Da sotto è spuntata una chioma rosa
internazionalismo
Una Città n° 316 / 2026 febbraio
Intervista a Svetlana Anokhina
Realizzata da Sofia Mischi, Simone Zoppellaro
DA SOTTO E’ SPUNTATA UNA CHIOMA ROSA
Il potere assoluto del padre e la reclusione delle donne del Daghestan; quando anche entrare in un supermercato fa sentire cos’è la libertà e la fuga da casa può costare la vita; l’idea di un femminismo islamico e un sito in cui raccogliere le lettere struggenti di tantissime ragazze e il fortissimo desiderio di parlare; rischiare fino a cinque anni di detenzione per un post su Instagram; la cacciata dalla Russia e l’esilio in Lituania. Intervista a Svetlana Anokhina.
Svetlana Anokhina, giornalista, attivista e sostenitrice dei diritti delle donne del Daghestan e dell’intero Caucaso settentrionale, è stata costretta a lasciare la Federazione Russa nel 2021 dopo esser stata aggredita e minacciata di morte. Chiamata “la vergogna del Daghestan” dai suoi detrattori, oggi prosegue il suo lavoro in esilio a Vilnius, in Lituania. Nel 2024 la Bbc l’ha inserita nella lista delle cento donne più influenti al mondo. L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Memorial Italia.
Il 19 gennaio 2026 sei stata condannata in absentia a cinque anni di carcere per aver discreditato l’armata russa. Il tuo “crimine” sarebbe stato quello di aver pubblicato un post su Bucha. Qual è stata la tua reazione alla condanna?
La mia reazione a tutto ciò che sta accadendo in Russia, incluso ciò che mi riguarda, è sempre la stessa: mi sento nauseata e disgustata. Non sono particolarmente sorpresa di aver ricevuto una simile condanna ma, allo stesso tempo, non so come avrei potuto reagire altrimenti. Non avevo alternative. Se potessi tornare indietro e conoscere le conseguenze delle mie azioni, riscriverei quel post, perché quel che è successo nel 2022 ha sconvolto tutto il mio mondo. I crimini di Bucha sono orribili e sono stati commessi dal mio paese: sarebbe stato assolutamente impossibile tacere al riguardo.
A tal proposito, puoi dire che la tua posizione nei confronti dei crimini dell’esercito russo faccia appello allo stesso senso di giustizia che ti ha spinta ad iniziare il tuo percorso da attivista nel Daghestan? O è legato al tuo passato a Leopoli, ad esempio?
Non è legato né all’una né all’altra cosa, quanto alla consapevolezza della gravità delle azioni compiute dal mio paese, la sensazione di essere stata tradita e, in ultimo, che un tale crimine sia stato commesso anche a mio nome.
Quando hai iniziato a dedicarti all’attivismo?
In realtà, non l’ho mai definito attivismo: semplicemente, quando succedeva qualcosa, reagivo di conseguenza. Per esempio, quando a Makhachkala, la capitale del Daghestan, hanno iniziato a disboscare l’unico parco della città, l’unica area verde che poteva dare sollievo alla popolazione nei momenti di caldo torrido, insieme ad altre persone sensibili ci siamo mobilitati per difendere il parco. Si può definire attivismo? Non lo so. Per me era un’azione del tutto naturale, necessaria; un modo di trovare uno spazio dove la mia parola avesse un valore.
Puoi raccontarci cos’è il progetto Daptar? Anch’esso nasce dalla necessità di intervenire in una situazione problematica.
Daptar è un sito web che si occupa della condizione delle donne nel Caucaso settentrionale. Ero la redattrice capo, quindi scrivevo articoli, comunicando continuamente con i giornalisti. Naturalmente, non pubblicavamo solo contenuti sui problemi delle donne, ma anche sulle loro vittorie e, più in generale, su cosa vuol dire essere donna nel Caucaso.
Grazie a quest’esperienza, mi sono interessata sempre di più alla questione. Molte ragazze ci contattavano non solo per raccontare la loro storia, ma anche per chiedere aiuto: proprio per questo, in certi ambienti hanno iniziato a considerarmi non come una giornalista, ma come un’attivista per i diritti umani in grado di intervenire a favore di queste ragazze. Ma, naturalmente, per essere un’attivista avrei dovuto essere legata ad una struttura registrata o dedita a gestire casi di violenza di genere.
Daptar ha anche introdotto nel dibattito della regione il concetto di un femminismo islamico. Cos’è il femminismo in Daghestan?
Innanzitutto, nel contesto di cui parliamo questa definizione è quasi considerata offensiva: molti tradizionalisti dicono, infatti, che non può esistere un femminismo islamico e che ciò contraddice i postulati stessi dell’islam. Ciononostante, il femminismo non solo esiste, ma può avere anche un aspetto diverso da quello che si immagina, per esempio, identificarsi nella rivendicazione dei diritti della donna all’interno dell’ambito della religione e della sharia.
È anche vero che molte ragazze che vorrebbero che venissero loro garantiti i diritti fondamentali nel tessuto della società tradizionale non si definiscono femministe. Quindi, è una questione di terminologia.
A Daptar incoraggiavamo le donne comuni a scrivere di sé, e abbiamo ricevuto molte lettere in cui venivano esposte posizioni molto diverse tra loro, ma comunque lontane da un femminismo radicale o dal femminismo come è comunemente inteso in Russia. Le discussioni di questo tipo erano raccolte sul sito in una rubrica chiamata Femministe del Caucaso, che aveva proprio l’obiettivo di discutere cosa fosse il femminismo nella regione: dai testi che ci sono arrivati, posso dire che c’erano posizioni radicali e altre, invece, più originali.
Il femminismo ha molte facce -e ogni donna ha il suo femminismo. Per semplicità, dobbiamo concludere che qualsiasi donna che lotta per i propri diritti, indipendentemente da quali essi siano, è una femminista. Se ci si assume la responsabilità di sé stesse, se si guadagna autonomamente senza rendere conto a nessuno, se si decide per sé e per i propri cari, si è femministe. Ma sembrava sciocco lottare per una parola, quando si tratta di qualcosa di più grande, della vita di tutti i giorni e, in generale, di come una persona vede il mondo e se stessa. Questo anche per semplificare la comunicazione con le nostre corrispondenti, visto che alcune si riconoscevano come femministe, mentre altre rifiutavano nel modo più assoluto di essere definite tali.
L’esperienza di Daptar e i confronti da voi avuti con tutte queste donne hanno avuto un grande impatto sulla tua vita e sulla decisione di fondare Marem. Puoi spiegarci la storia del nome dell’organizzazione?
Marem era una giovane donna dell’Inguscezia. A 16 anni è stata rapita da un uomo molto più grande di lei, Mukharbek Evloev, che a quel tempo aveva già due mogli. È stata costretta a diventare la sua terza moglie. Secondo la testimonianza di sua sorella Lisa, lui la picchiava violentemente e, una volta, le ha tagliato una falange del dito come punizione per aver tentato di fuggire. È scappata da lui diverse volte, ma ogni volta l’hanno riportata indietro con parole di pentimento: gli anziani giuravano in nome di Allah che l’avrebbero protetta e che il marito non le avrebbe più usato violenza.
Dopo la sua ultima fuga, ha chiamato la sorella per chiederle aiuto, perché sembrava che il marito e altri uomini stessero pianificando qualcosa, e per dirle che se non l’avesse richiamata entro mezz’ora, significava che l’avevano uccisa. Non si fece sentire. Sua sorella andò a casa sua e vi trovò i nipoti terrorizzati e una corda insanguinata sul pavimento. Nessuno sa cosa sia successo a Marem, e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Per noi, Marem, una donna morta giovane e a cui sono successe cose terribili, è un simbolo.
L’associazione lavorava sul campo, in Daghestan e in altri luoghi del Caucaso del Nord, per la protezione e l’eventuale espatrio di donne in contesti di abuso. Si occupava di colmare un vuoto legislativo, oppure suppliva al fatto che la legislazione russa non avesse valore di fronte al sistema di norme tradizionali della tradizione islamica locale (adat)?
La situazione è complicata. Basta ricordarsi che la legge russa è così severa da infliggere cinque anni di reclusione per un post su Instagram.
A livello legislativo, la legge entrerebbe in conflitto con l’adat, in particolar modo nei casi di delitti d’onore.
Allo stesso tempo, però, conosciamo molte storie in cui omicidi di questo tipo sono stati insabbiati con estrema facilità. Basta corrompere i medici, che redigono a posteriori un certificato che attesti che la donna era in cattive condizioni di salute o soffriva di problemi di insufficienza cardiaca. Il poliziotto di quartiere, così, può chiudere un occhio sul caso. In situazioni del genere, tutto viene risolto in base all’adat, ma con la compiacenza delle istituzioni locali.
In questo contesto, anche i modi di protestare e resistere sono diversi. In Marem ci sono molte storie legate alla rivalsa e al desiderio di libertà di donne e ragazze sfuggite da situazioni a rischio. Puoi raccontarcene qualcuna?
In Marem, tra i vari progetti legati a queste storie, il più riuscito riguarda la produzione di brevi cartoni animati. La storia da cui è partito, intitolata Syrok, è legata ad uno dei miei primi casi.
Nel 2019 sono stata contattata da una ragazza, con cui poi ho parlato di continuo per sei mesi. Non pensavo che avrebbe deciso di scappare. Quando era piccola, suo padre ha divorziato dalla madre, cacciandola di casa e impedendole di vedere la figlia. La madre cercava di vederla almeno da lontano, aspettandola all’uscita da scuola, ma quando il padre lo ha scoperto, ha impedito alla figlia di tornarci. Poi, a quindici o sedici anni l’ha data in sposa ad un uomo violento: una volta l’ha picchiata tanto da farle perdere il figlio in grembo. Quando è successo, la ragazza ha insistito che le permettessero di annullare il matrimonio, cosa che le fu concessa.
Tornata a casa, le era impedito di andare al di là del pesante cancello che separava la casa di famiglia dall’esterno e, in generale, di uscire a meno che non fosse accompagnata dal padre. Non aveva documenti perché, stando sempre chiusa in casa, il padre riteneva che non le servissero: tanto sarebbe uscita solo quando si fosse sposata di nuovo. Al compimento dei vent’anni avrebbe dovuto rinnovare il passaporto, ma non le è stato concesso. Ha continuato, quindi, a vivere senza nulla.
Quando mi ha raccontato cosa stava succedendo, mi sono sentita male perché era una ragazza che voleva vivere, studiare, crescere e, invece, era stata relegata in casa, anno dopo anno, a servire la sua famiglia. Il padre si era risposato e aveva avuto altri figli: picchiava sia lei che la nuova moglie. Quando si è rivolta a me, ho pensato che per lei fosse solo uno sfogo, che non sarebbe mai scappata e che l’inerzia l’avrebbe trattenuta, come succede a molte altre. Certo, la sua situazione era terribile, ma lei non sapeva cosa ci fosse oltre le mura domestiche.
E, invece, un bellissimo giorno lei si è presentata alla mia porta. Ha preso un taxi da sola, dopo essere stata aiutata da qualcuno, è arrivata a Makhachkala e si è fermata sulla mia soglia con delle scatole. Nelle scatole c’erano libri di psicologia, che sua sorella le comprava di nascosto. Quelle scatole sono ancora sul mio balcone, non le ha mai riprese.
È rimasta da me per circa mezz’ora, poi mi ha chiesto se ci fosse un supermercato nelle vicinanze. Mi sono alzata di scatto per accompagnarla, ma lei mi ha chiesto di spiegarle la strada per andarci da sola. Quando è uscita, sono andata nel panico perché pensavo che sarebbe tornata col padre e tutta la sua combriccola e mi avrebbero dato del filo da torcere. Invece, è tornata da sola con in mano un sirok [un dolce molto famoso nei paesi ex-socialisti, un formaggino ricoperto di cioccolato e con gusti diversi, ndr]. Ho iniziato a urlarle addosso, chiedendole perché avesse corso il rischio di uscire solo per un sirok, quando poteva semplicemente ordinare qualcosa al telefono, se aveva fame. Lei mi ha risposto che non capivo niente e che, per lei, uscire da sola, andare da sola ad un supermercato e comprarsi quello che voleva era la libertà. E, in effetti, non ci avevo mai pensato, perché per me è normale e, anzi, a volte tedioso andare a fare la spesa.
Da questa storia è iniziata la serie “Simbolo di libertà”, per mostrare attraverso lavori di animazione quanto anche cose piccole, assurde, ridicole e quasi stupide possano significare molto per queste ragazze che non hanno nulla. Ogni piccola storia ha un valore universale. Un’altra ragazza, quando è salita sul taxi che le avevano chiamato per fuggire, si è tolta l’hijab e, da sotto, è spuntata una chioma rosa. Si era tinta i capelli. Anche questa è libertà.
Nella storia che ci hai raccontato su Marem e Daptar si affronta spesso il rapporto delle ragazze con i padri. In particolare, su Daptar si trova un’intera rubrica intitolata “Lettere a papà”. Puoi parlarci di questo progetto?
L’idea era quella di dare la possibilità alle nostre lettrici di parlare con un padre che non le ha mai ascoltate, o che non è mai stato disposto a farlo, o a cui non hanno mai osato raccontare qualcosa di importante. E, attraverso queste lettere, capire come le azioni del genitore, buone o meno, le abbiano portate a diventare le donne che sono. Molte ci hanno inviato delle lettere, che poi abbiamo consegnato ad altre donne per leggerle ad alta voce davanti a una telecamera. Ci sono ancora una dozzina di questi video, e sono molto belli. La sensazione che molte hanno avuto è quella di aver affidato le proprie parole e la propria storia a una sorella, a una donna che poi l’ha trasmessa, con dignità, al mondo.
Non mi ha solo sorpreso la quantità di lettere che abbiamo ricevuto, ma anche che alcune di queste arrivassero da parte di persone che conosco e da cui non me lo sarei mai aspettato. A quanto pare, il desiderio di parlare non scompare per nessuno.
A volte le lettere esprimevano amore infinito o tristezza per la morte del padre, altre volte gratitudine. A volte erano molto contraddittorie. Ricordo una lettera assolutamente mostruosa, nella sostanza di ciò che diceva, che raccontava di un padre molto crudele, ma si concludeva con parole come “sei il migliore”, “ti voglio bene”. Una dissonanza.
Ci sono delle storie che ricordi nelle Lettere a papà?
È difficile scegliere, perché percepisco queste lettere come un’esperienza collettiva che costruisce un quadro della nostra società, o come piccoli pezzi di questioni universali. È difficile. Naturalmente, mi appassionano di più le storie in cui c’è molto amore, comprensione e calore nei confronti della figura paterna. Ma capisco che sia tutto molto più complicato. Il padre, che ci educhi o meno, ha un’enorme influenza sulla nostra vita futura. Forse per me le lettere più interessanti sono quelle in cui c’è una riflessione, in cui la ragazza cerca di capire cosa l’ha resa così com’è e quanto il padre sia stato coinvolto in questo processo. I testi sono ambigui, senza rimproveri diretti.
È questo che, in realtà, volevo ottenere, quello che desideravo. C’è una lettera in cui una ragazza racconta che, dopo essersi allontanata dal padre, è diventata finalmente indipendente. Poi inizia a parlare di una storia dell’epoca in cui era ancora a scuola e si era cacciata in un qualche guaio. Dopo un po’ di tempo, ha scoperto che il padre era intervenuto per levarla dall’impiccio e aiutarla, e che solo grazie a lui le cose si erano risolte felicemente.
La giovane si chiede perché il padre non le avesse mai detto nulla: se lo avesse fatto, magari lei non si sarebbe sentita così sola. Sono queste le storie che mi interessano di più, e che mi colpiscono per la loro sincerità e introspezione; quando abbiamo iniziato questa serie, abbiamo suscitato grandi polemiche.
Molti uomini del Daghestan, a cui abbiamo proposto di partecipare ai nostri focus group, gridavano all’ingiuria perché, senza aver ancora letto nessuna lettera, pensavano già che le uniche cose che avremmo pubblicato sarebbero state accuse nei confronti dei padri, e che avrebbero dimostrato solo una profonda ingratitudine, il che la dice lunga.
Ci sono mai state lettere alle madri?
No, perché il padre è l’unico che prende le decisioni: infatti, se un figlio può permettersi di parlare direttamente con il padre, alla figlia solitamente il padre impone tutto, di solito, tramite la madre. Per questo, per noi era importante che le nostre lettrici si rivolgessero a lui, dato il suo ruolo quasi onnipotente nella vita delle figlie.
In generale la relazione di ognuno di noi coi genitori è un argomento delicato.
Non è certo un’esperienza solo russa, e tanto meno specificamente daghestana o caucasica. Ma, nel contesto di cui parliamo, ci sembrava necessario affrontare questo problema perché è davvero difficile che nel Caucaso i figli parlino con i genitori in modo sincero e aperto. Molte delle mie intervistate non avevano mai detto al padre nemmeno “ti voglio bene”.
Un’altra storia che costudisco gelosamente racconta di una ragazza, la cui vita dipende solamente dalle decisioni di un padre anziano e autoritario. Una volta, le è stato concesso di andare al supermercato da sola a comprare dello sciroppo: più che un vero supermercato, era una specie di seminterrato in un edificio residenziale. Ma per lei è stato comunque un evento incredibile.
Nel 2021 sei stata costretta a lasciare la Federazione Russa dopo che la polizia ha fatto irruzione a Marem con il pretesto di riportare a casa Khalimat Taramova, una ragazza cecena fuggita dalla famiglia. Poi, sei stata attaccata e minacciata di morte. Puoi raccontarci cos’è successo?
Ero in Armenia per un ritiro quando mi ha chiamato un collega, chiedendomi se potessimo accogliere nella nostra casa sicura a Makhachkala una ragazza che in quel momento stava scappando dalla Cecenia. L’ho contattata, le ho detto di buttare via il telefono e spiegato dove andare, poi ho chiamato le collaboratrici che erano lì per accoglierla. Una volta che sono tornata in Daghestan, ci siamo messe al lavoro per trovare degli accompagnatori che potessero trasportare Khalimat in un altro luogo sicuro entro due settimane.
Una mattina, le collaboratrici mi hanno chiamata perché due persone, un poliziotto e un investigatore, stavano bussando alla porta. Nell’appartamento c’erano Khalimat, l’amica con cui era fuggita, e un’altra donna, che avevamo aiutato a ottenere la potestà genitoriale e che ora sostenevamo nel processo di indagine sulle molestie sessuali e percosse a cui la figlia quindicenne era stata sottoposta dal padre. Ho subito preso un taxi, sono arrivata lì, sono uscita dall’ascensore e ho iniziato a filmare. Tutto è stato pubblicato in rete. I due uomini mi hanno intimato di aprire la porta perché stavano cercando Khalimat Taramova.
La situazione era tesa, sotto la casa avevo notato delle auto con targa cecena. Ho chiamato il nostro avvocato che, dopo essere arrivato, ci ha consigliato di fare entrare l’investigatore nell’appartamento di modo che potesse interrogare Khalimat. Lei gli ha raccontato perché fosse scappata, di aver subito maltrattamenti e di esser stata picchiata dopo aver chiesto il divorzio dal marito. Dopo un interrogatorio di un’ora e mezza, l’investigatore le ha chiesto di registrare un video in cui diceva di essersene andata volontariamente, e se n’è andato. Quando stava uscendo, gli ho chiesto immediatamente di intervenire, perché non eravamo sicure che fosse finita lì e che le persone nelle auto di sotto non avrebbero cercato di sfondarci la porta.
Dopo un po’ è tornato, ha suonato il citofono e ha detto che aveva portato rinforzi. Ma era lì da solo. Lo abbiamo invitato dunque a entrare, ma lui non voleva. All’improvviso abbiamo visto degli uomini, in uniforme e senza, che si sono riversati su di noi da ogni direzione, ed è iniziato l’assalto al nostro appartamento. Abbiamo cercato di piantonare la porta in cinque, mentre Khalimat e la sua amica scappavano in un’altra stanza. Ma non ci siamo riusciti. Ci hanno trascinato tutti fuori sul pianerottolo, poi giù in cortile e ci hanno portato al commissariato. Lì ci hanno accusato di aver aggredito e picchiato dei poliziotti. Il giorno dopo ci hanno portato in tribunale.
In seguito, abbiamo sporto denuncia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo vinto la causa. I risarcimenti monetari ci hanno aiutato; l’ultima volta ci hanno assegnato tremila euro come compensazione delle percosse da noi subite. Ma in Russia i processi sono ancora in corso.
Khalimat è stata tratta in inganno e portata nello stesso commissariato dove ci trovavamo noi, ma non lo sapevamo. Cercavo semplicemente di non pensare a cosa le stesse succedendo, perché era troppo spaventoso. Circa quindici minuti prima dell’inizio dell’assalto mi aveva fatto promettere che non l’avrei mai consegnata loro e, invece, ho finito per venir meno alla mia parola. Hanno cercato di convincerla con le buone, di farle cambiare idea, di farla vergognare, e quando non ci sono riusciti, le hanno semplicemente detto che l’avrebbero fatta uscire dalla porta sul retro, spingendola nelle braccia dei suoi familiari. L’hanno afferrata, messa in macchina e portata via. È stato terribile.
Come è continuata l’attività di Marem all’estero, dopo la tua fuga e lo spostamento delle operazioni?
Beh, facciamo affidamento su connessioni internazionali. Naturalmente, non posso rivelare molto. Riusciamo ancora ad aiutare delle ragazze (l’ultimo caso di successo è stato quello di Laura Avtorkhanova), ma non diffondiamo informazioni su dove siano o come stiano. Purtroppo, infatti, le famiglie che le cercano possono fare affidamento sulle diaspore e su altri tipi di legami familiari e nazionali che, quando si tratta di ottenere giustizia per una donna, invece, sono del tutto inutili. Ma è un problema strutturale: anche gli uomini che si battono per i diritti umani nel Caucaso prendono molto raramente le difese delle donne.
In generale, è diventato tutto molto più difficile, ma non so se sia dovuto al fatto che non sono sul campo, o al fatto che è iniziata la guerra ed è molto più arduo portare una ragazza all’estero, in Europa, a causa delle sanzioni e altre misure. Per questo, non accettiamo più così facilmente le richieste di evacuazione. È anche diminuito il numero di rifugi che accoglievano le nostre sfortunate ragazze perché è diventato molto più pericoloso agire. Infatti, nei casi delle ultime due giovani uccise, Aliya Ozdamirova e Aishat Baymuradova, sono state adottate delle misure punitive per la loro eliminazione: in generale, si può vedere con quale crudeltà le autorità cecene intervengano in casi in apparenza del tutto ordinari.
Quando Liya Zaurbekova è fuggita, il deputato della Duma Adam Delimkhanov ha pronunciato un discorso appassionato in cui ha promesso di trovarla e riportarla indietro, nonché di punire tutti coloro che erano coinvolti nella sua fuga. Tuttavia, lei ce l’ha fatta e, per ora, è al sicuro. Bisogna sempre dire “per ora”, perché non si può mai parlare di una completa sicurezza nel nostro piccolo mondo. Ma è necessario continuare.
Come sono cambiati i rapporti con la tua famiglia in Daghestan?
Non sono cambiati affatto: sono preoccupati per me. E, purtroppo, so già che non rivedrò più mia madre. Ha 95 anni, la guerra non è ancora conclusa e non se ne vede la fine. Anche dopo che sarà finita, nessuno sa se la mia condanna sarà revocata. Non credo che riuscirò mai a tornare in Russia. Ma loro resistono. E non mi rimproverano, almeno.
(a cura di Sofia Mischi e Simone Zoppellaro)
Il 19 gennaio 2026 sei stata condannata in absentia a cinque anni di carcere per aver discreditato l’armata russa. Il tuo “crimine” sarebbe stato quello di aver pubblicato un post su Bucha. Qual è stata la tua reazione alla condanna?
La mia reazione a tutto ciò che sta accadendo in Russia, incluso ciò che mi riguarda, è sempre la stessa: mi sento nauseata e disgustata. Non sono particolarmente sorpresa di aver ricevuto una simile condanna ma, allo stesso tempo, non so come avrei potuto reagire altrimenti. Non avevo alternative. Se potessi tornare indietro e conoscere le conseguenze delle mie azioni, riscriverei quel post, perché quel che è successo nel 2022 ha sconvolto tutto il mio mondo. I crimini di Bucha sono orribili e sono stati commessi dal mio paese: sarebbe stato assolutamente impossibile tacere al riguardo.
A tal proposito, puoi dire che la tua posizione nei confronti dei crimini dell’esercito russo faccia appello allo stesso senso di giustizia che ti ha spinta ad iniziare il tuo percorso da attivista nel Daghestan? O è legato al tuo passato a Leopoli, ad esempio?
Non è legato né all’una né all’altra cosa, quanto alla consapevolezza della gravità delle azioni compiute dal mio paese, la sensazione di essere stata tradita e, in ultimo, che un tale crimine sia stato commesso anche a mio nome.
Quando hai iniziato a dedicarti all’attivismo?
In realtà, non l’ho mai definito attivismo: semplicemente, quando succedeva qualcosa, reagivo di conseguenza. Per esempio, quando a Makhachkala, la capitale del Daghestan, hanno iniziato a disboscare l’unico parco della città, l’unica area verde che poteva dare sollievo alla popolazione nei momenti di caldo torrido, insieme ad altre persone sensibili ci siamo mobilitati per difendere il parco. Si può definire attivismo? Non lo so. Per me era un’azione del tutto naturale, necessaria; un modo di trovare uno spazio dove la mia parola avesse un valore.
Puoi raccontarci cos’è il progetto Daptar? Anch’esso nasce dalla necessità di intervenire in una situazione problematica.
Daptar è un sito web che si occupa della condizione delle donne nel Caucaso settentrionale. Ero la redattrice capo, quindi scrivevo articoli, comunicando continuamente con i giornalisti. Naturalmente, non pubblicavamo solo contenuti sui problemi delle donne, ma anche sulle loro vittorie e, più in generale, su cosa vuol dire essere donna nel Caucaso.
Grazie a quest’esperienza, mi sono interessata sempre di più alla questione. Molte ragazze ci contattavano non solo per raccontare la loro storia, ma anche per chiedere aiuto: proprio per questo, in certi ambienti hanno iniziato a considerarmi non come una giornalista, ma come un’attivista per i diritti umani in grado di intervenire a favore di queste ragazze. Ma, naturalmente, per essere un’attivista avrei dovuto essere legata ad una struttura registrata o dedita a gestire casi di violenza di genere.
Daptar ha anche introdotto nel dibattito della regione il concetto di un femminismo islamico. Cos’è il femminismo in Daghestan?
Innanzitutto, nel contesto di cui parliamo questa definizione è quasi considerata offensiva: molti tradizionalisti dicono, infatti, che non può esistere un femminismo islamico e che ciò contraddice i postulati stessi dell’islam. Ciononostante, il femminismo non solo esiste, ma può avere anche un aspetto diverso da quello che si immagina, per esempio, identificarsi nella rivendicazione dei diritti della donna all’interno dell’ambito della religione e della sharia.
È anche vero che molte ragazze che vorrebbero che venissero loro garantiti i diritti fondamentali nel tessuto della società tradizionale non si definiscono femministe. Quindi, è una questione di terminologia.
A Daptar incoraggiavamo le donne comuni a scrivere di sé, e abbiamo ricevuto molte lettere in cui venivano esposte posizioni molto diverse tra loro, ma comunque lontane da un femminismo radicale o dal femminismo come è comunemente inteso in Russia. Le discussioni di questo tipo erano raccolte sul sito in una rubrica chiamata Femministe del Caucaso, che aveva proprio l’obiettivo di discutere cosa fosse il femminismo nella regione: dai testi che ci sono arrivati, posso dire che c’erano posizioni radicali e altre, invece, più originali.
Il femminismo ha molte facce -e ogni donna ha il suo femminismo. Per semplicità, dobbiamo concludere che qualsiasi donna che lotta per i propri diritti, indipendentemente da quali essi siano, è una femminista. Se ci si assume la responsabilità di sé stesse, se si guadagna autonomamente senza rendere conto a nessuno, se si decide per sé e per i propri cari, si è femministe. Ma sembrava sciocco lottare per una parola, quando si tratta di qualcosa di più grande, della vita di tutti i giorni e, in generale, di come una persona vede il mondo e se stessa. Questo anche per semplificare la comunicazione con le nostre corrispondenti, visto che alcune si riconoscevano come femministe, mentre altre rifiutavano nel modo più assoluto di essere definite tali.
L’esperienza di Daptar e i confronti da voi avuti con tutte queste donne hanno avuto un grande impatto sulla tua vita e sulla decisione di fondare Marem. Puoi spiegarci la storia del nome dell’organizzazione?
Marem era una giovane donna dell’Inguscezia. A 16 anni è stata rapita da un uomo molto più grande di lei, Mukharbek Evloev, che a quel tempo aveva già due mogli. È stata costretta a diventare la sua terza moglie. Secondo la testimonianza di sua sorella Lisa, lui la picchiava violentemente e, una volta, le ha tagliato una falange del dito come punizione per aver tentato di fuggire. È scappata da lui diverse volte, ma ogni volta l’hanno riportata indietro con parole di pentimento: gli anziani giuravano in nome di Allah che l’avrebbero protetta e che il marito non le avrebbe più usato violenza.
Dopo la sua ultima fuga, ha chiamato la sorella per chiederle aiuto, perché sembrava che il marito e altri uomini stessero pianificando qualcosa, e per dirle che se non l’avesse richiamata entro mezz’ora, significava che l’avevano uccisa. Non si fece sentire. Sua sorella andò a casa sua e vi trovò i nipoti terrorizzati e una corda insanguinata sul pavimento. Nessuno sa cosa sia successo a Marem, e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Per noi, Marem, una donna morta giovane e a cui sono successe cose terribili, è un simbolo.
L’associazione lavorava sul campo, in Daghestan e in altri luoghi del Caucaso del Nord, per la protezione e l’eventuale espatrio di donne in contesti di abuso. Si occupava di colmare un vuoto legislativo, oppure suppliva al fatto che la legislazione russa non avesse valore di fronte al sistema di norme tradizionali della tradizione islamica locale (adat)?
La situazione è complicata. Basta ricordarsi che la legge russa è così severa da infliggere cinque anni di reclusione per un post su Instagram.
A livello legislativo, la legge entrerebbe in conflitto con l’adat, in particolar modo nei casi di delitti d’onore.
Allo stesso tempo, però, conosciamo molte storie in cui omicidi di questo tipo sono stati insabbiati con estrema facilità. Basta corrompere i medici, che redigono a posteriori un certificato che attesti che la donna era in cattive condizioni di salute o soffriva di problemi di insufficienza cardiaca. Il poliziotto di quartiere, così, può chiudere un occhio sul caso. In situazioni del genere, tutto viene risolto in base all’adat, ma con la compiacenza delle istituzioni locali.
In questo contesto, anche i modi di protestare e resistere sono diversi. In Marem ci sono molte storie legate alla rivalsa e al desiderio di libertà di donne e ragazze sfuggite da situazioni a rischio. Puoi raccontarcene qualcuna?
In Marem, tra i vari progetti legati a queste storie, il più riuscito riguarda la produzione di brevi cartoni animati. La storia da cui è partito, intitolata Syrok, è legata ad uno dei miei primi casi.
Nel 2019 sono stata contattata da una ragazza, con cui poi ho parlato di continuo per sei mesi. Non pensavo che avrebbe deciso di scappare. Quando era piccola, suo padre ha divorziato dalla madre, cacciandola di casa e impedendole di vedere la figlia. La madre cercava di vederla almeno da lontano, aspettandola all’uscita da scuola, ma quando il padre lo ha scoperto, ha impedito alla figlia di tornarci. Poi, a quindici o sedici anni l’ha data in sposa ad un uomo violento: una volta l’ha picchiata tanto da farle perdere il figlio in grembo. Quando è successo, la ragazza ha insistito che le permettessero di annullare il matrimonio, cosa che le fu concessa.
Tornata a casa, le era impedito di andare al di là del pesante cancello che separava la casa di famiglia dall’esterno e, in generale, di uscire a meno che non fosse accompagnata dal padre. Non aveva documenti perché, stando sempre chiusa in casa, il padre riteneva che non le servissero: tanto sarebbe uscita solo quando si fosse sposata di nuovo. Al compimento dei vent’anni avrebbe dovuto rinnovare il passaporto, ma non le è stato concesso. Ha continuato, quindi, a vivere senza nulla.
Quando mi ha raccontato cosa stava succedendo, mi sono sentita male perché era una ragazza che voleva vivere, studiare, crescere e, invece, era stata relegata in casa, anno dopo anno, a servire la sua famiglia. Il padre si era risposato e aveva avuto altri figli: picchiava sia lei che la nuova moglie. Quando si è rivolta a me, ho pensato che per lei fosse solo uno sfogo, che non sarebbe mai scappata e che l’inerzia l’avrebbe trattenuta, come succede a molte altre. Certo, la sua situazione era terribile, ma lei non sapeva cosa ci fosse oltre le mura domestiche.
E, invece, un bellissimo giorno lei si è presentata alla mia porta. Ha preso un taxi da sola, dopo essere stata aiutata da qualcuno, è arrivata a Makhachkala e si è fermata sulla mia soglia con delle scatole. Nelle scatole c’erano libri di psicologia, che sua sorella le comprava di nascosto. Quelle scatole sono ancora sul mio balcone, non le ha mai riprese.
È rimasta da me per circa mezz’ora, poi mi ha chiesto se ci fosse un supermercato nelle vicinanze. Mi sono alzata di scatto per accompagnarla, ma lei mi ha chiesto di spiegarle la strada per andarci da sola. Quando è uscita, sono andata nel panico perché pensavo che sarebbe tornata col padre e tutta la sua combriccola e mi avrebbero dato del filo da torcere. Invece, è tornata da sola con in mano un sirok [un dolce molto famoso nei paesi ex-socialisti, un formaggino ricoperto di cioccolato e con gusti diversi, ndr]. Ho iniziato a urlarle addosso, chiedendole perché avesse corso il rischio di uscire solo per un sirok, quando poteva semplicemente ordinare qualcosa al telefono, se aveva fame. Lei mi ha risposto che non capivo niente e che, per lei, uscire da sola, andare da sola ad un supermercato e comprarsi quello che voleva era la libertà. E, in effetti, non ci avevo mai pensato, perché per me è normale e, anzi, a volte tedioso andare a fare la spesa.
Da questa storia è iniziata la serie “Simbolo di libertà”, per mostrare attraverso lavori di animazione quanto anche cose piccole, assurde, ridicole e quasi stupide possano significare molto per queste ragazze che non hanno nulla. Ogni piccola storia ha un valore universale. Un’altra ragazza, quando è salita sul taxi che le avevano chiamato per fuggire, si è tolta l’hijab e, da sotto, è spuntata una chioma rosa. Si era tinta i capelli. Anche questa è libertà.
Nella storia che ci hai raccontato su Marem e Daptar si affronta spesso il rapporto delle ragazze con i padri. In particolare, su Daptar si trova un’intera rubrica intitolata “Lettere a papà”. Puoi parlarci di questo progetto?
L’idea era quella di dare la possibilità alle nostre lettrici di parlare con un padre che non le ha mai ascoltate, o che non è mai stato disposto a farlo, o a cui non hanno mai osato raccontare qualcosa di importante. E, attraverso queste lettere, capire come le azioni del genitore, buone o meno, le abbiano portate a diventare le donne che sono. Molte ci hanno inviato delle lettere, che poi abbiamo consegnato ad altre donne per leggerle ad alta voce davanti a una telecamera. Ci sono ancora una dozzina di questi video, e sono molto belli. La sensazione che molte hanno avuto è quella di aver affidato le proprie parole e la propria storia a una sorella, a una donna che poi l’ha trasmessa, con dignità, al mondo.
Non mi ha solo sorpreso la quantità di lettere che abbiamo ricevuto, ma anche che alcune di queste arrivassero da parte di persone che conosco e da cui non me lo sarei mai aspettato. A quanto pare, il desiderio di parlare non scompare per nessuno.
A volte le lettere esprimevano amore infinito o tristezza per la morte del padre, altre volte gratitudine. A volte erano molto contraddittorie. Ricordo una lettera assolutamente mostruosa, nella sostanza di ciò che diceva, che raccontava di un padre molto crudele, ma si concludeva con parole come “sei il migliore”, “ti voglio bene”. Una dissonanza.
Ci sono delle storie che ricordi nelle Lettere a papà?
È difficile scegliere, perché percepisco queste lettere come un’esperienza collettiva che costruisce un quadro della nostra società, o come piccoli pezzi di questioni universali. È difficile. Naturalmente, mi appassionano di più le storie in cui c’è molto amore, comprensione e calore nei confronti della figura paterna. Ma capisco che sia tutto molto più complicato. Il padre, che ci educhi o meno, ha un’enorme influenza sulla nostra vita futura. Forse per me le lettere più interessanti sono quelle in cui c’è una riflessione, in cui la ragazza cerca di capire cosa l’ha resa così com’è e quanto il padre sia stato coinvolto in questo processo. I testi sono ambigui, senza rimproveri diretti.
È questo che, in realtà, volevo ottenere, quello che desideravo. C’è una lettera in cui una ragazza racconta che, dopo essersi allontanata dal padre, è diventata finalmente indipendente. Poi inizia a parlare di una storia dell’epoca in cui era ancora a scuola e si era cacciata in un qualche guaio. Dopo un po’ di tempo, ha scoperto che il padre era intervenuto per levarla dall’impiccio e aiutarla, e che solo grazie a lui le cose si erano risolte felicemente.
La giovane si chiede perché il padre non le avesse mai detto nulla: se lo avesse fatto, magari lei non si sarebbe sentita così sola. Sono queste le storie che mi interessano di più, e che mi colpiscono per la loro sincerità e introspezione; quando abbiamo iniziato questa serie, abbiamo suscitato grandi polemiche.
Molti uomini del Daghestan, a cui abbiamo proposto di partecipare ai nostri focus group, gridavano all’ingiuria perché, senza aver ancora letto nessuna lettera, pensavano già che le uniche cose che avremmo pubblicato sarebbero state accuse nei confronti dei padri, e che avrebbero dimostrato solo una profonda ingratitudine, il che la dice lunga.
Ci sono mai state lettere alle madri?
No, perché il padre è l’unico che prende le decisioni: infatti, se un figlio può permettersi di parlare direttamente con il padre, alla figlia solitamente il padre impone tutto, di solito, tramite la madre. Per questo, per noi era importante che le nostre lettrici si rivolgessero a lui, dato il suo ruolo quasi onnipotente nella vita delle figlie.
In generale la relazione di ognuno di noi coi genitori è un argomento delicato.
Non è certo un’esperienza solo russa, e tanto meno specificamente daghestana o caucasica. Ma, nel contesto di cui parliamo, ci sembrava necessario affrontare questo problema perché è davvero difficile che nel Caucaso i figli parlino con i genitori in modo sincero e aperto. Molte delle mie intervistate non avevano mai detto al padre nemmeno “ti voglio bene”.
Un’altra storia che costudisco gelosamente racconta di una ragazza, la cui vita dipende solamente dalle decisioni di un padre anziano e autoritario. Una volta, le è stato concesso di andare al supermercato da sola a comprare dello sciroppo: più che un vero supermercato, era una specie di seminterrato in un edificio residenziale. Ma per lei è stato comunque un evento incredibile.
Nel 2021 sei stata costretta a lasciare la Federazione Russa dopo che la polizia ha fatto irruzione a Marem con il pretesto di riportare a casa Khalimat Taramova, una ragazza cecena fuggita dalla famiglia. Poi, sei stata attaccata e minacciata di morte. Puoi raccontarci cos’è successo?
Ero in Armenia per un ritiro quando mi ha chiamato un collega, chiedendomi se potessimo accogliere nella nostra casa sicura a Makhachkala una ragazza che in quel momento stava scappando dalla Cecenia. L’ho contattata, le ho detto di buttare via il telefono e spiegato dove andare, poi ho chiamato le collaboratrici che erano lì per accoglierla. Una volta che sono tornata in Daghestan, ci siamo messe al lavoro per trovare degli accompagnatori che potessero trasportare Khalimat in un altro luogo sicuro entro due settimane.
Una mattina, le collaboratrici mi hanno chiamata perché due persone, un poliziotto e un investigatore, stavano bussando alla porta. Nell’appartamento c’erano Khalimat, l’amica con cui era fuggita, e un’altra donna, che avevamo aiutato a ottenere la potestà genitoriale e che ora sostenevamo nel processo di indagine sulle molestie sessuali e percosse a cui la figlia quindicenne era stata sottoposta dal padre. Ho subito preso un taxi, sono arrivata lì, sono uscita dall’ascensore e ho iniziato a filmare. Tutto è stato pubblicato in rete. I due uomini mi hanno intimato di aprire la porta perché stavano cercando Khalimat Taramova.
La situazione era tesa, sotto la casa avevo notato delle auto con targa cecena. Ho chiamato il nostro avvocato che, dopo essere arrivato, ci ha consigliato di fare entrare l’investigatore nell’appartamento di modo che potesse interrogare Khalimat. Lei gli ha raccontato perché fosse scappata, di aver subito maltrattamenti e di esser stata picchiata dopo aver chiesto il divorzio dal marito. Dopo un interrogatorio di un’ora e mezza, l’investigatore le ha chiesto di registrare un video in cui diceva di essersene andata volontariamente, e se n’è andato. Quando stava uscendo, gli ho chiesto immediatamente di intervenire, perché non eravamo sicure che fosse finita lì e che le persone nelle auto di sotto non avrebbero cercato di sfondarci la porta.
Dopo un po’ è tornato, ha suonato il citofono e ha detto che aveva portato rinforzi. Ma era lì da solo. Lo abbiamo invitato dunque a entrare, ma lui non voleva. All’improvviso abbiamo visto degli uomini, in uniforme e senza, che si sono riversati su di noi da ogni direzione, ed è iniziato l’assalto al nostro appartamento. Abbiamo cercato di piantonare la porta in cinque, mentre Khalimat e la sua amica scappavano in un’altra stanza. Ma non ci siamo riusciti. Ci hanno trascinato tutti fuori sul pianerottolo, poi giù in cortile e ci hanno portato al commissariato. Lì ci hanno accusato di aver aggredito e picchiato dei poliziotti. Il giorno dopo ci hanno portato in tribunale.
In seguito, abbiamo sporto denuncia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo vinto la causa. I risarcimenti monetari ci hanno aiutato; l’ultima volta ci hanno assegnato tremila euro come compensazione delle percosse da noi subite. Ma in Russia i processi sono ancora in corso.
Khalimat è stata tratta in inganno e portata nello stesso commissariato dove ci trovavamo noi, ma non lo sapevamo. Cercavo semplicemente di non pensare a cosa le stesse succedendo, perché era troppo spaventoso. Circa quindici minuti prima dell’inizio dell’assalto mi aveva fatto promettere che non l’avrei mai consegnata loro e, invece, ho finito per venir meno alla mia parola. Hanno cercato di convincerla con le buone, di farle cambiare idea, di farla vergognare, e quando non ci sono riusciti, le hanno semplicemente detto che l’avrebbero fatta uscire dalla porta sul retro, spingendola nelle braccia dei suoi familiari. L’hanno afferrata, messa in macchina e portata via. È stato terribile.
Come è continuata l’attività di Marem all’estero, dopo la tua fuga e lo spostamento delle operazioni?
Beh, facciamo affidamento su connessioni internazionali. Naturalmente, non posso rivelare molto. Riusciamo ancora ad aiutare delle ragazze (l’ultimo caso di successo è stato quello di Laura Avtorkhanova), ma non diffondiamo informazioni su dove siano o come stiano. Purtroppo, infatti, le famiglie che le cercano possono fare affidamento sulle diaspore e su altri tipi di legami familiari e nazionali che, quando si tratta di ottenere giustizia per una donna, invece, sono del tutto inutili. Ma è un problema strutturale: anche gli uomini che si battono per i diritti umani nel Caucaso prendono molto raramente le difese delle donne.
In generale, è diventato tutto molto più difficile, ma non so se sia dovuto al fatto che non sono sul campo, o al fatto che è iniziata la guerra ed è molto più arduo portare una ragazza all’estero, in Europa, a causa delle sanzioni e altre misure. Per questo, non accettiamo più così facilmente le richieste di evacuazione. È anche diminuito il numero di rifugi che accoglievano le nostre sfortunate ragazze perché è diventato molto più pericoloso agire. Infatti, nei casi delle ultime due giovani uccise, Aliya Ozdamirova e Aishat Baymuradova, sono state adottate delle misure punitive per la loro eliminazione: in generale, si può vedere con quale crudeltà le autorità cecene intervengano in casi in apparenza del tutto ordinari.
Quando Liya Zaurbekova è fuggita, il deputato della Duma Adam Delimkhanov ha pronunciato un discorso appassionato in cui ha promesso di trovarla e riportarla indietro, nonché di punire tutti coloro che erano coinvolti nella sua fuga. Tuttavia, lei ce l’ha fatta e, per ora, è al sicuro. Bisogna sempre dire “per ora”, perché non si può mai parlare di una completa sicurezza nel nostro piccolo mondo. Ma è necessario continuare.
Come sono cambiati i rapporti con la tua famiglia in Daghestan?
Non sono cambiati affatto: sono preoccupati per me. E, purtroppo, so già che non rivedrò più mia madre. Ha 95 anni, la guerra non è ancora conclusa e non se ne vede la fine. Anche dopo che sarà finita, nessuno sa se la mia condanna sarà revocata. Non credo che riuscirò mai a tornare in Russia. Ma loro resistono. E non mi rimproverano, almeno.
(a cura di Sofia Mischi e Simone Zoppellaro)
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