Valerio Pocar, avvocato, già docente di sociologia del diritto e di bioetica, dal 2012 è Garante per la tutela degli animali del Comune di Milano.

Gli animali sono sempre più parte delle nostre famiglie.
Gli animali da affezione sono percepiti sempre più come membri della famiglia, spesso anche con un rapporto un po’ distorto, perché tendiamo ad antropomorfizzarli... io sono il primo a dichiararmi colpevole di questo comportamento, nel senso che è del tutto chiaro che, mentre nei confronti del mio gatto, ad esempio, riesco ad avere un atteggiamento da fratello maggiore, nei confronti di sua sorella... è come una figlia! E lei lo sa e si comporta di conseguenza perché è una gattina molto intelligente. D’altronde gatti molto tonti ancora non ne ho trovati.
Questo per dire che il nostro rapporto non riconosce in realtà la loro specificità. D’altra parte, gli animali che vivono nelle nostre case in larga misura sono stati "costruiti” così. Un gatto nato e vissuto in casa si adegua, come dire. Anche se questo poi non è del tutto giusto. Di nuovo cito la mia esperienza: dal giorno in cui ho portato i miei gatti in campagna, in città non hanno più voluto tornare.
Quando parliamo di diritti degli animali, non ci riferiamo solo agli animali d’affezione. Qual è la situazione?
Se alcuni animali sono privilegiati perché noi li abbiamo appunto adottati come amici, la gran parte degli animali viceversa è meno protetta. Paradossalmente, l’animale ha la fortuna di essere protetto quando ha la sfortuna che la sua specie è minacciata. Quantomeno è tutelato. A non godere di alcuna tutela sono i cosiddetti animali da reddito: quelli che vengono allevati per produrre, per essere mangiati, ecc. Tra l’altro sappiamo come vengono allevati. Ma anche nella migliore delle ipotesi, quella in cui la gallina sia davvero razzolante in un territorio sufficientemente ampio, in condizioni adeguate dal punto di vista etologico, la gallina è lì per fare le uova o per finire in padella! C’è poco da girarci intorno: qui di diritti non è proprio il caso di parlare.
A questo punto vorrei fare una piccola notazione di metodo e di uso dei termini. Noi siamo abituati a parlare di diritti degli uomini, di diritti degli animali, di diritti dell’ambiente, ecc. È un’espressione che nasce storicamente come riconoscimento di prerogative nei confronti del potere. I diritti umani, i diritti civili, nascono in primo luogo contro il sovrano e via via si sviluppano. Oggi abbiamo un’infinità di diritti, sempre più vasti, articolati, sempre più "universalistici”, con anche qualche stortura.
Ecco, nei confronti degli animali, io, tutto sommato, preferirei parlare di "doveri umani”. Perché la categoria del dovere è più ampia di quella del diritto e può comprendere anche soggetti che altrimenti non rientrerebbero. Faccio un esempio. Quando noi parliamo di "diritti” delle future generazioni, a proposito della necessità di preservare l’ambiente, è chiaramente una finzione: com’è possibile parlare di diritti nei confronti di un soggetto che per definizione non c’è? I diritti hanno bisogno di soggetti a cui riconoscerli. Al contrario, noi possiamo tranquillamente parlare di "doveri” attuali nei confronti dell’ambiente a garanzia della perpetrazione della specie umana.
Molti poi contrastano la dottrina dei diritti con riferimento agli animali dicendo che tra diritto e dovere ci deve essere un rapporto sinallagmatico, come dicono i giuristi, cioè di reciprocità. In realtà, non è affatto vero perché esistono una serie di doveri nei confronti di soggetti che non hanno doveri. Un bambino appena nato non ha alcun dovere, ha solo diritti, e noi abbiamo solo doveri nei suoi confronti e nessun diritto. L’assenza di un rapporto di reciprocità pertanto non toglie il dovere. Gli animali non hanno dei doveri nei nostri confronti, ma noi li dobbiamo rispettare lo stesso.
Viene talvolta obiettato che se non c’è consapevolezza dei propri diritti questi non debbono essere riconosciuti. Argomento piuttosto pericoloso perché ci sono dei soggetti umani che non sono consapevoli dei propri diritti. Un bambino appena nato è consapevole dei propri diritti? Per carità!
Prendiamo un caso estremo. Noi riteniamo di avere dei doveri nei confronti di soggetti in stato vegetativo permanente, anche se questi soggetti non hanno diritti in senso proprio. È curioso: io ritengo di avere dei doveri nei confronti di un soggetto in stato vegetativo permanente, che non percepisce nulla, non ha consapevolezza dell’ambiente, non ha consapevolezza di se stesso, non pretende nulla. E non dovrei sentire il dovere nei confronti del mio gatto, che invece è intelligente, ha una vita di progetto, ha consapevolezza dell’ambiente, ha consapevolezza di se stesso, e pretende!
Ecco perché la categoria dei doveri è preferibile, secondo me, perché toglie via tutta una serie di obiezioni inutili, false, speciose.
Naturalmente il problema qual è? Che se qualcuno pretende il soddisfacimento e il rispetto dei suoi diritti, è più facile che il dovere sia eseguito. Se il dovere è il dovere per il dovere, cioè un dovere morale, le cose si complicano. Ecco allora perché noi dobbiamo immaginare regole che stabiliscano questi doveri.
Su cosa fondiamo i diritti che attribuiamo agli animali, e quindi i nostri doveri nei loro confronti?
Allora, noi riconosciamo in generale i diritti alla persona. Una "persona”, nel senso giuridico del termine, è caratterizzata proprio dal fatto che gode di diritti. Ma questa personalità in che cosa consiste? Ecco, qui noi in realtà facciamo un gioco di scambio: se riconosciamo la personalità riconosciamo diritti; se riconosciamo diritti, riconosciamo la personalità. Diventa tautologico.
Allora io credo che la personalità, e quindi la possibilità di attribuire dei diritti, consista in alcuni elementi molto semplici, che però ci devono essere.
Gli animalisti sono partiti dalla frase di Jeremy Bentham che cito a memoria: "Non ci interessa di sapere se possono pensare, se possono parlare, ci interessa di sapere se possono soffrire”. Bene, questa frase è molto giusta, è assolutamente condivisibile, di più: è il fondamento di tutta la dottrina filosofica utilitarista, della morale utilitarista. Però è troppo corta! Perché gli animali sono anche esseri senzienti; questo ormai lo dice anche l’Unione europea (e in fondo basta avere gli occhi in testa per saperlo!). Essere senzienti potrebbe però non bastare per essere persone.
Torno a Bentham: non ci interessa sapere se possono pensare, se possono parlare... Ecco, il fatto è che pensano e parlano! È questo il punto. Che un gatto pensi è fuor di dubbio, perché la sua azione non è irriflessiva, non è automatica. Il vecchio discorso dell’istinto, per cui gli animali funzionano con l’istinto e gli uomini con la ragione, è una corbelleria. Non a caso non esistono due animali che tengano esattamente lo stesso comportamento. Se fosse un fatto puramente evolutivo, puramente istintuale, dovremmo concludere che tutte le mucche, tutti i cani si comportino sempre nello stesso modo perché è l’istinto che li muove. Lo stesso animale invece reagisce in modo diverso al medesimo stimolo e il suo agire si evolve nel tempo: quello che faceva da giovane non lo fa da anziano, l’esperienza evidentemente gli ha insegnato qualcosa, cioè l’animale ha elaborato le proprie esperienze. E la nostra ragione che cos’è? Elaborazione delle nostre esperienze! Per noi ci potrà essere forse una più evidente trasmissione di carattere puramente comunicativo: leggiamo dei libri e facciamo nostra l’esperienza altrui. Ma, che io sappia, anche gli animali si trasmettono informazioni. Tutte le gatte insegnano a vivere ai propri gattini. E non è una trasmissione puramente istintuale, è un’istruzione.
La mia mamma aveva una gatta molto scorbutica che andava d’accordo solo con lei; un bel dì la gatta ha provato ad attaccarsi sulle tende, come può succedere, mia mamma l’ha sgridata e le ha spiegato che non si fa. La gatta ha imparato, nel senso che non l’ha più fatto. Poi però la gatta ha avuto un gattino, il quale ha cercato anche lui di arrampicarsi sulle tende; ebbene, la gatta gli ha subito dato una zampata e gli ha spiegato che non si fa! E lui non l’ha più fatto. Ora, questa è una trasmissione culturale, è passare un’informazione, è l’insegnamento che un bambino riceve a scuola: certe cose si fanno e certe no.
Noi dobbiamo guardare il mondo animale con occhio attento perché la base del rispetto è l’attenzione, il vero rispetto è considerarci per quello che valiamo.
Per concludere, qui abbiamo un animale che, a modo suo, pensa. Inoltre nessuno può negare che gli animali comunichino tra di loro. Non solo con espressioni verbali, ma con la posizione del corpo, con gli atteggiamenti, quindi con un linguaggio di tipo prossemico. Quindi abbiamo delle creature che sentono, pensano e parlano. E che di conseguenza sono anche consapevoli di se stesse, del mondo in cui vivono, capaci di apprendere. Creature dunque che hanno tutti i tratti della personalità.
A questo punto, o noi decidiamo, in modo apodittico e antropocentrico, che certe prerogative spettano solo a noi perché siamo noi, oppure dobbiamo riconoscere che, pur essendo specie diverse, possediamo analoghe qualità, e allora non si capisce perché queste altre specie non debbano essere trattate su un piano di parità. E, onestamente, infatti io non lo capisco, semplicemente non lo capisco!
La specie umana si è a lungo immaginata come collocata al centro dell’universo, poi è arrivato Copernico e ha detto che era una cretinata. Poi è arrivato un altro che ci ha spiegato che la nostra è una specie come tutte le altre, con le sue peculiarità. Ma qual è la specie che non ha le sue peculiarità? Si chiama specie apposta, perché è specifica!
E quindi, per la stessa ragione per cui mi guardo bene dal mangiare i bambini, non capisco perché si possa continuare a mangiare gli agnelli. Si potrebbe forse capire se è una necessità. Ma dal punto di vista prettamente morale, se anche non ci fosse altro rimedio per sopravvivere che mangiare i bambini, dovremmo comunque interrogarci se sia lecito.
Il discorso sui doveri nei confronti degli animali non umani si regge esattamente sugli stessi principi su cui si regge il discorso per il riconoscimento dei diritti umani. Non c’è nessuna differenza, è lo stesso paradigma.
Se riconosciamo agli animali un piano di parità, lei sostiene che la scelta vegetariana diventa obbligatoria.
Sì, obbligatoria. Dal mio punto di vista, il rispetto per gli animali è una ragione più che sufficiente per diventare vegetariani. Gli animali non possono essere mangiati, tantomeno possono essere allevati per essere uccisi.
Oltretutto mangiare carne, in qualche modo, non viola semplicemente la tutela e i diritti degli animali, ma anche i diritti umani fondamentali. Ora anche l’Oms ci ha detto che la carne fa male. Uno può dire: io sono autolesionista e faccio quello che voglio. Questa frase non va bene per due ragioni. La prima è che i costi sociali si scaricano sulla collettività. Noi infatti rifiutiamo l’idea che l’autolesionista si autoescluda dai benefici del welfare. Già in sede di assemblea costituente si parlò non solo di diritto alla salute, ma anche di dovere alla salute, poi l’idea fu lasciata cadere, perché non si può escludere dalle tutele qualcuno perché ha fatto una scelta sbagliata. Oltretutto dovremmo escludere dalle tutele tutta una serie di comportamenti che hanno a che fare con lo stile di vita... Insomma, non si salverebbe nessuno! Dobbiamo essere tolleranti nei confronti delle nostre debolezze. Resta il fatto che c’è il problema dei costi sociali. C’è poi una seconda ragione. Sappiamo che gli allevamenti sono una grave fonte di inquinamento e di emissione di gas serra. Le stime sono oscillanti, ma la produzione di gas serra da parte degli allevamenti è una percentuale ad almeno due cifre, per non parlare dell’inquinamento idrico e del consumo di acqua. Quindi il consumo di carne lede anche i diritti fondamentali umani: quello che succede è che se qualcuno mangia carne qualcun altro non mangia affatto. Quindi abbiamo un comportamento che viola sia i diritti umani sia i diritti animali. Che senso ha?
E non si può neanche rispondere che "siamo fatti così” nel senso che saremmo onnivori. Sulla base di che lo si dice? Dubito che l’idea sia semplicemente frutto di vischiosità intellettuale. Personalmente, ho dei dubbi. Penso sempre alla lunghezza degli intestini umani: sarà un caso che i carnivori abbiano un tubo digerente molto corto e invece il nostro tubo digerente assomigli molto di più a quello della mucca?! Ma anche ammettendo che noi siamo potenzialmente onnivori, oggi sappiamo che non abbiamo affatto bisogno di consumare prodotti animali.
Tutto questo, proprio da un punto di vista di morale razionale, mi fa dire che il vegetarianismo è un dovere. È fondamentalmente un dovere.
Resta aperto il dibattito sull’opportunità degli esperimenti scientifici sugli animali.
Io sono contrario alla sperimentazione sugli animali, eminentemente per una questione morale. Qualcuno potrebbe obiettare che proprio seguendo una morale di carattere utilitaristico potrebbe essere ragionevole sacrificare cento animali se ciò può portare alla salvezza di un milione di uomini. Secondo una morale utilitaristica rigorosissima il discorso potrebbe avere un senso sempreché la premessa fosse davvero coerente con la conseguenza. Ma attenzione: allora anche se sperimento su cento umani e ottengo qualcosa che salva un milione di umani, dovrei poter dire: "Mi spiace per i cento umani...”. Non funziona così, le cose non stanno in questi termini, quindi bisogna andarci molto cauti. Da questo punto di vista, io mi trovo sulle posizioni del cosiddetto antivivisezionismo filosofico, o morale.
Poi c’è l’altro aspetto: la sperimentazione è davvero utile? Io ne dubito. Finché si trattava di una sperimentazione diciamo di base, quindi a fini di conoscenza della biologia, forse si poteva capire, anche se resta da valutare se l’interesse alla conoscenza debba prevalere sull’interesse alla vita e alla non sofferenza. E già questo è molto complicato. Ma qui l’interrogativo è se effettivamente i risultati che si ottengono sugli animali siano trasferibili alla specie umana. Una serie di molecole sperimentate con successo o comunque senza conseguenze sugli animali, spesso non entrano in commercio perché hanno invece conseguenze gravi sugli esseri umani.
Intendiamoci, il metodo scientifico è il miglior metodo di conoscenza che abbiamo, il più rigoroso, il più testato, il più validato, il più razionale. Ma questo non vuol dire che gli scienziati sono tutti razionali, rigorosi e così via. Tanto più che oggi gli scienziati sono nella sentina della vita di tutti i giorni, e devono campare. Rilevo anche che là dove la ricerca è pura, e quindi non c’è business, gran parte dei ricercatori si rifiuta di fare sperimentazioni sugli animali.
C’è poi il paradosso che rilevavo già tanti anni fa, e cioè che più si cerca di giustificare la sperimentazione con la somiglianza tra noi e l’animale più questa diventa immorale. Insomma, se è vero che siamo molto simili e che quindi i risultati sono trasferibili, allora è immorale. Se non è vero che siamo molto simili è immorale due volte perché si tratta di una crudeltà inutile.
A una maggiore diffusione della sensibilità per il benessere degli animali corrisponde una legislazione non sempre all’altezza.
L’andamento legislativo è troppo lento. Penso ai circhi: allo stato attuale non è possibile vietar loro di attendarsi in un comune perché perdi sicuramente la causa davanti al Tar; sono ancora definiti "spettacolo culturale”, quindi ammessi a finanziamenti dello Stato, a benefici fiscali e quant’altro, come fossero un teatro, un’orchestra. Per fortuna oggi ci sono anche circhi senza animali. Perché si possono fare spettacoli bellissimi puramente umani. Anche gli zoo sono sempre meno, ma si tramutano in zoo-safari, che sono sempre meglio dello zoo in gabbietta per carità, però... Io mi ricordo, da bambino, di quel povero orso bianco, dentro quella gabbia che era grande come lui, per cui per girarsi doveva strusciare contro le sbarre. O del povero leone sdraiato su una panca, che stava lì a guardare il mondo. Una cosa orrenda. Il circo di fatto costringe questi animali a vivere come in uno zoo, con in più lo spettacolo. Loro dicono di amare gli animali, io qualche dubbio ce l’ho.
Qui bisogna smontare un luogo comune molto diffuso che vale anche rispetto al consumo di carne. L’obiezione tipica è in nome della libertà: tu scegli di non mangiarla, sei libero di farlo, io scelgo invece di mangiarla e son libero di farlo. Eh no, perché io ho adottato una posizione negativa che non nuoce a nessuno e che anzi potenzialmente reca vantaggio alla collettività. Tu invece stai scegliendo una cosa che arreca danno alla collettività e che comunque nuoce, perché provoca la sofferenza di un altro. Non è la stessa cosa.
Anche qui l’obiezione è: se non ti piace il circo non andarci. Certo che non ci vado, vorrei anche vedere! Ma dietro c’è un discorso alquanto più ampio: io so che in quel contesto gli animali sono trattati male.
Le è stato affidato l’incarico di Garante del Comune di Milano per la tutela degli animali. Può raccontare?
È una figura interessante perché rivela una sensibilità nuova. Ovviamente è un ruolo ancora sperimentale, si intende introdurlo anche in altri comuni, ma che io sappia, allo stato delle cose, in Italia c’è solo nei comuni di Milano, Napoli, Salerno e Bergamo. A Milano il regolamento comunale dice testualmente che il Sindaco nomina il garante, punto. Il regolamento che dovrebbe andare molto presto alla discussione del consiglio comunale per poi sostituire il vecchio è molto articolato, e molto tutelante. Quando sono stato nominato, ovviamente ho cercato di dilatare la mia funzione, visto che non era definita. Devo anche dire che ho avuto molto appoggio da parte di questa amministrazione.
Il garante ha una funzione fondamentalmente di promozione e di diffusione di idee; è anche un punto di riferimento per eventuali reclami: io ricevo segnalazioni di maltrattamenti, abbandoni, situazioni di carenza, di pericolo. Piccole e grandi cose...
Per concludere, in base alle sue considerazioni iniziali, se rispettare gli animali significa non interferire con la loro vita, proprio chi più li ama dovrebbe privarsi della loro compagnia.
Questo ovviamente è un obiettivo di lungo periodo e, sì, è un obiettivo indubbiamente autolesionistico! Però, al tempo stesso, sarebbe giusto che ognuno vivesse per conto suo, e che l’interferenza con gli animali fosse soltanto oggetto di curiosità, ma col binocolo. E non di antropomorfismo. Il fatto è che ormai è troppo tardi per tornare indietro, perché gran parte degli animali di compagnia sono stati costruiti in modo, se non antropomorfico, antropico.
Si potrebbe obiettare che anche i "nostri” animali forse sarebbero meno felici senza di noi. Il problema è che non lo sappiamo.
Ripeto: la prima regola per trattare bene gli animali è conoscerli. Noi dobbiamo istruirci sugli animali che adottiamo. Nel nuovo regolamento è previsto l’obbligo che, laddove c’è una cessione di animali nota, questa sia accompagnata -si accetti l’espressione un po’ cruda- dalle "istruzioni per l’uso”. Perché ogni specie ha le sue esigenze, quindi certe regole non si possono non sapere. L’animale sarà dunque accompagnato da un modulo formulato dal Comune in cui si danno una serie di informazioni. Faccio sempre l’esempio delle tartarughe. Ha presente le tartarughine nella vaschetta? Ecco, bisogna sapere che se campano, diventano enormi! E dopo dove le metti? Allora cosa succede? Che i proprietari, impossibilitati a tenerle, le scaricano nottetempo nei laghetti della città, con conseguenze di carattere ecologico non indifferenti. Bisogna saperlo. Bisogna anche conoscere i costi di un animale! È una banalità, ma se un padre sciagurato nell’intento di accontentare il proprio bambino entra in un negozio di animali perché il piccolo all’improvviso vuole un cane... Apro una parentesi: non si dovrebbe mai fare una stupidaggine del genere. Prendere un cane è una cosa che va meditata, è come mettere al mondo un figlio, bisogna essere pronti, disposti ad accoglierlo, potergli offrire condizioni adeguate, ecc. Ecco, se questo padre va nel negozio di animali e lì c’è un bellissimo cucciolo di alano, tutto dinoccolato, naturalmente il bambino vorrà proprio quello. Bene, bisogna però sapere che di lì a un po’ di mesi il cane costerà più di tutto il resto della famiglia, in cibo. Te lo puoi permettere? Prego! Ma se non te lo puoi permettere dopo hai il problema di un cane che non si sa dove mettere, e che magari viene abbandonato.
Ipotizziamo comunque che uno abbia rispettato tutte queste regole e che sappia come tenere l’animale. È probabile che a questo punto l’animale non sia infelice. Al micio, essere accarezzato fa piacere, infatti lo viene a chiedere. Il mio si mette anche in una posizione comoda per me, perché se resta a terra, io che ho la mia età e pure un po’ di mal di schiena, smetto subito. Allora lui salta sul tavolo e si mette in posizione. Sempre perché non pensano...
Insomma, in molti casi è chiaro che c’è uno scambio estremamente gratificante, soddisfacente e molto bello, e anche per loro evidentemente la cosa non va così male! Se un gatto vuole renderti parte della sua vita vuol dire che gli stai bene, sennò sta per conto suo. E però, però...
(a cura di Barbara Bertoncin)