Nadia Urbinati insegna Teoria politica alla Columbia University di New York. Collabora a varie riviste di teoria e filosofia politica.

In tutta Europa avanzano partiti xenofobi. Da quel che abbiamo capito tu sei molto pessimista e preoccupata. Cosa sta succedendo?
Mi sembra che sia in corso una trasformazione della democrazia in Europa, non solo in Italia. Stiamo assistendo al declino delle filosofie universalistiche, ma, paradossalmente, non in filosofia, bensì in politica. Nelle accademie le filosofie universalistiche sono egemoni. Ci sono certo stati revisioni e adattamenti; tentativi di armonizzare conoscenza locale e universale, multiculturalismo e liberalismo. Per esempio dopo più di vent’anni di fruttuoso dibattito, i comunitari hanno stemperato le loro posizioni particolaristiche. Del resto, non bisogna dimenticare che le filosofie più attraenti, diciamo più in vista, sono quelle legate a visioni universali della natura umana, all’idea di flourishing, di benessere della persona: pensiamo a Marta Nussbaum o Amartya Sen. Quindi c’è un quadro teorico ben strutturato in chiave universalista.
Ma questo riguarda l’accademia, è contenuto nei libri che leggiamo; che leggono pochissime persone. Se usciamo da questo gruppo ristretto e anche specialistico, vediamo uno scenario molto diverso. Nella realtà quotidiana nella quale viviamo, per esempio nell’Occidente europeo, sembra che si stiano verificando cose completamente diverse: l’universalismo è sotto attacco. Qui l’idea di uguali diritti è sotto processo, la stessa idea di integrazione europea come una grande casa comune di liberi e diversi è a rischio, almeno sotto il profilo ideologico. Le regole ci sono ancora, certamente; la moneta unica c’è ancora (benché sotto tiro del capitale finanziario globale), le istituzioni che presidiano i diritti e l’eguaglianza, come la Corte, ci sono ancora; però quello che viene avanti con sistematica tenacia, a livello nazionale degli Stati membri, è un attacco frontale all’universalismo, ai diritti individuali, all’idea di persona scorporata da ogni identità locale. Nel mondo della vita concreta delle nostre società c’è una rinascita del comunitarismo, di un comunitarismo etnico, radicato in presunte tradizioni, pre-politico. L’abbiamo visto nelle ultime elezioni in Ungheria, nella civilissima Olanda, poi in Italia, in Polonia: ci sono fenomeni che vanno esattamente verso una disgregazione delle grandi costruzioni post-nazionali nate in nome di ideali universalistici di pace, di unificazione, di cosmopolitismo, di inclusione. Le nostre Costituzioni, le carte dei diritti, le convenzioni internazionali, l’Unione Europea, sono nate proprio in reazione e per opporsi alle esperienze totalitarie fasciste, che erano e sono profondamente identitarie.
Sì, è vero che, nel caso di quei totalitarismi, più che un’etnia c’era un’ideologia invadente e potentissima che esaltava un ordine nel quale il partito era integrato allo Stato; tuttavia, il totalitarismo, il nazionalismo fascista erano comunque forme anti-illuministe, anti-individualiste (se dell’individualismo abbiamo una visione liberale), senza meno. Le nostre Costituzioni sono nate proprio per proteggerci da queste orrende cose.
Ora, questo che accade sotto i nostri occhi ci dice invece che non siamo per niente protetti, che queste carte costituzionali non ci proteggono abbastanza, perché forse nel frattempo non si è voluto curare il male profondo che c’era all’origine, che sono i fondamenti culturali dell’ideologia identitaria delle democrazie europee; vizi che non si sono mai corretti, mai sciolti, mai emendati. Le nostre democrazie europee sono nate su un elemento identitario. La nazione per tanto tempo ha avuto una funzione democratica, emancipatrice, "una nazione di cittadini”, come dice Habermas, e non di membri. Benissimo. Però in situazioni come questa, forse per ragioni che gli economisti, i sociologi e i pubblicisti dovrebbero analizzare (cioè per cause economiche, di declino del benessere), assistiamo a una rilettura della nazione in chiave etnica.
I diritti diventano un patrimonio etnico?
Esattamente: è l’identificazione della libertà, e quindi dei diritti, col possesso; il possesso del suolo, il possesso di una cultura, il possesso di una lingua, il possesso di una religione. Ora, l’idea di possesso, l’idea, cioè, di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la nostra terra, la nostra nazione, la nostra stessa Costituzione, ...[continua]

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