Aldo Marchetti è docente di Sociologia del lavoro nelle Università di Brescia e Milano. Ha condotto ricerche sul lavoro operaio, sui bambini di strada e sulla condizione femminile in alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia. Tra i suoi lavori Fabbriche aperte. L’esperienza delle imprese recuperate dei lavoratori in Argentina, Il Mulino, 2013, La rappresentanza del lavoro marginale. Precariato, sindacato e organizzazione sociale a Milano e a Buenos Aires, Edisse, 2018. Il libro cui si fa riferimento nell’intervista è Il movimento brasiliano Sem terra, Carocci editore.

Il suo studio del movimento dei Sem terra traccia anche la storia del Brasile, paese in cui la lotta per l’accesso alla terra ha attraversato l’epoca coloniale, la formazione dello Stato, la dittatura, per poi arrivare all’epoca della globalizzazione...
In effetti questo studio sul movimento dei contadini brasiliani senza terra ha, allo stesso tempo, una dimensione storica e una sociologica. Non poteva essere altrimenti perché si tratta di una lotta che ha una storia lunghissima e che si è mantenuta viva, senza soluzione di continuità, dai tempi della prima colonizzazione sino a oggi. Il sistema agrario brasiliano è stato fondato, sin dall'inizio, sul latifondo a monocultura, dapprima per la coltivazione dello zucchero e, a partire dall’Ottocento, per quella del caffè. In una prima fase la forza lavoro prevalente è stata quella della manodopera locale: gli indios delle tribù autoctone, che erano nomadi, indisciplinati, bellicosi e soprattutto diminuivano rapidamente di numero a causa delle epidemie portate dagli europei. Ben presto i latifondisti si rivolsero al mercato degli schiavi deportati dall’Africa. Fu una storia di sfruttamento disumano durata poco meno di quattro secoli. Le fughe continue dei lavoratori africani dalle piantagioni portavano alla fondazione dei quilombos, comunità di ex-schiavi che potevano sopravvivere anche per molti anni. La storia quasi centenaria del quilombo di Palmares nel nordest del paese è quella più famosa, ma ve ne furono parecchie altre egualmente importanti anche nel centro e nel sud; ancora oggi vi sono più di 1.500 comunità quilombolas eredi dei villaggi costruiti in passato dagli schiavi fuggitivi. Naturalmente si tratta della storia di una guerra spietata. I capitães de mata (i capitani della foresta) erano i comandanti delle milizie incaricate della distruzione dei quilombos. Ritornavano dalle loro spedizioni nelle capitali dei governatorati con migliaia di orecchie mozzate a dimostrazione di un lavoro condotto a buon fine. Quelli che riuscivano a sfuggire ai massacri si rifugiavano ancor più profondamente nella foresta e costruivano altri villaggi più piccoli e così via. Quando il lavoro schiavistico cominciò a declinare si dovette ricorrere alla manodopera dei migranti europei.  
Il Brasile è stato uno degli ultimi paesi ad abolire la schiavitù: ci è arrivato nel 1888. Ma il passaggio tra i due regimi non fu improvviso, avvenne gradualmente e per quasi quarant’anni, dal 1850 al 1888, lavoratori europei immigrati dalla Svizzera e dalla Germania, formalmente liberi, lavorarono nelle piantagioni di caffè dello stato di São Paulo fianco a fianco coi lavoratori schiavi di origine africana, in un regime di lavoro e con una disciplina che certo non facevano molte distinzioni tra i due gruppi.
Così, poco alla volta, al lavoro schiavizzato si sostituì quello salariato e i conflitti si spostarono sul terreno delle lotte sindacali in cui le richieste principali dei lavoratori furono l’aumento delle retribuzioni, il riconoscimento delle organizzazioni di rappresentanza e la distribuzione della terra dalle famiglie ricche a quelle povere. Ci sono state diverse fasi dello scontro tra borghesia agraria e proletariato rurale, ma sostanzialmente possiamo far risalire le origini dei moderni sindacati dei contadini agli anni Trenta del secolo scorso, nello stesso periodo in cui si diffusero nel paese le formazioni politiche della sinistra, legate alla tradizione dell’umanesimo socialista e del comunismo di matrice europea. Le lotte contadine, con le prime occupazioni di terre dei latifondi privati e del demanio e con la richiesta di una riforma agraria nazionale, cominciarono a essere molto intense negli anni Cinquanta e secondo alcuni dei maggiori storici brasiliani furono queste tra i principali motivi che spinsero i militari al colpo di stato del 1964. Dopo l’esperienza della dittatura militare e con il ...[continua]

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