Adam Michnik, uno dei principali dirigenti di Solidarnosc al tempo della lotta contro la dittatura comunista, è oggi direttore di Gazeta Wiborcza, il principale quotidiano polacco.

Siamo alla fine di un secolo che per i polacchi è stato drammatico ed eroico. Avete visto la resurrezione e la scomparsa della Polonia, l’esperimento comunista e la presenza dell’Armata Rossa, una serie di lotte contro la dittatura comunista e poi il colpo decisivo contro il sistema socialista nella sua globalità. Solidarnosc è stato proprio questo, grazie anche all’appoggio del Papa, come oggi tutti riconoscono…
Come tutti gli episodi della Storia con la "S" maiuscola, anche questo è un fenomeno molto complesso in cui sono confluite diverse componenti: l’azione di Giovanni Paolo II, come di tutta la Chiesa cattolica polacca, come quella della politica americana del presidente Reagan e, prima di lui, di Jimmy Carter con la sua filosofia dei diritti dell’uomo...
E anche di Bettino Craxi, che un po’ vi ha aiutato…
Sì, me lo ricordo. Ma, al primo posto, c’è stata l’azione del movimento di opposizione democratica, e particolarmente del movimento operaio. Questo è stato il movimento più efficace per preparare il vero cambiamento nel sistema. Paradossalmente, gli operai delle grandi fabbriche, che furono il bastione di Solidarnosc, sono state le prime vittime della nostra trasformazione perché si trattava di fabbriche inefficienti, irriformabili. Questi uomini che si erano preparati a salutare il grande cambiamento saranno le prime vittime in quanto disoccupati. Questa è una delle conseguenze più dolorose e paradossali del cambiamento.
Si ha l’impressione, però, che dopo tante prove, drammatiche e positive, la Polonia sia, alla fine di questo secolo, un po’ stanca…
Gli eroi sono stanchi. Mi ricordo un’intervista a una partigiana italiana apparsa su una rivista trimestrale polacca, fatta da Wlodek Goldkorn, che trattava dell’atmosfera all’interno del movimento di resistenza antifascista italiano nel dopoguerra. E’ un po’ la stessa cosa. Gli eroi sono stanchi, perché le speranze erano grandi, il risultato è stato largamente positivo, ma i risultati non sono mai così positivi come si era sperato. C’è stata una polemica molto aspra fra me e Gustaw Herling perché lui è sempre idealista, è sempre critico verso la Polonia, che non corrisponde mai all’ideale che lui se n’è fatto. A questo proposito ho in mente un piccolo romanzo-saggio di Herling sull’Italia, intitolato Il principe intransigente, che è un’analisi della resistenza antifascista italiana. Parla di Benedetto Croce e Ignazio Silone. Da un lato, l’uomo di sinistra, il socialista, che è in esilio; dall’altro, Croce che è in esilio interno, chiuso nella sua villa napoletana. Ebbene secondo me la liberazione dell’Italia ha significato la sconfitta politica di Silone e di Croce, e la vittoria politica di De Gasperi e di Togliatti, cioè di due posizioni più ambigue. La Polonia del post-comunismo vive un po’ la stessa situazione. Al potere oggi sono i post-comunisti e questo per Herling rappresenta uno scandalo morale. Per me non è uno scandalo morale, ma è il risultato della procedura democratica. Sfortunatamente, la resistenza anti-totalitaria è stata minoritaria: era una minoranza molto importante, ma la nostra lotta non è mai stata una lotta per il potere, per il nostro potere, è stata una lotta per l’instaurazione di un potere democratico e noi dobbiamo accettarlo, se si tratta di un potere democratico. Il potere post-comunista di oggi è un potere democratico, bisogna dirlo apertamente. Non è una commedia "democratica", è un potere veramente democratico. Sono corrotti come i democristiani italiani, ma non si tratta più di un regime totalitario. Questa è la grande differenza. Gli eroi sono stanchi. Non solo fisicamente, ma anche nel senso morale e intellettuale. Non c’è più un progetto per l’avvenire.
Non c’è più quella capacità di invenzione che avevate sotto la dittatura, per esempio con la "società parallela", l’università clandestina…
Il problema non è tanto quello della società parallela, che non era male in fondo, il problema è più profondo: non c’è più un’utopia, un progetto per l’avvenire, come erano l’utopia socialista o l’utopia cristiana, o fascista o liberale. La rivoluzione anticomunista dell’89 è stata probabilmente la prima rivoluzione senza utopie. Le rivoluzioni inglese, americana, francese, bolscevica, cinese, cubana avevano tutte una grande utopi ...[continua]

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