Alexandra Martino, 38 anni, due figli, lavora alla Maserati di Grugliasco (Torino).

Lavori alla Fiat da quasi vent’anni. Puoi raccontarci la tua storia?
Sono nata a Torino, i miei genitori sono meridionali, le loro famiglie sono venute al Nord durante il grande esodo che ci fu negli anni buoni. Mio papà è della Basilicata, di Corleto Perticara, in provincia di Potenza, mia mamma di Lercara Friddi, in provincia di Palermo; si sono conosciuti qui.
Ho iniziato a lavorare a quindici anni, forse prima, e non mi sono mai fermata! In quegli anni non c’era ancora il divieto per i minorenni di lavorare. Ho fatto di tutto, dalla pulizia scale, al lavoro di ristorante; ho fatto la pizzaiola, ho fatto il porta a porta di prodotti per la casa, ma anche il mercato, la baby-sitter... tutto quello che mi capitava lo acchiappavo. Sono stata impiegata anche in una piccola azienda artigiana, dove si lavorava sui circuiti stampati, saldatura e montaggio dei circuiti; lì ho fatto tre anni e mezzo, però il sabato e la domenica facevo la pizzaiola da un’altra parte: erano gli extra per me, il resto lo davo in casa. Ci tenevo alla mia autonomia: quando mi sono sposata le mie cose le ho pagate tutte io!
Quando sei entrata in Fiat?
Il 16 agosto del ’99. Sono stata assunta a Rivalta poi, quando ha chiuso, sono passata a Mirafiori. Faccio parte dell’ultimo gruppo di assunzioni, quelle col contratto di formazione. Me lo ricordo ancora perfettamente. È stato bruttissimo! Il venerdì ho smesso di lavorare in un ristorante del centro, di quelli dove sono tutti precisini, dove devi grattugiare il formaggio sulla pasta e riempire il bicchiere di vino; io poi, che sono un po’ grossolana, magari mi macchiavo la camicia bianca, quindi ne dovevo portare due di riserva per restare sempre impeccabile. Comunque ho finito di lavorare lì il venerdì, e ho iniziato in Fiat il lunedì.
Quello con la fabbrica è stato un incontro allucinante, soprattutto la catena. I primi due, tre mesi, la sera, mentre lavavo i piatti, dopo un po’ mi accorgevo che mi stavo spostando verso destra; insomma, continuavo a seguire il ritmo della linea!
Qual è di preciso il tuo lavoro?
Sono una deliberatrice di Ute. Una volta c’erano le Ute, Ute 1, Ute 2, Ute 3, fino alla Ute 6, che era la Ute da dove usciva la vettura pronta. Ute sta per Unità Tecnologica Elementare di lavoro. Ora a Grugliasco il montaggio è diviso in tre momenti fondamentali: c’è la trim, dove ci sono Ute 1, Ute 2 e Ute 3, le prime tre squadre di una volta; poi c’è lo chassis, che è dove carrozzano i motori; lo chassis è la parte bassa della vettura, tutta la componentistica che va fatta sotto la scocca, quindi a vettura girata o quando passa in alto; poi c’è la final, che è l’ultimo tratto di linea, dove montano gli ultimi pezzi, la selleria, le porte, il volante e, alla fine, fanno la prova dell’impianto elettrico interno della vettura.
Io lavoro in trim, sono alla fine di questo primo ciclo e controllo tutte le lavorazioni, dopodiché do l’"Ok” o il "Ko” in base ai difetti. Ho cinque minuti e venti secondi per eseguire il mio lavoro, che spesso e volentieri non bastano.
Quindi tu vedi i difetti.
Esatto. Dietro di me ci sono quasi novanta persone che lavorano e se qualcuno sbaglia c’è il rischio che si inneschi una catena di disastri che bisogna risanare. Quali sono gli errori? Per fortuna non succede quasi più, ma, per dire, dalla ditta fornitrice possono  sbagliare un fascio-cavi, o magari la lastratura ha avuto un problema e tu non hai il foro per poter mettere quella vite, che significa che materialmente non puoi agganciare il pezzo sul veicolo e quindi non puoi mettere il tappeto, e quindi non si possono montare i sedili e via così. La deliberatrice di Ute cerca di bloccare tutto quello che arriva da recuperare. E ancora prima si cerca di prevenire, nel senso che quando vediamo che un difetto è ripetitivo (cioè supera le due vetture) diamo l’allarme al team leader. C’è stato un periodo in cui arrivavano vetture con dei danneggiamenti; alla fine ci siamo accorti che il macchinario che poggia sulla vettura per stampare il numero di telaio creava questo piccolo danneggiamento; siamo intervenuti chiamando la manutenzione che poi ha provveduto a mettere dei rivestimenti sull’attrezzatura così da evitare che il veicolo si rovinasse. Sostanzialmente il nostro lavoro è questo, poi devi ricordarti tutti i codici che compongono gli allestimenti di una vettura. Per dire, di subwoofer ne abbiamo tre tipi, uno è l’YG; ecco, noi sappiamo che quel subwoofer va montato sulla 157, con dei ricoprimenti particolari sugli arrotolatori, quindi sulle cinture di sicurezza; ci sono poi etichette particolari da mettere sul veicolo, che possono essere dell’airbag, del tasto start e stop, in base al mercato e al tipo di allestimento. Abbiamo un foglio dove ci sono tutti gli allestimenti che vanno su quella determinata vettura, quindi controlliamo che la plancia, per ipotesi, abbia la doppia cucitura; la cucitura a sua volta può essere di tre colori, nera, grigia, oppure rossa; i sedili saranno neri come la plancia o beige come l’imperiale. Al contempo bisogna controllare che il tappeto sia montato correttamente e che la centralina sia stata fissata a dovere sulla scocca e non crei rumorosità. Poi ci sono gli allestimenti delle auto che devono andare in America e ancora le richieste del compratore.
Come fai a ricordarti tutto?
Ho dei tabelloni alle mie spalle che mi danno indicazioni sui vari allestimenti. A quel codice so che corrispondono, per dire, l’imperiale nero, i laterali grigi, la plancia marrone... Poi ho la gamma dei colori della scocca esterna, anch’essi con i relativi codici. Quando mi arriva la vettura dalla verniciatura faccio un controllo tra il colore che c’è sull’etichetta, il colore reale del veicolo e quello che c’è scritto sul foglio con gli allestimenti. In pratica nei miei cinque minuti ho la macchina lì ferma e, oltre agli allestimenti, giro per verificare che sia tutto montato bene, che lo specchietto retrovisore sia quello corretto, perché uno ha la telecamera, l’altro solamente il sensore pioggia.
Questo è il mio lavoro.
Dopo un po’ impari a riconoscere i problemi sistematici da quelli, diciamo, a discrezione dell’operaio e ancora dai difetti di progettazione. Col tempo impari a vedere le differenze e se il problema è dell’operaio è importante capire perché sta sbagliando: è cambiato qualcosa nel suo lavoro? È cambiato il giro? È cambiata la ditta fornitrice e i pezzi non combaciano bene?
Quanto trovi un problema cosa fai?
Lo comunico alla mia team leader, una donna meravigliosa. Contemporaneamente inserisco nel computer, tramite dei codici a barre, il difetto riscontrato. Sono dotata di una pistola tipo quella che usano al supermercato: ogni difetto relativo a un pezzo che viene montato in linea ha un nome e un perché. Per la pantina parasole, ad esempio, avrò il codice del pezzo e i vari difetti possibili: è montata male, è difettosa nel funzionamento, è danneggiata, è mancante.
Dopodiché metto il "Ko”, in modo che nel computer risulti tutto. In più ho un quadernone dove tengo traccia di tutto quello che dalla Ute va via "Ko”. I team leader ogni due ore vengono a sfogliare il quaderno ed eventualmente intervengono prima che la vettura arrivi in Ute finale. Questo è il lavoro di tutti i giorni.
Quante vetture controlli ogni giorno?
Ottanta.
Le pause come sono organizzate?
Abbiamo dieci minuti di pausa ogni due ore. E poi la mezz’ora della pausa mensa. Prima avevamo due pause da un quarto d’ora e una da dieci minuti; adesso con l’applicazione del Wcm, dell’ergo-was, son diventate tre da dieci. Il lavoro è concentrato, è veloce. Il Wcm è una cosa buona, sono migliorate un sacco di cose ed è un processo in continua evoluzione, però secondo me è molto stressante.
Il fatto è che le perdite di tempo, i tempi morti, probabilmente davano all’operaio il tempo di tirare il fiato. Quindi non si creava lo stress che abbiamo oggi. È vero che non perdiamo più tempo -e non ne perdiamo più, t’assicuro, non c’è verso di perder tempo!- tuttavia, anche se a livello ergonomico, di comodità lavorativa, le cose sono migliorate -è tutto pulito, i pezzi sono a portata di mano- c’è il rovescio della medaglia: non hai più tempo per tirare il fiato, anche tra una vettura e l’altra. Francamente mi  chiedo se a livello di difetti o di qualità abbiamo realmente migliorato. Perché quando corri così tutto il giorno arrivi a un certo punto che vai un po’ in tilt.
Infatti con la ragazza con cui lavoro ogni tanto ci guardiamo...
Lei fa un pre-giro, sostanzialmente guarda le cose più grosse, poi si controlla minuziosamente il quadernino che deve girare con la vettura, perché magari l’operaio si dimentica di mettere il timbro, o segnala un difetto in termini troppo approssimativi: "Manca un bullone nel vano motore”...
Ecco, con lei cerchiamo di dividerci un po’ il lavoro, proprio perché ci siamo rese conto che fare una vettura a testa comportava che spesso qualcosa ci scappasse, invece facendo un doppio controllo, lei nei suoi cinque minuti, io nei miei, anche se svolgiamo  mansioni un po’ diverse, materialmente gli occhi sulla vettura li mettiamo due volte. È una cosa che abbiamo aggiustato io e lei proprio per evitare che scappassero delle cose. Perché cinque minuti sono davvero pochi.
Quindi l’ambiente è migliorato e però sono peggiorati i ritmi.
Sono migliorati l’ambiente, la comodità, la sicurezza. Finalmente anche la gente ha capito che bisogna lavorare coi guanti, mettere la divisa, usare le scarpe anti-infortunistiche... qui avevamo le signore che giravano in ciabatte nella fabbrica. Intendiamoci, otto ore con le scarpe anti-infortunistiche non sono una meraviglia, però poi succedevano gli incidenti.
Quando sono stata assunta facevo la registrazione del freno a mano della Lybra, montavo il batticalcagno posteriore e facevo un sacco di cose su quella vettura: montavo una scatola per coprire una centralina sul lato passeggero prima che montassero la selleria, mettevo tutti i rivestimenti del cambio, la cuffia e il pomello, ripulivo la vettura all’interno, dal mio lato, per prepararla al montaggio del mobiletto centrale, e poi passavo dietro e montavo altre robe.
L’ambiente di sicuro era molto più sporco e anche cupo, avevamo ancora le mattonelle di legno pressato, quindi scure. Quando uscivi avevi odore di fabbrica; un odore che ti rimaneva addosso. E poi pativi molto di più con la schiena. Quando facevo la registrazione del freno a mano stavo materialmente piegata a novanta gradi quasi sulla vettura, poi dovevo tirare dentro e fuori quest’affare che pesava cinque chili,
Io avevo 22 anni, ero una sposina nuova nuova. Pensa che quando arrivavo a casa dovevo chiamare mio marito perché appena mi si raffreddava la muscolatura non mi muovevo più! Facevo così: lo chiamavo, lui scendeva, mi aiutava a salire la prima rampa di scale e mi aiutava a togliermi le scarpe, perché non ce la facevo... ricordo che facevo delle dormite incredibili, proprio svenivo nel letto. I primi tre mesi sono stati così. E poi ricordo tantissimo questa cosa che dicevo prima, che mentre mi lavavo i denti, mi accorgevo di spostarmi verso destra, come se stessi ancora seguendo la linea, e a quel punto mi rendevo conto e mi rimettevo dritta. Una cosa incredibile.
Ora la stanchezza è diversa e comunque quando arrivi a casa ci sono i ragazzi, uno deve andare in piscina, uno vuole andare al parco a giocare, poi c’è la casa da pulire, devi preparare la cena...
Hai mai pensato di mollare in quel primo periodo?
No, perché sono caparbia. Ho sempre pensato: se ci riescono gli altri ci riesco anch’io; tutto si può imparare nella vita, con un po’ di impegno e buona volontà. Era una sfida. Con me è entrata mia cognata, la sorella di mio marito; ecco, lei dopo un mese e mezzo si è licenziata. Mi ha detto: "Non sono fatta per questo lavoro”.
Torniamo alle pause. In quei dieci minuti cosa riuscite a fare?
È una corsa contro il tempo. Per fare tutto, dovresti andare in bagno mangiando la brioche e fumare la sigaretta mentre bevi il caffè; sempre che non trovi coda da una parte o dall’altra, altrimenti devi scegliere. Io non vado neanche più in mensa proprio per non avere questo stress di correre. Mi porto il mio pranzo da casa, come mi fermo, mi siedo e mangio tranquilla.
Non sei l’unica a non andare più in mensa...
È così: molti di noi non vanno più su in mensa a mangiare. Il fatto è che già fai la coda in bagno per lavarti le mani, poi devi fare la coda per mangiare, e fai di nuovo la coda per prenderti il caffè... Insomma, da quando hanno cambiato l’orario della mensa, molta gente non ci va più. Io penso che sia perché è davvero più stressata. Ho proprio notato che con molta gente con cui a Mirafiori ci si vedeva in mensa per pranzo (o per cena quando si fa il pomeriggio), adesso magari ci si trova fuori a mangiare il panino tutti insieme. C’è questa novità. Già corri tutto il giorno, il pensiero di dover correre anche per farti bastare in maniera adeguata quella mezz’ora...
Sinceramente, io me ne sto lì, così mi mangio il panino, ho il tempo di lavarmi i denti, di prendermi un caffè e tirare il fiato.
Comunque è una cosa nota. Io stessa l’ho fatta presente, anche perché inizialmente non avevamo le aree dove poter mangiare. In linea ovviamente non si può, però obiettivamente se fuori non posso andare perché c’è il passaggio dei camion e dei carrellisti e dentro non ci sono aree attrezzate, dove vado? Spesso e volentieri a gennaio, per disperazione, finivo per andare a mangiarmi il panino fuori, perché lì non ti puoi sedere, là non puoi stare...
Con dei tempi così serrati si riesce a dire due parole o è escluso?
Può capitare la vettura senza difetti e allora due parole le scambi. Da una macchina all’altra magari si urla una cavolata, ci si fanno due risate, ma anche questo è stato molto ridotto.
Dicevi che sei entrata a Rivalta e poi sei passata a Mirafiori.
A Rivalta ho fatto un anno e mezzo; quando hanno chiuso sono andata a Mirafiori. Ho lavorato su diversi modelli, sulla Marea, sulla Lybra Mirafiori, sulla Thesis, sulla Panda, sulla Multipla, sulla grande Punto, sulla MiTo. Ho lavorato anche in Costruzioni sperimentali: quella sì che è la fabbrica delle idee, un posto strepitoso! Lì davvero contribuisci materialmente a creare il prodotto: vedi il prototipo che prende forma, gli aggiustamenti che gli ingegneri devono fare al disegno... Là ho lavorato sulla Jeep, e adesso sono sulla Maserati a Grugliasco. Di vetture ne ho viste tante!
C’è stata anche la linea Musa-Idea a Mirafiori, che ha venduto tanto. La Panda e la Uno all’epoca sono state quelle che hanno tirato su l’economia qui in Piemonte, perché poi c’era l’indotto. Mio marito lavorava nell’indotto, prestampava lamiera. Era entrato a 16 anni in quella fabbrica e una mattina si son trovati i cancelli chiusi. Con un curatore fallimentare. Avevamo già un figlio all’epoca; per lui è iniziata la tiritera delle agenzie interinali. Si parla della disoccupazione giovanile, invece di questa fascia di età che va dai 40 ai 55-60 anni, che oggi ha perso il posto di lavoro, non si parla mai. E loro non si aggiusteranno mai, perché non hanno agevolazioni di sorta.
Lui prendeva una paga meravigliosa, 1.600 euro al mese, adesso, quando lavora, si ritrova con la paga di un ragazzetto di 18 anni. Oggi se lo chiama il muratore va a fare il muratore, se lo chiama l’imbianchino va a fare l’imbianchino, se lo chiamano al mercato ci va. Ha lavorato in un’impresa di pulizie tutto il periodo estivo, ha fatto il badante in sostituzione di una signora. Si butta a fare qualsiasi cosa. Ultimamente sta facendo il lavapiatti, contratto a chiamata, dalle dieci del mattino fino alla chiusura serale, oltre quaranta chilometri di viaggio e gli danno cinquanta euro. Il mondo del lavoro oggi è questo.
A Grugliasco è ricominciata la cassa integrazione.
Lo stabilimento della Maserati è piccolo, quindi con delle difficoltà oggettive di logistica e sulle linee, proprio perché lo spazio è poco. Ora l’azienda sta facendo dei lavori e così facciamo una settimana di cassa integrazione, tutti. È cominciata da un paio di mesi. Già prima avevamo tutti i venerdì a casa, quindi è una settimana più un giorno alla settimana. L’azienda ha comprato dei terreni adiacenti per sistemare la logistica e adesso stiamo cominciando a vedere i risultati di questi interventi. Ci sono alcuni punti della linea che non sono ancora completamente automatizzati. Per esempio, le vetture che arrivano dalla verniciatura vedono ancora un passaggio manuale: c’è proprio l’omino che materialmente, con dei tasti, fa spostare le vetture durante i percorsi. A quanto pare stanno cercando di meccanizzare questo processo in modo da rendere più fluido il lavoro. Stanno facendo vari aggiustamenti.
Il Wcm, il sistema di organizzazione adottato da Fiat, prevede anche la partecipazione dei lavoratori, attraverso i suggerimenti. Come funziona?
Anch’io, spesso e volentieri, se mi viene in mente qualcosa, vado dal capo e glielo dico. L’ultimo suggerimento è stato sui tabelloni, che ora sono poggiati a terra su una struttura in ferro che però è un po’ traballante. Ecco, siccome abbiamo sopra un grigliato dove passano le vetture, ho detto: perché non li agganciamo in sospensione, così sotto si libera e magari possiamo mettere i contenitori per i rifiuti di carta, plastica, ecc.
Ho fatto questa proposta di miglioramento preparando un progetto con la team leader, vediamo se la accoglieranno. Quello dei suggerimenti è un sistema premiante che hanno introdotto insieme al Wcm: se la tua idea viene presa in carico ricevi un premio, una maglietta, un buono benzina... sì, sono un po’ corti di manica da questo punto di vista: cento euro in busta paga farebbero più piacere! Tra l’altro le magliette ci mettono mesi e mesi ad arrivare. Io ne aspetto ancora una da Mirafiori!
Comunque è bello poter partecipare attivamente: se rilevi una scomodità oggettiva in quel che fai, lo comunichi e cercano di trovare una soluzione. Abbiamo chi si occupa proprio del Wcm dentro la fabbrica. Una volta messa in atto la miglioria, il lavoratore viene interpellato per capire se è adeguata o se va aggiustato qualcosa.
Puoi spiegare come funziona il team?
Di un team fanno parte dalle sei alle dieci persone al massimo. Nel mio siamo in due deliberatrici, tre con il revisionista, poi ci sono i due ragazzi che montano i sottoplancia e le minigonne e siamo a cinque, poi c’è un conduttore di impianti perché da noi montano anche i cristalli anteriore e posteriore e poi abbiamo due fuori linea.
Siamo in otto, più la team leader che gestisce. Per dire, la cassa integrazione ce la gestiamo tra di noi. Ad esempio, la scorsa settimana ho fatto cassa integrazione, non toccava a me, ma siccome avevo delle cose da fare, per non prendere ulteriori giorni dopo, con la team leader ci siamo accordate  tra di noi.
Devo dire che ci hanno fatto anche i complimenti. La nostra team leader, per abitudine, tutte le volte che ha un corso di aggiornamento o le viene comunicato qualche cambiamento, viene subito da noi e ci anticipa le novità: "Ale (o Valentina), cambierà questa cosa, ci troveremo di fronte a questo problema, lo dobbiamo gestire in questo modo”.
Recentemente abbiamo avuto un problema su delle sigle. Dicevano che noi non vedevamo quando mancavano. All’inizio ci siamo confrontate con le deliberatrici dell’altro turno, ma non riuscivamo a capire come potesse succedere: dopo di noi ci sono altre sei delibere, non è possibile che scappi a tutti. Comunque ci siamo confrontate sui nostri modi di lavorare per verificare di fare le cose giuste; insomma, abbiamo passato sotto esame il nostro lavoro, con molta onestà. Ci siamo pure aggiunte un timbro per dichiarare: "Sì, io l’ho guardata”. Fino a che non abbiamo iniziato a capirci qualcosa. Ci siamo accorte che questi stemmi si possono togliere con grande facilità, basta un tesserino e salta via senza lasciare tracce. Abbiamo provato a vedere se magari si staccava durante la prova-acqua. Attraverso la team leader abbiamo chiesto alla manutenzione, appena erano ferme le cabine, di andare a vedere se c’erano degli stemmi distaccati che erano finiti nelle griglie. Alla fine abbiamo scoperto che c’era qualcuno che faceva il furbetto. Erano piccoli atti di sabotaggio che a volte capitano perché poi con la testa della gente non ci puoi fare tanto i conti.
Quest’azienda è un po’ tiranna, nel senso che obiettivamente stiamo perdendo cose che secondo me non è giusto perdere (anche se negli anni un pochettino avevamo esagerato), però devo dire che la Fiat prima di licenziare una persona, anche con giusta causa, ci mette tantissimo. Non è un’azienda che licenzia in tronco, dev’essere proprio una roba eclatante. Sotto Mirafiori c’è una zona dove c’era materialmente l’omino che metteva le ruote su questi discensori per farle arrivare direttamente sulla linea di montaggio. Spesso e volentieri questi impianti si bloccavano, interrompendo la produzione. Le guardie alla fine avevano trovato un signore che buttava dell’acqua sulle centraline. L’hanno licenziato, ma senza pubblicizzare cos’aveva fatto. E visto che aveva una famiglia sulle spalle gli hanno pure trovato un altro posto. Sono state trovate persone che rubavano e anche queste persone sono state licenziate. Però, se non sono cose così gravi, difficilmente ti licenzia, magari ti riprende, ti multa, però... Almeno finora è stato così, ora vedremo cosa succede con l’abolizione dell’art 18.
Qual è l’età media dei lavoratori?
Direi 45-50 anni. Abbiamo un’età media molto alta, d’altra parte se continuano a fare riforme di questo genere sarà difficile vedere un ricambio generazionale. L’unico posto dove hanno assunto due ragazzi molto giovani è la manutenzione. Ma sono assunzioni obbligatorie dovute alle liste speciali, le liste protette, riservate a ragazzi che hanno problematiche, patologie magari importanti. Da noi sta facendo addestramento un ragazzino di 18 anni, è diventato un po’ la mascotte del gruppo. Cosa vuoi, siamo tutte mamme, così bene o male c’era chi gli portava la bottiglietta dell’acqua, chi la fettina di torta... fino a che non abbiamo saputo che era stato assunto perché diabetico! A quel punto l’abbiamo messo subito in riga!
Un po’ di ricambio generazionale servirebbe, perché noi siamo "rotti”. Io sono già stata operata a una mano e alla spalla. Alla spalla ho fatto delle infiltrazioni, perché ho la cuffia che ormai non va più bene, i legamenti non stanno al 100%... Il lavoro di linea è questo.
Chi lavora a una scrivania ha problemi alle spalle, alla schiena, per via della postura, alle gambe, noi abbiamo il tunnel carpale, l’epicondilite, che è un’infiammazione al tendine. Sono dolori terribili. Io ho ricominciato a dormire solo dopo l’intervento. Mio marito, poveretto, era disperato, avevamo il bambino piccolo e io avevo questo dolore insopportabile; la notte dormivo seduta, coi cuscini sotto il braccio per tenerlo alzato e non c’erano calmanti che bastassero. Ero rimbambita di medicine. Dopo l’operazione non ho mai più sentito quel dolore lì e mi sono sentita graziata.
Tra i vecchi operai c’erano tanti casi di sciatica, di ernia al disco; ce ne sono ancora tantissime, soprattutto nei più anziani. Evidentemente le attività lavorative dell’epoca erano più faticose.
In futuro vedremo quali saranno le malattie che svilupperà questo nuovo sistema di lavoro. Adesso ergonomicamente siamo a posto, sicuramente ci saranno meno ernie al disco. Però chi lo sa se il lavoro più stressante non genererà più esaurimenti o più depressioni, vedremo.
Dopo una lunga esperienza su tutti i modelli, se la macchina ha un problema sei in grado di metterci le mani?
Anche se ho lavorato poco sul vano motore, gli interni delle vetture bene o male li ho visti tutti. Quindi qualcosa riesco a combinare. Recentemente ho aggiustato i vetri alla macchina di una mia amica. Mi aveva detto: "Ho ’sto finestrino che non va su però il motorino funziona...”. E io: "Magari si è sganciato il carrier”. "Che??”. Il carrier è il marchingegno che materialmente fa andare su e giù il vetro. Le dico: "Smontiamolo e vediamo”. Un’altra ragazza mi dice: "Ah ma mi rimane sempre la lucina accesa”. Le dico: "È la luce di cortesia, magari si è staccato un filo”. Ci siamo messe nel cortile di casa mia, un pomeriggio, e in due ragazze abbiamo smontato, guardato, aggiustato e rimontato tutto, risolvendo il problema. Ho fatto un figurone!
(a cura di Barbara Bertoncin)