Barbara Calzolari, calligrafa, vive a Bologna. Recentemente è stata invitata dall’Istituto di Istruzione superiore Roberto Ruffilli di Forlì a tenere alcune “lezioni” di calligrafia, che hanno incontrato un interesse molto vivo da parte degli studenti.

Come nasce questa passione per la calligrafia?
C’è un giorno preciso che è importante. Tornavo da un colloquio con una grande azienda e decisi di non andare a fare il lavoro che mi avevano proposto.
Era in Olanda ed era un lavoro importante. Al ritorno trovai una vecchia cartoleria che vendeva delle penne e iniziai a scrivere, così, proprio in treno, 13-14 anni fa. Dopo iniziai a cercare qualcosa… Nel nostro paese c’è l’Associazione calligrafica italiana. Mi rivolsi anche a loro.
Erano veramente dieci gatti con dei corsi con maestri internazionali bravi. Ho iniziato a farne uno, poi un altro, poi un altro. Le mie prime penne le ho comprate in Olanda. Ho fatto vari corsi con maestri italiani e anche stranieri, poi tre anni e mezzo fa circa c’è stato un momento professionale difficile. Io lavoravo nel mondo della moda, ero consulente per grandi aziende, la Ferrero, la Ferrari, sempre insieme a Daniele di Montezemolo, questi grandi gruppi... Il momento era di grande pressione. Seguivo i lavori all’estero, Estremo Oriente, Indonesia, Malesia, ero stata anche in Cina per tanto tempo... E in tutti i momenti liberi scrivevo. Però non avevo mai pensato che avrei potuto vivere di quello, perché non mi sono mai sentita all’altezza, dico la verità.
Fino a quando ho avuto un po’ di problemi, proprio di comprensione, con un paio di aziende. E’ stato allora che mi è venuta l’idea di mollare, sebbene avessi uno stipendio che era decisamente interessante. L’ho fatto e ho iniziato a studiare calligrafia, a studiarla seriamente, mattina pomeriggio e sera, a fare corsi con i più bravi.
Ho dovuto anche capire cosa mi piaceva. Ho così trovato questo carattere che mi piaceva moltissimo, l’ho studiato con un maestro inglese, che dopo un anno mi ha detto che non sapeva più cosa insegnarmi e mi ha mandato a New York. Mi ha fatto conoscere Paul Shaw, questo calligrafo americano, e sono andata in North Carolina (con 300 euro in tasca) a fare un corso all’università ed è stato bellissimo: dieci giorni con persone che studiano tantissimo e il calligrafo della Casa Bianca, Michael Sull, bravissimo.
La Casa Bianca ha un calligrafo?
La Casa Bianca ne ha sei, per tutti quelli che sono gli scritti formali. In Italia nel 1500 la cancelleria papale aveva i propri calligrafi, i de’ Medici avevano i propri calligrafi e così le varie famiglie importanti: ognuna aveva il proprio calligrafo. Ad esempio, il carattere che sto insegnando ai ragazzi della scuola di Forlì è l’Italico, creato dal calligrafo della cancelleria papale, Niccolò Piccoli.
Anche se poi si aspetta fino al Cinquecento per avere il primo manuale di Italico. A farlo è Ludovico degli Arrighi, di Vicenza -detto appunto “il vicentino”- e il suo manuale di calligrafia italica viene utilizzato in tutta Europa fino al Settecento.
Poi arrivano le punte più sottili e si cominciano a fare corsi in inglese perché è là, in Inghilterra e in Olanda, che c’è il vero commercio, lo scambio, le navi e quindi tutta la scrittura dello scambio, del commercio si sposta a Nord.
Comunque, come dicevo, sono andata negli Stati Uniti, ho fatto un corso bellissimo, ho incontrato persone molto più preparate di me, e soprattutto sono tornata a casa con i suggerimenti di un grande maestro. Sei mesi dopo mi hanno ammessa al corso di perfezionamento che solitamente si fa dopo quattro-cinque anni. Ma avevo lavorato veramente tanto. Così sono riuscita ad avere questo diploma importante, per questo carattere che qua non conosce nessuno e che per me è il carattere più bello. E’ pieno di segni sottili, di pressioni, linee ascendenti, linee discendenti, grandi giri di braccia, di mano, è molto acrobatico come carattere. E’ lo Spencerian di Platt Roger Spencer, del 1820, che nasce proprio in Ohio, dove sono andata.
Ci si specializza su un carattere solo?
I caratteri sono tanti, la loro storia affonda nella storia delle popolazioni. Noi italiani, per esempio, nasciamo come calligrafia dalla scrittura fenicia.
Come si sceglie un carattere? Probabilmente è il carattere che sceglie te. Io conosco delle persone che sanno anche farli tutti. In Italia c’è Giovanni De Faccio (che poi è scappato via dall’Italia e vive in Austria) che sa fare il 90% dei caratteri che ci sono e l’altro 10% non lo fa perché non ne ha voglia. E poi ci sono calligrafi meno abili, tra virgolette, che sono lo stesso molto abili, ma sono più artisti che calligrafi, meno amanuensi. Fanno lo stesso calligrafia a livello eccellente, però la loro priorità è l’espressione e quindi non si limitano a trascrivere con una buona armonia dei caratteri, ma li distruggono. Li hanno conosciuti tutti, li hanno digeriti e quindi la loro espressione diventa completamente diversa.
Quando tu scegli uno stile e dici: “Io studio, studio tanto”, è perché ci sono delle regole?
Ogni carattere è basato sulla costruzione, sulla sequenza di alcuni segni che devono essere fatti in un certo modo. La definizione di questa regola è il ductus di ogni lettera che significa che da destra a sinistra, il sinistrogiro o il destrogiro vengono fatti in un certo modo, partendo da un certo punto e con la penna inclinata con una certa gradazione. Quindi i dogmi da considerare prima di fare un segno sono diversi. E’ per quello che è così lungo, così costante il lavoro che devi fare per riuscire a fare calligrafia, per imparare a conoscere lo strumento, il supporto, per allenare la tua mano a seguire il tuo cervello. Scrivi con la testa, e la mano deve essere uno strumento allenato a seguirla.
Quando questo succede è molto bello. Quest’anno in Ohio ho visto delle tavole del 1800 di questi calligrafi che usavano i primi pennini fatti a mano, che duravano dei mesi, e vedevi che facevano dei giri di braccio che erano la campitura di un’intera pagina, un sinistrogiro, un segno sottilissimo. E questo succedeva semplicemente perché l’occhio lo voleva fare e il braccio era pronto. E’ il salto lungo, l’acuto per un cantante.
Se decidi di usare quel carattere, quello stile, tu non sei libera di interpretarlo, devi cercare di essere il più precisa possibile secondo i dettami di quello stile?
Sì. Però dipende da cosa fai, se stai facendo il diploma per un ministro o una cosa di costume, sociale, che deve essere fatta secondo certi schemi prestabiliti, devi attenerti, quando è possibile. La tua vivacità, la tua preparazione, è evidente, non la riesci a trattenere, tutti abbiamo un’inclinazione di un grado o due in più, un ascendente un po’ più alto, un discendente un po’ più basso, io tendo a fare molti svolazzi, per cui anche il gotico è fiorito, tendo ad avere questo barocchetto che esce, è una cosa insita. Casomai un altro fa un gotico molto più contenuto.
Cosa si usa?
Intanto i pennini. Probabilmente si è partiti da una roba appuntita che incideva la creta. Poi si pensa che per fare le “capitalis monumentalis” sul marmo venisse fatto prima un segno con il pennello, poi si incideva e la dimensione è quella permessa da un giro di braccio. Poi un calamo di bambù che poteva essere masticato, intinto nell’inchiostro o semplicemente tagliato. La punta poteva essere così, è chiaro che il segno che potevi fare senza un serbatoio era veramente poco. E’ con la penna d’oca che si trova uno strumento veramente fantastico, leggero. La penna d’oca veniva tagliata ogni mezz’ora, poi c’era chi rigava i fogli, chi puliva con le pomici le pelli che erano state conciate e poi messe nel gesso. Quindi con la penna d’oca scrivere diventa più veloce, ma comunque richiede lo stesso moltissimo tempo. Sembra che nel 1500 venisse utilizzato ancora quello strumento, non c’era altro. Infine, nel 1700 gli inglesi, Mitchell, inventano il pennino. Con il pennino non devi più fare la punta alla penna e non si butta subito. E’ più veloce. Gli strumenti che si usano adesso per il carattere che faccio io, lo Spencerian, sono molto particolari, giapponesi, uno diverso dall’altro: le penne me le fa il mio maestro e i pennini li prendo negli Stati Uniti da un rivenditore che ha anche cose giapponesi. Per fare l’Italico si utilizzano ancora i pennini Mitchell, sono i pennini più usati in generale, a punta mozza perché così hai il segno sottile e quello grosso.
Per le scritture espressive ci sono le automatic pen, che trattengono l’inchiostro all’interno, hanno diverse dimensioni e ti permettono di fare sia una scrittura formale che una scrittura espressiva. Il tiralinee è uno strumento meraviglioso e lo trovi solo negli Stati Uniti, è di dimensioni grandi e puoi spingere, graffiare, non ti permette di fare cose formali.
Di strumenti ce ne sono molti, anche quelli che uno riesce a costruire per sé, a inventare o adattare per le proprie caratteristiche.
L’inchiostro che uso è il ferrogallico che viene fatto usando le galle, che sono delle escrescenze di un albero bollite e unite a degli acidi. E’ lo stesso inchiostro che usavano Leonardo da Vinci e Leopardi, ti permette di scrivere un libro e anche se questo cade in mare, resta scritto. E’ l’unico inchiostro veramente tenace, è l’inchiostro per eccellenza. Poi puoi scrivere anche con il mallo di noce, e altre cose, però contengono petrolio. Questo è veramente naturale, viene fatto artigianalmente. Per tutti i manoscritti viene usato sempre un inchiostro vero. E’ grigio quando scrivi, poi diventa nero, ma dopo 5-600 anni si ossida e diventa più chiaro.
La carta, tutta la carta molto assorbente, leggera di fibra, fai fatica a usarla perché assorbe tutto il colore anche se puoi dare una passata di sandracca (che è una resina in polvere), che, per altro, puoi usare su tutte le superfici.
Una carta patinata di buona qualità è una base fantastica su cui puoi lavorare. Personalmente scrivo spesso su carte di riso a più strati sovrapposti perché mi piace che non sia perfetto. Accetto la reazione dell’inchiostro con la carta su una superficie che viene riutilizzata. A me piace.
Perché è il carattere che sceglie te?
Beh, secondo me è sicuro. Io fino a tre anni e mezzo fa potevo stare in Cina tre settimane e fare tutte queste lunghe riunioni e scrivere appena potevo, però non ero mai convinta di quello che facevo e scrivevo. Poi ho fatto un corso con James Clough a Vicenza e quando sono tornata non ho più smesso di scrivere quel carattere. E’ come se ci fosse un carattere per ognuno di noi. I lavori grossissimi che sto facendo me li hanno commissionati scegliendo queste punte, ma con queste altre io ballo, posso scrivere dieci ore, non mi vengono neanche i calli. Con queste invece si fa fatica, si fanno gli errori, devi correggere.
Quindi tu un bel giorno molli tutto e decidi di vivere di calligrafa. Cosa succede?
Sono tredici anni che faccio parte dell’associazione, faccio corsi e in tutti questi anni ho scritto per Valentino per la settimana della moda, per Dolce e Gabbana, per la Barilla quando serviva, per la Maserati i loro inviti... ho sempre scritto. Poi ho deciso di aprire un sito come calligrafa, mettendoci dentro tutto quello che avevo fatto, ho fatto scritte con l’uncinetto, con la cioccolata, ecc… ho scritto sui vestiti. E da questo sito mi sono arrivate tantissime conferme, dalla Danimarca, dalla Finlandia, tanta gente che stimavo (nel senso che andavo a vedere i loro siti ed erano belle le loro cose). Allora ho tenuto duro, ho insistito, ho continuato a studiare, ho fatto le buste per una ricca bolognese, per il Balanzone di Bologna, quelle quattro o cinque cose che mi sono capitate, senza guadagnare niente per tre anni, anzi spendendo circa seimila euro per studiare. Immagina la mia situazione economica. Poi alla fine un po’ di clienti sono arrivati, e adesso ho anche lavori importanti, uno che dura quasi due anni, e poi sono stata contattata da scuole, da istituti d’arte. Anche se la calligrafia non è certo considerata una materia importante, a meno che la scuola non abbia fatto una scelta di sperimentazione.
Ma può essere anche “educativa”?
La calligrafia prevede un impegno quotidiano per metterti in condizione di controllare quello che stai facendo, il tuo progresso. Quindi ogni giorno devi dedicare qualcosa al tuo training, come se tu fossi uno sportivo che insegue ogni centimetro in più. E’ una grande disciplina, nella mia vita tutto quello che era legato alla moda, all’abbigliamento è sparito dai miei pensieri. Tu cambi scrivendo. Non ti interessa più comprarti un sacco di roba, cambi.
Ma in un mondo dove quasi nessuno più scrive a mano, questo rapporto con la scrittura non è una perdita di tempo per i ragazzi?
Io penso che dovremmo almeno conoscere i segni che ci servono per comunicare. Gran parte della scrittura oggi si è persa, più che altro è un intercalare di note, di piccoli appunti...
Tra righe stampate e scritte al computer, la mano ha perso un suo uso, che era magico, che permetteva, quando leggevi, di capire anche quasi l’umore che aveva quella persona, perché quando tu scrivi riesci a trasmettere se sei di fretta, se hai tempo, se hai deciso la carta, l’inchiostro, l’interlinea, se stai dedicando tempo a quella persona, se stai scrivendo veramente o se stai solo lasciando dei segni.
La scrittura vuole tempo e quindi è un rituale, una parte della tua vita che rimane. Lasci un segno. Ma senza desiderare di fare chissà quali performance. Una parte involontaria del cervello, dell’emozione è molto presente quando scrivi. Hai la consapevolezza che devi avere una certa postura, una certa concentrazione... poi se leggi delle poesie, dei racconti, puoi trascrivere anche le cose che hai letto.
Sei stata invitata da un istituto professionale. Tu -ma anche i ragazzi- eri alla tua prima esperienza scolastica per quanto riguarda la calligrafia. Che impressioni ne hai tratto?
All’inizio i ragazzi hanno reagito molto bene, la cosa è nuova, lo strumento, il colore. Poi ho cercato di trasmettere loro tutta l’importanza che aveva per me lo svestirsi della forma, ho detto loro che per me è una cosa magica, ho detto di guardare gli strumenti, ecc. E ho sentito l’entusiasmo.
Poi, dopo le prime volte, ho chiesto loro: ok, da dove si parte per arrivare qui e oltre? Perché io voglio essere considerata dai ragazzi un punto di partenza, si parte da qui, dal ductus, dalla costruzione dei segni, da sinistra a destra, la linea di base, la linea superiore, ecc. Quando cominci a dare delle informazioni e delle regole che devono essere seguite e chiedi una costanza di performance da parte loro, e di allenamento, ti accorgi che è come quando setacci la farina. Tanta la perdi e quello che resta è quello che usi. Penso di aver sicuramente cambiato un po’ la vita a quattro o cinque di loro.
E’ un’affermazione importante...
Sì, ma sono sicura, perché mi mandano queste cose fatte da loro, sono ragazzine e una ragazza grande che prima non facevano niente e adesso fanno queste cose. Mi dicono: non so come farò perché ci sono ancora solo cinque lezioni. E’ una passione, ma quando uno ha una passione è salvo, perché ha una linea, un percorso, ha sempre una strada.
A volte hai bisogno di una mano sulla spalla di una persona che non è più brava di te, ma ti dice come andare di là. Ti dà qualcosa e ti dice “con questo vai avanti un passo”, poi tu farai gli altri.
A scuola io comincio con l’Italico, perché sono italiana, perché l’italico non lo insegna nessuno nelle scuole ed è un dramma. Ai bambini nelle scuole viene insegnato un corsivo inglese raddrizzato, un bambino va alle elementari e deve imparare a fare queste a, queste b, c, d... però poi per leggere... Nei libri le a, le b, le c maiuscole sono diverse, come nei giornali.
Quindi a sei anni devi imparare un corsivo inglese raddrizzato, raddrizzato per motivi di postura sui banchi, perché scrivendo inclinato veniva la scoliosi. Se imparassero l’Italico, le sue maiuscole, imparerebbero in una volta sola lo stampatello e la scrittura formale quotidiana. Sarebbe molto più semplice: con un carattere solo riescono a scrivere e a leggere. Non a caso è il carattere che ha fatto scrivere tutta l’Europa. Insomma, se si adottasse l’Italico, i bambini avrebbero un carattere interessante, semplice, leggermente inclinato e quindi più elegante, e poi potrebbero utilizzare la loro personalità nella scrittura -oltre che imparare un unico carattere per la maiuscola e la minuscola.
I primi maestri di calligrafia in Europa sono stati italiani. Si possono riprendere quei manuali, farli più semplici come abbiamo fatto noi adesso con i ragazzi della scuola di Forlì. A loro abbiamo dato una penna, non sottile e stretta, ma una penna bic normale e gli abbiamo insegnato semplicemente il ductus di una lettera. La a deve essere fatta bene, la devi costruire da destra verso sinistra, con un sinistrogiro, la devi chiudere e fare.
Questo è il modo di costruire una a, se io non ti insegno a costruire bene il ductus di una lettera, tu non imparerai mai a costruirla per bene. Se te la insegno, dopo tu la puoi modificare. Di base però la calligrafia sarà leggibile, sarà personale e avrà uno stile.
L’ultimo provvedimento riguardante la calligrafia nelle scuole è del 1923, poi nessuno ne ha più parlato. Però è veramente orrido che noi siamo l’unico paese in Europa che ha dimenticato completamente lo studio della calligrafia. In Inghilterra c’è un esame che giudica la calligrafia nelle scuole, in Germania ci sono associazioni di gotico, che lo divulgano e lo insegnano, negli Stati Uniti lo Spencerian è molto diffuso.
Per me la calligrafia è una disciplina per tutti.
Ai bambini può insegnare a stare più seduti e loro possono provare piacere nello scrivere meglio. E se capiscono che è importante possono riuscire a dare alla scrittura il valore che ha veramente. I ragazzi hanno un foglio dove ogni volta che ci vediamo scrivono una frase e alla fine del corso potranno vedere il percorso fatto. E dopo non è più come prima, ogni volta che prendi in mano una penna ci pensi.
Per ottenere qualcosa cominci a pensare che ci vuole un investimento e che per ottenere qualcosa che dà piacere non occorre sempre e solo avere del denaro. E che per ottenere qualcosa che esprima se stessi, che porti anche ad avere momenti di felicità profonda, occorre un impegno. Dal momento che vedo che il segno così non viene, perché non mi viene, riprovo, devo farcela, riprovo.
Questa determinazione porta sicuramente a scrivere meglio, ma anche ad essere una persona migliore, ad avere uno scopo e se hai uno scopo lo persegui, sfrondando. Quando hai una passione elimini altre cose superflue. E io penso che i ragazzi ne abbiano bisogno. La scrittura anche come modo di trasmettere delle emozioni, tenere dei diari, vedere il cambiamento, l’uomo ha bisogno di scrivere.
Perché?
Perché noi tiriamo delle conclusioni, arriviamo a sera, vediamo un attimo indietro, e allora vien da lasciare un segno di quello che sei, che fai. La scrittura è comunicazione, non puoi lasciare un file nel computer, è una cosa diversa.
Perché le ragazzine tengono spesso un diario? Hanno poco tempo e potrebbero semplicemente parlare con le amiche. Io credo che sia per lasciare un segno.