In copertina un cellulare con la app per vedere, in diretta, dove arrivano i missili russi sull’Ucraina. Una signora ucraina che sta in Italia e fa l’addetta alle pulizie viene avvisata ogni volta che un missile è diretto a Kyiv, al che, dopo poco, telefona alla sorella che vive là per sapere se va tutto bene. Ci ripetiamo, ma non sappiamo darci pace del fatto che una parte della sinistra italiana non sia solidale con un popolo e una democrazia che si oppongono con tutte le forze, e al costo di grandi sacrifici, all’invasore fascista, potente e prepotente. L’esempio che dà la resistenza ucraina è luminoso: bravissimi nell’inventare armi povere, ma micidiali, che fan pensare alla fionda di David, le usano per colpire le fonti energetiche e militari di rifornimento dell’invasore, che invece bombarda a caso edifici abitati per seminare il terrore, sperando così di piegare la resistenza popolare. Quale esempio più chiaro del fatto che tra offesa e difesa c’è un abisso, anche se il tutto si chiama guerra. E mentre quest’ultima è una parola brutta, la parola “difesa”, per quanto prosaica, banale quasi, e scevra di ogni contenuto ideale, è una delle più nobili della storia umana: ha a che fare col pronto soccorso per chi è in pericolo, è la difesa del debole, dell’inerme vittima di angherie, dei bambini e degli anziani; in guerra è la difesa dei compagni, del ferito a terra (ricordiamo Rebora: “che tre compagni interi cadder per te che quasi più non eri...”. In poche parole il massimo dell’orrore della guerra e insieme la grande capacità umana di fratellanza). Ed infine è la difesa delle città, della patria e della libertà. Ma la difesa, in particolare in quest’ultimo caso, ha l’obbligo quasi morale di essere efficace e pertanto ha bisogno di strutture, di forze armate addestrate e quindi di armi adeguate.
Non meraviglia che un uomo che adora la prepotenza e ama umiliare le donne preferisca la parola guerra alla parola difesa. Quel che preoccupa è che in tanti l’abbiano amato ed eletto a loro capo. Ma ormai dobbiamo prendere atto che una malattia grave, degenerativa, ha colpito le democrazie. Pubblichiamo un’intervista di “Dissent” a due studiosi americani, sullo stato della democrazia americana e della sua Costituzione, attaccata per la prima volta anche dall’alto. Il punto più delicato e forse più vulnerabile perché imputato di lentezza e farraginosità, resta quello della divisione del potere: si punta alla sua concentrazione in una specie di “dittatura della maggioranza”, premessa di quella totalitaria. E questa è una tendenza che si registra ovunque. Se si è ancora in tempo a guarire, prima che si precipiti in guerre civili devastanti, lo vedremo.
In una situazione così, dove i regimi fascisti dominano metà del mondo e le democrazie sono in crisi, dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e la prepotenza dilaga a tutti i livelli, cosa e chi può tenere viva la speranza? L’Europa forse, se dalla sua solitudine e inquietudine, dopo ottant’anni di tranquillità dovuta a una copertura assicurativa pagata da altri, saprà trarre le giuste conseguenze. Qui a fianco Joschka Fischer, ministro degli esteri e vice cancelliere della Germania dal 1998 al 2005, nonché leader del Partito dei verdi tedesco per quasi vent’anni, dopo aver fatto un quadro drammatico della situazione in cui versano i paesi europei e l’Unione europea, dove nessuno più “verrà in nostro soccorso” e in cui “dovremo salvarci da soli”, trova proprio in questo stato di necessità, e in leader “attenti al bene comune”, una speranza. L’occasione è nel progetto della “unione della difesa”. Dopo la moneta, la difesa. Iniziando anche da soli e poi tutti insieme. La Germania è partita e lì si sta discutendo pure di ristabilire la leva obbligatoria (da affiancare, aggiungiamo noi, da un altrettanto obbligatorio servizio civile, una proposta avanzata a suo tempo da Vittorio Foa e caduta nel vuoto). Pensiamo solo all’apporto che, in materia di armi difensive, potrà dare l’Ucraina.
Ma noi? Ci rivolgiamo solennemente, a costo del ridicolo visto che ci leggono solo settecento abbonati, al Partito democratico. È proprio un appello che facciamo. Non ceda alla propaganda del “non armi, ma lavoro”, e della Russia che “non è un nemico dell’Italia”, che è vergognosa perché sottintende ancora una volta che chi ha meno, chi lavora duramente e spesso mal pagato, non possa preoccuparsi anche della patria, non possa desiderare di averne una indipendente e non sottomessa a un protettore e non possa più essere internazionalista. La storia dei lavoratori ci dice altro.
Un cedimento del genere sarebbe disastroso per l’Italia e per l’Europa e un governo non durerebbe a lungo. A quel prezzo sarebbe meglio non vincere. Lasciamo quindi quella propaganda ai “patrioti” che non pagano le tasse.
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