Il servizio fotografico
Intervista a Tetiana
L’invasione dell’Ucraina ha stravolto la vita di tante persone normali: qual è la tua storia?
Vengo dalla regione di Kyiv. Già dieci anni prima dell’invasione su vasta scala, avevo iniziato a lavorare come paramedica, occupandomi fra l’altro dell’emergenza del Covid. Quando è scoppiata la guerra, non me ne sono subito resa conto, perché tutto è iniziato un po’ lontano da dove vivevo. Ho visto i veicoli militari in movimento, ho sentito le sirene. Poi però ho visto arrivare le persone, le lunghe code davanti a negozi e farmacie, ho iniziato a percepire le conseguenze della guerra, ma non avevo ancora vissuto i bombardamenti e le atrocità che stavano avvenendo a Irpin e a Bucha.
Un giorno stavo andando al lavoro con mio figlio, l’avrei portato a scuola e poi mi aspettava un turno di lavoro di un’intera giornata. In quel momento una mia collega mi ha raggiunta e mi ha detto che era iniziata l’invasione su vasta scala. Mi ha detto: “Lo portiamo a casa nostra. Starà con mio marito e i suoi genitori, insieme ai nostri due figli: ti daremo una mano”. È andata avanti così per un mese.
Mio marito è un poliziotto. Quando è iniziata la guerra, non ha più potuto tornare a casa. Doveva rimanere per presidiare il posto in cui si trovava. Così sono rimasta sola con mio figlio, che soffre di epilessia. Nel frattempo, mia sorella, che vive accanto all’autostrada di Zhytomyr, ha iniziato a sentire sempre più vicini gli effetti della guerra. Essendo rimaste sole, abbiamo capito che la cosa più importante in quel momento era garantire la sicurezza dei nostri figli. Da parte mia, mi sono trovata di fronte a una crisi nella reperibilità dei medicinali. A mio figlio erano rimaste solo un paio di pillole, e lui non può vivere senza. Purtroppo ovunque cercassi, nelle strutture sanitarie, tramite conoscenze, non c’erano farmaci.
Così, nel marzo del 2022, abbiamo deciso di trasferirci in Polonia.
Ho prima raggiunto mia sorella nell’Ucraina occidentale. Lì abbiamo mio padre. Lui ha molti conoscenti nel villaggio. Ci siamo sistemati temporaneamente in un asilo. Mia sorella ha voluto partire il prima possibile: così suo marito ha trovato un autista e nel giro di un paio di giorni ci siamo messi in viaggio verso la Polonia.
Il viaggio dall’Ucraina occidentale alla Polonia è durato un paio d’ore. Siamo arrivati al confine molto rapidamente. Siamo stati accolti da volontari che ci hanno portato in autobus al centro di transito. Era una città enorme, dove lavoravano volontari polacchi; c’erano ambulanze e le persone preparavano da mangiare. Ricordo che abbiamo trovato anche patatine fritte, hot dog, di tutto per i bambini. Si erano organizzati anche per intrattenerli. Non sembrava affatto un posto triste o spaventoso. Al contrario, sembrava una località turistica. Ne sono rimasta molto colpita. Ci hanno registrato e sistemato gratuitamente. Ci hanno dato delle schede telefoniche e ci hanno fatti riposare, chiedendo dove volessimo andare.
Mia sorella aveva dei conoscenti a Varsavia. Ha detto che ci stavano aspettando. Allora sono andati a chiamare altri volontari locali che sarebbero venuti a prenderci nel giro di un paio d’ore. Un imprenditore locale è venuto da noi la sera e ci ha portato via con sé. Eravamo due donne e quattro bambini. Ci ha fatto sentire a nostro agio. Ricordo che voleva aiutarci: è andato al negozio e ha comprato qualcosa per noi; ha detto che voleva portarci a una stazione di servizio per bere un caffè e dare da mangiare ai bambini.
Quando siamo arrivati, ci ha portato nella casa delle amiche di mia sorella. Abbiamo trascorso ...[continua]
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