Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del “Corriere della Sera”, è autore di numerosi volumi, tra cui Credere, tradire, vivere (2016), Speranze d’Italia (2018), Il tramonto di una nazione (2019) e L’aula vuota (2019).

Si teme un ritorno del nazionalismo, a causa anche del Coronavirus. Secondo alcuni tu ne saresti un sostenitore...
Ma io sono nazionalista, ho scritto un libro, L’identità italiana, per il quale mi sono guadagnato questa fama, e ben prima del Coronavirus. Sono tenace io. Ma mettiamo da parte il Coronavirus. Dunque: io penso che le società democratiche abbiano bisogno di un elemento fondamentale di coesione, come, del resto, tutte le società. Una società si regge su un vincolo sociale; questo vincolo può essere religioso, ma per il più delle volte è un vincolo etnico, cioè un vincolo rappresentato dalla stessa lingua, dalla stessa storia, dalle stesse abitudini gastronomiche, dalla stessa cultura, in senso lato dalla stessa storia. Non riesco a immaginare una società che non abbia vincoli. La stessa parola, società, indica appunto societas, cioè lo stare insieme, e si può stare insieme soltanto se c’è, appunto, un legame che ti unisce. Allora io penso che il legame rappresentato, appunto, dalla lingua, dalla cultura, dalla storia, dalla tradizione religiosa, sia un vincolo fortissimo. Ma pensiamo alle società democratiche. Se per democrazia intendiamo i diritti politici, i diritti elettorali, queste cose sono nate solo e soltanto nell’ambito dello stato nazionale. Quando le masse hanno detto: “Benissimo, siamo tutti italiani, allora dobbiamo avere tutti gli stessi diritti; siamo tutti italiani, figli della stessa nazione, e allora dobbiamo eleggere tutti quanti i nostri rappresentanti, non soltanto gli aristocratici e i ricchi”. Cioè l’elemento della nazione ha in sé uno straordinario elemento di uguaglianza. Storicamente è stato questo. Prova ne sia il fatto che la democrazia è nata soltanto nell’ambito dello stato nazionale. Sì, c’è la Svizzera, ma insomma la Svizzera è l’eccezione che conferma la regola. Anche per una ragione fondamentale, perché se vogliamo organizzare delle elezioni, è necessario che chi si propone come candidato e gli elettori si capiscano, condividano qualcosa. Questo è possibile soltanto se abbiamo delle cose in comune molto forti. Perché l’Europa non riesce a essere un organismo democratico? Perché gli italiani devono eleggere solo gli italiani, i francesi solo i francesi, eccetera, eccetera, dopodiché si riuniscono tutti quanti a Bruxelles, si mettono una cuffia e cominciano a cercare di parlarsi. Ma un italiano potrà mai eleggere un candidato spagnolo o francese o tedesco? No, perché appunto quelli parlano e lui non li capisce. Potranno pure avere programmi politici bellissimi ma c’è la barriera della lingua e non solo della lingua.
Quando tu partecipi di una stessa cultura come accade nell’ambito di una nazione, io capisco chi sei non solo attraverso le parole, attraverso la lingua, ma da mille cose perché ho una confidenza con la gestualità, con il modo di guardare, di parlare, tutte cose che mi trasmettono dei segnali che mi fanno capire chi sei. Ma se non c’è questo terreno comune, la comunicazione, essenziale per lo sviluppo della socialità democratica, diventa impossibile. La democrazia si fonda sulla comunicazione. Ora, sfido chiunque a immaginare una società i cui membri possano comunicare tra di loro senza avere in comune quel retroterra che storicamente solo la nazione dà. Se poi qualcuno mi cita il caso di altre società in cui invece questo legame esiste a prescindere dal retroterra nazionale, beh, io cambierò idea, ma nei pochi libri che ho letto non ho mai trovato un’indicazione diversa.
Verso il concetto di nazione c’è ormai una diffidenza molto forte…
L’ostilità di principio alla nazione nasce da alcuni grandi fraintendimenti storiografici nati nel Novecento, soprattutto. Io adesso mi sto occupando di Andrea Caffi, che è un caso tipico di uno che ha pensato che l’esistenza dello stato nazionale produca inevitabilmente guerre. E come lui tanti altri. Pensiamo al Manifesto di Ventotene.
Ecco, io sostengo che questo non è affatto vero. Le guerre certamente sono prodotte da regimi politici che esistono nell’ambito degli stati nazionali, ma le democrazie non hanno mai fatto la guerra tra di loro.
Quindi quello che è fondamentale ai fini della bellicosità non è l’esistenza di una nazione, ma l’esistenza o meno della democraz ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!