In questo suo ultimo libro, Arrogante umanità, parte da uno dei miti più famosi dell’antichità, quello di Fetonte e del carro del Sole, per parlare di un tema che più contemporaneo non si può: quello dei rischi del cambiamento climatico. Può un mito antico parlarci senza forzature di un problema così recente?
Questo mito presenta una serie di similitudini impressionanti rispetto alla situazione attuale, ma devo fare una premessa. Quando si interpreta un mito, l’importante è sempre non proiettarci simbologie arbitrarie, come purtroppo vedo fare spesso oggi nel nostro panorama culturale. Vanno prima di tutto trovate delle analogie pertinenti; dopodiché si può avanzare un’interpretazione; e lo si può fare proprio perché il mito è, per sua natura, un discorso aperto. Esiste da migliaia di anni, è stato utilizzato infinite volte per tantissime riscritture: il mito è un testo che chiede, per sua stessa natura, interpretazione.
Ecco, in questo mito ho trovato alcune analogie molto strette: c’è il tema del cataclisma cosmico, dell’incendio della Terra provocato dalla troppa vicinanza del carro del Sole; c’è il paradosso per cui, all’incendio, sopravvengono poi delle inondazioni. Anche oggi sappiamo che, con l’alzarsi delle temperature, se in qualche zona del pianeta avanza la desertificazione, in altre si assiste a un aumento del livello del mare, come abbiamo visto recentemente in Romagna.
C’è poi il tema della responsabilità umana. Nella versione del mito scritta da Ovidio, il dettato è chiarissimo: Fetonte pretende dal padre uno ius, il diritto di guidare la sua carrozza, ma questo diritto lui in realtà non ce l’ha, non può averlo; perciò se lo arroga e così facendo commette qualcosa di contrario alle leggi naturali: un nefas. Allo stesso modo, noi contemporanei, di fronte al pianeta, ci arroghiamo un diritto che nessuno in realtà ci ha dato. Non siamo i padroni del mondo, checché ne dica la Genesi, ovvero un testo scritto 2500 anni fa. E così avviene che, ragionando per opposizioni e differenze su un mito antico, possono venire in mente dei parallelismi su cui non si è forse riflettuto abbastanza. Ad esempio, il fatto che è proprio la Bibbia il primo testo della storia che autorizza l’uomo a comportarsi in un certo modo, ovvero da padrone della Terra; Fetonte questo diritto non ce l’ha. Paragonare il mito antico con la modernità ci permette spesso di illuminare dei lati di noi rimasti oscuri.
Ancora: ci possiamo chiedere in che modo gli antichi concepissero l’ambiente. Il modo che abbiamo noi oggi di concepire il pianeta è radicalmente diverso dal loro modo di concepire la Terra. Per i romani Tellus (o per i greci, Gea) è una divinità. I boschi, i fiumi, i mari, tutto aveva un carattere sacrale per loro; bruciarli, modificarne il corso, alterarli non rappresentava un semplice cataclisma, una disgrazia: si era di fronte a qualcosa di ben più grave. Era un atto sacrilego, qualcosa che chiedeva un’espiazione. Possiamo allora trarre qualche conseguenza da tutto questo. Forse, davanti ai cataclismi che vediamo sempre più spesso accadere, dovremmo riconquistare una concezione simile.
Ma come fare? Naturalmente non possiamo più pensare, come loro, che l’ambiente sia sacro; non possiamo tornare al politeismo antico, come forse vorrebbero certi ecologisti new age contemporanei; o come forse vorrebbe addirittura la Chiesa, che oggi si accorge di colpo che il pianeta è sacro, appellandosi non più alla Bibbia, ma alla lezione di San Francesco: c’è da dire che la Chiesa, coi suoi duemila anni di storia, ha un sacco di frecce al suo arco! No, ci vuole qualcosa di analogo, e dobbiamo trovarlo. Forse un’etica nuova: occorre costruire un senso di responsabilità collettiva di fronte al pianeta, con ...[continua]
Esegui il login per visualizzare il testo completo.
Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!

















