Umberto Cini è nato nel 1957 a Livorno. Si è laureato in Letteratura italiana alla Scuola Normale Superiore di Pisa con una tesi su Leopardi prosatore satirico. Ha fatto l’interprete a Bruxelles e Strasburgo; dal 1999 è interprete-traduttore della Camera dei deputati.

Come sei diventato interprete? Qual è stato il tuo percorso?
Appartengo ormai a una generazione di interpreti che ai miei colleghi più giovani sembra preistorica perché come ogni professione anche questa si è evoluta.
Come sono diventato interprete? Per caso. All’epoca ero un ragazzo di provincia che tutto sommato aveva come centro di interesse la vita politica della sua città, Livorno, una città di lotte. Se vuoi, la mia fortuna è stata di avere un quasi parente emigrato in Svezia, dove ho trascorso delle splendide estati con questi due giovani, lei svedese e lui italiano, che mi hanno fatto conoscere la scena della militanza di sinistra e di estrema sinistra svedese, le comuni, la vita teatrale, ecc.
In quegli anni, al nord, c’erano folte colonie di esuli, tra cui la colonia greca. Era l’epoca della Giunta dei colonnelli. Sono così entrato in contatto con un mondo molto interessante, affascinante che -confesso- mi attraeva più di quello svedese. Infatti lo svedese non l’ho imparato, ma il greco sì!
Così è successo che, già prima di andare al ginnasio, ho cominciato a sentire una grandissima curiosità per la Grecia e, appena caduta la dittatura, sono andato a trovare uno dei ragazzi che avevo conosciuto a Stoccolma.
Nel frattempo avevo cominciato a studiare il greco antico, accompagnandolo con una conoscenza, sia pure molto embrionale e approssimativa, del greco parlato.
Conclusa l’università, avevo voglia di andar via, erano iniziati gli anni del riflusso e così, quando si è presentata la scelta fra una supplenza annuale al mio liceo d’origine a Livorno e un posto in una scuola di lingua italiana per aspiranti studenti greci, sono subito partito per Salonicco! Nel frattempo la Grecia, nell’81, era entrata nell’Unione europea e all’epoca erano disperati perché la lingua di quel paese, diventata lingua ufficiale alla pari di tutte le altre, nella sua forma moderna era pochissimo conosciuta. Grazie ai progressi fatti a Salonicco, ho partecipato a un concorso e sono stato selezionato per fare dei tirocini accelerati propedeutici a diventare interprete a Bruxelles.
In cosa consistevano questi tirocini intensivi?
Erano basati su una specie di fuoco di fila di interpreti già in servizio che venivano a fare dei discorsi: tu prendevi nota e poi ripetevi quello che avevano detto nella tua lingua. Siccome non erano dei didatti, ma erano proprio interpreti momentaneamente sollevati dalle loro incombenze in cabina, erano anche abbastanza scocciati di venire a farci questa esercitazione, almeno una parte di loro, quindi spesso molto bruschi. Insomma, ti mettevano nella situazione in cui o accettavi la sfida e cercavi di migliorarti il più rapidamente possibile, oppure mollavi, perché poi c’era un test ogni mese, in cui potevi essere buttato fuori.
In capo a sei mesi sono stato spedito come pivot unico in riunioni anche di alto livello. Pivot unico è un termine del mestiere di interprete simultaneo: in una riunione a più lingue, la lingua “rara” (in questo caso il greco) viene tradotta verso una lingua compresa da tutti gli altri interpreti (l’italiano), i quali a loro volta traducono nelle rispettive lingue di arrivo. Quindi era la mia traduzione quella da cui dipendevano le traduzioni verso l’inglese, il francese, il tedesco, l’olandese. Una responsabilità che ho affrontato con assoluta incoscienza!
Si tratta di un sistema messo a punto nelle istituzioni europee a mano a mano che il numero delle lingue ufficiali aumentava e quindi non tutte le cabine potevano contenere tutte le combinazioni, pertanto si creava una specie di intreccio di canali, per cui a mia volta io che non so il tedesco per tradurre mi collegavo alla cabina francese.
Questo accade tuttora. Ho così iniziato con un contratto di agente temporaneo alla Commissione europea, parliamo degli anni Ottanta. All’epoca c’erano nove lingue, mi sembra. Ora siamo a ventiquattro!
Dalla cabina di interprete a Bruxelles hai quindi seguito le prime fasi di allargamento dell’Unione europea…
Sì, in qualche modo mi sentivo parte di questo progetto in divenire. Era bello anche far parte di una comunità di giovani interpreti che arrivavano da tanti paesi e che, non essendo allora molto diffuse le scuole per interpreti, spesso erano cani sciolti come me; parliamo di persone che, per caso o per vicende familiari, conoscevano le lingue e quindi venivano assorbiti, quasi risucchiati, da una professione che aveva una grande fame di profili adatti, che all’epoca scarseggiavano.
Prima della mia generazione, di fatto, in cabina era altissima la percentuale di figli di diplomatici o di ragazzi di origine ebraica (le cui famiglie avevano rami sparpagliati in diversi paesi e quindi era usuale per loro padroneggiare due, tre anche quattro lingue).
Devo dire che per me l’interpretazione all’interno delle istituzioni europee è stata una grande scuola. Io ero arrivato a Bruxelles ancora molto infervorato da idee rivoluzionarie. Fino a pochi anni prima aveva avuto il diario del Che in Bolivia come libro da comodino. I miti erano questi... Trovarsi in questo contesto, capire come funziona una trattativa dove si confrontano posizioni e interessi diversi, in un ambito regolato sulla base di principi di democrazia praticata è stato molto istruttivo.
Mi sono anche appassionato all’etica degli interpreti che è proprio di assoluta terzietà, neutralità, equidistanza, approccio che ovviamente non pregiudica un giudizio o un’opinione.
Veniamo al mestiere: cosa vuol dire interpretare?
È un bellissimo gioco, è anche un esercizio di scoperta di quello che avvicina le persone, al di là delle differenze culturali. Fra le lingue europee esistono delle strutture soggiacenti nelle esperienze, dei depositi di cultura che avvicinano gli interlocutori tra loro molto più di quanto non si pensi. Si tratta di costruire dei ponti, di gettare passerelle tra lingue comunque vicine, linguisticamente e culturalmente. Perché è vero che il tedesco linguisticamente non è vicinissimo all’italiano, però culturalmente, se si va a vedere di che cosa si parla, come ci si esprime, le differenze sono tali che un interprete riesce a ricombinarle... perché un interprete non sa solo parole, sa anche quello che c’è sotto e dentro le parole. È questo che serve per interpretare.
Il traduttore è in una collocazione diversa: può prendere più distanza, può riflettere, può tradurre da una lingua morta, può tradurre da una lingua che non ha mai parlato in vita sua, di cui non conosce il suono, perché si trova davanti a una pagina, quindi è un esercizio scritto, cartaceo.
Ci possono essere bravissimi traduttori che sono molto distanti emotivamente, umanamente e culturalmente dai testi che traducono. Per un interprete è molto più difficile. C’è proprio un coinvolgimento fisico: queste parole ti entrano nell’orecchio e tu devi riprodurre non solo il significato, ma anche l’intonazione, il peso che si vuol dare a quella frase. È un po’ un rimodellare, è come quando si passa da una materia all’altra. Nella scultura si comincia con il modellino in gesso e poi si passa a un materiale diverso.
Interpretando, cioè facendo traduzione orale, si scopre molto su se stessi, oltre che sugli altri. Per esempio si scopre fin dove ci si può spingere nel rendere possibile la comprensione. Uno a volte si stupisce del risultato: quella è una bella sensazione. Non sempre ci si azzecca, non sempre la frittata riesce alla perfezione, però trovo che percepire delle cose e farle percepire allo stesso modo da chi ti ascolta, specie quando c’è un’urgenza in chi interpreti, beh è un’impresa avvincente, emozionante anche, perché sei un po’ il custode e il garante di quel messaggio, non vuoi che vada perso, ma che arrivi intero.
È un mestiere estremamente stressante quello dalla cabina. Come vi gestite? Avete delle tecniche?
A Bruxelles ero interprete simultaneo e mi facevo i miei turni regolari cinque giorni alla settimana. Mediamente, ci alternavano ogni mezz’ora, compatibilmente però con il profilo linguistico dei colleghi in cabina, perché poteva capitare che nella mia mezz’ora prendesse la parola un deputato tedesco, a quel punto se con me c’era un collega che sapeva il tedesco, subentrava lui. Quindi bisogna sempre restare in cabina e seguire, pronti ad assistere il collega perché, soprattutto nelle riunioni parlamentari, la successione delle lingue è prevedibile fino a un certo punto. Quindi molta presenza di spirito e molta adrenalina.
I turni all’epoca -e più o meno la situazione è rimasta quella- erano di tre ore, tre ore e mezza la mattina e tre ore, tre ore e mezzo il pomeriggio. Dopodiché sei cotto!
Col tempo maturi una certa tenuta, che però a volte rischia di scadere nella routine. Può capitare di perdere di espressività, di metter su una voce un po’ piatta, poco gradevole da ascoltare.
Non nego che nella mia decisione di andar via da Bruxelles e tentare il concorso alla Camera uno dei motivi sia stato anche quello di passare ad altre modalità, cioè l’interpretazione di colloqui, l’interpretazione faccia a faccia.
Non che non ci fossero missioni sul campo anche quando ero a Bruxelles, però la media era una bella settimana in cabina dal lunedì al venerdì e questo nel lungo periodo diventa logorante.
Un interprete si deve occupare dei temi più disparati, come fate a prepararvi?
Per parlar male degli interpreti, si usa dire che possiedono un oceano di conoscenze nel quale camminano da un capo all’altro con l’acqua fino alla caviglia, cioè in superficie. A forza di essere pronti a immedesimarsi in quel che dice un medico, un giudice, un militare, un politico, si diventerebbe un po’ come Fregoli, che fa un passaggio dal guardaroba e ne esce regolarmente con un altro costume. Questo ha reso gli interpreti delle figure sospette. Ai tempi dell’Impero Ottomano c’era il dragomanno: in una situazione in cui non si potevano imparare le lingue degli infedeli, bisognava affidarsi a queste figure, che generalmente erano greci o ebrei, quindi a loro volta degli infedeli, che rappresentavano una sorta di male necessario.
Gli interpreti sono sempre stati gente da prendere con le molle; il traduttore è un po’ un traditore... è da quell’epoca che arriva la leggenda nera dei traduttori e degli interpreti.
Io ho avuto la fortuna di essere interprete in un’Europa democratica, in un contesto in cui non si esercitano volontà di potenza, quindi l’interprete può lavorare coscienziosamente senza subire pressioni. In altre epoche il lavoro del traduttore e dell’interprete era ben diverso, era molto più compromettente e rischioso.
Venendo alla questione della preparazione, va tenuto presente che i termini che appartengono a vocabolari specialistici alla fine percentualmente non superano il 5% delle parole che vengono scambiate in un discorso; i lemmi realmente insoliti sono sempre una piccola frazione. Quindi è opportuno preparare un glossario, sapendo però che non verrai travolto da una colata di termini specialistici. La comprensione alla fine rimane basata in gran parte sulle parole più frequenti, su preposizioni, articoli, verbi. Anche gran parte dei sostantivi e degli aggettivi rimangono prevalentemente quelli correnti. Voglio dire che, se capita di fare l’interprete in una riunione del comitato di gestione dell’industria ittica alla Commissione europea, è chiaro che dovrai imparare i nomi dei pesci, ma i discorsi, nella loro complessità, non saranno così diversi da quelli inerenti a qualsiasi altro argomento. E poi, paradossalmente, sono proprio i tecnicismi, in quanto parole “fredde”, oggettive, a porsi in quella corrispondenza biunivoca che invece spesso non appartiene alle cosiddette parole ordinarie. Il facile e il difficile, insomma, non sono mai dove uno si aspetta di trovarli.
Aggiungo che, ai tempi in cui lavoravo alla Commissione, alla fine i funzionari erano diventati prevedibili, perché, anche a distanza di mesi o di anni, mantenevano determinate posizioni che difendevano con i medesimi argomenti. Questa ripetitività degli oratori che hanno un retroterra di gestione amministrativa può essere rassicurante, ti può spingere anche a prendere le cose un po’ alla leggera.
In Parlamento non è così. Intanto perché a ogni legislatura c’è un ricambio, ma poi la vita politica ha un ritmo di evoluzione imprevedibile. In ogni parlamento ci sono poi sempre queste figure eccentriche, marginali, pittoresche, che sono una sfida e una motivazione per gli interpreti...
Se per caso l’interprete non capisce cosa deve fare?
Dipende dalla situazione. Uno si può rendere conto di non aver capito un elemento importante e quindi può segnalarlo, dicendo: “Qui l’interprete non ha capito”; si può momentaneamente uscire dal canale e chiedere l’aiuto del collega che hai accanto. Si può anche formulare un’ipotesi, lasciar correre avanti l’oratore, pensarci e poi riprendere. Ci sono diverse strategie che si basano tutte comunque sull’improvvisazione perché tu sei in groppa all’oratore che galoppa…
In alcune lingue, come il tedesco, c’è anche una difficoltà legata alla sintassi, per esempio il fatto che il verbo sia alla fine...
Un buon interprete dal tedesco riesce a non far sentire la differenza sintattica.
Ci sono degli accorgimenti per inserire un verbo ponte e poi ci sono anche delle specie di calcoli probabilistici. Quando hai un po’ di mestiere, puoi fare delle proiezioni sulle parole che seguiranno alle parole già dette. Se hai tradotto per vent’anni i socialdemocratici tedeschi o i comunisti portoghesi, sai più o meno che piega prenderà il discorso, se vuoi è un meccanismo analogo a quello degli algoritmi.
Ci sono persone che parlano in modo confuso, circonvoluto. Lì come fai?
Ci sono diverse tecniche. Io ho la fortuna di tradurre per ascoltatori italiani, quindi per persone abbastanza abituate a sentire discorsi intricati. In questi casi, se ho a che fare con un oratore convoluto posso anche seguirlo nei suoi anacoluti e riprodurli tali e quali. Un italiano non si scandalizza. Diverso è per i colleghi che hanno una formazione culturale, scolastica per cui i discorsi devono avere un principio e una fine; loro spesso sono in difficoltà con le lingue dei paesi mediterranei, dove c’è un sottofondo culturale che apprezza l’espressione magari lussureggiante, accattivante, mentre si dà meno importanza alla sintesi e alla logica, che invece sono basilari per il francese, per l’inglese... Però queste non sono virtù o difetti delle lingue, sono modelli culturali nei quali uno cresce.
Di per sé il francese non è più cartesiano -come spesso si sente dire- dell’italiano; un oratore francese può essere “casinista” come un oratore italiano. Idem per l’inglese: non è vero che tutti gli inglesi sono stringati e consequenziali; ci possono essere degli oratori anglofoni che sono quanto di più barocco si possa immaginare. Direi che bisogna essere aperti alle sorprese: assecondarle, accompagnarle e fare in modo che non ne derivino incidenti di percorso, cioè errori di comprensione.
Siamo ovviamente perfettibili. Da decenni sento dire di macchine che potranno sostituire gli interpreti però, alla prova dei fatti, anche i prodotti che sono stati lanciati sul mercato con grande dispiego di mezzi da grandi società del digitale americane o cinesi alla fine hanno dato risultati mediocri.
Da tempo l’inglese, o meglio il “globish”, ha preso il sopravvento come lingua per farsi capire. È un problema?
La mia generazione di interpreti ha conosciuto un’Unione europea dove l’inglese non era ancora dominante. Nelle istituzioni europee degli anni Ottanta e ancora negli anni Novanta la lingua principe dell’amministrazione era il francese.
È stato paradossalmente con l’adesione dei paesi dell’Europa orientale (che come lingua veicolare avevano il russo ma non lo volevano usare!) che c’è stato un crescente sbilanciamento verso l’inglese, che ha infine preso il sopravvento.
La diffusione del cosiddetto “globish,” che è una versione molto semplificata dell’inglese, segnala una crescente volontà di comunicare, di capirsi, se vogliamo, però è anche vero che in tutta una serie di situazioni, in assenza della mediazione dell’interprete, si rischia di perdere molto.
Nelle situazioni di colloquio tra personalità politiche, io ho sempre notato che, per i convenevoli, per i primi approcci, ci si affida all’inglese, però quando si entra nel merito, quello che capita è che entrambi gli interlocutori volgono lo sguardo all’interprete, come a dire: “Ora passiamo alle cose serie”. Da quel momento ciascuno passa alla rispettiva lingua madre. Questa è forse la cosa più giusta da fare: è normale avere un certo repertorio di convenevoli da dire in inglese, ma poi ci sono delle cose che un politico nazionale ha vissuto fino in fondo nella sua lingua nazionale ed è in quella lingua che deve trasmettere quel vissuto.
Si “interpreta” anche il carattere della persona?
L’ambizione di un interprete è anche quella di modellarsi sul carattere di chi sta interpretando, mantenendo nello stesso tempo una neutralità. Si tratta di rendere giustizia alle intenzioni di chi sta parlando, quindi non attenuare, non abbellire: fare in modo che dove c’è la volontà di far arrivare un dato messaggio, quel messaggio arrivi esattamente come è stato trasmesso. Questo è un po’ il cuore del mestiere di interprete simultaneo.
Cosa succede quando dovete interpretare persone che esprimono cose in totale contrasto con la vostra visione delle cose?
Apro una parentesi importante. La professione moderna dell’interprete simultaneo nasce con il processo di Norimberga.
Per la prima volta, in quel processo si avvertì la necessità di far seguire i procedimenti nelle lingue degli accusati e degli accusatori, quindi tedesco, inglese, francese e russo.
Prima di allora c’erano stati degli esperimenti condotti dall’Ibm con microfoni e cuffie in scatole insonorizzate. A Norimberga quel sistema venne reso funzionante nel giro di poche settimane; dopodiché si cercarono le persone in grado di avvalersene, così da permettere alle parti di seguire tutto in tutte e quattro le lingue. Fu qualche cosa di notevole.
La Società delle Nazioni prima della Seconda guerra mondiale usava l’interpretazione consecutiva: gli interpreti erano una sorta di divi dell’opera che alla fine del lungo discorso del rappresentante nazionale si mettevano al centro dell’aula e rendevano la loro versione. Erano scene piuttosto teatrali, che tra l’altro allungavano enormemente i tempi, con l’effetto di enfatizzare, anziché contenere, la distanza fra le nazioni.
Se ci fosse stata la volontà, forse qualche accorgimento per avvicinarsi all’interpretazione simultanea si sarebbe potuto trovare anche negli anni Trenta.
Invece si dovette attendere il processo di Norimberga del 45.
Ciò che mi ha sempre colpito e affascinato di questa genesi è che all’epoca gran parte degli interpreti avevano combattuto nelle forze alleate, oppure erano fuggiti dai loro paesi d’origine e alcuni erano passati dai campi di concentramento. C’era infatti una forte componente di interpreti ebrei per ognuna delle quattro lingue. Le storie di questi colleghi sono spesso sconvolgenti; le loro biografie sono anche uno spaccato della storia europea.
Ecco, immaginate cosa significava per loro tradurre le deposizioni dei criminali di guerra. L’interprete, infatti, deve in qualche modo sospendere l’ira, la collera, e rendere giustizia a colui che sta parlando, anche quando è il tuo nemico.
La cosa in piccolo è capitata anche a me. Io ho tradotto tante volte Le Pen padre; ho avuto a che fare con oratori il cui discorso era in conflitto con i miei principi... Come si fa? Si fa: se quella persona vuole rimarcare un punto, laddove ci mette una certa enfasi la metterai anche tu. Poi chi ascolta prenderà le sue misure.
Devo dire che noi in cabina abbiamo dei pulsanti che permettono di chiudere momentaneamente un canale e -facendo bene attenzione a non sbagliare, a non confondersi con i pulsanti! - magari di fare un commento, un piccolo sfogo.
Uno dei tipici incidenti degli interpreti è quando si crede di aver interrotto il canale e invece c’è qualcuno in sala che sente quello che stai dicendo. Può capitare. Devo dire che capita di più ai politici.
Ci sono delle parole straniere che, almeno apparentemente, non sono traducibili nella nostra lingua. È così?
Fra le parole di due lingue non esiste mai una corrispondenza biunivoca perfetta, quindi la traducibilità è sempre parziale. Questo da un lato. Dall’altro, volendo, tutte le parole hanno almeno uno dei loro sensi che è riproducibile. Siamo sempre sulla cresta tra l’impossibilità di tradurre e la realtà dell’atto traduttivo.
Si dice che nelle lingue delle popolazioni del Circolo polare artico ci siano venti parole per dire “neve”, mentre noi ne abbiamo una sola. Ciò non toglie che esiste comunque un modo per rendere l’idea della neve di quel particolare colore in quel particolare giorno; gli Inuit lo diranno con una parola sola e noi italiani dovremo ricorrere a una parafrasi, però il concetto non va perso. Diciamo che, alla fine, si riesce a costruire una vicinanza fra esperienze umane, per lo meno io non mi sono mai dovuto arrendere.
C’è la possibilità che in futuro l’interprete venga sostituito da una macchina?
Ho visto degli esempi di cosiddetta “traduzione assistita”, che per lo scritto cominciano a essere abbastanza soddisfacenti, sempre se il testo non è troppo carico di emotività o di connotazioni implicite.
Ultimamente si parla molto delle cosiddette reti neurali, che sono una nuova branca nella sperimentazione sulla traduzione assistita. Devo dire che è una procedura interessante, e tuttavia a volte possono prendere delle cantonate spettacolari: partendo da un piccolo travisamento, di frase in frase, possono rendere la traduzione qualcosa di assolutamente deviante rispetto all’originale.
In questi ultimi anni sono state investite cifre enormi sulla traduzione automatica o assistita. Fondamentalmente esistono due approcci: uno diciamo quantitativo, che si fonda su basi di dati sempre più grandi. Qui l’idea è che caricando sempre più parole, sempre più testi, si arriverebbe a un punto in cui questa quantità colossale di dati produce un testo quasi perfetto.
In realtà si è visto che la linea di miglioramento è una curva convessa, nel senso che cresce molto all’inizio, ma poi, anche se continui a inserire dati, il margine di miglioramento si riduce.
Le reti neurali partono da un principio diverso: nel simulare i collegamenti dei neuroni del cervello umano, si basano più su interconnessioni, modelli, ecc. Come poi questo avvenga io non lo so, però esistono molte sperimentazioni in corso.
Ogni anno a Bruxelles si svolge una specie di assise mondiale dei traduttori e degli interpreti dove ci si confronta anche su questi sviluppi, nonché sugli aspetti di diritto del lavoro, diritto alla proprietà intellettuale, ecc.
Per quanto riguarda specificamente la tua domanda, io per ora vedo che in un campo commercialmente importante come quello delle istruzioni che si allegano ai prodotti, lì l’intervento umano continua a essere imprescindibile: nel timore di dover ritirare intere partite di prodotti dal mercato perché accompagnate da foglietti incomprensibili, alla fine i produttori chiedono quantomeno una verifica. Tant’è che il lavoro del traduttore si sta evolvendo verso una funzione di revisore e certificatore.
Oggi un testo può essere portato a un certo livello di compiutezza già dalla macchina. Dopodiché l’intervento del traduttore resta necessario per integrare, limare, ma soprattutto valutare l’appropriatezza e correttezza del lavoro svolto dalla macchina.
Qui però siamo nella sfera del traduttore di testi scritti.
Data l’immediatezza insita nel lavoro dell’interprete, vedo più complicato un nostro ruolo di “operatori di una macchina”. Magari si inventerà una macchina che ci sostituirà al 100% oppure si studierà una qualche forma di ibrido, mentre l’interpretazione al 100% umana diverrà un prodotto di lusso, “sartoriale” per così dire.
Devo dire che queste evoluzioni tecniche che possono risultare preoccupanti per i colleghi più giovani mi appassionano meno rispetto a quella che è la dimensione umana. Sarà che sono partito dalla lingua di un paese piccolo, di una cultura ritenuta periferica, ma fin dall’inizio a motivarmi è stato il desiderio e la responsabilità di fare arrivare quello che la gente ha da dire. Il francese di un contadino che arriva dal Ruanda sarà molto faticoso e povero però bisogna fare del nostro meglio perché possa essere ascoltato e capito.
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)