Ivone Cacciavillani è avvocato amministrativista e nel 2016 festeggerà sessant’anni di toga. È autore di numerose pubblicazioni giuridiche e di oltre quaranta saggi sulla storia delle istituzioni della Repubblica Serenissima. Questa intervista prende spunto dal suo ultimo libro, L’articolo due (Il Poligrafo, Padova, 2014) pubblicato con il patrocinio del Centro di Servizio per il Volontariato di Venezia.

Lei più volte nel libro parla dell’articolo 2 della Costituzione, che però, a differenza dell’art. 3 che è sempre citatissimo, non è molto conosciuto. Ci può spiegare?
L’art. 2 è il segno più importante del "miracolo” della Costituzione italiana. Era assai vivo il dibattito su uguaglianza comunista (il popolo, la classe); c’era la spinta cattolica sull’apertura (La Pira, Dossetti), e il liberalismo (il laissez-faire...). L’esser riusciti a partorire una sintesi straordinaria di tutte queste spinte eterogenee in lotta tra loro, fu un vero miracolo. In quel 1946 c’erano quattrocentocinquanta persone, gente che non aveva nessuna esperienza parlamentare, tranne Sturzo e altri tre o quattro: il resto proveniva dalle estrazioni più varie (per fare un esempio, De Gasperi faceva il bibliotecario) e c’erano, sì, personalità di spicco, come Mortati, ma nel complesso è da questo mix a dir poco eterogeneo che è scaturita quella che nella prima parte è certamente la più "bella” costituzione del mondo. Di cui, ripeto, il segno distintivo è proprio l’art. 2, la solidarietà, cioè il "non puoi girarti dall’altra parte”, è "cosa tua”; e questo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali. Nel libro racconto un aneddoto anche carino: nella versione ormai in stampa avevo citato la scritta del frontone del tempio di Delfo (settimo secolo avanti Cristo): "metròs antropos”, l’uomo è il "metro” di tutte le cose; mio nipote, che fa la quinta liceo, dice: "Nonno, guarda che metròs non va bene, il neutro della seconda è metron”. Ho dovuto telefonare e ho fatto in tempo a correggere la bozza già in stampa.
E a proposito di questo discorso della centralità dell’individuo, bisognerebbe tirar fuori le teorie d’un Bartolo di Sassoferrato, fine del 1100, sul subjectum juris: il mondo intero non vale un soggetto, che è un valore assoluto. La vita è qualcosa di assoluto, di cui non può disporre nessuno. Ecco in questo articolo, c’è stata questa fusione, non so come, ma è scoccata questa scintilla. E badate che nessuno ci fa caso; ho visto i libri di diritto costituzionale, sui quali studiano i miei nipoti: sull’articolo 2 basta una mezza paginetta e via, mentre invece è veramente la base di tutto. Ferma il mondo che voglio scendere! Sono io il centro.
A parte questo, l’uomo al centro e la solidarietà, colpisce il fatto che la solidarietà è un dovere inderogabile, di cogenza dell’art. 2.
Infatti: tu non fai il tuo dovere se non partecipi. Sul punto è d’obbligo un cenno sull’azione popolare. Nel libro me la prendo perché tutta la nostra giurisprudenza è ancora abbarbicata al codice di procedura civile del ’40, articolo 100, che richiede un "interesse personale ed economico”, per cui hai diritto al danno materiale, ma non al danno morale se non è espressamente previsto dal codice del ’42. Questa segmentazione porta a far sì che tu, sì, avresti ragione, ma non sei legittimato a farla valere. E io mi chiedo: com’è concepibile che la stessa Corte suprema continui ad applicare principi del ’40, il codice di procedura, e del ’42, Codice Civile, quando nel ’48 è intervenuta questa novità che ha cambiato tutto e dopo che c’è stata la sentenza n. 1 della Corte Costituzionale del’56, che ha affermato come l’illegittimità costituzionale di una legge possa derivare anche dalla sua non conciliabilità con le norme costituzionali sopraggiunte?
In realtà, noi siamo andati avanti dal ’48 (anno di entrata in vigore della costituzione) al ’91 con un ordinamento giudiziario del ’31, il cui art. 5 diceva che i giudici devono essere nominati da sua maestà il re. Quindi, siamo andati avanti cinquant’anni con giudici che dovremmo pensare fasulli, perché nessuno aveva il decreto del re, visto che il re non c’era più. I Giudici sono stati nominati dal Presidente della Repubblica, per buon senso, non per adattamento legislativo.
Ma non sempre il buon senso è sufficiente; ci sono questioni di fondo e di sostanza (come l’esempio del danno morale), su cui la giurisprudenza non riesce a rinnovarsi, mentre il Foro non riesce a farle emergere.
Perché si è troppo prudenti, perché si pensa alla singola causa...
Non sempre: prendiamo il caso dell’avvocato Bozzi che non ho il piacere di conoscere e che ha fatto la causa sulla legge elettorale (il cosiddetto "Porcellum”) finita alla Corte Costituzionale. Secondo l’articolo 100 del codice di procedura civile, l’avrebbero dovuto licenziare chiedendogli:  "Primo, che interesse hai? Secondo, che te ne frega?”. E invece quella sua causa ha provocato la più grossa rivoluzione dopo la Costituzione. Ha rovesciato tutto. Questo è il discorso nuovo. A un certo punto ci vuole un Bozzi che dica: "No, no pasarán”, "Non va più bene. Perché? Perché lo dico io”. "Ma c’è tutta la Cassazione...”, "Non me ne importa niente. No pasarán”. O entriamo in questa logica, o il padrone ha sempre ragione, tu devi chinare il capo. Accettare con umile rassegnazione quello che ha deciso la maestà; l’art. 5 dello Statuto albertino del 1848 stabiliva testualmente che "solo al re appartiene il potere esecutivo”. Chi sei tu? In ginocchio e bacia la mano.
Non so se ci arriveremo mai.
Tutto questo discorso quindi ha delle conseguenze incalcolabili...
Si pensi, per non far che un solo esempio, alla difesa del diritto d’ambiente. Ma ci si rende conto? Guardiamo all’Ilva di Taranto. Voi dovreste veramente aprire una tavola rotonda perché stanno succedendo delle cose incredibili dal punto di vista giuridico.  Premettiamo che del malgoverno dei rifiuti tossici si sapeva perfettamente tutto: facevano una buca e buttavano dentro di tutto, come del resto a Marghera. Io mi sono complimentato col Tar del Veneto che ha preceduto d’un mese la sentenza della Corte di Lussemburgo sul tema "paga chi inquina”. Questo però è un principio che è dovuto venire da fuori dall’Europa, perché dal punto di vista del nostro ordinamento interno s’era ancorati sull’art. 2051 del codice civile: "Tu sei custode del tuo bene...”. Invece ora c’è la Carta di Nizza, che ha creato un diritto di impresa che noi non abbiamo, perché il codice civile (del 1942), parlando di impresa (articolo 2082) definisce l’imprenditore, non l’impresa. Dall’Europa è arrivato un messaggio secondo cui l’impresa è qualcosa a sé, che non è solo tua, tu sei il padrone delle azioni, per carità, e nemmeno delle maestranze che ci lavorano e che pure hanno una parte importante, ma è anche della collettività nazionale.
Sull’Ilva lei parla di "cose incredibili”; per forzare si è andati al di là?
Mah, siamo arrivati a dei decreti-legge che non so come saranno giudicati dalla Corte Costituzionale; in pratica si è detto: "L’Ilva è tua. Però siccome non l’hai amministrata bene, ecc., e siccome deve continuare se no si ferma mezza Italia, ti proibisco di mettere piede a casa tua”. Sostanzialmente è un esproprio. E poi: "La mando avanti io (Stato) col commissario”. E chi mi dice che il Commissario l’amministri bene? E se tra cinque anni lo Stato mi mette in mano dei gusci di noci secche, chi mi paga il danno?
E come farà lo Stato a prelevare le tasse dai cittadini per pagare il danno di quell’amministratore che avesse rovinato l’Ilva? Tutti problemi terribili, che non saprei come risolvere. Però di positivo c’è che si riconosce l’interesse nazionale all’Impresa. Che l’Impresa è un qualcosa, non è un soggetto giuridico, certo, però non è neanche solo roba tua. Ecco, queste sono le nuove frontiere.
Quindi questo sarebbe un effetto lungo dell’art. 2.
Dell’art. 2, certo! Nel senso che ha creato un sistema che ci tiene tutti in ostaggio. C’è l’interesse generale che impone la solidarietà, politica, economica, sociale. Certo, di fronte a ciò tutto l’ordinamento scricchiola, va in sofferenza e il rischio è che si ritorni indietro... Si ricorda l’Iri? Quando si "nazionalizzava” tutto: avevamo i panettoni di Stato, le auto di Stato, eccetera eccetera, ed era una cosa assurda; oggi solo a Marghera lo Stato ne ha tre di aziende, e sempre per difendere i livelli occupazionali, perché se no la gente si mette sul tetto e minaccia di buttarsi giù. L’effetto sociale è rilevantissimo e, più o meno, fa aggio sull’aspetto economico. Certamente è un valore. Preciso, tutelabile. Da chi? Interessi diffusi, azione popolare, non lo so, è tutto da inventare sotto questo profilo, e finora queste questioni nuove sono sempre state risolte per segmenti, senza un quadro complessivo. La nostra non è una Repubblica collettivistica e neanche una Repubblica liberale pura, dove ognuno fa quello che vuole e via. Questo è il problema. Nuovo.
Leggendo il libro, mi aveva colpito, ma forse è un particolare non rilevante, che tra i padri dell’art. 2, ci siano Dossetti e La Pira, entrambi professori di diritto romano. C’è un qualche nesso?
Certo, con l’actio popularis. A Roma se un tizio vedeva una tomba profanata, poteva fare l’actio de sepulchro e questo pur non c’entrando niente, senza essere parente del defunto. In dialetto veneto si potrebbe dire: "Ma a ti, che te frega?”, e invece no. Ecco, è l’actio popularis, oggi dovremmo chiamarla actio solidalis, perché la solidarietà è un’altra cosa, ma secondo me, certo, c’è una filiazione dell’azione solidale dall’actio popularis dell’antico diritto romano.
Quindi "ci riguarda”
Certo che ci riguarda! Questo è un principio romanistico. Vorrei insistere sul diritto all’ambiente. Io ho il diritto di vivere nel miglior modo possibile. E fino a che punto le esigenze della produttività giustificano la compromissione ambientale? Il problema è terribile. Io ho il diritto di respirare l’aria buona. Certo, non dovrà essere buona come quella della Marmolada, per carità, c’è la relatività, c’è una proportio: in spiaggia puoi andare vestito in un certo modo e in città non puoi andare vestito nello stesso modo, però c’è un limite oltre al quale viene lesa la mia tollerabilità delle immissioni moleste. Secondo l’articolo 844 del codice civile, tu non puoi superare quel certo limite che mette in pericolo la salubrità, la salute.
Adesso in Veneto siamo vittime del rischio idraulico. In certi posti i fiumi esondano, ogni qualche anno l’acqua ti arriva al primo piano. Ecco, in nome della solidarietà noi sosteniamo il diritto all’integrale risarcimento del danno, non ad un mero contributo di solidarietà.
Guardi, qui vale l’esempio dei consorzi di bonifica, istituzione tipicamente veneziana: la prima legge sui consorzi di bonifica è dei Provveditori ai beni inculti del 1545. Venivano da 2000 anni di storia del diritto romano per cui la proprietà comportava ius utendi et abutendi. Del mio faccio quello che voglio! Ho una tenuta e a me piace andare a caccia, quindi non coltivo niente perché crescano le bestie feroci ed io possa cacciarle. Giusto! A lei invece piace coltivare il mais e ci coltiva il mais. A un certo punto ’sti matti, nel 1545, fanno una legge che dice: "No signori, lei può andare a caccia finché vuole, però deve farmi le scoline dell’acqua, baulare i campi perché l’acqua non ristagni, perché se ristagna provoca danno alle altre proprietà”. È stato tolto lo ius abutendi, che era un qualcosa di intoccabile, di insito nel diritto di proprietà!
Un’innovazione così da dove nasce?
La Repubblica veneta ai primi del Seicento, importandolo dalla Cina, aveva scoperto il riso e col riso i proprietari terrieri guadagnavano molto e quindi erano nate le grandi colture della bassa veronese. Ma nelle risaie i problemi della salute erano spaventosi. A Legnago, a sud di Verona, si ebbe la diminuzione del settanta-ottanta per cento della popolazione, che moriva di malaria, malattia allora sconosciuta. A un certo punto il Senato Veneto proibì nuove risaie. In assoluto. Ecco la tutela della salute come limite all’impresa. Il principio di solidarietà. Io ho il diritto di vivere, tu non puoi farmi morire sia pure per qualcosa che in sé è lecito.
Lei prima ci diceva che fa un volontariato che chiama la "carità del Comma”; cos’è?
È poca cosa, ma son quarant’anni che la prima domenica del mese, finita la Messa grande, faccio consulenza legale gratuita; sono in prevalenza problemi familiari: i vecchi che non muoiono più e i figli che avrebbero bisogno di spartirsi il patrimonio (parentesi: a questo proposito la mia linea è di non cedere mai i beni perché finché hai una zolla, sei caro, quando hai dato via tutto c’è il rischio che ti buttino via, in casa di riposo); però ’sti giovani han bisogno, gente magari di cinquant’anni con un vecchio di novant’anni, veramente una piaga sociale!
Alle volte non viene nessuno, e mi leggo il giornale, alle volte sto fino alle tre con la gente in coda. Ovviamente non si paga, siamo in Patronato e mi sono autodenunciato all’Ordine, impegnandomi personalmente a non raccogliere nessun mandato professionale da questa consulenza che è assolutamente gratuita. Qualche volta ti capita chi si presenta dicendo: "Io non sono di questa parrocchia, mi ascolta lo stesso”. Talvolta ti capitano con un fascio di carte; devi studiarle tutte per dire alla fine: "Non c’è proprio nulla da fare; sentenze vecchie di anni, passate in giudicato”. "Ma è ingiusto!”, "Già, ma non c’è niente da fare”. La più bella parcella che ho avuto in vita mia è stata: "Grassie sior ch’el me gà scoltà” (che mi ha ascoltato). "Ma non ho fatto niente! Mettiti il cuore in pace, non si può far niente”. "Lei mi ha ascoltato”, quando il povero non lo ascolta mai nessuno. Questa del dare gratis è una cosa straordinaria; lo dico nel libro: guadagna più chi dà di chi riceve. Realizza la sua personalità. Dare un consiglio è dare un po’ di te stesso; il comma, la consulenza legale, val più del soldo. Seneca disse: "Ogni volta che sono andato in mezzo agli uomini sono stato meno uomo”. No! è l’esatto contrario! ti sei realizzato come uomo.
L’art. 2 rovescia veramente questa visione.
La sa quella dei tre matti per la strada?  non ricordo se nel libro l’ho messa. Nel ’37, durante una discussione alla Camera delle Corporazioni, il relatore del disegno di legge che avrebbe istituito gli Eca, Enti Comunali di Assistenza, ebbe a dire: "Ben sappiamo che tre matti valgono una strada”. È terribile, questo discorso! Oggi un sindaco ha una frazione isolata che ha bisogno della strada. Le finanze sono limitatissime, ma ha quei 100 dollari che potrebbero bastare. Se fa la strada, che è comunque una necessità, acquista i voti della gente, il taglio del nastro, la banda che suona, rielezione assicurata. Lungo quella via ci sono tre famiglie coi matti che il sindaco dovrebbe ricoverare a spese comunali e quindi i 100 dollari se n’andrebbero per altra strada. Ecco il dilemma: mi accorgo dei matti e spendo per loro quei 100 dollari o faccio la strada? Se riesco a girarmi dall’altra parte e non vederli... Tre matti valgono una strada! È terribile, ma è la pura verità. Se passi oltre puoi sempre dire: "Ve li siete fatti, cavoli vostri, arrangiatevi voi”, e ti giri dall’altra parte. Oppure capisci questo discorso della solidarietà sociale e ti convinci che i tre matti ti devono interessare, sono cosa anche tua.
Nell’art. 2 potevano scrivere "associazioni”, "società”, attraverso cui realizzare la propria personalità. Invece hanno scelto il termine "formazione sociale” perché è il più onnicomprensivo, il più generico, quello che non ha bisogno di un atto notarile. È ancora secondo il diritto romano tres faciunt collegium, quindi in tre facciamo una formazione sociale. Con lo scopo di arricchire la nostra personalità, quindi acquisto il diritto di interessarmi, di fare la causa contro di lei che sta facendo secondo noi una porcata. Tres faciunt collegium, non c’è bisogno di nessun timbro. Di nessuna ufficialità. No, io dichiaro che qui realizzo la mia personalità. L’art. 2 è questa scelta di fondo: il solidarismo. Nessuno è un’isola. È la peninsularizzazione...
La solidarietà corporativa è certo importante, ma, coinvolgendo degli interessi, può degenerare nel quadro complessivo... come l’aggiustiamo, la cosa?
La solidarietà -me lo lasci dire da Veneto- è nata in Veneto, è figlia della civiltà veneta. Bisognerebbe fare un salto di secoli addietro. Parlavamo prima delle corporazioni, delle scuole, i nobili erano iscritti al Libro d’oro; al Libro d’argento appartenevano gli impiegati; gli "artisti” erano iscritti alle Arti o Scuole; lei poteva essere un ottimo fabbro, ma non poteva aprir bottega se non era iscritto all’Arte, alla corporazione, la chiami come vuole. Donde il detto che continuate a dire anche voi non veneti, "senza arte né parte”, per dire un inetto, buono a nulla: l’Arte è la corporazione, la parte, in veneto vuol dire legge, riguardava certe speciali categorie soggetti (gli ecclesiastici, gli Arsenalotti); "gli altri” non erano nessuno: "senza né Arte né parte”.
Il solidarismo è nato dal sistema delle Arti o Scuole. Il fabbro che moriva lasciando i figli piccoli, la moglie -per carità- piangeva, ma non aveva nessun problema di sopravvivenza, perché c’era la solidarietà nella "Scuola” di categoria che suppliva, mandando i ragazzi all’istruzione. E poi la cooperazione che nasce dall’unione delle varie Scuole, quindi la cooperazione è la trans-scolarizzazione. Per una specifica funzione sociale, come l’assistenza ai carcerati, si mettevano insieme due o tre Arti, o Scuole, C’era la Scuola Granda di San Rocco, una federazione di Scuole che assolvevano quella certa funzione, per esempio l’assistenza all’emigrante, quello che arrivava a Venezia e bisognava accudirlo in qualche modo. Parentesi, contro gli zingari (i cingani) c’erano leggi severissime: guai a chi portava a Venezia uno zingaro con la barca; questa veniva bruciata e il barcaiolo cacciato dall’Arte: il povero è un conto, ma lo zingaro un altro. Era così, piaccia o no! Questa cooperazione era fondamentale, perché metteva assieme aziende piccole, associate in specie di consorzi. È di lì che, ad esempio, nasce il credito cooperativo. Nasce a Venezia dal vescovo Giustiniani nel 1451: i galeotti (rematori di galera -la nave da carico; solo dopo s’identificheranno con i delinquenti, ma allora era un mestiere anche pagato bene), erano autorizzati a portare dai porti di partenza quello che potevano mettere sotto il banco da remo, dove stavano seduti giorno e notte. Potevano portarlo e venderlo in esenzione fiscale, guadagnando un sacco di soldi. Un rotolo di bisso, di porpora, poteva rendere centinaia di ducati.
Quello che stava fisicamente sotto al sedile...
Sì, era un diritto di esenzione fiscale. Quindi il galeotto prendeva la paga sindacale, chiamiamola così, più il ricavato di questo commercio. A Venezia c’erano 12.500 donne "pubbliche” censite, più le libere! Va beh, quando tornavano con la nave, insomma, andavano via parecchi soldi ma un po’ ne avanzavano. Dove li mettevano? Guai a portarseli dietro, la nave poteva andare a fondo, poi i furti di bordo; bisognava metterli al sicuro da qualche parte; li potevano depositare agli sportelli degli ebrei, solo che il viaggio durava mediamente tre mesi e non era raro che quando tornavano non trovassero più il Banco. Insomma, c’era il problema di assicurare i soldi. Capitolo primo.
Dalla parte del mondo degli "artisti” cosa succedeva? La legge finanziaria diceva che l’insolvenza, il non pagare la "cambiale”, portava alla carcerazione finché non fosse stato pagato il debito. Solo che l’artista, il piccolo produttore che aveva un’insolvenza, finché restava in prigione non poteva guadagnare, quindi non poteva pagare, quindi il protesto di una "cambiale” equivaleva all’ergastolo. Cosa pensò il Cardinale? Di costituire la "Cassa peota” -la peota è la nave: cassa di nave- in cui il galeotto poteva depositare i soldi che gli erano rimasti prima di ripartire; indicando anche a chi dovevano andare nel caso che non fosse tornato. Il Cardinale stabilì che potevano essere dati all’artista per pagargli il debito, però con una disciplina ferocissima: ogni settimana doveva pagare il "carato”. "Carato”: si chiamava così. Se alla domenica non pagavi il carato, al lunedì i "carabinieri” dell’epoca ti portavano in prigione. Quindi la liberazione dell’artigiano avveniva con questo mutuo della Cassa peota. Perché, lasciando stare le grandi banche, il credito cooperativo è nato così.
Ancora adesso se lei di domenica capita in Veneto e viene qui in Parrocchia a Stra, vedrà la Cassa peota in esercizio: la gente in fila a pagare il carato. È ancora la legge del 1451 applicata puntualmente, ogni iscritto deve pagare settimanalmente il suo carato, poniamo dieci euro. Può versarne venti se ne ha venti, ma i dieci del carato devono assolutamente essere pagati! Ancora adesso, 2015, per una legge del 1451; se vuole gliene mando copia. Guardi che a Stra, paesino di seimila abitanti, ci sono tre Casse peote. In Veneto ce ne saranno tremila. Dalle Casse peote, dal credito cooperativo, sono nate le Casse rurali.
È di nuovo l’art. 2, che è il vero primo articolo della nostra Costituzione, che c’interpella: "Tu cos’hai fatto?”.
L’idea di una democrazia centralista in cui l’elettore va a votare una volta ogni cinque anni e dà un mandato assoluto al governo centrale, con l’art. 2 non va d’accordo per niente…
Assolutamente no! Ma se cominciassimo ad applicarlo, quell’art. 2, specie con l’azione solidale, le cose cambierebbero e in fretta. Io l’ho sperimentato davanti alla Corte dei Conti inventandomi l’azione erariale popolare. Anni fa, era successo che la Regione Veneto aveva comprato un certo palazzo in Canal Grande, davanti alla sede della Giunta Regionale. L’aveva pagato otto miliardi di lire d’allora. Solita denuncia politica. Il Pm ha ordinato la perizia, e il perito, un architetto di Bologna chiamato a Venezia, ha stimato che il palazzo poteva costare al massimo due miliardi. Caspita, sei miliardi di peculazione; processo penale. Sono state messe sotto intercettazione telefonica quattro utenze per tre anni. Otto faldoni, decine e decine di milioni di lire di trascrizione. A un certo punto gl’imputati vanno davanti al Gip ed un perito di parte al perito del Pm: "Scusi, lei ha detto che vale due miliardi. Ma sa che due miliardi, se si potesse vendere, potrebbe valere la trifora gotica che c’è in facciata?”. "La trifora? Nel palazzo che ho visto io non c’è nessuna trifora”... Insomma, per farla breve, aveva sbagliato palazzo. Tre anni di intercettazioni! Il processo è finito con una sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. Ma io mi sono rivolto alla Corte dei Conti regionale dicendo: bisogna inquisire la Procura della Repubblica per vedere se è colpa del Procuratore o del suo perito, lo sbaglio di palazzo.
La Corte dei conti di Venezia ha ammesso la mia azione e, anche in sede di appello la Sezione centrale, dopo una discussione al calor bianco, con l’aula piena di avvocati, nel 2008 l’ha confermata. Il cittadino ha diritto di vedere: io pago le tasse, voglio vedere come vengono spesi i miei soldi. E il Procuratore della Corte dei conti deve rendere conto a me, al soggetto. Io ho il diritto di sapere e di vedere e posso intraprendere un’azione erariale popolare. Una visione radicalmente nuova dell’art. 2.
Vi racconto, per finire, come si è conclusa la mia "carriera ecclesiastica”. Sempre di volontariato parliamo.
Quando è uscita la legge del 2005 sugli Amministratori di sostegno, istituzione sacrosanta, ci siamo dati da fare come Foro. A un certo punto, con l’idea di muovere anche le Parrocchie, pensando a cosa stava diventando la Caritas, si è organizzata una riunione di Parroci sugli amministratori di sostegno. Codice alla mano, tutti attenti, a un certo punto un Parroco, che era anche Vicario Diocesano, dice: "Avvocato per carità, mi ha fatto piacere sentirla, ma non son cose per la nostra buona gente. Finché c’è da dare un chilo di pasta al senegalese, mi va anche bene, ma sul discorso di giudici, avvocati, carabinieri, no, no, non è cosa per la nostra buona gente parrocchiana”. Dico: "Ha ragione, Parroco, giusto, mi ha fatto ricordare la storiella di quel suo confratello che stava andando a Gerico a insegnare, e ovviamente per la strada leggeva i sacri salmi; ha sentito un disgraziato che, sanguinante, si lamentava nel fosso (con ogni probabilità era un poco di buono se circolava di notte con dei banditi!); ma egli, il Suo Confratello, mica poteva interrompere il colloquio con Dio, per cui ha proseguito tranquillamente salmodiando; poi è passato un diacono, che stava dicendo il rosario; anch’egli ha visto quel poveraccio ma è andato dritto per la sua strada. Alle fine arriva un extracomunitario, un "tèrun” di samaritano, che si ferma, lo accudisce come può e lo porta al pronto soccorso dell’epoca, un’osteria, pagandone il ticket. Ha proprio ragione lei, Parroco: non badi a questi disgraziati fetentoni e continui a pregare”. Gelo; seduta subito sciolta; ma la Scuola degli Amministratori di sostegno organizzata con Tribunale e Corte d’appello funziona tuttora egregiamente. Per quanto mi concerne, con quest’infortunio ho bruciato la mia carriera "ecclesiastica”! Non mi han più chiamato; cancellato dal "consorzio pastorale”!
Da noi si dice: la bocca, la si lega solo ai sacchi.
(a cura di Giorgio Calderoni
e Gianni Saporetti)