei la Cecenia era un problema personale. Capisco che un russo se ne possa fare un problema personale: non è bello vedere il proprio paese ridotto così, con questi ragazzi rovinati, queste caserme in cui succede di tutto, e una violenza che una volta messa in circolo non si controlla più. Quanto al suo omicidio, confermo la mia opinione, cioè resto convinta che ci sia una mano cecena dietro tutto questo, di una Cecenia che al solito è difficile capire -quanto sia Cecenia e quanto Russia. Forse un ceceno che voleva fare un favore a Kadyrov, che voleva fare un favore a Putin: c’è stata anche questa circostanza assurda del compleanno di Putin, proprio un regalo mafioso, una chiara cosa mafiosa, solo un ceceno può concepire una cosa così. Per Putin la gestione dell’omicidio Politkovskaja è stata una cosa terrificante: il giorno del suo compleanno! Non è riuscito a spiegarlo di fronte all’opinione pubblica internazionale, insomma, è stato un dispetto grosso, dal punto di vista della politica estera. Si poteva ammazzarla lo stesso, ma in altro modo: infatti i russi, per non farla arrivare a Beslan, l’avevano avvelenata con un caffè. Questo è il modo di fare russo, un caffè offerto in aereo. Lei tra l’altro non accettava mai niente; quella volta era molto stanca, si è fidata di un caffè che in fondo, in aereo, veniva servito a tutti, ma il suo era avvelenato e si è sentita male. E’ stata in ospedale un mese, con i sintomi di avvelenamento. I russi non sparano il giorno del compleanno del presidente, è una cosa cecena, di questa Cecenia, di come si è ridotta la Cecenia. Anche pensare di poter tenere la cosa nascosta: solo un ceceno che vive in un universo concentrazionario lo poteva pensare. E comunque il russo ti avvelena, ma non ti ammazza, ti neutralizza, ti mette sulla sedia a rotelle, ti fa travolgere da un camion e ricoverare in una clinica da dove esci scemo dopo mesi…
Resta il fatto che la sua morte ha riportato la sua figura anche all’attenzione dei russi. In Europa la conoscevamo, perché lei davvero non si risparmiava, andava sempre dappertutto, ovunque la invitassero, quasi come un’assicurazione per se stessa -“così non m’ammazzano”, diceva. D’altra parte, la “Nova Gazeta”, dove lavorava, è un giornale che, in un paese di circa centodieci milioni di persone, venderà forse diecimila copie.
Ora, che questo possa influire sulla politica di Putin è difficile dirlo. Certo, lo ha messo in difficoltà, ma fino a che la stessa Europa esita a prendere posizione e si muove all’insegna della codardia…
L’unico paese ad essersi esposto è stata la Germania. La Merkel, ad una conferenza stampa, ha chiesto a Putin dei diritti umani in Cecenia. Ma lei ha potuto farlo perché ha un’opinione pubblica interna che la sostiene e che anzi non accetterebbe un cancelliere che va da Putin senza menzionare la Cecenia. Chiaro che se è Prodi a essere reticente è molto improbabile che si trovi poi un picchetto di protesta.
Comunque la sua morte ha colpito molti. I paesi più sensibili, e mi riferisco di nuovo al nord Europa, organizzano ogni mese dei momenti di ricordo, accendono le candele, persino in Italia mi è già capitato di essere invitata per il 7 ottobre, nell’anniversario, e Putin sarà in difficoltà.
In questo senso la sua morte è stata un successo politico, anche se pagato con la vita. La sua morte ha scatenato un’attenzione...