Mariagrazia La Rosa vive a Milano. Ha lavorato, come responsabile commerciale e manager, in alcune aziende multinazionali di informatica. Attualmente è impegnata nella consulenza per l’innovazione digitale. È mamma naturale e adottiva e nel confronto quotidiano con altre mamme adottive ha incontrato tante storie diverse. Ha così raccolto le storie più complicate in due libri, raccontando il “lato oscuro” dell’adozione attraverso le conversazioni di chi ogni giorno lo affronta. Da queste esperienze sono nati i libri M.a.d. Mamme Adottive Disperate-Storie complicate di adozioni difficili, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, e M.a.c. Mamme Adottive Coraggiose-Cercando l’uscita del tunnel.

Da qualche anno ti sei messa al servizio di un gruppo di mamme, incontrato negli anni, raccogliendo le loro storie, che sono complicate, piene di speranza e di affetto materno, ma anche cariche di dolore e faticose. Come genitori incontriamo delle tappe che pur nella diversità delle singole famiglie sembrano somigliarsi: la scuola, l’educazione, gli amici, il tempo libero, poi il lavoro, la realizzazione di sé. Con l’adozione però entrano in gioco anche altri fattori che, tra l’altro, quando siamo stati noi figli non abbiamo conosciuto e come genitori dobbiamo costruirci in fretta delle competenze e possedere degli strumenti che non avevamo previsto. Vorrei partire da qui.
Tu fai riferimento a quelle esperienze che sono raccontate nel libro e che sappiamo essere esperienze molto particolari, che riguardano una minoranza di casi. Sono le esperienze più difficili, che magari hanno la loro origine proprio nel fatto che questi ragazzi quando erano bambini hanno attraversato circostanze particolarmente sfavorevoli che hanno lasciato il segno, inutile nasconderselo. Sicuramente è molto importante anche il peso delle relazioni che si stabiliscono nella famiglia nuova che si crea a partire dall’adozione: come sono accolti, e quanto riescono a sentirsi rassicurati sia i figli che i genitori. Ma non tutto, non sempre, riesce a risolversi. Parliamo comunque di una minoranza, io credo; mi sono fatta l’idea che possano essere il 20-30% le famiglie in cui si manifestano delle difficoltà serie, più o meno rilevanti.
Quelle con cui ci confrontiamo sono le famiglie con i problemi decisamente più importanti: infatti non stiamo parlando di adolescenti che rispondono male o che vanno male a scuola, bensì di casi che vanno dai comportamenti oppositivi, primo livello di manifestazione del disagio, all’abbandono scolastico, alle notti in bianco dei genitori perché i figli non tornano a casa, perché entrano nella spirale delle dipendenze, dalle droghe all’alcol, per le frequentazioni pericolose, per i reati sia piccoli che no: ad esempio spaccio, furti, rapine.
Parliamo di aggressività in casa, che è poi quella che più di tutte mette in difficoltà la famiglia, perché quando un bambino diventa un ragazzo, dunque anche forte sul piano fisico, se è aggressivo la mamma può diventare una donna maltrattata. Tutte queste cose creano un clima di grande tensione nella famiglia e subentra una grande difficoltà nell’aiutare questi figli, che è poi l’obiettivo e il desiderio di ciascun genitore: accompagnarli verso un futuro sereno e verso una autonomia che permetta loro di vivere bene.
Parliamo di restituzione e allontanamento, un percorso che i servizi sociali prevedono inserendo i minori in un percorso fatto di comunità o strutture adeguate. Dicevi che viene stimato un 20% di famiglie che incontrano queste problematiche, mentre i fallimenti adottivi che prevedono la restituzione sono numeri bassissimi.

È una distinzione molto importante. Perché con il fallimento adottivo viene interrotto il legame tra la famiglia e il figlio: il minore torna in carico alle istituzioni e per lui viene cercata una nuova soluzione; viene trasferito in una comunità fino a quando non si trova una nuova famiglia disponibile all’adozione. Questo, dunque, è il fallimento e questi sono anche misurabili perché ci sono tutti i fascicoli al tribunale per i minori. La chiusura del rapporto è sempre una decisione del tribunale; non è la famiglia a decidere. C’è un processo decisionale per cui alla fine il tribunale stabilisce che nell’interesse del minore, la cosa migliore è chiudere il rapporto con la famiglia. Questi casi sono circa il 3%, che io sappia, parliamo di poche decine di unità.
Come sai esiste un gruppo virtuale di genitori adottivi in difficoltà, da diversi anni, che naturalmente non racchiude tutta l’esperienza delle adozioni difficili, ma costituisce un buon campione di quel 20-30% (sul totale delle adozioni) di famiglie in difficoltà; per quasi la metà di questi casi c’è (o c’è stato) un allontanamento temporaneo dei ragazzi, che è uno strumento con un obiettivo preciso: quello del rientro. È come il ricovero in ospedale, dove si va per curarsi e poi tornare a casa. L’obiettivo, quindi, è il ritorno in famiglia. Anche nel caso dell’allontanamento, la decisione è sempre del tribunale, non della famiglia.
I motivi per cui viene presa questa decisione possono essere i più vari: un procedimento penale, un intervento sostitutivo all’istituto di correzione, un progetto di recupero; una misura di cura di un disagio psichico o di una dipendenza.
In questi casi la comunità ha degli strumenti che la famiglia non ha, a partire dal personale specializzato in diverse discipline, anche medico e psicologico; e poi c’è il fatto che le comunità in genere hanno una rete di strutture collegate che consentono l’avvio di un progetto per il ragazzo. Che cosa vuol dire? Che la comunità è in contatto, ad esempio, con scuole preparate ad accogliere i ragazzi in difficoltà, con una rete di aziende del territorio che danno delle opportunità di stage; con strutture di volontariato che permettono ai ragazzi di fare esperienze durante la loro permanenza; o, ancora, con una rete di palestre o strutture sportive dove i ragazzi possono sviluppare abilità e socialità; infine, la comunità è in grado di portare i ragazzi ai controlli tossicologici regolarmente perché ha un processo consolidato e perché i ragazzi sono contenuti.
Con tutte queste strutture collegate, la comunità è in grado di elaborare un progetto personalizzato per il recupero dei ragazzi e questo è importantissimo perché da tante esperienze abbiamo capito che il problema più grosso dei nostri ragazzi è la pochissima fiducia in se stessi; quindi è importante proporre loro piccole attività con obiettivi raggiungibili che possono verificare gradualmente, vedendo nel concreto le cose che via via imparano a fare, rafforzando l’autostima e trovando una motivazione per andare avanti senza cadere nelle dipendenze o cercare le compagnie problematiche, insomma, per cercare di ritrovare la loro strada.
Tutta questa rete di servizi e di possibilità è la stessa messa in campo con i minori con problematiche di comportamenti al limite o devianti. Qual è l’ingrediente che rende più difficile o più sofferto questo recupero in un figlio adottivo?
Come dicevo all’inizio, i nostri ragazzi che sono stati adottati, hanno vissuto delle esperienze sfavorevoli e quindi hanno degli elementi caratteristici in comune. Il primo è questa poca fiducia in se stessi, come se avessero un retropensiero: “Sono stato abbandonato quindi non valgo niente”, “Quindi mi vado a cercare quelle frequentazioni dove io posso essere quello che vale di più, che viene apprezzato”; dunque tendono a scegliere frequentazioni con persone fragili o disagiate.
Poi ci sono altri tratti caratteristici, c’è la difficoltà ad affidarsi, c’è il disturbo dell’attaccamento. Questi ragazzi da bambini sono stati trascurati e casomai maltrattati da chi avrebbe dovuto proteggerli, hanno pertanto sviluppato un sentimento di diffidenza e anche di avversione verso gli adulti: gli adulti sono il nemico. Per cui tu che fai parte degli adulti sei il suo nemico: “Ti metto in difficoltà”, “Non mi fido di te”. Alcune volte c’è anche dell’anaffettività: spesso questi ragazzi da bambini non sono stati coccolati, non hanno avuto il sorriso della mamma in cui rispecchiarsi, quelle emozioni, quel calore della persona che ti accudisce; è come se mancasse loro il linguaggio dei sentimenti, non ti guardano mai negli occhi, non si riesce a stabilire quella corrente che è poi quella che ci salva tutti.
Inoltre alcuni di questi ragazzi nella prima infanzia hanno subìto traumi, maltrattamenti, abusi… tutte esperienze che lasciano il segno e possono rendere difficile controllare le emozioni che li richiamano. L’adozione stessa è un trauma, per lo sradicamento e la perdita di tutto quello che l’ha preceduta, nel bene e nel male.
Abbiamo accennato alla possibilità di allontanamento temporaneo per “curare” una crisi. Che cosa succede alla relazione tra genitori e figli durante la lontananza? Il legame si spezza o si rafforza?
Quando si riesce a stabilire un legame forte, le relazioni si possono recuperare anche nella lontananza: questo sentimento così forte non si spegne per un allontanamento, ma si rafforza. Non è l’allontanamento che può mettere in pericolo la relazione, anzi, nel periodo della comunità c’è tutta una serie di momenti bellissimi, di attesa e di incontro, che sembrano rafforzare ancora di più questo legame.
Quando una famiglia è provata da anni passati senza sapere se la sera tuo figlio sarebbe tornato a casa, nell’attesa di una chiamata dall’ospedale o dal commissariato, o in giri notturni per cercare il figlio nei posti più malfamati, nei parchi, con la paura che abbia fatto a botte con qualcuno o abbia rapinato il negozio vicino casa, e con una tensione permanente in casa con porte spaccate, armadi distrutti, lampadari e specchi rotti, (stiamo parlando di situazioni limite) ecco, l’allontanamento è un modo per riprendere respiro, per riprendere le forze e prepararsi al rientro in famiglia. Qui in genere c’è sempre una doppia strada: c’è il progetto di recupero del ragazzo che fa anche psicoterapia e che viene assistito su diversi aspetti (eventualmente farmacologico, di contrasto alla dipendenza, di sviluppo delle sue capacità...), ma c’è anche un percorso di psicoterapia per la famiglia: anche i genitori si mettono in gioco, cercando di capire dove hanno sbagliato, dove possono migliorare per ricomporre una relazione che stava andando a pezzi.
Nei corsi pre-adozione ci sentiamo dire molto spesso che la nostra genitorialità non è diversa da quella delle altre famiglie che non adottano, eppure mi sento di poter dire che la famiglia che adotta matura in fretta delle competenze fuori dal comune. Poi è vero che durante le crisi dei nostri figli queste competenze vengono messe da parte e non riconosciute dai servizi. Inoltre, alla famiglia adottiva viene richiesta una trasparenza che le altre famiglie non conoscono: il tuo conto in banca, il tuo stato di salute, la tua vita privata, le tue relazioni, come passi il tempo libero, tutto questo viene esaminato...
Sì, sei sempre sotto giudizio e questa sensazione di sentirsi giudicati penalizza molto nel cercare poi le soluzioni, perché se mi sento giudicato non vado a chiedere aiuto, so già che diranno che è colpa mia.
Se c’è una crisi sembra quasi che ci sia una ricerca del colpevole: la famiglia dice che è colpa dei servizi sociali che non ci sono o non danno supporto; i servizi sociali dicono che è colpa della famiglia perché non ha messo in campo le azioni giuste, perché aveva delle aspettative, perché aveva il lutto della sterilità non elaborato.
Quest’ultimo poi è un altro mito: non è assolutamente detto che una famiglia scelga di adottare perché non ha figli o viva questa mancanza come un lutto: una famiglia cerca un figlio perché è una gioia, indipendentemente dal fatto che un figlio ce l’abbia già oppure no; sceglie quella strada perché la sente vicina per sé, dopodiché le motivazioni sono tante. Indubbiamente ci sarà chi si mette in cammino per adottare perché figli non ne ha, però non è certamente un elemento necessario.
Comunque questo sentirsi sempre sotto esame o sotto giudizio mette in difficoltà e fa sì che poi non si vadano a cercare i supporti, perché io mi aspetto di essere aiutato, non mi aspetto di essere giudicato, e allora sai che cosa faccio? Le difficoltà me le tengo per me, i panni sporchi cerco di lavarli in famiglia e così si sporcano sempre di più e la situazione peggiora, e alla fine quando si corre ai ripari rischia di essere troppo tardi.
Un problema che i nostri figli incontrano è quello di sviluppare una dipendenza affettiva problematica, più che delle affettività, delle emozioni che vengono vissute con figure marginali e magari rischiose ma che sono sostenibili per loro; questo pone dei problemi perché le famiglie si trovano in qualche modo “costrette” ad aprire le porte a storie che non avrebbero mai pensato di portare in casa.
È vero quello che dici, della frustrazione, ad esempio, di entrare in casa e trovare un coffee shop pieno di gente che non ti aspetteresti di trovare in casa tua. Piano piano si imparano ad accettare le cose e si cerca di trovare una convergenza, evitando l’affollamento e magari limitando un po’ queste intrusioni. Come anche è vero che certo non ti aspettavi di dover andare con la tua famiglia in un’aula di tribunale per un processo perché tuo figlio è accusato di spaccio o di imbrattamento dei muri.
È vero quello che dicevi prima: una famiglia adottiva, un po’ perché a volte passa attraverso queste vicende in maniera violenta e un po’ cruda, un po’ perché si prepara (sapendo di dover affrontare un’esperienza complessa), legge, studia, approfondisce… è certamente più preparata di una famiglia non adottiva; può anche essere una grande risorsa per i genitori in crisi o per i servizi, perché effettivamente matura delle competenze che sono preziose e oggi ci sono tanti adolescenti anche non adottivi che incontrano delle fasi acute di crisi, e magari i genitori non sono preparati, e quindi i genitori adottivi potrebbero dare un contributo molto utile.
Molte volte tutelare i figli significa denunciarli. Un modo per proteggerli da loro stessi.
Molte volte è necessario un intervento che sia davvero efficace. Con i minori, il tribunale è molto cauto: non si decide mai per un allontanamento a cuor leggero. Non basta la denuncia di un reato da parte della famiglia affinché il ragazzo venga allontanato: c’è una gradualità che consente di provare a mettere in campo un progetto di recupero lasciando il ragazzo nella famiglia.
Ho conosciuto genitori che hanno denunciato il figlio una, due, tre volte prima che fosse portato in comunità.
Il tempo è un altro fattore decisivo. È importante che l’intervento sia precoce perché è più efficace e anche più limitato. Nel caso che ricordavo, ad esempio, il tutto è durato due anni. Quando i ragazzi sono maggiorenni è impossibile intervenire senza il loro consenso.
Quando compiono diciotto anni non si può più dire al ragazzo: “Vai in comunità, attiviamo questo progetto”; lui aderisce se vuole, ma se non vuole, no. Se il ragazzo comincia ad avere comportamenti pericolosi, a dare segnali tra i 13 e i 14 anni, cosa molto comune quando c’è un disagio psichico, non bisogna aver paura di prendere misure anche drastiche. Anche una denuncia può essere una tutela.
Qual è la storia di questo gruppo virtuale di genitori adottivi?
L’idea originale non è stata mia, ci si frequentava in un gruppo di genitori adottivi su un social network, che all’epoca aveva qualche centinaio di iscritti, adesso ne ha quasi quattromila…
È un gruppo di genitori che hanno adottato in adozione nazionale e internazionale, in tutti i paesi, quindi raccoglie un po’ di tutto. Ogni tanto c’era qualche conversazione in cui qualcuno si esponeva un po’ di più, c’era quell’80% con esperienze più o meno felici e c’era però anche un gruppetto di genitori che ogni tanto raccontava la sua storia e che spesso raccoglieva giudizi anche pesanti, del tipo “noi invece”, “dovevi far così”, “evidentemente non si è fatto questo”… Via via è emerso un certo disagio, fino a quando a un certo punto una mamma, in occasione di un contrasto più vivace, ha deciso di aprire un gruppo per soli genitori con casi problematici, invitando soltanto quelli che avevano raccontato di aver attraversato, o che stavano attraversando, momenti difficili.
Si è così creato questo primo gruppo, all’inizio di una ventina di genitori, che poi è cresciuto fino a una cinquantina. È andato avanti per un paio di anni, dal 2015 al 2017, poi si sono create due “correnti”, una che era, dal punto di vista di chi ne faceva parte, “realista”, e sosteneva che l’adozione è qualcosa “di troppo difficile”, “probabilmente sbagliato”, “da sconsigliare”, che “i ragazzi sono comunque rovinati” e “la nostra capacità d’intervento è quella che è”, “noi li amiamo ma non ci possiamo fare niente”... il gruppo era guidato da questa “corrente”, si chiamava Mamme Adottive Disperate. L’altra corrente, più ottimista, sosteneva invece che può esserci una soluzione o comunque è possibile un miglioramento, e che l’adozione resta una grande risorsa e un’esperienza straordinaria. Questo alla fine ha portato a una rottura: il gruppo si è diviso e dalla corrente ottimista è nato un nuovo gruppo che si chiama Mamme (e Papà) Adottivi Coraggiosi.
Definizione che ha incontrato qualche problema perché qualcuno lo interpreta come se si volesse celebrare il genitore come eroe o migliore degli altri; in realtà esprime soltanto il fatto che per affrontare le giornate con questi ragazzi ci vuole molto coraggio perché non sai mai che cosa ti può succedere, specialmente quando è il momento della crisi acuta. Questi momenti di crisi possono durare due o tre anni e quando terminano rimangono comunque le difficoltà di far riprendere loro in mano la vita.
Infatti il problema principale di questi ragazzi è che non avendo fiducia in se stessi hanno sempre paura di sbagliare, e quindi per non sbagliare non fanno nulla. Io dico sempre che questi genitori non sono né peggiori né migliori di altri e che certamente hanno fatto errori, ma non di più e non di meno degli altri. È una situazione di fatto, non è responsabilità o colpa di nessuno: questi figli sono arrivati con un bagaglio di esperienze che ha lasciato il segno. Questi genitori sono coraggiosi perché attraversano delle situazioni che io non auguro a nessuno, e a quel punto devono trovare dentro di loro la forza per superarle, stare accanto ai figli e aiutarli. Non possono però sostituirsi ai figli, che sono i protagonisti della loro vita.
Con i libri che ho pubblicato, con lo spettacolo che ne è stato tratto, collaborando a una importante ricerca dell’Università Cattolica, ho cercato di far sentire questa voce in maniera filtrata, senza mettere in gioco la privacy delle persone, ma cercando di raccontare queste storie, affinché le persone si rendano conto che questi genitori meritano rispetto e non giudizio. Parliamo di situazioni davvero al limite, e questi genitori sono persone preparate, equilibrate, che hanno studiato l’adozione; persone appassionate, che si mettono in gioco ogni giorno.
Il gruppo virtuale serve solo a esternare il proprio disagio o le persone si auto organizzano e si aiutano tra di loro?
C’è sicuramente questo elemento dello sfogo, che è un po’ come una valvola, ed è molto utile; sai di parlare con persone che ti capiscono perché stanno attraversando la stessa situazione e dall’altra parte non c’è nessuno che ti giudica. Questo sicuramente è importante.
Anche nella ricerca dell’Università Cattolica, là dove si chiedeva quali sono le fonti di supporto nella crisi, la prima fonte citata era il partner e la seconda il gruppo di confronto. Quindi c’è un sostegno e alle volte si trovano anche strategie e soluzioni, indicazioni di specialisti oppure di strutture, o anche consigli sui comportamenti da tenere in determinati avvenimenti. Lo scambio di esperienze ha un’utilità pratica.
L’altra cosa che mi piace molto è che ultimamente nel gruppo sono entrati alcuni genitori di bambini piccoli. Riuscire a intercettare dei segnali in anticipo è fondamentale, perché la cosa importante sarebbe riuscire a prevenire queste situazioni di crisi. Noi comunque siamo molto selettivi negli ingressi; c’è una procedura per cui bisogna prima conoscersi al telefono, poi fare un sondaggio e la maggioranza dev’essere d’accordo; il gruppo è segreto e non ricercabile; si entra solo se c’è un contatto diretto. È un modo per garantire che la persona rimanga al centro e il social sia solo uno strumento.
Queste vicende mettono molto sotto stress la famiglia, alcune si concludono con delle separazioni.
In realtà non molte. Ti colpisce di più, la separazione, ma non è così frequente, e lo si osserva anche nei risultati della ricerca dell’Università Cattolica. Il gruppo della professoressa Rosnati ha utilizzato le nostre esperienze come materiale di ricerca dal punto di vista dei genitori, perché le indagini fatte finora erano state elaborate a partire dal punto di vista degli operatori, dei tribunali, però mai dalla voce dei genitori.
Questa ricerca descrive per la prima volta la sofferenza del genitore. E come accennavo, la maggioranza delle mamme intervistate indicava come risorsa più importante per far fronte alla crisi l’appoggio del partner. In definitiva, la maggior parte delle famiglie rimane unita nella crisi e la separazione non è così frequente.
Se non sono divorzi, sono cambi di lavoro. Le nostre vite a livello professionale vengono stravolte, conosciamo delle rinunce, dei cambi di programma, la resilienza è ai massimi livelli perché l’adattamento è continuo...
Quello sì, è più frequente. Il primo stadio è quando sei in una riunione o in un qualsiasi momento di lavoro, sei concentrato su qualcosa da portare a termine e c’è qualcuno che ti chiama. All’inizio può essere la preside, poi diventa l’educatore, il commissariato, il tribunale, eccetera, eccetera. Oppure ti arriva un avviso di ritirare qualche convocazione, la riunione con i servizi, il colloquio con lo psicologo, e devi poi far quadrare tutto con la vita professionale. Spesso questo significa dover cambiare, scegliere delle soluzioni più flessibili perché lo stadio successivo è quello in cui devi rincorrere tuo figlio...
Questa crescita delle crisi adottive, anche se contenuta, ma significativa, sta avendo un impatto nel mondo dell’adozione, ad esempio, con un crollo verticale delle adozioni internazionali negli ultimi anni?
Il crollo del numero di adozioni dipende da molti fattori. Può dipendere anche, in parte, dal fatto che si diffondono le voci delle esperienze difficili. D’altra parte, “le cose belle sono difficili”.
Il messaggio che noi cerchiamo di dare, raccontando queste storie, è che nonostante le difficoltà ne è valsa la pena: l’adozione resta un’esperienza bella, che ci arricchisce e con cui si cerca di dare ai ragazzi una prospettiva di vita migliore. Nel calo delle adozioni ci sono tante cose, c’è anche una maggior facilità di accesso alla procreazione assistita per chi cerca il figlio che non ha potuto avere. Poi, ci sono dei costi importanti legati all’adozione internazionale, mentre quella nazionale prevede sempre il rischio giuridico ed è una grossa incognita: e se il bambino non ti vede subito come la mamma, poi ti vedrà come la mamma? Inoltre, che cosa speri per lui, che non riesca a ricongiungersi con la sua famiglia di origine? È una brutta cosa, che mette i (futuri?) genitori in una posizione ambivalente. D’altra parte, nell’adozione internazionale, oltre ai costi, c’è anche il fatto che devi stare due mesi lontano e molti per il lavoro non se lo possono permettere.
In tutte c’è il fatto che l’età di adozione cresce, quindi crescono anche le problematiche legate al vissuto dei bambini. Non tutti sono disposti ad accettarle. Il fatto che l’età possa rappresentare un fattore di rischio è molto controverso, perché comunque anche il fatto di adottare un bambino molto piccolo non dà garanzie che tutto andrà bene o che sarà facile; quello che posso dire, frequentando il gruppo delle adozioni difficili, è che l’età media dei figli in questo gruppo è nettamente superiore all’età media delle adozioni internazionali in generale, il che fa pensare che una storia passata più lunga determini maggiori probabilità di crisi in adolescenza e oltre.
Sia nel “gruppo coraggioso” che nelle esperienze che hai conosciuto, quale importanza riveste la ricerca delle radici biologiche, da parte della famiglia che ha adottato e anche dei figli? Adesso con i social è molto più semplice rispetto a prima...
All’interno di questo gruppo non è stato mai affrontato questo tema in maniera approfondita; i casi in cui la crisi è scoppiata con la ricerca delle origini sono pochissimi. Credo che la ricerca delle radici non sia un aspetto “problematico”, ma piuttosto “fisiologico” di ogni persona adottata.
In un recente seminario, un giudice del tribunale di Milano raccontava di ricevere istanze per la ricerca dei genitori naturali perlopiù da persone che hanno avuto esperienza di adozione felice. Io ho fatto anche un sondaggio all’interno del gruppo per capire com’è l’atteggiamento e la maggior parte dei ragazzi sono in effetti interessati a ritrovare le “origini”, ma più quelle culturali, del paese, del luogo di provenienza, non tanto a ritrovare la famiglia di origine. Questo ci fa pensare che questi ragazzi abbiano ricordi molto brutti legati alla famiglia di origine che non vogliono recuperare. Quello che non ho ancora capito bene è che cosa sia meglio fare in questi casi, se insistere o lasciar cadere. Il ricongiungimento con le origini è visto dalla psicologia dell’adozione recente in modo molto positivo, perché permette di integrare le due parti di sé, permette di ricomporre un po’ il quadro. È qualcosa che tutti gli adottati desiderano e andrebbe incoraggiato, aiutato.
Di solito i genitori adottivi, quando parlano dei figli non adottati, usano il termine “figlio biologico”. Mi hai detto che “biologico” è un aggettivo che non ti piace, perché?
Provo a spiegartelo partendo dal “figlio adottato”. Io penso che “figlio adottato” sia un’espressione bellissima perché c’è una componente legale, di diritto, e una componente sentimentale, di relazione tra le persone. Un figlio adottato è figlio legalmente ed è figlio della relazione tra persone.
Dire “figlio biologico” invece è una rappresentazione meccanicistica, deterministica. Non vedo relazione tra le persone nel termine “biologico”; la vedo invece nel termine “naturale”. Un figlio nasce sempre da una relazione di persone e un “figlio naturale” è un figlio sì biologico, ma anche frutto di una relazione tra persone. Così come non direi mai che mio figlio adottato è mio “figlio legale”, allo stesso modo non direi mai che mio figlio naturale è mio “figlio biologico”. Questa parola “biologico” dà un senso di freddezza e di determinismo, la trovo molto fastidiosa e infatti non la uso mai. Dico sempre che ho due figli: e se devo specificare, uno naturale e uno adottato.
(a cura di Luciano Coluccia)