Manlio Milani il 28 maggio 1974 era alla manifestazione antifascista in Piazza della Loggia con un gruppo di amici della Cgil scuola. La bomba, nascosta in un cestino dei rifiuti, esplose in mezzo al gruppo e uccise sua moglie Livia Bottardi, Giulietta Bazoli, Clementina Calzari, Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Vincenzo Zambarda, Bartolomeo Talenti. Oggi Manlio Milani è il Presidente della Casa della Memoria di Brescia.

Che sensazione fa dover tornare in un tribunale a 35 anni dalla strage?
La prima sensazione che hai, stando in aula, è di partecipare a un processo ai fantasmi, nel senso che non è presente nessun rinviato a giudizio, è un’aula completamente vuota. Ci sono gli avvocati, ci sono io, qualche altro, e quindi davvero hai la sensazione del vuoto. Eppure lì si sta verificando, per l’ennesima volta, se è possibile capire che cosa è successo nella storia italiana. Tra l’altro, questo è un processo con il nuovo rito, quindi la costruzione delle prove avviene durante il dibattimento. E a me spiace che la Corte abbia escluso dai testimoni, come era stato invece richiesto dai Pm e dalle parti civili, tutti i rappresentanti politici, i funzionari del Sid, dei servizi segreti, tutta quella parte che riguarda un servizio segreto parallelo, definito “anello”.
La ragione è stata motivata dicendo che ai fini probatori non sono indispensabili, il che probabilmente può anche essere vero, però il tema di fondo è che occorre ricostruire il quadro complessivo in cui quei fatti sono avvenuti e, secondo noi, le testimonianze di queste persone potevano essere molto utili proprio per ricostruire il clima di quegli anni. Ancora oggi faccio fatica a dimenticare il processo di Catanzaro, quando Rumor, Andreotti e gli altri dicevano di non ricordare nulla. Ma proprio i loro silenzi, i “non ricordo”, erano estremamente significativi.
Questa è forse l’ultima occasione per ricostruire davvero fino in fondo un pezzo della storia italiana. Per questo credo che la Corte abbia sbagliato a pensare di limitare il processo all’ambito della formazione di semplici prove. Il contesto, pur complesso, sarebbe stato molto importante.
Quando dici “i politici”, ti riferisci ovviamente a quelli dell’epoca…
Certo, ai ministri degli Interni, della Difesa, i Cossiga, gli Andreotti, eccetera. Tra l’altro, per quanto ne sappiamo, Cossiga ha detto, “Ah, io ci verrò di corsa” e sarebbe stato importante sentirlo. Sarebbe stato importante sentire anche Andreotti, e magari potergli chiedere se tra i segreti, tra i pochi segreti come lui dice, che si porterà nell’aldilà, c’è anche qualche cosa che possa interessare le stragi del ’74. Soprattutto se consideriamo che subito dopo la strage di Piazza della Loggia, un po’ prima del treno Italicus, lui confermò (in realtà lo sapevamo già) che Guido Giannettini, indagato per la strage di Piazza Fontana, era un agente dei servizi segreti, che i magistrati stavano cercando e sapevano che era a Parigi, dove prendeva mensilmente il suo stipendio... Quindi sarebbe stato importante chiedere conto anche di questi fatti. Ma tant’è, la storia è così, cominceremo questo processo e dovremo, per quanto ci riguarda, ricostruire quella mattina. Non sarà facile, perché si tratta inevitabilmente di andare a recuperare pezzetti di quella mattina nei suoi minimi particolari. D’altra parte è giusto farlo, per dare comprensibilità anche ai giudici popolari, molti dei quali sono giovani, probabilmente sono nati successivamente al fatto.
Mi ha colpito moltissimo il fatto, che pochi sanno, che tra gli imputati ci sia il generale dei Carabinieri Delfino…
Beh, questo è emblematico di un percorso. Delfino all’epoca era capitano dei Carabinieri, e condusse la prima indagine su Piazza della Loggia, che finì nel nulla. Finì nel nulla, fra l’altro, con una serie di interventi un po’ sospetti. Per esempio, subito dopo la strage fu lavata immediatamente la piazza, inquinando, come si dice, la scena del crimine. Inoltre molte persone sono scomparse, alcuni sono morti, o sono stati uccisi, come Ermanno Buzzi che, condannato all’ergastolo, venne strangolato da Tuti e Concutelli nel carcere di Novara prima del processo d’appello. E un’altra cosa emblematica è la scomparsa di Ugo Bonati, che fu presentato come il testimone principale dell’accusa, perché aveva assistito a tutta la vicenda, dal percorso dell’esplosivo dal bar dei Miracoli a Piazza della Loggia, al deposito della bomba, eccetera eccetera, ma lui diceva che ne era totalmente inconsapevole, non sapeva cosa stava avvenendo. Questo Bonati, da quando la Corte lo rinvia a giudizio, perché dice: “Beh, se hai visto tutto, è un po’ difficile dire che sei solo un testimone, vai processato”, viene sempre seguito a vista. Ebbene, quando nel ’79 verrà emessa la prima sentenza, lui fugge da Brescia, e da allora non si è più saputo che fine abbia fatto. E anche questa sarebbe una delle tante domande…
Il generale Delfino poi ha fatto la carriera che ha fatto, e 34 anni dopo noi ce lo troviamo non più come indagatore della strage, ma come accusato di concorso in strage. Non depistaggio, ma proprio concorso in strage. Lui era stato individuato da alcuni come partecipante a determinate riunioni e, stando all’ipotesi accusatoria, diede il via libera alla morte di Silvio Ferrari. Poi è tutto da provare se sia vero o no, ma Silvio Ferrari l’aveva visto uscire da una riunione a Verona con un gruppo di neofascisti, e Delfino disse, stando a questa ipotesi accusatoria, che quel soggetto non poteva andare in giro per molto. E infatti salterà per aria a Brescia il 19 maggio, nove giorni prima della strage, mentre trasportava una bomba sul suo motore. Quindi, in sostanza, Delfino era a conoscenza che ci sarebbe stata questa strage e non disse nulla. Ecco, da qui l’accusa per concorso in strage. Ma direi che questa figura riassume in una certa misura i percorsi di tutte le altre stragi. Pensiamo ai depistaggi che sono avvenuti anche su Piazza Fontana, su Bologna… Addirittura, per la strage dell’80 alla stazione di Bologna, i giudici per le loro indagini andarono in Libano, e da chi vennero portati in giro per il Libano? Proprio dall’allora capitano Delfino. E’ un soggetto che ha attraversato moltissime attività e ha fatto parte anche dell’intelligence a livello internazionale, perché poi lui era molto legato agli americani e infatti, come racconta lui stesso in un suo libro, finirà nei loro servizi segreti. Ecco, questa emblematicità, nel senso dell’impunità delle stragi, nasce probabilmente dal fatto che ci sono stati uomini degli apparati dello Stato che può darsi abbiano organizzato cose, o abbiano agito per coprire, o non siano intervenuti immediatamente, o magari siano venuti a conoscenza dopo. Ed è importante una frase che riporta nella sentenza istruttoria il giudice Salvini, a proposito proprio di un certo Di Giglio, un infiltrato, il quale dirà: “Il nostro compito era quello di osservare senza interferire. Dovevamo riferire e fermarci lì.” Purché l’obiettivo fosse funzionale ai nostri progetti, questo è il senso del ragionamento, ed è proprio questo il tema fondamentale delle stragi. Capire le stragi vuol dire entrare nel merito di che cosa è avvenuto nella storia del paese in quegli anni, evidentemente inquadrandolo anche nella logica della guerra fredda.
Nel nostro paese, sebbene siano passati 40 anni dalla strage di Piazza Fontana e ormai 35 da quella di Brescia, sembra che sia impossibile raggiungere la verità. Forse una verità processuale ancora non esiste e forse non esisterà mai, ma da un punto di vista storico e politico si sanno un sacco di cose.
Il tema dell’impunità delle stragi è fondamentale, e vorrei dire subito una cosa, che non riguarda tanto le vittime, o soltanto le vittime, riguarda la storia di questo Paese, perché io sono sempre più convinto che quando un paese non ha la forza di recuperare criticamente la propria storia, inevitabilmente i fatti sono portati a riprodursi, o quanto meno lasciano nella coscienza dei cittadini dei vuoti paurosi. Io amo dire che non possiamo lasciare in eredità alle generazioni future questi buchi neri della storia italiana. Solo che affrontare i buchi neri di questa storia vuol dire avere il coraggio di affrontare le vicende di quegli anni, perché troppo spesso noi sentiamo parlare di “misteri”. In realtà nelle stragi di misteri non ce ne sono, nel senso che noi conosciamo moltissimo, sul piano generale. Conosciamo il cosiddetto movente: le stragi hanno avuto una funzione anticomunista, fondamentalmente, perché bisognava impedire al Partito Comunista di avvicinarsi all’area del potere, questo evidentemente nella logica della guerra fredda.
L’Italia è sempre stato un paese anomalo, perché il maggior partito governativo, la Dc, era alleato con l’America, ma contemporaneamente, all’opposizione, c’era il più forte partito comunista d’Europa. Questi però erano anche i due partiti che avevano più contribuito alla lotta contro il fascismo e a costruire quel patto costituzionale, che si è rivelato fondamentale, che ha permesso comunque di costruire, nonostante tutto, una democrazia nel nostro paese. Però l’obiettivo delle stragi era proprio impedire questo.
Io credo che la logica fosse quella: attraverso le bombe si creava il caos, si determinavano condizioni di paura, e se guardo ad allora faccio fatica a perdere di vista il concetto di paura che anche oggi, per ragioni diverse, viene profondamente utilizzato. Allora il nemico, l’altro, era il Pci, oggi sono gli stranieri. Ed è probabile che allora questo caos, se nelle intenzioni di chi metteva materialmente le bombe era finalizzato al tentativo di compiere un golpe, probabilmente per i veri ideatori doveva invece stabilizzare il sistema di potere in Italia.
Nacquero gli opposti estremismi proprio per dire: il sistema non può, non deve assolutamente cambiare.
Quindi noi conosciamo il movente; conosciamo l’area operativa delle stragi, il fascismo e in particolare l’ordinovismo veneto; conosciamo le ragioni dell’impunità, e cioè la collusione tra neofascisti, apparati militari, apparati dei servizi segreti e altri apparati dello Stato. E in questa logica è chiaro che i colpevoli non si dovevano trovare, e infatti non a caso le stragi non sono mai state rivendicate, e non ci sono fondamentalmente dei colpevoli; bisognava impedire che venisse fuori qualche nome, perché il disegno delle stragi, soprattutto il quinquennio ‘69-‘74, è fondamentalmente di natura unitaria, e quindi è chiaro che, se si rompeva un anello, si disvelava la catena, ovvero le coperture. Questi elementi li conosciamo ormai tutti. Quello che ci manca, in particolare per la strage di Piazza della Loggia, ma potrei dire lo stesso per il treno Italicus, è la concretezza del colpevole. Dopodiché io resto convinto che l’elemento fondamentale, oggi, sia quello di conoscere tutto il meccanismo fino in fondo, e questo anche perché il disvelamento di quel meccanismo permette di capire il tipo di democrazia che abbiamo costruito, il tipo di democrazia che c’è oggi. Non a caso, ogni tanto, saltano fuori strani personaggi, ogni tanto si scopre che c’è una rete informativa nascosta. E quella che abbiamo è una democrazia fortemente limitata proprio perché impedisce che, da parte della cittadinanza, ci sia quel costante e continuo controllo in grado di impedire determinati stravolgimenti.
L’impunità, quindi, è stata costruita in questi termini. Io però faccio fatica a capire come molti politici dell’epoca non siano disponibili a ricostruire la verità di quel periodo, perché, in fondo, se noi facciamo una sorta di somma algebrica tra il bene e il male, la democrazia italiana ha comunque retto. Ha pagato dei costi altissimi, ma ha retto come sistema, e ha avuto anche un forte sviluppo economico e sociale. Diceva Pellegrino, presidente della commissione stragi: “Se le verità che noi oggi conosciamo, fossero state dette negli anni ‘60, la democrazia, così giovane, può anche darsi che non avrebbe retto”, e può essere vero. Però non è accettabile che questi silenzi perdurino 40 anni dopo.
Io credo che proprio il successo della democrazia, lo sviluppo, la dinamica economico-sociale e politica del paese potrebbero permettere di sopportare oggi delle verità certamente non piacevoli, ma che sono fondamentali. Anche perché se tu disveli il passato alle nuove generazioni dai credibilità in primo luogo alle istituzioni. Io ho in mente la storia tedesca, straordinaria, dopo gli orrori del nazismo. Non c’è nessun paese che abbia fatto quel percorso di analisi critica della propria storia, ed oggi forse è il paese, da questo punto di vista, più avanzato a livello mondiale. Noi non siamo stati ancora capaci di farlo.
Pur all’interno di quel disegno che spiegavi con tanta chiarezza la strage di Piazza della Loggia è molto diversa rispetto alle altre stragi.
Certamente. Se le altre stragi, Piazza Fontana, Bologna, Italicus, sono gesti di puro e semplice terrorismo, tesi a rendere insicuro qualsiasi luogo in cui ti trovi, la bomba di Piazza della Loggia è mirata, avviene nel corso di una manifestazione antifascista, con dichiarazione di sciopero generale, avviene in una piazza, cioè nel luogo della polis, nel corso di una manifestazione che ha come obiettivo il rifiuto della violenza e la volontà invece di ricostruire, recuperare fino in fondo spazi di carattere collettivo, in cui le persone, anziché stare chiuse in casa, possano liberamente trovarsi, discutere. La piazza è questo, è il luogo per eccellenza delle relazioni tra persone. La manifestazione era stata indetta dal comitato antifascista, nel quale c’erano anche le organizzazioni sindacali, tutti i partiti dell’allora cosiddetto arco costituzionale, quindi escluso il Msi, e in concomitanza con la manifestazione i sindacati avevano anche dichiarato lo sciopero generale.
Quindi l’attacco a Piazza della Loggia esprime un messaggio preciso, eversivo: “Noi, queste istituzioni, le vogliamo abbattere”. Questo è il messaggio esplicito che ha quella bomba, quindi anche quelli che muoiono in Piazza della Loggia non sono dei semplici cittadini, ma “vittime consapevoli” -e lo dico ovviamente con grande rispetto per quei cittadini inconsapevoli che erano sul treno, che stavano andando in vacanza, che stavano facendo delle operazioni in banca. Ma chi era in piazza, quella mattina, aveva scelto di esserci, cioè poteva starsene a casa e invece era lì, perché voleva testimoniare la propria funzione di cittadino, che è quella di pretendere il rispetto delle regole, la libertà di tutti. In questo senso è particolare la strage di Piazza della Loggia, e nello stesso tempo estremamente emblematica. E allora su di noi l’impunità pesa doppiamente, perché da un lato ci sentiamo “vittime del dovere”, per usare un’espressione riferita di solito ai caduti dello Stato, cioè del dovere di cittadini di difendere le istituzioni, di rivendicare gli spazi di libertà; e dall’altro lato, con questa impunità accordata ai colpevoli, ci sentiamo isolati rispetto a quelle istituzioni che invece noi volevamo a tutti i costi difendere.
Quindi caduti per difendere, e abbandonati. Quando dico “abbandonati”, intendo in modo particolare dal punto di vista politico, perché, tutto sommato, la magistratura il suo lavoro l’ha fatto, ma quando tu hai tutta una serie di supporti di natura istituzionale, investigatori, servizi segreti che, anziché ricercare la verità, depistano, è evidente che i risultati non possono che essere quelli che sono.
Nonostante questo, le verità che noi conosciamo vengono in modo particolare dal lavoro compiuto dalla magistratura, accanto alla quale abbiamo tutto il lavoro della Commissione Stragi. E allora questo ci deve portare ad un’altra riflessione: quando noi usiamo il termine “strage di Stato”, usiamo una verità parziale, perché da un lato è vero, uomini delle istituzioni hanno permesso, hanno coperto, hanno sviato, ma dall’altro lato abbiamo uomini di quello stesso Stato che hanno portato al disvelamento della verità. Quindi l’insegnamento è quello di guardare tutte e due le facce della medaglia, perché a volte mi viene da pensare dove sarebbe andato a finire questo Paese, se non avessimo avuto persone come Tina Anselmi o il giudice Caselli e altre.
E’ chiaro allora che noi familiari, quando sentiamo certi verdetti che recitano: “Assolti, assolti, assolti, non è stato nessuno”, ci viene da dire: “Allora perché noi siamo andati in piazza? Ma ci siamo andati davvero quella mattina in piazza? Ma davvero Alberto, Clem, Livia, per citare mia moglie, sono morti? Spesso me la pongo questa domanda, che può apparire paradossale, ma quando uno Stato non è in grado di por rimedio alla rottura delle regole, è inevitabile che anche i processi di convivenza vadano a farsi benedire. In fondo il processo, la giustizia è il ripristino di quelle regole che un fatto ha infranto. Il non ripristinarle vuol dire che tu lasci la possibilità, anche nel tempo, che altri possano infrangere queste regole e allora la tua funzione viene ad essere completamente inutile. Per questo spesso mi pongo la domanda sulla inutilità di quella mattinata. E’ un momento di rabbia, un momento di abbandono o di tristezza, ma il problema c’è.
Mi pare che ci sia anche un altro problema per i familiari delle vittime delle stragi, che ad esempio non c’è per quelli delle vittime del terrorismo non stragista: un diverso riconoscimento, non so come definirlo…
La differenza fra un morto per terrorismo brigatista o dei Nar, dove c’è una morte singola, e queste stragi è fondamentale, e a noi pesa moltissimo. Pensiamo al rapimento Moro: emblematicamente, abbiamo tutti l’abitudine di dire: “La morte di Moro e della sua scorta”, come se la scorta non fossero persone o fossero lì per caso. Chi erano? Un’entità? E invece erano cinque persone, cinque nomi, cinque storie, cinque famiglie. Di quelle non si parla mai, come nelle stragi, non si pronunciano mai i nomi, si dice: Piazza della Loggia, otto morti, fine. E questa è una perdita di identità di questi morti che a noi pesa moltissimo, e fa anche molto soffrire, perché quando io dico, non so, il giornalista Tobagi, o Vittorio Bachelet, o Guido Rossa, immediatamente riporto, di fronte a chi mi sta ascoltando, il fatto che un delitto significa uccidere una persona, togliere una vita. E invece quando io dico Piazza della Loggia, una strage, dico un fatto che appare quasi astratto. Facciamo un esempio invece più vicino a noi: leggevo in un libro come in Iraq ci siano morti di serie A e morti di serie B. I morti di serie A sono i soldati americani, che quando arrivano in America hanno onori, bandiere, la foto, il nome… e giustamente, sia ben chiaro. Quando invece parli dei morti iracheni, dici 30, 40, 200, cioè non hai più la dimensione umana del fatto.
Quindi io col terrorismo individuale, ho la immediata umanizzazione del fatto, della perdita di vite che hanno nome, cognome, professionalità, chi era e chi non era, perché erano singole persone. Nella strage invece la dimensione umana viene totalmente abbandonata, persa, e questo è un elemento, lo ripeto, che pesa enormemente, perché se noi vogliamo trasmettere alle nuove generazioni che cosa significa la perdita di una persona, io devo ricostruire, fargli vedere che quel fatto era composto da persone in carne ed ossa, con i loro obiettivi, i loro progetti, le loro speranze, e questo non riesco mai a farlo.
Questa cosa è talmente penetrata nei fatti, nel linguaggio comune... Voglio raccontare un episodio. L’anno scorso, il giorno della memoria, al Quirinale, per la prima volta sono state ricordate tutte le vittime del terrorismo. Ebbene, io salgo nell’aula del Quirinale, mi avvicino alle primissime file, e vedo che ogni sedia ha il nome di uno dei morti, e allora mi metto a cercare quello di mia moglie, ma dopo la terza fila non c’erano più i nomi, c’era scritto “familiare”. E’ stato terribile, perché ho visto i morti importanti, col nome sulla sedia e posto in prima fila, e gli altri abbandonati a se stessi: “Trovatevi una sedia”. Ho protestato immediatamente, stavo per andarmene via, mi hanno bloccato, e il funzionario del Quirinale addirittura mi ha detto: “Aspetti, Milani, le preparo una sedia davanti”. Ho risposto: “Guardi che a me non me ne importa nulla, non mi interessa la visibilità, mi interessa che mia moglie, i miei amici abbiano un nome sulla sedia, poi se la sedia è nell’ultima fila, non mi interessa assolutamente”. Però è così ormai: alcune persone si riconoscono e altre non esistono più.
Questo è ancora peggiore di una sentenza di non condanna dei presunti colpevoli, perché è lo Stato che condanna una seconda volta quelle persone morte, prima con le coperture, e dopo, addirittura, annullandone il nome, mettendoci semplicemente sulla sedia “familiare”.
Devo riconoscere che questo processo di disumanizzazione della vittima ha coinvolto anche me. Ho manifestato dopo la strage di Brescia e anche dopo le altre, ma fino a che non ci si imbatte nella storia di alcune di queste, le vittime delle stragi rischiano di rimanere dei numeri…
Sì, perché forse bisognerebbe recuperare l’idea che per raccontare queste storie, bisognerebbe partire dalle vittime. Se riusciamo a partire dalle vittime, a metterle al centro, io credo che compiremmo due atti molto importanti: oltre che un processo di riconoscibilità di queste persone, permetteremmo di affrontare in termini più precisi anche quello che può essere il processo dei rapporti con lo stesso colpevole. Paradossalmente, partendo dalla vittima, da un lato io posso ricostruire la storia, e dall’altro posso capire anche la funzione del colpevole. Oggi assistiamo a un grossissimo rischio, nel quale può cadere anche la vittima. Cioè assistiamo non a un processo di liberazione della vittima, ma a un processo di ulteriore sua vittimizzazione, con tutta una serie di conseguenze. Se io, vittima, mi fisso nel mio passato e assumo sempre di più il ruolo di vittima (per di più appesantito dal mancato riconoscimento da parte dello Stato), non solo resto chiuso personalmente dentro quel periodo, ma permetto che venga portato avanti un percorso sostanzialmente di vendetta -la vittima contro il colpevole- che non tiene conto della sofferenza altrui. Così il mio percorso tende ad escludermi e a creare un muro tra me e la realtà che ho di fronte, che in quel momento può essere anche il colpevole del fatto.
Io, Milani, mi sento libero, perché non so chi sia il colpevole, e quindi... Ma il problema c’è, ed è un problema fondamentale, perché per potermi liberare, io non posso limitarmi a “restare chiuso nel ricordo”. Il ricordo è il mio, personale, sono gli anni passati con Livia, con Alberto, con Clem, i progetti che avevamo in testa, il nostro circolo culturale, il circolo del cinema, la nostra vitalità… Ma, di nuovo, non posso rimanere chiuso lì dentro, perché rimarrei prigioniero del mio passato. Io invece la vita la devo vivere, anche perché altrimenti finirei per dare ragione a chi ha ucciso. Sarebbe come se il colpevole oltre ad aver ucciso fisicamente qualcuno, avesse contemporaneamente ucciso il sopravvissuto.
Per riuscire in questo passaggio, occorre però la forza e il coraggio di capire le circostanze in cui il fatto è avvenuto. Devo domandarmi, in sostanza, che cosa spinge qualcuno ad uccidere; perché si uccide; quali sono i meccanismi che intervengono su una persona che è portata a uccidere. Io devo pormi queste domande e devo avere ben chiaro un elemento fondamentale, e cioè che anche il male fa parte dell’uomo, è un atto umano. Se fossi un cattolico, dovrei ricordare che il Padre nostro finisce con “... e liberaci dal male”.
Quindi il male è dentro di noi, e lo devo accettare, per confrontarmi con l’altro, per capire che anche l’altro ha il male dentro, e può essere portato ad agirlo.
Quindi la mia domanda, dato che io non ho agito in un certo modo, è perché lui ha agito invece in un altro modo. Ecco, soltanto se si riesce a inquadrare quell’azione, e a capirne le ragioni fino in fondo, e quindi ad assumere anche su di sé le sofferenze dell’altro, soltanto allora la vittima può dar vita a un processo di liberazione. Il capire i fatti è fondamentale, perché senza questa comprensione dei fatti, ripeto, noi restiamo chiusi nel nostro spazio singolo. E questo elemento vale anche per la società. Se la società non è in grado di affrontare fino in fondo le ragioni e i perché di quegli atti, anche la sua storia rimane prigioniera.
Sia chiaro, capire le ragioni del colpevole non significa giustificarlo. Cioè quando qualcuno di loro, coi quali io mi sono confrontato, mi parla di guerra civile, io respingo questa logica. Andreotti riconosce che invece c’era una guerra civile, Manconi parla di una guerra civile simulata, io la respingo nettamente, perché qualcuno mi deve spiegare: la guerra civile nei confronti di chi? Chi è che ha dichiarato la guerra civile? Negli anni ’70 c’erano straordinari movimenti di massa, democratici, che hanno operato grandi conquiste democratiche.
Qualcuno si è illuso che quella fosse la spinta rivoluzionaria, che fosse il momento in cui finalmente si arrivava alla rivoluzione e allora si è fatto vedere il volto negativo dello Stato, per giustificare magari anche azioni armate. Insomma, io non accetto l’idea di guerra civile, perché quella sì, mi sa di giustificazione, quella sì, mi sa di una sorta di riconoscimento a posteriori, che non accetto. Bisogna avere il coraggio di dire che c’era qualcuno che non credeva più nello Stato, e ha agito in quel modo, soltanto che ha scelto come nemico le persone che simboleggiavano il buon funzionamento dello Stato, perché tra l’altro anche qui si apre la domanda: perché hanno ucciso persone come Alessandrini, Tobagi, Moro stesso?
Il processo di liberazione della vittima, in sostanza, passa attraverso la mescolanza delle storie tue con la storia del colpevole. Solo così la società può capire che queste storie si sono svolte all’interno di una situazione politica, di una situazione storica. Io credo che sia qui il processo vero di liberazione della vittima, che porta anche a un processo di liberazione del colpevole. Ma d’altra parte io sono anche innamorato della nostra Costituzione, quando dice che non dobbiamo avere la pena di morte. Ora, se io accetto che rispetto al colpevole devo prendere la chiave e buttarla via, è una pena di morte differita nel tempo…
Se accetto che l’uomo sia una commistione tra bene e male, ma poi, laddove il male prevalga ed egli compia determinate azioni, non posso sostenere che sia irrecuperabile. Io credo nella recuperabilità, perché, se non ci credessi, non potrei neppure credere nella recuperabilità della mia vita, di andare oltre il fatto di essere una vittima.
Quindi non ti scandalizza l’idea di incontrare persone che sono state responsabili di un omicidio o di una strage? In questo secondo caso, ad esempio, io mi sentirei maggiormente in difficoltà…
Certo che lo stragismo è diverso. Distinguere è fondamentale per capire le ragioni, che cosa ha spinto l’uno, piuttosto che l’altro, per capire i meccanismi. Poi però il risultato pratico è che ambedue hanno ucciso persone, questo non dobbiamo mai dimenticarlo. E allora io non devo mai dimenticare le ragioni che li hanno spinti. Quando ho visto ragazzi di 16, 17 anni, imputati al primo processo di Piazza della Loggia, la prima domanda che mi sono posto è stata: come ha potuto un ragazzo di 17 anni mettere una bomba così? Lo volevo capire. Io non credevo nella prima istruttoria e tragicamente ho avuto ragione.
Ma, al di là di questo, il mio problema è sempre stato: che cosa spinge un ragazzo di 17 anni a mettere una bomba? Io devo andare a capire quali meccanismi sociali, culturali, l’abbiano spinto a questo. Oggi ne sappiamo molto di più: la funzione dell’ideologia, il gruppo visto come totalità che si chiude dentro di sé e ignora qualsiasi altra cosa. Se guardiamo i terroristi suicidi, vediamo come la funzione del gruppo sia talmente spersonalizzante, che li porta a compiere atti altrimenti impensabili.
Poi, sul piano dell’analisi storico-politica, devo distinguere: il terrorismo brigatista non ha niente a che fare, come meccanismi, e se vuoi anche come finalità, con lo stragismo, o con i Nar. Questo è giusto distinguerlo, per capire, perché comprendendolo so quali armi devo mettere in atto per poterlo sconfiggere e controllare, ma il risultato finale non cambia. Ed è questo che mi ha sempre portato, devo dire fin dal primo giorno, a farmi la domanda: che cosa li ha spinti? Capire le ragioni, ripeto, non per giustificarle, ma perché soltanto se comprendo le ragioni di un fatto posso essere pronto anche a superarlo. Come faccio a condannare un kamikaze di 17 anni, se non capisco i meccanismi che l’hanno portato a fare quella scelta?
Al di là dei morti che la sua azione suicida produce, che va condannata fino in fondo. Invece noi rispetto agli anni ’70 siamo stati abituati a mettere in atto un meccanismo di tipo consolatorio, che risolve tutto: l’anarchico, il matto, il pederasta, è il caso di Brescia, con Buzzi pederasta e ladro, cioè si riduce tutto a categorie di esclusione, che ci consolano -“ah, va beh, sono persone con dei problemi...”- e invece non è vero. Cioè, è vero che magari il gesto conclusivo può essere fatto dal matto di turno, ma non è quello il punto fondamentale.
Il problema è come si arriva a convincere uno a mettere una bomba in un cestino, o a caricarsi di una catena di bombe e andare in mezzo agli altri e farsi esplodere.
Questi sono i meccanismi che dobbiamo capire, se vogliamo andare oltre.
Che poi sono meccanismi che conosciamo nel tempo. Basta leggere il libro di Helga Schneider, Lasciami andare, madre, quando la madre le racconta: “Io, per diventare kapo, e quindi accettare l’uccisione degli ebrei, ho fatto un corso di disumanizzazione, e il corso consisteva nel dire: questi ebrei, questi zingari, eccetera, non sono persone, non meritano di vivere, quindi non hai più neanche i sensi di colpa”. Questo è il dato terribile di processi di questo genere, perché li risolvi a livello di categoria del nemico.
Ecco, se non riesce a capire questi meccanismi, la vittima resta chiusa nel processo di vittimizzazione, e dunque prigioniera del suo passato, costretta a continuare su un percorso di odio, di vendetta, nei confronti di chi ha commesso questo fatto. E davvero, allora, non ne usciamo più.
Al di là di queste cose, è stato comunque importante che il presidente Napolitano il 9 maggio dell’anno scorso abbia detto che per le stragi non possiamo nasconderci che vi è stato il coinvolgimento di uomini degli apparati dello Stato. E’ stata un’affermazione indubbiamente importante. Però io sono ancora in attesa di quelli che amo definire “gesti giusti”, che quella responsabilità venga riconosciuta fino in fondo, e non venga anche qui scaricata su alcuni uomini dello Stato, perché può diventare facile anche questo. Il 28 maggio del 2007, quindi un anno prima, di fronte al presidente del Senato di allora, Marini, nel discorso commemorativo di Piazza della Loggia, ebbi a dire, su questo punto della riconoscibilità, una cosa molto precisa: “Abbiamo bisogno di gesti giusti da parte dello Stato. Che cosa intendo per gesti giusti? Gesti di riconoscimento” e ho fatto un esempio concreto.
Giuseppe Pinelli, che sappiamo che cosa significa, simbolicamente, anche sul piano della strumentalizzazione da parte dello Stato e contro lo Stato, perché non possiamo ignorare anche questa verità, ovvero che Pinelli è stato strumentalizzato da una certa parte della sinistra, perché attraverso la sua morte si evidenziava il volto negativo dello Stato: “Vedete com’è irriformabile questo Stato? Facciamo la lotta armata”. Io dicevo a Marini: “Io non metto in discussione la sentenza della magistratura, ne prendo atto, posso condividere o non condividere, ma è un altro discorso. Però un gesto di riconoscimento, lo Stato, nei confronti di Pinelli, lo deve fare, perché non è accettabile che un cittadino entri in un’istituzione vivo e ne esca tre giorni dopo, morto”.
Ora, un gesto di questa natura, permetterebbe davvero di riconoscere fino in fondo che ci sono state responsabilità dello Stato, e che oggi è giunto il momento di riconoscerle fino in fondo. Ma non basta dire una battuta, occorrono dei gesti concreti.
Riconoscere Pinelli significa, simbolicamente, tornare a Piazza Fontana, riconoscere che in quella tragedia ci sono state responsabilità istituzionali che sono proseguite nel tempo. Significa riconoscere il valore di ciò che disse nel ’75 il giudice Tamburrino, commentando il fatto che gli avevano portato via l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, il
servizio segreto parallelo, dopo che lui aveva arrestato il capo dei servizi segreti, Miceli: “Bene, se quell’inchiesta me l’avessero lasciata, le stragi successive a quelle del ‘73 (perché l’ultima era stata quella alla Questura di Milano), probabilmente non sarebbero avvenute”.
Noi dobbiamo mettere a confronto queste due realtà. Io non pretendo che lo Stato dica: “E’ stato Tizio o Caio”, pretendo che sul piano della responsabilità politica e morale riconosca che Pinelli è stato vittima di un sistema che ha permesso che si realizzassero stragi, terrorismo, depistaggi e impunità.
Questo sarebbe un gesto fondamentale da fare. Perché nel momento in cui lo Stato recupera il proprio passato, anche la società potrebbe recuperare criticamente la dimensione di quel passato e guardare con più speranza al proprio futuro.
Oggi che attività svolgete come Casa della Memoria?
Da anni operiamo nelle scuole; le consideriamo un terreno privilegiato, cercando di fare interventi che siano di natura esplicativa ma anche di coinvolgimento degli studenti. Quindi facciamo cicli di dibattiti, mettendo a confronto analisi di tipo storico, esperienze di vita, facendo parlare testimoni.
Ovviamente cerchiamo di mettere gli studenti di fronte a vari punti di vista culturali, facendo venire persone di orientamento diverso, mettendole a confronto. Poi normalmente molte di queste lezioni le registriamo, le sbobiniamo e le stampiamo, in modo che diventino materiale per la scuola stessa. Cerchiamo di coinvolgere gli studenti anche in attività pratiche: l’anno scorso, ad esempio, in occasione del trentennale, una serie di manifesti sono stati fatti da ragazzi, che abbiamo premiato poi con una borsa di studio. Ci sono alcune classi di un liceo artistico che stanno studiando la realizzazione di un calendario della memoria.
L’idea è di portare i ragazzi a operare direttamente nell’ambito di una ricerca di senso di questi fatti. Molti fanno anche tesine di fine anno, cioè un lavoro di ricostruzione...
Contemporaneamente a questo coinvolgimento, quest’anno partiamo con una sorta di corsi di aggiornamento per insegnanti, tesi a formare delle unità didattiche. Ma il dato fondamentale è il fatto che i ragazzi abbiano una dimensione la più oggettiva possibile dei fatti, abbiano a disposizione documenti, che siano loro a farsi un’idea.
A me non interessano le conclusioni, io sono convinto che la storia può essere condivisa, la memoria no, la memoria coinvolge ognuno di noi, ma la storia può trovare dei punti di totale condivisione, poi ognuno fa le proprie scelte. Condividere una storia non significa scegliere di stare con A piuttosto che con B, ma semplicemente dire: sulla base di questo, la interpretazione che io do è questa, che è diversa da un’altra.
D’altra parte è questo il bello della ricerca storica, perché ci può essere condivisione su un documento, però poi la mia interpretazione può essere diversa dalla tua, collocandolo in un contesto piuttosto che in un altro. Ma è questo che fa crescere la coscienza del cittadino, perché gli può dare l’idea del valore delle regole, del valore del passato, del rispetto delle idee altrui, senza con ciò rinunciare alla propria soggettività, anzi, la propria soggettività sarà più forte, nella misura in cui avrà una conoscenza complessiva e una capacità di confrontarsi e dialogare con le idee dell’altro, e quindi di ascoltare l’altro. Questo è il tentativo insito nelle nostre iniziative.