Mauro Boarelli, storico e ricercatore indipendente, si occupa di progettazione culturale presso un ente pubblico a Bologna e collabora con la rivista “Gli asini”. Si è occupato prevalentemente di storia dell’Italia contemporanea. Fra i suoi libri: La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (Feltrinelli, 2007) e il recente Contro l’ideologia del merito (Laterza, 2019).

Hai un dottorato in storia contemporanea e la tua formazione è quella di storico. Quando ti sei avvicinato al tema della meritocrazia?
Avevo in testa questo argomento da molto tempo. Ne coglievo le ambiguità e mi interrogavo sull’uso politico trasversale di questo concetto. La collaborazione con due riviste dirette da Goffredo Fofi, “Lo Straniero” e “Gli asini”, mi ha dato la possibilità di iniziare a scandagliare la storia e le implicazioni ideologiche della “meritocrazia”, e soprattutto mi ha spinto a cercare le connessioni tra indagini svolte su terreni diversi (il linguaggio, il narcisismo, la cultura terapeutica, il vittimismo, per citarne alcuni) ma che in realtà sono limitrofi. Ho quindi voluto dare una veste più organica alla riflessione, che ho portato avanti per alcuni anni sulle riviste mostrando le connessioni tra differenti campi del sapere e differenti campi dell’azione sociale.
Dunque un semplice interesse a latere del tuo mestiere di storico?
Chiaramente le cose non vengono mai a caso. La formazione storica mi ha portato a dedicare un ampio spazio alla nascita e alle trasformazioni del concetto di “merito”. Sarebbe impossibile capirne le implicazioni senza averne chiare le origini e gli sviluppi. L’interesse storico si è però intrecciato alla necessità di leggere il tempo presente con strumenti analitici in grado di contrapporsi alla banalizzazione che caratterizza l’uso superficiale e disinvolto di parole chiave. “Merito” è una di queste.
Allora partiamo dalla storia, dalle radici neoliberiste del concetto di merito. Com’è stato possibile che il termine “meritocrazia”, nato in un contesto critico-satirico, sia stato adottato quasi da tutti in senso positivo?
La parola “meritocracy” nasce negli anni Cinquanta negli ambienti della sociologia inglese. Alan Fox la utilizzò, probabilmente per primo, nel 1956; Michael Young la rese celebre adottandola come titolo del suo romanzo-saggio satirico e distopico pubblicato nel 1958, The Rise of the Meritocracy, che ebbe un grande successo. Nelle menti dei suoi inventori e primi utilizzatori, il neologismo aveva un significato fortemente negativo, influenzato da un’osservazione attenta della società inglese di quegli anni, nella quale intravedevano in forma embrionale una serie di elementi che a loro avviso (e avevano visto giusto) avrebbero determinato profonde distorsioni nella concezione egualitaria della società.
Ad esempio, in quel periodo il Partito laburista, di cui Young faceva parte, aveva tra i suoi obiettivi l’abolizione dell’Eleven-plus, un esame cui venivano sottoposti ragazzi di undici anni che dava luogo a una precoce canalizzazione e differenziazione scolastica. Sei anni prima della pubblicazione del libro di Young uscì in America il romanzo d’esordio di Kurt Vonnegut, Player Piano: un altro libro distopico che mostra come l’abbattimento dei privilegi ereditari nel nome del “merito” porti alla costruzione di un sistema sociale basato su una gerarchia di potere ancora più rigida e spietata. Ancora una volta la letteratura distopica si è rivelata in grado di anticipare le tendenze delle trasformazioni sociali e coglierne le implicazioni profonde.
In entrambi i libri la società meritocratica finisce per implodere sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Ammesso e non concesso che la nostra sia una società meritocratica, oggi non mi sembra di vedere questo pericolo all’orizzonte.
Con una battuta si potrebbe dire che Young colloca la rivolta che abbatte il sistema meritocratico nel 2033, quindi non è detto... La letteratura distopica non ha il compito di prevedere con esattezza gli avvenimenti futuri, ma di indicare le strade che la società sta prendendo. Da questo punto di vista, ha sempre giocato un ruolo anticipatore. Purtroppo il libro di Young, che dopo il suo successo iniziale è stato probabilmente più citato che letto, è stato frainteso, e la sua parola-chiave, meritocrazia, ha subìto una trasformazione e ha acquisito nel tempo un significato positivo. È come se Young, in modo involontario, avesse fornito un vocabolo comodo e di facile comprensione a un’ideologia priva di un proprio lessico e desiderosa di colonizzare quello altrui. Il vocabolario costruito intorno al merito è fatto prevalentemente di parole apparentemente neutrali (valutazione, competenza, opportunità, ecc.), il cui significato originario e radicato nel senso comune viene però piegato a un uso ideologico che finisce per attribuire loro -senza che questo risulti immediatamente evidente- un significato opposto. Ecco perché merito è diventato un concetto difficile da scalfire e da de-costruire, nonostante non mantenga le sue promesse. È una parola che sembra implicare un’idea di eguaglianza, ma si dimostra profondamente disegualitaria negli effetti delle politiche che da essa traggono origine.
Nel libro mostri come questa parola venga assorbita dal discorso neoliberista per naturalizzare delle diseguaglianze sociali. Ma il tuo libro s’intitola contro “l’ideologia del merito”, e non contro il “merito” tout court. C’è una ragione dietro a questa scelta?
Non c’è nessuna ragione logica per scagliarsi contro il merito, che è un concetto astratto e non necessariamente negativo di per sé. Anche la nostra Costituzione ne accoglie una specifica declinazione, di matrice egualitaria. Dobbiamo concentrarci su ciò che è stato costruito intorno a esso. Anche se il discorso del merito si auto-rappresenta come il superamento di ogni ideologia, proprio di una ideologia si tratta, derivata dal pensiero neoliberista. Questo non vuol dire sostenere l’esistenza di un disegno coerente che si sviluppa dagli anni Cinquanta a oggi. La storia non procede in modo lineare a partire da una pianificazione originaria che realizza se stessa senza conflitti e deviazioni. Lo stesso pensiero neoliberista non è un insieme unitario e coerente. Il momento in cui l’ideologia del merito trova spazio per diffondersi in Europa si può collocare intorno agli anni Ottanta, e sicuramente riceve un grande impulso dalla crisi dell’89, un evento di fronte al quale la sinistra si presenta disarmata, priva di cultura politica, incapace di immaginare un diverso ordine sociale. Se esaminiamo nel dettaglio le politiche adottate dai governi guidati dal centro-sinistra in Italia, ad esempio, credo che sarebbe difficile negare la matrice neoliberista (privatizzazioni, liberalizzazioni, estensione dei meccanismi di concorrenza in ambiti come la scuola, etc.). Tutto questo ha molto a che fare con la diffusione trasversale del concetto di meritocrazia: il merito diventa un utile strumento per nascondere l’abbandono dell’idea di eguaglianza sociale e si trasforma in una sorta di formula magica la cui continua ripetizione dovrebbe avverarne il contenuto.
Hai dedicato un capitolo del libro agli effetti psicologici della meritocrazia, come la colpevolizzazione del fallimento, l’individualismo insito nel concetto di merito, e soprattutto quella che tu chiami “neutralizzazione del conflitto”. Cosa intendi?
Possiamo leggere questo fenomeno in due modi. Il primo aspetto fa parte dello sviluppo del concetto di merito: questa ideologia cresce nel momento stesso in cui il conflitto sociale declina. È un fenomeno lampante. Pensiamo alla situazione del nostro paese negli anni Sessanta e Settanta: la penetrazione di questo concetto sarebbe stata impossibile, e infatti non avvenne. Questo perché il conflitto sociale determinava un quadro di azione collettivo che includeva partiti, sindacati, movimenti, associazioni, e che aveva alla sua radice l’idea dell’eguaglianza sociale. Ma una volta che le pratiche legate all’ideologia del merito, ad esempio quelle della valutazione standardizzata, si diffondono e diventano socialmente accettabili (e questo è avvenuto in modo crescente a partire dagli anni Novanta), a loro volta diventano uno strumento che ostacola il conflitto. L’ideologia del merito naturalizza la diseguaglianza, la spoglia della sua dimensione sociale, riconduce tutto all’azione dei singoli individui. È un contesto culturale che rende più difficile individuare il valore della dimensione collettiva dell’agire sociale, in modo particolare per i giovani, cresciuti in un sistema educativo che sta contribuendo fortemente al consolidamento di questo contesto. L’ideologia del merito ha molto a che fare con la distruzione dell’idea del conflitto, con la sua riduzione a sinonimo di violenza o sovversione sociale. Se si guardasse con più attenzione alla storia contemporanea, sarebbe facile capire come, al contrario, il conflitto sociale sia stato il più importante motore di cambiamento.
Se consideriamo la società italiana e abbracciamo con lo sguardo la classe politica e il sistema educativo, dalle scuole superiori all’università, sembra difficilmente sostenibile parlare di meritocrazia, seppure nell’accezione degenere che delinei nel tuo libro. Secondo te la scuola italiana oggi è meritocratica?
È una domanda complessa che richiede un inquadramento storico. A questo dedico un paragrafo nel libro a cui tengo molto, perché cerco di mettere in discussione una visione consolidata, in qualche modo canonica, della scuola statale. Tra gli anni Sessanta e Settanta l’Italia ha prodotto un enorme patrimonio di pensiero pedagogico e pratiche educative, frutto dell’azione e dell’incontro di tradizioni culturali molto differenti, sempre guidate però dal principio di eguaglianza. Pensiamo a Don Milani, l’esempio più noto e ricorrente (e spesso citato a sproposito): che cos’è la Lettera a una professoressa? È un testo collettivo scritto da ragazzi espulsi dalla scuola statale perché poveri. La scuola statale era allora fortemente classista.
È importante non identificare la scuola statale con la scuola pubblica, la ragione giuridica con la funzione sociale. “Pubblica” significa che accoglie indistintamente tutti e che si pone l’obiettivo di portare tutti agli stessi risultati. La scuola statale non è sempre stata “pubblica”, e lo è stata in misura maggiore durante gli anni in cui il conflitto sociale era più esteso. Ai nostri giorni, la scomparsa del conflitto ha fatto sì che dimensione pubblica e dimensione statale si allontanassero di nuovo. Oggi la scuola statale è davvero una scuola pubblica? Nel libro lascio questa domanda aperta, cerco di analizzare questo rapporto in modo problematico. Recentemente, i Rapporti di autovalutazione, una delle molteplici e pervasive forme del sistema valutativo che ruota intorno al “merito”, hanno messo in luce in alcuni istituti scolastici una visione apertamente ispirata alla differenziazione per estrazione sociale, nazionalità, etnia. Questo significa che gli insegnanti e i dirigenti che hanno scritto quelle parole -utilizzate per qualche titolo a effetto da parte di organi di informazione che si interessano di scuola solo quando sentono l’odore di un possibile effetto-scandalo di cui tutti si saranno felicemente dimenticati il giorno dopo- praticano la discriminazione oppure sono razzisti? Assolutamente no. Però è interessante notare come attraverso gli strumenti di valutazione penetri nel sistema educativo un’idea di divisione assolutamente anti-egualitaria. La scuola è stata duramente colpita dalle pratiche valutative. Basti pensare ai test Invalsi, che ne rappresentano l’aspetto più conosciuto. Sempre più spesso gli istituti scolastici adottano libri di preparazione ai test. Questo è solo un esempio che mostra come i test, che secondo la vulgata corrente, dovrebbero essere strumenti neutrali finalizzati unicamente a valutare i livelli di apprendimento degli studenti, stanno in realtà modificando anche la didattica. Tutti gli strumenti di valutazione, nel loro complesso, hanno contribuito a introdurre nella scuola meccanismi competitivi, forme concorrenziali tipiche del mercato, processi di contrapposizione tra dimensione sociale e dimensione individuale. Sono quindi molto legati alla diffusione di una cultura ostile all’idea di uguaglianza. Ma la scuola è un organismo estremamente complesso, differenziato, pieno di contraddizioni.
Esistono ancora un pensiero educativo e pratiche didattiche non omologate che rappresentano forme di resistenza estremamente importanti per la sopravvivenza di un patrimonio culturale di grande valore; patrimonio che il nostro paese ha prodotto e che la subordinazione a una visione tecnocratica rischia di distruggere.
Da una parte c’è il rischio di giustificare una restrizione al diritto all’educazione col pretesto del merito; dall’altra abbiamo davanti agli occhi le conseguenze della massificazione universitaria, del diciotto politico, e così via. Cosa pensi del problema del numero chiuso nelle università italiane?
Il tema del numero chiuso viene agitato strumentalmente per far fronte alla scarsità di risorse. Ma gli investimenti economici derivano da scelte politiche. Se si decide che le risorse per il sistema scolastico e universitario devono essere scarse e poi da questo si fa discendere il fatto che devono essere adottate politiche restrittive per accedere all’istruzione universitaria perché le risorse non sono sufficienti per tutti, allora il gioco è sporco. Gli sbarramenti iniziali, molto spesso, sono basati su test che non hanno alcuna possibilità di cogliere le reali potenzialità di coloro che li affrontano. Pensiamo a una facoltà come Medicina, un luogo di formazione cruciale per l’intera società: non possiamo sapere quanti potenziali ottimi medici siano stati esclusi all’età di 19 anni attraverso questo sistema selettivo; non abbiamo idea dell’impoverimento che il servizio sanitario potrebbe avere subìto in ragione di questo sbarramento iniziale incentrato su test molto discutibili.
Come possiamo valorizzare l’impegno personale senza passare dal merito? È possibile secondo te introdurre nel discorso un concetto più egualitario di merito?
Per la sua costruzione ideologica, il merito ha una dimensione fortemente gerarchica: c’è qualcuno che decide cosa è meritevole e cosa non lo è, e a chi deve essere distribuito il merito. Chi lo decide?
Questo enorme potere spetta oggi prevalentemente alle agenzie di valutazione, organi tecnocratici creati da un sistema politico che poi hanno divorato. Per fare un esempio: oggi l’università è sostanzialmente governata dall’Anvur. Questo è un tema che tocca le fondamenta della democrazia. Bruno Trentin, esponente di una cultura politica e sindacale che aveva ben presente il tema dell’eguaglianza, è stato un critico feroce della “meritocrazia”. Uno dei suoi obiettivi polemici era proprio il sistema gerarchico che essa presuppone. Inutile dire che rimase inascoltato.
E spesso ciò che si va a valutare è una conoscenza di tipo utilitario.
Non solo. Il sistema di valutazione standardizzato separa la valutazione dal processo di relazione, che è un momento cruciale nel rapporto fra insegnante e studente. Nessuno nega la necessità di una valutazione, che è parte essenziale del mestiere dell’insegnante. Ma ne fa parte proprio in quanto nasce da una relazione fra individui. Tutti gli studenti sono diversi gli uni dagli altri e solo l’insegnante, se è un bravo insegnante, li conosce e sa come rapportare la sua valutazione a ciascuno di loro, senza utilizzare strumenti standardizzati. Da questo problema ne derivano molti altri, come appunto l’orientamento della didattica e del sapere verso un approccio utilitaristico. Se nasci e maturi in questo sistema di valutazione assimilerai una forma mentis basata su domande a risposta chiusa nella quale il pensiero divergente viene sacrificato a un approccio funzionalista e  intrinsecamente competitivo.
Alla fine del libro sembra delinearsi la possibilità di tradurre il merito in maniera diversa, più pluralista, attraverso le teorie di Michael Walzer e la sua idea che il modo migliore per difendere la nostra diversità individuale sia proprio rafforzare l’egualitarismo.
Walzer dice in modo diverso cose che Young aveva espresso, molti anni prima, in un saggio in cui si domandava se l’eguaglianza è un sogno. Young sosteneva che per affermare nella società il principio dell’eguaglianza dobbiamo allo stesso tempo affermare il principio della differenza. Siamo tutti diversi: questo vuol dire, ed è ciò che Walzer sviluppa successivamente attraverso il discorso sulle “sfere di giustizia”, che non può esistere una sola scala di valutazione. Se noi ampliamo in maniera radicale il campo della valutazione, se facciamo in modo che non esista una sola gerarchia di valori sociali, allora tutti avranno dei “meriti”, perché tutti hanno capacità, competenze, conoscenze e volontà di agire diverse. In questo senso tutti, pur essendo differenti, possiamo essere riconosciuti come eguali, e quindi detentori di uguali diritti.
Alla fine della lettura sono rimasto un po’ scorato perché non si riesce a immaginare una via d’uscita per disinnescare questo sistema.
Il libro, volutamente, non dà risposte. Diffido molto di chi scrive ricette. Credo che il ruolo di chi si propone di analizzare un determinato aspetto della società sia quello di sottoporlo a una critica radicale. Il mio scopo era mettere insieme i tanti pezzi che compongono questo tema molto articolato, mostrare il quadro complessivo e le interrelazioni fra le parti che lo compongono, spiegarne la complessità uscendo da approcci settoriali e specialistici, ma senza indulgere ad alcuna banalizzazione. Tra i miei obiettivi c’è quello di argomentare l’inutilità di un approccio correttivo o adattativo alle pratiche legate all’ideologia del merito. Le risposte si costruiscono insieme, e la via d’uscita sta nell’organizzazione.
(a cura di Iacopo Gardelli)