Philippe de Pierpont è uno scrittore, sceneggiatore e regista belga. È autore di una tetralogia di documentari che raccontano le vicende di sei bambini di strada di Bujumbura, in Burundi, nell’arco di trent’anni: Birobezo, les princes de la rue (1991), Bichorai (1994), Maisha Ni Karata, la vie est un jeu de carte (2003), In Another Life, La prochaine fois que je viendrai au monde (2018).

Ci puoi raccontare come sei diventato amico di questo gruppo di “bambini di strada” di Bujumbura?
All’epoca del primo film in Burundi, nel 1991, ero un cineasta alle prime armi e non ero particolarmente interessato all’Africa, paese dove tra l’altro non ero mai stato. È per caso che sono finito a Bujumbura la prima volta: dovevo fare un reportage su un laboratorio di cartoni animati in una scuola burundese, proprio sul tema dei giovani che vivono per strada. Anche l’incontro con il gruppo di bambini di strada, di cui poi sono diventato amico, è avvenuto per caso.
Vivevano proprio sul marciapiede di fronte al mercato centrale nella Chaussée Prince Rwagasore. Io abitavo in centro, all’hotel Burundi Palace, palazzo di architettura coloniale, e andavo alla scuola nel quartiere Rohero 1. Così, ogni mattina e ogni sera passavo davanti alla stazione di benzina dove c’era il loro quartiere generale.
I bambini venivano dai quartieri periferici di Bujumbura, eccetto uno, originario della campagna vicino a Gitega, sulle alture nel centro del paese. Non erano orfani e non erano stati cacciati da casa dai genitori. Se n’erano andati perché a casa loro non c’era cibo a sufficienza, i loro genitori non erano capaci di mantenerli. C’era anche il caso di coppie separate, in cui la nuova compagna o il nuovo compagno del genitore dava da mangiare ai propri bambini e non a quelli dell’altro o dell’altra. Facevano l’elemosina e piccoli lavoretti (vendevano arachidi, controllavano le macchine parcheggiate, trasportavano carichi) sia all’interno del mercato che nelle strade del centro della città. A volte erano i genitori che li spingevano ad andare a mendicare. Alcuni di loro ogni tanto tornavano a casa portando un po’ di soldi. Erano simpatici, e quindi spesso l’elemosina era una fonte di guadagno più importante di quella dei lavori saltuari dei genitori. Ma poi magari succedeva che il padre prendesse tutti soldi e andasse al bar a bere, oppure venivano picchiati… Così, piano piano, avevano smesso di andarci ed erano rimasti a “casa loro”, per strada, dove si sentivano più liberi, anche perché erano pure un po’ indisciplinati. È anche un po’ per questo che per loro è sempre stato difficile mantenere un lavoro a lungo.
Comunque per sopravvivere sulla strada sono maturati troppo presto e hanno dovuto sviluppare una grande forza interiore. Purtroppo, oltre al freddo e agli stenti, subivano molte violenze e spesso i più grandi derubavano e aggredivano i più giovani. Una vita violenta, come diceva Pasolini. Proprio per proteggersi dagli altri costituivano dei gruppi di quattro-sei persone. Il “mio” gruppo era fatto di sei bambini con Zorito capo assoluto.
Dicevi che sono stati i bambini a trovarti e a proporti di fare un film.
Sì, è stata una loro iniziativa: sono stati Assouman, Etu, Innocent, Jean-Marie, Philibert e Zorito che mi hanno incontrato e mi hanno “scelto”. Abbiamo cominciato subito a discutere e a giocare insieme. Innocent e Zorito parlicchiavano francese e traducevano in kiswahili, lingua parlata nel caos della città. Solo da adulti sono passati alla lingua locale, il kirundi, e poi con gli anni hanno migliorato il loro francese e anche io ho imparato il kiswahili e quindi la comunicazione è migliorata.
Zorito mi ha detto: “Philipo, devi fare un film su di noi, perché noi abbiamo tante cose da dire agli adulti di Bujumbura e loro non ci ascoltano mai, per loro noi non esistiamo, siamo invisibili, e questo non va bene, è per noi una grande frustrazione. Siamo visibili solo quando, secondo loro, facciamo qualcosa che non va e allora ci insultano, ci picchiano, ci sputano addosso, sono i soli momenti in cui esistiamo”.
Io ho risposto che non potevo fare il film, perché non conoscevo il Burundi; ho detto a Zorito: “Chiedi a un burundese, che farà il film molto meglio di me”. C’è stata una risata generale! “Questo bianco non capisce niente”, si sono detti. E poi: “Tu sei l’unico che può fare questo film perché ci rispetti, discuti e giochi con noi, hai una considerazione umana verso di noi che nessuno ha, nemmeno i nostri genitori che non possono fare niente per noi, quindi sarai tu a fare il film, non c’è discussione”. Zorito, che all’epoca aveva dieci anni, mi ha detto che io avevo un doppio potere per farlo, cioè possedevo la telecamera ed ero bianco e quindi ero in grado di convincere il direttore della televisione nazionale burundese a mandare in onda il film.
Ho accettato, ma a una condizione. Ho detto: “Non so niente di voi e della città, sarete voi a darmi i consigli, a fare gli sceneggiatori del film, a dirmi dove andare....”. E così è stato, si è trattato di una vera e propria co-regia. Sono rimasto sette settimane e da subito abbiamo cominciato a discutere e a girare questo primo film di trenta minuti, in modo un po’ improvvisato, con i bambini che si facevano le interviste tra di loro sulla loro situazione e su quello che avrebbero voluto fare, cantavano e giravano per le strade.
Girando il film, piano piano ho capito quale fosse la loro vita quotidiana, ho scoperto la città a piedi (nessun bianco lo faceva), ho percorso le strade fino alle periferie, anche fino al lontano quartiere Buterere dove c’è la discarica.
Alla fine delle riprese, quando dovevo tornare in Belgio, il distacco è stato orribile. Mi tiravano per la t-shirt per rimanere con me e mi chiedevano disperatamente di venire in Bulaya, in Europa. Ma per me era impossibile tornare con sei bambini in Belgio e mantenerli, ero ancora giovane, e poi avevano dei genitori e sarebbe stato un rapimento, una cosa totalmente illegale.
Il film come è stato accolto in Burundi?
Una volta lavorato il materiale, l’abbiamo prima visionato con i ragazzi per avere la loro autorizzazione a renderlo pubblico e poi sono andato dal direttore della televisione che l’ha mandato in onda.
All’inizio Zorito, che era il genio della banda, era molto arrabbiato con me perché, proprio io, lo avevo intitolato “Birobezo”, che vuol dire vaurien, cioè una persona che non vale niente… E meno male che avevo aggiunto al titolo “Princes de la rue!”. Perché birobezo è proprio considerato un insulto. In realtà tra di loro si chiamavano proprio così, kirobezo, cioè il singolare di birobezo; si erano appropriati di questa parola senza pensarci troppo.
Dopo la prima domanda, cioè se avessi portato la telecamera che mi aveva chiesto, Zorito ha aggiunto: “Non siamo dei birobezo, siamo dei bichoari”, che significa una persona che sa sbrogliarsela, che trova il modo di cavarsela nella città. E allora ho detto che avrebbero deciso loro il titolo del secondo film. Zorito ha poi preso il microfono e ha detto che avrebbe spiegato a tutti il significano dei loro nomi e ha fatto una lezione di quaranta minuti, citando tutte le parole utilizzate per nominarli, e facendo la critica sociale di ognuna di queste parole. È stato incredibile! Alla fine ha concluso che l’unica parola giusta è bichorai, che è diventato il titolo del secondo film. Il titolo del terzo film, “La vie est un jeu de carte”, viene invece da una frase di Assouman.
Il film ha avuto un grande successo in Burundi. È passato più volte alla televisione ed è stato proiettato anche nel municipio di Bujumbra e in vari ministeri, come base per la discussione del problema dei bambini di strada. L’impatto è stato così importante anche perché in quel periodo il municipio stava facendo un censimento della popolazione giovanile che viveva per strada. E quindi i bambini sono diventati finalmente les princes de la rue, erano conosciuti dappertutto, è stato bellissimo! Ci sono state molte discussioni con loro, per le strade. Quindi non erano più invisibili, il progetto di Zorito si era realizzato: il film aveva dato loro una visibilità unica. Zorito diceva con un’aria trionfante: “Alla televisione ci siamo noi, il presidente della repubblica, il primo ministro e le star!”. E aveva ragione!
Anche questa volta, ripartire e lasciarli in quelle condizioni è stato terribile, e allora ho proposto, in modo un po’ naif, di tornare regolarmente per tutta la vita. Abbiamo fatto quasi un patto di sangue.
Da allora sono tornato a Bujumbura più di venti volte e alla fine abbiamo fatto quattro film sulla loro vita, l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta. All’inizio ci andavo più spesso; sono andato nel 1993 durante le prime elezioni libere, poi nel 1994 ho fatto il secondo film; la situazione era ovviamente molto cambiata dopo il colpo di stato, l’assassinio del presidente e l’inizio delle violenze; la città era piena di rifugiati ed era ormai divisa tra quartieri hutu e quartieri tutsi. Tra il 1994 e il 2004, data del terzo film, le visite si sono diradate perché durante la guerra civile era impossibile fare qualsiasi cosa.
L’ultimo è l’unico dei film che non abbiamo potuto girare in Burundi, perché, malgrado tutte le autorizzazioni delle istituzioni, i servizi di sicurezza del partito al potere hanno deciso che non si potevano più utilizzare telecamere e microfoni, per impedire che ci fossero testimonianze su quello che succede in Burundi in questa fase di forte repressione quotidiana. Lo abbiamo quindi girato in Kenya, a Nairobi, dove Jean-Marie viveva in quel periodo. Rimane ora l’ultimo film da fare, il quinto, quello della vecchiaia, l’ultimo bilancio della vita.
Com’è cambiata la loro vita tra un film e l’altro?
Già nel 1994 il gruppo si era sciolto ed ognuno era andato per la sua strada. Comunque negli anni sono riuscito a rimanere in contatto con loro e ho potuto seguirli anche da lontano. Avevo notizie più o meno ogni mese, prima attraverso la signora Monique, l’infermeria della Brarudi, l’azienda che produce birra, che si vede nel secondo film mentre in modo affettuoso fa un prelievo di sangue a Innocent. Avevamo infatti attivato una specie di mutua, per cui se i bambini si ammalavano potevano andare da lei. Monique in seguito è fuggita in Kenya e poi purtroppo è morta. A far da tramite era allora la signora Gloriose, che lavorava con la ong dove stava Etu e ogni tanto anche Zorito, e dove andavano un po’ tutti quando stavano male. Ora non c’è più nemmeno lei. Il punto di riferimento è diventato Jean-Marie che ha fatto gli studi primari, secondari e poi anche due anni di studi superiori; a lui ho dato un telefono e un computer, così potevamo sentirci quando volevamo. Per esempio, Zorito, prima di questo ultimo film, era andato da Jean-Marie per chiamarmi e dirmi che stava molto male. Era disperato e mi chiedeva di tornare presto.
La vita dei ragazzi di strada è molto precaria. Due dei ragazzi del gruppo sono morti pochi anni fa, prima dell’ultimo film. Sui sessanta bambini di strada che all’epoca avevo conosciuto, ne rimangono sei.
Zorito, il capo banda, è morto il primo giorno dei sopralluoghi dell’ultimo film ed è per questo che ho potuto girare le immagini terribili della sua morte e del suo funerale. Quando sono arrivato e non l’ho trovato ero preoccupato, lui era sempre il primo che incontravo, perché lavorava in Place de l’Independance in una stazione di servizio. Innocent mi aveva detto che dovevamo assolutamente trovarlo perché stava malissimo. Negli ultimi anni la sua situazione era molto peggiorata. Lui era un genio, veramente, discuteva con i ministri e con i giornalisti nelle strade, e nelle discussioni vinceva sempre, era una persona straordinaria, con un pensiero e una capacità di analisi molto acuti. E lo sapeva di essere a suo modo un genio, perché dopo aver discusso con un ministro diceva che il ministro non aveva capito niente del suo lavoro. E quando cercavo di ridimensionarlo un po’, mi spiegava le cose e molto bene! Essere considerato una nullità per lui era una frustrazione enorme, molto più che per gli altri ragazzi del gruppo. Non ho mai incontrato una persona così intelligente. E quindi ha cominciato a bere e drogarsi in modo pesante e non mangiava più... Il primo giorno dei sopralluoghi l’ho trovato sdraiato in mezzo alla strada con tutti i camion che sterzavano all’ultimo momento; l’ho tirato da parte e gli ho detto che finalmente ero arrivato, ma lui guardandomi negli occhi mi ha detto: “Sei arrivato troppo tardi, Philipo”. Ho cercato di portarlo a mangiare, ma lui se n’è andato e un’ora dopo è stato investito da una macchina della polizia.
Anche Philibert, un ragazzo sempre molto discreto, è morto nel 2014 per aver rubato un pesce. È quasi un racconto biblico. Non aveva nessuno strumento per pescare, faceva l’aiuto pescatore sul lago per trasbordare il pesce. Pescava anche un po’ da solo o per mangiare o per vendere il pesce a un ristorante. Ma sulla riva del lago Tanganyka, a causa della forte pressione umana e dell’inquinamento, non ci sono quasi più pesci e quindi Philibert si è detto: “Vado a prendere il pesce in un vivaio privato”. Si è fatto prendere una prima volta. I guardiani gli hanno detto: “La prossima volta ti uccidiamo”. E così è stato: la seconda volta l’hanno bastonato a morte.
Mi hanno telefonato l’indomani chiedendomi di andare, anche per aiutarli a trovare il corpo, ma purtroppo non sono riuscito a partire per Bujumbura.
Gli altri del gruppo hanno avuto varie vicende. Jean-Marie, come dicevo prima, è dovuto fuggire in Kenya durante la repressione iniziata nel 2015 e viveva vicino alla discarica di Nairobi. Tutta la sua famiglia è hutu, tranne il padre tutsi che è stato ammazzato durante la guerra. Adesso, dopo due anni, è tornato in Burundi. È l’unico dei ragazzi che a un certo punto ha accettato la disciplina del centro di accoglienza gestito da una ong ed è rimasto là fino all’età di 21 anni. È lui che suona la chitarra e che nei film viene ripreso durante il battesimo collettivo, mentre fa gli esami, mentre dice che vuole diventare vescovo di Bujumbura; fa discorsi molto acuti e seri. Non ha partecipato all’ultimo film.
Etu, lo si vede nel film a vent’anni che dice: “Io non farò mai dei bambini perché sono una persona onesta e non avrò mai abbastanza soldi per mantenere una mia famiglia”. Lo dice con un bellissimo sorriso, ma pieno di disperazione. Ero riuscito a trovargli un posto di lavoro fisso come guardiano presso una ong tedesca, molto ben pagato per il Burundi. Dopo quattro anni, con i soldi messi da parte, ha deciso che poteva fare dei figli. Viveva a Buterere, accanto alla discarica, dove gli affitti sono bassi. Si è quindi sposato e ha avuto tre bambini, ma poi l’ong è andata via e si è trovato senza lavoro. La moglie è andata a Dubai, lavora come assistente domestica e non riesce più a tornare. I tre figli vivono con la nonna, una donna bravissima. Lui è tornato a dormire sulla strada, ma accanto alla casa dei figli. Non è più in grado di mantenerli, però quando ha dei soldi li dà alla nonna. È un uomo onesto, e quindi vive con disperazione questa sua tragedia di essersi assunto la responsabilità di fare dei figli e di non essere più in grado di dare loro da mangiare.
Poi c’è Assouman, è lui il bambino piccolino che vende le sigarette di notte in mezzo al traffico e anche in un piccolo chiosco. Vende sigarette dall’età di 8 anni e ha continuato a farlo fino a qualche anno fa, nel centro città, anche se, come racconta, la guerra ha reso tutto molto difficile. Ogni domenica andava a casa della mamma e dava quasi tutti i soldi che aveva guadagnato alla sua famiglia. C’è una bella ripresa in cui ci presenta il padre. Lui ha vissuto a lungo sulla strada; è lui che, nelle riprese, all’alba arrotola i cartoni su cui ha dormito. Nell’ultimo film racconta la sua tragedia.
Aveva incontrato una ragazza che vendeva arachidi al video club dov’erano andati a vedere un film indiano. Si erano innamorati; lui aveva un lavoro fisso e così aveva affittato una piccola stanza dove vivere assieme. Avevano anche avuto una bambina. Andava tutto bene anche se erano poverissimi. Ma poi, durante una pioggia tremenda, la casa di mattoni crudi, costruita sulle rive molto instabili di un fiume, si è sfaldata a causa dell’acqua. Sono fuggiti in piena notte, ma nel freddo e nella pioggia la bambina, di soli otto mesi, è morta. In seguito si sono separati e lui è tornato nelle strade.
Innocent è da solo da sempre, ha capito che avere una moglie è un sogno impossibile, da principe, e siccome lui non lo è, lo accetta. Vive di piccoli lavori.
Quindi malgrado questa esperienza dei film e i tanti aiuti ricevuti hanno continuato ad avere delle vite molto precarie e difficili.
Sì, la loro è stata ed è una vita terribile. Queste persone non mangiano tutti i giorni, a volte non mangiano per due o tre giorni. Ogni tanto le cose sembrano evolvere positivamente, ma poi succede qualcosa che manda tutto all’aria. Ho cercato di rappresentare questa situazione nella ruota che gira, nell’ultimo film.
Devi pensare che la guerra civile li ha colpiti quando avevano tra i dieci e i quindici anni ed è durata tredici anni, proprio nell’età in cui potevano trovare un lavoro e costruirsi una vita. Questa guerra ha bloccato il futuro del paese, di un’intera generazione. A Bujumbura non c’è proprio lavoro, è una città piena di profughi e i soli investimenti sono nella costruzione di palazzi per i profittatori di guerra e non nella produzione; è un’economia distrutta dalla guerra civile e che non si è mai rimessa in piedi.
Molti dei loro compagni di strada sono morti durante la guerra civile; loro sono  scampati senza riportare ferite fisiche, ma con enormi ferite morali. Quando la guerra civile è scoppiata, loro non si vedevano come hutu o tutsi ma come persone di città: “Sono nato in città e dormo qui sul marciapiede, sono un bambino di strada, sono un poveraccio, questa è la mia identità, la storia di hutu e tutsi è una fesseria per avere il potere e per ingannare la gente”. Nel film Assouman racconta di quando scopre che il suo migliore amico della strada a un certo punto lo vuole uccidere! Dal 2015 è iniziata una situazione diversa e molto complessa, soprattutto di forte repressione.
Come hai cercato di aiutarli?
Intanto con la partecipazione a questi film, che ha avuto per loro un importante impatto materiale. Mentre ero a Bujumbura per girare un film, mangiavano regolarmente tre volte al giorno; nell’ultimo film girato in Kenya hanno potuto dormire in un hotel su un vero letto, andare dal dottore, dal dentista... Le riprese sono sempre state un’opportunità per migliorare la loro vita materiale e questo per loro è importantissimo. Qualcosa si vede nei film. Per esempio, nel secondo film c’è una bella scena di loro ancora bambini che mangiano ai quattro palmenti in una nostra rimpatriata; nell’ultimo c’è la ripresa della cena di capodanno di Assouman, Etu e Innocent, tutti vestiti bene, sulla terrazza del mitico hotel Burundi Palace.
Inoltre, ogni volta che facevamo un film, una parte del budget andava a loro come pagamento, con l’obiettivo di finanziare un progetto che potesse migliorare la loro vita. Per quanto queste iniziative durassero poco tempo, soprattutto a causa dei terribili soprusi a cui erano sottoposti, già il fatto di pensare a dei progetti e di tentare di realizzarli dava un senso alla loro vita. Ne discutevamo insieme durante la lavorazione del film.
Per esempio, Philibert ha chiesto una bicicletta per fare il taxi-bicicletta; per cautelarlo gli ho dato un documento che attestava che la bicicletta era di proprietà dell’associazione di Philippe de Pierpont; malgrado questo, i poliziotti dopo solo tre settimane l’hanno fermato e -chiamandolo birobezo e accusandolo di aver rubato la bicicletta- hanno strappato il documento e gli hanno rubato, loro, la bicicletta!
A Zorito ho trovato vari lavori. Nel 2004 mi ha chiesto di pagare dieci mesi di anticipo di affitto di una casa perché aveva incontrato una ragazza di cui si era innamorato. Ho fatto firmare al proprietario un contratto di affitto per una casa nel quartiere di Kamenge, perché, con l’eccezione di Jean-Marie, loro sono analfabeti, non sanno firmare e comunque non saprebbero leggere quello che hanno firmato. Avevamo ognuno una copia di questo contratto. Tre settimane prima che Zorito entrasse in questa casa, la sua compagna è stata uccisa da una pallottola vagante durante degli scontri tra i ribelli e l’esercito e quindi è andato ad abitarci da solo. Ma è durata solo quattro mesi, perché quel furbastro del proprietario è andato dalla polizia dicendo senza vergogna che Zorito non aveva mai pagato l’affitto per quattro mesi e che doveva andarsene. E tra un “birobezo” e il proprietario, la polizia ha creduto a quest’ultimo.  
Assouman mi ha chiesto di pagare uno stock di sigarette straniere, perché così avrebbe guadagnato dieci volte di più ma, malgrado tutte le mie insistenze, non ha pagato il supplemento di licenza per poterle vendere e si è fatto beccare dalla polizia che gli ha rubato tutto, sia i soldi che lo stock di sigarette, e ha dovuto ricominciare da zero. È sempre stato così, sempre.
Jean-Marie, l’unico che ha studiato, a Bujumbura ha messo su un taxi.
Quest’ultimo film è stato prodotto con buoni mezzi e quindi le richieste sono state più ambiziose, cioè di avere una casa in cui dormire e vivere. Questo è importante perché una casa permette di avere delle cose, più sicurezza, una compagna, una famiglia. E quindi si sono fatti costruire una piccola casa: Assouman a Buterere vicino alla famiglia, con cui ha ancora dei legami molto stretti; Innocent nel piccolo terreno dei genitori nella periferia. Etu invece, che non ha famiglia, ha pagato un affitto e il materiale per aprire un negozio di riparazione di biciclette. Dopo sole tre settimane, Innocent mi ha chiamato piangendo -loro di solito non piangono, sono dei duri- dicendomi che gli avevano rubato il tetto della casa e tutto il resto. Vivendo in un quartiere di gente poverissima, le sue poche cose sembravano delle grandi ricchezze. Per Etu è durata solo tre mesi e dopo i ladri hanno rubato tutto nel suo atelier. L’unico per cui le cose sembrano funzionare ora è Assouman.
Ma dicevi che l’impatto di questa esperienza è stato molto importante anche ad altri livelli.
Sì, il fatto di fare questi film e di partecipare a questa avventura di cinema e di vita è stato per loro fondamentale e forse non è per caso che quattro di loro sono ancora vivi, rispetto a tutti gli altri ragazzi di strada. Questi film hanno dato loro un supplemento di esistenza, una specie di assicurazione sull’esistenza, se vuoi, e un sentimento di fiducia nel valore di essere presente su questa terra. “Che cosa faccio qui, non posso fare niente, eccetto soffrire”. È una maledizione essere nato. Non sono io, è Etu a dirlo. L’ultimo film comincia con un proverbio burundese: “La prima cosa che fa un bambino quando nasce è piangere, perché ha capito che è nato nel posto sbagliato”. E l’ultima frase, sempre di Etu, nel film è: “Dio ci ha fatto per vivere nella felicità e se uno come noi non vive mai nella felicità, c’è qualcosa di sbagliato. Noi viviamo nella maledizione di questa sofferenza giorno dopo giorno e dio ha la cattiveria di non richiamarci a lui e lascia continuare il suo gioco giorno dopo giorno. In questa situazione sarebbe molto meglio ritornare nell’utero della mamma”. Sono frasi molto forti!  
I film hanno dato a tutti l’opportunità di fare una riflessione profonda sulla loro esistenza e sul loro modo di vivere, e questo è straordinario, perché nella vita quotidiana non hanno un secondo per pensarci. I film poi mostrano in modo evidente come queste persone, che sono considerate come dei rifiuti, abbiano invece una grande capacità di riflettere sulla condizione umana. Questo è un regalo che hanno fatto a me e agli spettatori dei film, ma anche a loro stessi, perché dopo le riprese si sentivano molto bene, si sentivano delle persone vere e complete e non dei birobezo che non valgono niente; hanno capito che la loro vita ha un valore e lo hanno scoperto attraverso questa avventura cinematografica.
Ma la cosa più importante non è aver fatto i film. Almeno per Zorito, Innocent e Etu la cosa fondamentale era far vedere il film. I tre primi film sono stati visti varie volte alla televisione, l’ultimo no perché come detto prima non avevamo avuto il permesso di girarlo e quindi non l’abbiamo proposto alla televisione.
Che bilancio fai di questa esperienza di lunga amicizia con questi ragazzi?
Beh, l’impatto di questa avventura è stato ed è ancora fortissimo. Non passano molti giorni senza che io pensi a loro e alle loro condizioni di vita e di salute. Abbiamo un rapporto molto stretto, ma siamo anche distanti, estranei, c’è un fossato che esisterà sempre tra di noi. I film sono stati come un ponte ma non cambieranno la situazione nel profondo. Io vivo nel bon coté du monde e loro sono nati du mauvais coté. All’inizio, quando restavo con loro fino a tardi, mi chiedevo se non avessi dovuto anche dormire insieme a loro per la strada; ma sarebbe stato assurdo. E in effetti l’acuto Zorito aveva la risposta giusta “Philipo, se resti qui in strada, dammi la chiave e io vado a dormire nella tua camera all’hotel”!
Penso di girare l’ultimo film, quello sulla vecchiaia, tra circa dieci anni, perché loro invecchiano più rapidamente di me. Rimango in contatto con loro e per il momento va bene. Credo che a un certo punto dovrei parlare anche di me e di come questi sei amici hanno cambiato la mia vita. Avrei molte cose da dire. Vedremo.
(a cura di Bettina Foa)