La copertina è dedicata alla Cisgiordania, che da sempre è e resta il cuore del problema. Tutto quello che fa la destra al potere in Israele da decenni ha come obiettivo la Cisgiordania, cioè la “grande Israele”, cioè il tramonto definitivo di ogni possibilità dei “due popoli due stati”. Hamas doveva sopravvivere per questo e il governo israeliano ha fatto di tutto perché diventasse egemone a Gaza e potente militarmente.
In tv hanno intervistato due ex-generali israeliani che hanno detto che quando si saprà la verità sull’aiuto che il governo israeliano ha fornito ad Hamas sarà una sorpresa. Il motivo? Finché esiste Hamas, il cui statuto preconizza la distruzione di Israele, uno stato palestinese non potrà nascere. Ma chi può pensare che il modo migliore per distruggere Hamas dopo il 7 ottobre sia stato quello di radere al suolo Gaza massacrando donne, vecchi e bambini? Infatti Gaza non c’è più ma Hamas sì. Nel frattempo, e da molto tempo, in Cisgiordania, dove Hamas è ben poco presente, continua quella che non è altro che una “pulizia etnica”, lenta ma inesorabile: si uccidono gli animali, si tagliano gli ulivi, si demoliscono le case (ne parlano, nel numero, Rimmon Lavi e il giovane Guy, un attivista israeliano dell’Associazione Ta’ayush, “Vivere assieme”; della guerra ci parla David Calef).
Netanyahu è un nuovo Milosevic e i suoi generali dei Mladic, ma nessuno, anche fra coloro che si batterono perché si intervenisse contro i serbi e il loro sogno della “Grande Serbia”, è disposto ad ammetterlo, forse perché l’accusa di antisemitismo scatterebbe immediatamente. Ne sa qualcosa lo spagnolo Sanchez. Si sente dire che Germania e Italia sono le più restie a denunciare ciò che succede “per ovvi motivi”. Ma che il conto terribile lo stia pagando ancora oggi chi è innocente non importa a nessuno? Così la Shoah viene usata per giustificare i progrom.
Non crediamo di esagerare. Già qualcuno, anche in Israele, si chiede quale potrà essere la “soluzione finale” del problema palestinese. Se escludiamo lo sterminio e anche un apartheid che, riducendo a “sottouomini” milioni di vicini, non farebbe che tenere aperta la piaga, non resta che la deportazione: indotta, rendendo loro la vita sempre più difficile, e pure, infine, forzata. Cioè la soluzione armena.
D’altra parte, lo sappiamo bene, noi europei innanzitutto, che non c’è nulla di meglio che una guerra, perché, nella sua ombra, ad alcuni sia permesso di commettere i peggiori crimini contro l’umanità e ai tanti di restare indifferenti.
Così Netanyahu può aver pensato di avere un’occasione storica approfittando di un megalomane subornabile, per dare un colpo definitivo al progetto “due stati” e gettare le basi per una grande Israele che comprenda anche un pezzo di Libano. La motivazione che l’Iran potesse diventare, o fosse già, un nemico mortale per un paese forte di un esercito formidabile, che ha a disposizione, si dice, un’ottantina di atomiche e che ha per alleato il paese più potente del mondo, è credibile? Certamente il regime iraniano è un nemico, ma si pensava di farlo cadere bombardandolo come si è fatto con Gaza? È così che si aiutano le opposizioni? C’è già chi dice che l’odiosa e odiata tirannia teocratica si sia rafforzata per l’aggressione e non sappiamo cosa può essere successo, all’ombra appunto della guerra, nelle carceri iraniane. E comunque l’esempio dell’Iraq l’abbiamo lì, sotto gli occhi. Così la sicurezza definitiva, per Israele, se fosse quello il problema, non verrà mai. Non era difficile capire che la via per una pace definitiva stava, e forse sta ancora, proprio nella nascita di uno stato palestinese che riconosca Israele e che nel tempo, da una tale vicinanza, ottenga, come probabile e come è già successo malgrado tutto, importanti vantaggi in termini di sviluppo economico, culturale e politico. A quel punto sarebbero i palestinesi, per primi, a combattere chi volesse ancora predicare, da fuori e per puro fanatismo, “dal fiume al mare”. Ma, lo ripetiamo, per noi l’obbiettivo della destra al governo di Israele è sempre stato l’altro.
Siamo complottisti? Un storico autorevolissimo, a suo tempo, di fronte al dilagare delle accuse di complottismo, che comunque resta una grave malattia neurodegenerativa, disse: “Sì, ma i complotti esistono...”. Allora, ripetendoci, chiediamo: è possibile che il servizio segreto più esperto del mondo, capace di far comprare a tanti militanti di Hezbollah dei cellulari che da lontano, all’occorrenza, si poteva far esplodere, capace di sapere, in un raggio di centinaia e centinaia di chilometri, a che ora Tizio e Caio sono in riunione o a cena o in auto per una strada, non sapesse che Hamas si stava armando fino ai denti? E che stava scavando centinaia di chilometri di tunnel? È possibile che non si siano chiesti se sguarnire il confine con Gaza per mandare la maggior parte dei battaglioni a sostenere le scorribande dei coloni in Cisgiordania fosse pericoloso? Anche se, di certo, era impossibile prevedere la terribile ferocia dei terroristi di Hamas, che qualcosa preparassero non era prevedibile? E andando molto indietro, all’omicidio di Rabin: avvenne dopo che da mesi i partiti che oggi guidano Israele facevano manifestazioni portando in giro una bara con il suo nome, accusandolo di ogni nefandezza, compresa quella di essere un nazista; è stato opera solamente di un giovane fanatico, libero di arrivare a pochi metri da Rabin?
Comunque sia, quell’omicidio fu una specie di “colpo di stato”, uno dei più riusciti della storia del mondo, le cui conseguenze nefaste, per i palestinesi, per Israele e pure per il mondo, le continuiamo a vedere.
Sì, Israele è diventata irriconoscibile. E il termine giudeonazismo che già aveva cominciato a circolare nel paese, oggi ha il suo rappresentante ufficiale nel ministro che porta all’occhiello della giacca un distintivo d’oro che rappresenta una forca. Quella prevista da una legge, unica al mondo, sulla “pena di morte etnica”, varata dal parlamento di un paese che un tempo fu un esempio luminoso di democrazia e di civiltà.
Nel numero, poi, rendiamo onore a un gruppo di ebree che hanno fondato l’associazione “Mai indifferenti” e a un’altra di ucraine e ucraini che dedicano la vita al soccorso di anziani e anziane decise a non abbandonare le proprie case, sia pure devastate. È il 25 aprile. Che occasione ideale per rendere omaggio alla resistenza eroica di un intero popolo all’invasione di una potenza straniera fascista. Ma non sarà colta.
Editoriale del n. 317, marzo 2026
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