Paolo Finzi, redattore del mensile A-Rivista anarchica, ha curato il doppio dvd A forza di essere vento, dedicato allo sterminio nazista degli zingari (per richiederlo visitare il sito arivista.org, scrivere a arivista@tin.it o telefonare al 335 61 95 167)

Tu vieni da un ambiente politicamente militante, il tuo interesse per gli zingari nasce da questo?
Certo, la tradizionale attenzione e solidarietà degli anarchici per chi è vittima del potere, del pregiudizio, della violenza istituzionale è ben presente, ma nel mio caso il fattore personale è stato decisivo. Il mio incontro con gli zingari (uso questo termine anche se molti ritengono che sarebbe più corretto dire rom e sinti, ma nemmeno questi nomi sono realmente precisi, perché oltre ai rom e ai sinti il mondo che chiamiamo zingaro è composto anche da altri raggruppamenti) è avvenuto quando i miei figli, a distanza di due anni l’uno dall’altro, hanno cominciato a frequentare la scuola materna comunale del nostro quartiere. Questa scuola, come anche l’elementare e la media ad essa collegate, è fra le poche che a Milano, da anni, attua una politica di accoglienza verso i bambini zingari, per cui sono numerosi quelli che ci vengono anche al di fuori dello specifico “bacino d’utenza”, sapendo di essere ben accolti. Durante questo periodo, la dirigente, persona di mentalità molto aperta, organizzò la “Festa delle castagne”, cioè un incontro nel campo zingaro dal quale provenivano i piccoli alunni, aperto a tutti i genitori e bambini, a cui andammo, mia moglie Aurora ed io, scoprendo, fra l’altro, di essere fra i pochissimi genitori non zingari che avevano accolto l’invito. Questo incontro di fatto fu l’elemento scatenante del mio interesse per gli zingari. Dopo quel giorno sono nati dei rapporti con le famiglie del campo, che mi hanno sempre più coinvolto sul piano umano, così come ho cominciato ad interessarmi sempre di più alla storia degli zingari in generale. Frequentando il campo, facendo amicizia, ho innanzitutto potuto verificare come, anche una volta trovato un gagio -cioè un non zingaro- gentile, le famiglie zingare siano piuttosto restie ad affidargli i loro bambini, anzi! A me ci sono voluti almeno due anni prima che me li dessero, per portarli a casa mia, in giro, al McDonald’s, al cinema, a Gardaland. Sempre a proposito dei bambini, tutti abbiamo sentito la leggenda metropolitana degli zingari che rapiscono i bambini, ma questa è, appunto, una diceria, a proposito della quale basti dire che l’Opera nomadi, qualche tempo fa, chiese al Ministero dell’interno la cifra ufficiale dei bambini rapiti dagli zingari, e la risposta fu: “Zero”, nel senso che non risulta agli atti che qualche zingaro abbia mai rapito un bambino. Il paradosso di tutto questo è che, in realtà, gli zingari condividono, in maniera capovolta, la stessa diceria, nel senso che temono che i gagi gli possano “rubare” i bambini: solo che questa è molto meno una leggenda metropolitana, poiché nella storia non sono stati pochi i periodi in cui i bambini zingari venivano strappati alle loro famiglie e sottoposti ad un processo di forzata “naturalizzazione”, cosicché Mirko Braidic, ad esempio, diventava Marco Brambilla, veniva chiuso in un istituto e non poteva più stabilire dei contatti con la sua famiglia.
L’ultimo episodio di questo tipo risale alla Svizzera anni ’70, quindi non moltissimo tempo fa, quando un’organizzazione umanitaria, la “Pro Juventute”, con l’approvazione del governo elvetico e con la motivazione che vivevano una vita infelice, povera, eccetera, strappava in maniera sistematica i bambini alle famiglie zingare, impediva loro qualsiasi incontro con la famiglia d’origine e li “dezingarava”. A questa esperienza storica si aggiungono poi, per spiegare questa diffidenza Rom nei nostri confronti, i frequenti insulti e l’atteggiamento aggressivo nei loro confronti, ma anche il loro forte pudore dovuto ad un senso d’insufficienza per il proprio modo di vestire, per cui le famiglie temono che i loro figli siano maltrattati in casa di un gagio. Comunque il rapporto che sono riuscito ad instaurare è stato per me anche fonte di orgoglio, tant’è che, un po’ provocatoriamente, mi divertivo a sbattere in faccia ai miei amici, ed anche ai compagni di sinistra, che usavo come babysitteraggio gratuito il campo nomadi, nel senso che spesso lasciavo lì i miei bambini a giocare il pomeriggio. Nel campo i miei figli si sono sempre divertiti. Uno pensa che siano malcurati mentre, in realtà, sono guardati collettivamente da questa struttura di famiglia allargata, un po’ come nella vecchia aia delle cascine della Pianura padana. In realtà, quindi, non c’era niente di eroico nel lasciare i bambini lì, c’era semplicemente il rapporto positivo con una popolazione. Tutti questi rapporti, per quanto diradati dopo che i miei figli sono passati alle superiori, si sono stabilizzati, li mantengo tuttora.
Non hai avuto nessun risvolto negativo?
Come succede a molti, appena entrato in contatto con loro sono rimasto molto affascinato dal loro mondo, ma conoscendoli meglio ho ovviamente constatato che, come in tutti i popoli e in tutte le famiglie, anche fra di loro c’è il buono e c’è il cattivo. Anzi, con loro -popolo marginalizzato e “leggero”, cioè senza Stato, senza esercito, senza radici e territorio, in una situazione di grande difficoltà- queste cose si accentuano nel bene e nel male. Quando si parla degli zingari, come sempre quando non si conoscono le cose, si fanno delle generalizzazioni, ma anch’essi sono diversissimi fra di loro. Fra i 160-180.000 zingari presenti in Italia c’è di tutto e di più: ci sono cittadini italiani, come i rom abruzzesi insediati da cinquecento anni a Pescara, Chieti, Lanciano, e ci sono quelli del campo di via Idro, nella zona nord-est di Milano, con cui ho avuto rapporti, che sono arrivati già da una cinquantina d’anni e ormai sono milanesi; ci sono le varie ondate provenienti dalla ex- Jugoslavia e quelli venuti dalla Romania, che a loro volta sono tra loro differenti. Quello degli zingari è un mondo veramente molto complesso che, come tutte le cose, più lo conosci meno lo conosci. A me è capitato anche di essere criticato da qualcuno perché denunciavo in pubblico che in un campo di Milano c’erano delle bande di rom e non rom che organizzavano prostituzione e sfruttamento del lavoro minorile, ma l’avere a cuore la sorte degli zingari non può far negare fatti come questi, sono cose che esistono, che non devono essere ignorate. Così come non è giusto avere un pregiudizio negativo nei confronti di nessuno, non è neppure giusto avere un pregiudizio aprioristicamente positivo. Ad esempio, una delle cose che mi ha messo più a disagio nel frequentare i campi zingari, è stato il constatare un diffuso atteggiamento molto maschilista: gli uomini al bar a bere birra, le donne a farsi il culo, a chiedere la carità e occuparsi dei bambini. Questo maschilismo, come non mi piace nella nostra cultura, non mi piace nemmeno nella loro, e spesso ho anch’io generalizzato, salvo poi scoprire che, anche fra gli zingari, l’atteggiamento verso le donne è assai vario e non mancano casi di rapporti abbastanza paritario fra i sessi. Quando uno, sapendo che sono ebreo, mi dice “Che bel popolo che siete, come siete intelligenti”, io sento lo stesso pericolo di quando uno mi dice che gli ebrei sono tutti ricchi ed avari, perché in ogni caso fa una generalizzazione indebita, applica un meccanismo che, anche se concepito a fin di bene, può essere usato per il male. Frequentando gli zingari, insomma, mi sono reso ancor più conto di come le generalizzazioni siano sempre pericolose.
Da qui anche l’interesse per lo sterminio nazista degli zingari…
Nel mio caso, l’interesse per gli zingari si è incrociato con un tema che mi tocca fin dalla nascita, cioè il tema delle persecuzioni naziste. Io provengo da una famiglia ebraica, anche se molto laica: i miei genitori ed i miei nonni non erano religiosi, non erano iscritti alla comunità. Io non conosco praticamente niente della tradizione ebraica e solo recentemente ho iniziato ad avere interessi in tal senso. Mia madre, ora novantenne, era insegnante nella scuola ebraica di Ferrara e naturalmente le fu precluso l’insegnamento con le leggi razziali del ’38. Socialista, era attiva nel “Soccorso rosso” clandestino. Durante la guerra divenne, con mio padre, partigiana combattente ed ha sempre avuto una fortissima attenzione al problema delle persecuzioni -oltretutto dei miei parenti e degli amici di famiglia sono stati sterminati-, per cui fin da piccolo, come appartenente ad una famiglia ebraica ed antifascista, ho sentito come elemento centrale della mia vita il problema del nazismo e della Shoah.
In questo ambito, ovviamente, avevo sempre sentito nominare nell’elenco dei perseguitati anche gli zingari, però non avevo mai approfondito, per cui, quando negli anni ’90 è nato il mio interesse per loro, questo si è miscelato con la mia sensibilità antifascista e il tutto mi ha portato ad interessarmi in modo particolare alla persecuzione nazista degli zingari, la cui conoscenza ho sentito come un dovere morale. Lo sterminio degli zingari da parte dei nazisti ha una copertura storiografica infinitamente più ridotta di quella che riguarda gli ebrei e, per quanto mi riguarda, sono partito dai lavori di Giovanna Boursier, che si è occupata per prima delle responsabilità del fascismo italiano in questo sterminio. In Italia, la pur fittissima rete di istituti che si occupano di antifascismo in maniera sistematica non si era quasi mai “incontrata” con il problema zingaro e solo a partire dalla seconda metà degli anni ’90, appunto con gli studi della Boursier, è venuta fuori l’esistenza di almeno un cinquantina di campi-raccolta per gli zingari, frutto della politica razziale del fascismo. Fin dal 1926, quando si fece regime, il fascismo ebbe verso gli zingari una politica di sempre maggiore contrasto, anche se è con le leggi razziali del 1938, che certamente riguardano in maniera principale gli ebrei ed i meticci, che questa politica di contrasto del nomadismo diventa una vera e propria segregazione razziale. Questi campi di raccolta, sui quali ci sono pochi dati e pochissime testimonianze, non erano dei campi di concentramento in senso stretto, tuttavia pare che in essi siano morte alcune centinaia di persone, soprattutto per il freddo e la denutrizione. Da questi campi, poi, -dopo il nazista “Decreto Auschwitz” del dicembre 1942, che ordinava l’internamento degli zingari nel lager- gli zingari italiani partirono per i campi di sterminio tedeschi. Già due mesi dopo il decreto si ebbe infatti l’apertura dello Zigeunerlager, cioè del campo specifico per gli zingari, all’interno di Auschwitz-Birkenau e fu lì che appunto finì una parte degli zingari italiani, grazie alla collaborazione delle Guardie regie, predecessori dell’attuale Polizia di Stato, dei carabinieri, dei militanti fascisti e repubblichini. Ad Auschwitz furono circa 20.000-22.000 gli zingari passati per il camino e di questi alcune centinaia erano italiani.
Ma qual è il rapporto degli zingari con questo aspetto della loro storia?
E’ un rapporto complesso, dai molti aspetti. Innanzitutto c’è il fatto che la cultura dei popoli zingari, la cui lingua deriva dal sanscrito, è una cultura orale. In una cultura orale, in genere, la memoria arriva alla terza, al massimo alla quarta generazione e poi si perde, come è naturale. Tre-quattro generazioni sembrano molte, ma nel caso degli zingari non sommano molti anni, perché figliano molto presto, ma crepano anche presto: la vita media dei rom in Italia è simile a quella del terzo mondo: tra i 50 ed i 55 anni, il che vuole dire che, praticamente, quelli che sono stati ad Auschwitz non ci sono più da tempo.
Sempre il fatto di essere una cultura orale rende poi il loro rapporto con la storia completamente diverso dal nostro, la qual cosa ha fatto sì che, fino a pochi anni fa, le persone che avevano conoscenza e capacità storica fossero pochissime, tant’è che la prima in assoluto ad occuparsi dello sterminio degli zingari è stata Miriam Novitch, una studiosa ebrea austriaca che ha iniziato i suoi studi negli anni ‘60. Oltre a questo, a rendere complesso il rapporto degli zingari con lo sterminio, c’è anche il fatto che, nella loro cultura tradizionale, non si parla, o se ne parla il meno possibile, della morte e dei morti, perché si ritiene che parlarne porti sfortuna sia ai vivi che ai morti. Questo ha reso ancor più grave la tragedia dei superstiti. Tutto ciò ha creato come una parentesi di silenzio, durata alcuni decenni, incrinatasi solo dopo gli anni ‘60, quando sono apparse le prime ricerche, ma non pochi di coloro che erano stati deportati erano già morti. Un altro motivo per la loro mancanza di memoria riguarda il loro rapporto con le istituzioni, e per capirlo bene credo sia utile partire da una premessa. Se io incontro un ex internato ad Auschwitz, ho l’impressione di essere davanti ad una persona che rappresenta un pezzo di storia, quindi mi pongo in una situazione di profondo rispetto pregiudiziale.
Dal punto di vista degli zingari, invece, è il contrario: per loro essere stati ad Auschwitz vuol dire essere stati dentro un’istituzione totale, condannati ad essere lì da un gagio, e loro sanno bene (anche per le esperienze di secoli, perché è inutile nascondersi dietro un dito: il rapporto fra zingari e legge è molto critico. Esiste sicuramente l’aspetto persecutorio, ma è anche vero che le persone che appartengono a popolazioni storicamente marginali hanno tassi di “delinquenza” più alti della media) quanto sia negativo lo stigma sociale, il fatto di essere ex detenuti, per cui anche chi visse direttamente l’internamento, lo interpretò come una parte assolutamente negativa della sua vita, non c’era nessuna “fierezza”.
Questi tre elementi fanno sì che agli zingari stessi, del Porrajmos, cioè “Divoramento”, oppure del Samudaripen, cioè “Genocidio”, come viene chiamato lo sterminio in romanì, non gliene freghi niente o comunque, anche se lo sanno, non siano spinti a parlarne. Per questo solo alcuni di quelli che sono venuti a contatto con alcuni nostri valori culturali, e li hanno accolti almeno in parte, accettano di collaborare alla ricerca storica sui morti, sulle detenzione, sui prigionieri zingari.
Quali erano, per i nazisti, i presupposti razziali della persecuzione?
La teoria razziale nazista era basata sulla genetica. Mentre verso gli ebrei il nazismo non ha avuto nessun problema -nel senso che gli ebrei, essendo semiti, in quanto tali erano razzialmente diversi e quindi avari, tendenti a dominare il mondo e quant’altro-, verso gli zingari il problema è stato più ambiguo. Gli zingari provengono dall’India, sono parte di una popolazione tuttora là esistente, e sono popolazioni che, attorno all’anno mille, hanno cominciato una lenta migrazione verso ovest che, dopo circa 3-4 secoli, è arrivata in Turchia, da lì alla Grecia e al Nord Africa e poi all’Italia, alla Spagna ad all’intera Europa.
Gli zingari, quindi, “razzialmente” sono indoeuropei, ariani, tuttavia sono anche assai diversi dal resto degli europei, perché sono nomadi (anche se, nella Germania degli anni ’30, molti zingari vivevano stanzialmente in case popolari, perché teniamo presente che l’idea dei campi zingari è una soluzione quasi esclusivamente italiana), hanno un tipo di vita molto diverso dal nostro e i nazisti li consideravano degli asociali, in quanto tali da eliminare. Cos’è quindi successo? E’ successo che, quando salì al potere, Hitler ordinò innanzitutto un censimento degli zingari (come sta facendo oggi il nostro governo) e fu creato un istituto apposito per studiare la questione zingara, anche geneticamente.
Secondo la teoria nazista, infatti, all’origine gli zingari erano sì degli ariani, però, unendosi sessualmente con le varie popolazioni che incontravano nella loro migrazione, hanno corrotto la loro purezza iniziale, acquisendo così la genetica predisposizione al furto, all’asocialità, al vagabondaggio ed a tutte le altre cose per cui, per i nazisti, gli zingari alla fine erano diventati dei sotto-uomini come gli ebrei. Facendo il censimento e la classificazione etnico-genetica, però, i nazisti identificarono un piccolo gruppo di zingari, i Lalleri, puri, e per questo gruppo Himmler previde un territorio nel quale metterli e così assicurare anche alle future generazioni tedesche la visione e la conoscenza dei fratelli zingari puri. Detto territorio, però, non solo non venne mai realizzato ma, dopo il Decreto-Auschwitz, anche i Lalleri vennero internati e fecero la fine di tutti gli altri.
Non si sa neppure quanti zingari siano stati uccisi dal nazismo. La contabilità della macelleria non è molto facile, però, mentre per gli ebrei il numero più o meno si può sapere -perché si parte da comunità che erano stanziali, di cui si avevano i numeri-, per gli zingari, popolo marginale e spesso nomade, il numero è assai incerto, non c’è un elenco iniziale e non c’è un elenco finale. Per gli zingari lo sterminio è stato veramente un buco nero, si parla comunque di cifre che vanno da 500.000 a un milione di morti, dei quali la grandissima maggioranza è stata sterminata in progrom, non nei campi. Uno dei pochi dati abbastanza sicuri, è che a Birkenau ne sono stati uccisi circa 20.000, così come è sicuro che la gran parte degli zingari sterminati dai nazisti, così come la gran parte degli ebrei, provenivano dall’Europa centro-orientale -Cecoslovacchia, Ungheria, Bessarabia, Ucraina- ed è lì che si è creato il buco maggiore, che, tra l’altro, ha riguardato anche le due lingue specifiche di questi popoli, cioè il romanì e l’yiddish, che erano appunto parlate soprattutto in quelle zone.
Anche per quanto riguarda il trasporto nei lager gli zingari fanno storia a sé. Infatti, mentre gli ebrei e le altre “categorie” furono trasportate nell’arcipelago concentrazionario prevalentemente su treni, per gli zingari furono trovate anche altre soluzioni.
C’è la testimonianza di una dottoressa ebrea francese, che ad Auschwitz assistette alla scena, quasi surreale, dell’arrivo degli zingari dalla Bessarabia, che dista circa 2000 km. Ora, in Bessarabia c’era un campo di circa 700 rom, che i nazisti decisero di deportare appunto ad Auschwitz. Poiché, però, il treno costava e nessuno pagava, i dirigenti dello sterminio mandarono due funzionari delle Ss, i quali parlarono con i maggiorenti del campo, dicendo che volevano dare loro lavoro e casa. Checché ne dicano Bossi e i suoi numerosi sostenitori, gli zingari non disdegnano il lavoro, l’idea di mettere insieme il pranzo con la cena in maniera tranquilla piace anche a loro, l’idea di una casa non fa loro schifo, per cui questi qua presero e si misero in marcia con le due Ss ed a piedi arrivarono davanti ad Auschwitz. Arrivati lì, e qui appunto scatta la testimonianza della dottoressa ebrea, le Ss mostrarono agli zingari la scritta “Il lavoro rende liberi”, gli fecero vedere le baracche e gli zingari applaudirono, mentre i funzionari Ss del campo sghignazzavano rumorosamente.
In questo sghignazzo, più ancora che nell’incommensurabile, incomprensibile, visione delle fiamme che escono dai camini, io trovo veramente il senso dell’orrore, ma questo sghignazzo dice anche che questa operazione era fattibile solo con gli zingari, perché solo un popolo così marginale, così fuori dalla storia, poteva essere portato alla morte in questa maniera.
Come ho detto, nel campo di sterminio ebraico per eccellenza, cioè il campo di Auschwitz-Birkenau, venne istituito, dal febbraio 1943, lo Zigeunerlager, il sottocampo per gli zingari, in cui questi subirono un trattamento particolare. Gli zingari, infatti, non vennero sottoposti alla selezione, per cui i maschi non furono divisi dalle femmine e dai bambini, i vecchi e malati non vennero ammazzati subito, ma furono messi tutti dentro il campo e sostanzialmente lasciati lì, in attesa, tant’è che nello Zigeunerlager nacquero 300 bambini zingari, e tutti e 300 morirono.
C’è la testimonianza di un medico ebreo, inviato dalle Ss nel sottocampo degli zingari, che racconta di queste cataste di cadaveri di bambini, impressionanti e uniche anche ad Auschwitz. Un mese dopo l’apertura di Birkenau, comunque, arriva Josef Mengele, ufficiale medico delle Ss, in collegamento con l’Istituto biogenetico di Berlino, che subito diventa il responsabile sanitario del settore degli zingari, che egli sceglie perché, non essendo semiti gli sembrano, per alcuni esperimenti, più interessanti degli ebrei. Mengele si appassiona particolarmente ai bambini, soprattutto alle coppie di gemelli, tant’è che nello Zigeunerlager vengono addirittura costruite due altalene ed ai bambini viene aumentata la razione alimentare, anche per evitare che muoiano di consunzione durante gli esperimenti. Questo non toglie che, comunque, fin da subito le morti siano state tantissime anche fra gli zingari.
Poco dopo l’arrivo di Mengele scoppiò un’epidemia di tifo e, siccome il tifo può portare alla morte, per cercare di risolvere il problema il grande medico ne fece gasare oltre 1.500 in un colpo solo, così come vennero gasati tutti gli ammalati quando nello Zigeunerlager si diffuse il noma (una specie di tumore delle guance che provoca la loro perforazione).
A parte questi episodi, tuttavia, gli zingari, vennnero sostanzialmente lasciati marcire e c’è un episodio di assoluto interesse, presente anche nel nostro dvd, raccontato da Marcello Pezzetti, del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano ed uno dei maggiori esperti mondiali di Auschwitz. L’episodio è questo. Nel maggio del ’44, quindi un anno e passa dopo l’apertura del campo, si decide la liquidazione dello Zigeunerlager, il che vuol dire che viene stabilita una data in cui tutti gli occupanti devono essere eliminati, ma avviene un fatto strano, e cioè che il responsabile nazista del campo non è d’accordo con questa decisione ed il giorno prima della data fissata avvisa gli zingari che il giorno dopo, con una passeggiata forzata, saranno portati a morire al crematorio n° 5. A questo punto gli internati dello Zigeunerlager decidono di prepararsi a resistere.
Ora, noi dobbiamo cercare di capire il contesto. Siamo nel ’44, nel pieno della guerra, nel periodo peggiore, e nel luogo forse peggiore della storia, tuttavia gli uomini preparano dei coltellini coi cucchiai e si organizzano per attaccare le Ss. Infatti, quando le Ss entrano nel campo, vengono subito attorniate dalle donne con i bambini in braccio ed a questo punto, incredibilmente, le Ss si ritirano e la liquidazione viene momentaneamente bloccata. Avverrà poi, comunque, nella notte fra il 2 e il 3 agosto, in maniera più organizzata. Nel pomeriggio del 2, un migliaio di maschi viene prelevato e mandato in altri campi, poi, nella notte, tutti gli altri (2.974, per la precisione) vengono passati per il camino. All’indomani, nell’ormai ex Zigeunerlager, regna il silenzio assoluto. Un internato ebreo ha parlato di “morte del campo”, nel senso che non si sentivano più le voci dei bambini, che anche in quell’orrore davano il senso della vita. In realtà non è vero che tutti i bambini fossero scomparsi, perché il buon Mengele, informato della questione, aveva prelevato parte dei bambini e li aveva portati nella baracca-ospedale lì vicino, per proseguire i suoi esperimenti. Per il dvd ho cercato delle immagini relative agli zingari nei lager, ne ho trovate due o tre in tutto, ed una di queste mostra appunto due gemelli che, il 27 gennaio del ‘45, quando Auschwitz venne liberato, escono sorridenti proprio dalla baracca-ospedale dove aveva operato Mengele.
Tutto ciò è arrivato al processo di Norimberga?
Al processo di Norimberga, classico processo delle potenze vincitrici alle potenze sconfitte, ci fu, per quanto ne so, un solo zingaro fra i testimoni a carico dei nazisti, e proprio quest’unico zingaro fu protagonista di un episodio particolare.
Questo zingaro, infatti, venne introdotto in aula e quando vide il suo torturatore immediatamente gli saltò addosso e cominciò a picchiarlo. Ovviamente venne subito fermato, ma la cosa interessante è che, a causa di questa reazione, lo zingaro venne condannato a tre mesi di carcere e quindi la sua testimonianza venne a mancare, e questo ha fatto sì che nessuna testimonianza ufficiale degli zingari sia presente negli atti di quel processo.
Tutto ciò ha avuto dei risvolti anche rispetto alla questione dei risarcimenti. Le potenze sconfitte, cioè l’asse Roma-Berlino-Tokio, hanno infatti dovuto pagare, come per ogni guerra, dei risarcimenti ai paesi da loro attaccati ed a questi si sono aggiunti, come tratto specifico della Seconda guerra mondiale ed a parziale risarcimento per quanto subito, anche un risarcimento ai sopravvissuti dello sterminio per cause razziali. In Italia, le cifre significative hanno cominciato ad essere corrisposte negli anni ‘90, quando la gran parte dei sopravvissuti era già scomparsa, e addirittura ce ne sono alcuni che ancora attendono di riceverlo, cinquanta e passa anni dopo…
In Germania, tramite le loro organizzazioni, negli anni ’60 gli zingari iniziarono a chiedere i risarcimenti e la prima risposta che venne loro data fu negativa: avendo la stella nera degli asociali, non erano stati internati per motivi razziali.
Dopo un po’, però, le autorità si resero conto che la cosa non era sostenibile, quindi si decise che anche gli zingari avevano diritto al risarcimento, che venne però subordinato al giudizio di una serie di commissioni che dovevano verificare la veridicità delle loro storie. Una cosa giustissima, peccato che, grazie alla continuità statale, in queste commissioni si trovassero ritrovati, almeno in parte, gli stessi burocrati che componevano le commissioni naziste degli anni ’30, cosicché chi allora aveva deciso per il loro “biglietto d’andata”, si ritrovava ora a decidere anche per quello “di ritorno”. Queste presenze hanno fatto sì che, in non pochi casi, gli zingari siano letteralmente scappati e addio risarcimento…
Ma c’è qualcuno che, in qualche modo, tende a contrapporre lo sterminio degli zingari a quello degli ebrei?
Prima di tutto devo dire che, quando ho cominciato a progettare qualcosa sullo sterminio degli zingari, la cosa da cui sono partito è stato un filmato, intitolato Porrajmos, già realizzato dall’Opera Nomadi di Milano, guarda caso con il finanziamento dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, le quali hanno finanziato questo video grazie al fondo 249, che gestisce i risarcimenti agli ebrei.
In genere, ognuno coltiva il proprio orticello, mentre in questo caso, essendo ormai venute a mancare gran parte delle vittime, le Comunità ebraiche, con un gesto che io ritengo assolutamente apprezzabile, hanno deciso di usare questi soldi anche per la memoria, finanziando appunto l’Opera Nomadi per questo filmato ed anche per un altro successivo.
Tutto ciò a testimoniare che non c’è nessuna “concorrenza” fra ebrei e zingari, o altri, sulla questione dello sterminio.
Invece, nelle molte presentazioni dei dvd -in genere promosse dagli Istituti storici della resistenza, da insegnanti, da università, dai comuni- che ho finora fatto, e continuo a fare, in giro per l’Italia (ma anche in Svizzera e Spagna), mi è capitato di trovare non poche persone, anche compagni, che mi hanno dato una pacca sulle spalle dicendomi: “Finalmente non si parla degli ebrei, sembra che abbiano subito tutto loro. Che palle! Finalmente si parla di qualcun altro…”, la qual cosa mi ha fatto confrontare con due questioni. La prima è che l’antisemitismo è molto più diffuso di quanto si pensi e trova certamente alimento nella situazione mediorientale, dove, tra l’altro, la confusione tra stato israeliano, popolo ebraico, sionismo, eccetera porta a generalizzazioni pericolosissime.
La seconda, collegata a questa, è appunto che spesso mi sono sentito dire quanto accennavo prima sulla “noia” della Shoah, come se la persecuzione degli zingari -e per collegamento ideale penso anche a quella dei Testimoni di Geova o degli omosessuali- potesse essere vista in maniera antagonista a quella degli ebrei. La cosa è, concettualmente e storicamente, falsa, perché le persecuzioni contro ebrei, omosessuali, zingari, Testimoni di Geova, eccetera, nascono tutte dallo stesso nucleo razzista e totalitario.
Adolf Hitler, gli va riconosciuto, è stato un uomo di cristallina coerenza. Quando, negli anni ’20 (durante il breve periodo in carcere cui fu condannato per il tentato putch di Monaco), scrisse il famoso Mein Kampf già diceva apertamente perché e cosa voleva fare: distruzione degli ebrei, dei devianti, degli asociali e così via. Sulla base di questo programma fu democraticamente eletto all’inizio degli anni ’30, ed una volta arrivato al potere non ha fatto altro che applicare coerentemente il programma che aveva scritto quindici anni prima e per il quale era stato eletto.
Questo elemento storico, che pare a noi lontano, va invece tenuto presente nell’affrontare la questione, nel senso che il fatto di essere contro gli ebrei non è più considerato socialmente vergognoso, anche in molti ambienti “di sinistra”. Il dramma è che frasi di questo tipo me le sono sentite dire non da ignorantoni, ma anche da persone politicamente molto di sinistra, anche con gradi politici significativi.
A tutto questo, comunque, debbo aggiungere che pure in aree della sinistra c’è una grandissima diffusione del pregiudizio anti-zingari.
Avevi quindi avuto sentore della feroce ondata di anti-tziganismo degli ultimi mesi?
Di brutti segnali ne ho sicuramente colti molti, anche se poco faceva prevedere la violenza emersa degli ultimi mesi. I pregiudizi contro i Rom e i Sinti che io ho ritrovato sono sentimenti persistenti ed immanenti, nel senso che gli zingari sono un argomento che, in generale, dà fastidio, noia.
Come ho detto, il pregiudizio anti-zingaro, anche quando non accesamente sostenuto, è molto diffuso anche in aree di “compagni”, dove pure c’è una grande apertura verso popolazioni a noi sconosciute, come i Mapuche o il Chiapas, che poi, magari, andandole a conoscere, spingerebbero ad una moderazione dell’entusiasmo.
Ma, come dice Moni Ovadia, tutti hanno un’opinione sugli zingari, ma quasi nessuno ha mai parlato con uno di loro.